TEATRICA
BABILONIA TEATRI

Un “Pinocchio”
che rivive dopo
il coma


      
Un lavoro o evento scenico della compagnia veronese che si avvale di una energia speciale, straordinaria derivante dell’esperienza vissuta realmente, drammaticamente, da tre uomini usciti da uno stato comatoso. Quasi una forma di teatro-verità che genera stupore, incanto, emozione. Un teatro povero, ma ricco di poesia, grazie alla forza dei tre attori non attori, una forza sovrumana che nasce dalla loro fragilità.
      




      

di Alfio Petrini

 

 

Mi sono emozionato. Ho visto Pinocchio con il cuore e con la mente. E mi sono emozionato come non mi accadeva da molto tempo. Ho sorriso anche, stimolato dalla ironia dei tre protagonisti. Tre uomini. Tre storie. Un destino comune: l’esperienza del coma a causa di un incidente automobilistico.

 

Gli ingredienti dello spettacolo. Meglio, dell’evento. Primo fra tutti il coraggio. Il coraggio di Babilonia Teatri e degli “Amici di Luca” che hanno  lavorato  alla elaborazione del progetto e il coraggio dei tre uomini – Luigi Ferrarini, Riccardo Sielli e Paolo Facchini –, che hanno voluto raccontare la loro storia.   

 

La raffinata perizia dei “babilonesi” è servita non a fare un teatro fondato sui ritmi e sulle energie vitali (difficile a farsi), ma a portare la vita in teatro (che è ancora più difficile). Dunque, in questo Pinocchio, visto al Teatro Palladium (Università Roma Tre, Romaeuropa), c’è il coraggio e la perizia necessari a creare un fatto che sta al di là dei generi di teatro. Un evento sinestetico, fondato su una miscela a matrice fisica multipla. E c’è Pinocchio, la Fata Turchina (in cima ai desideri dei tre protagonisti). C’è il Paese dei Balocchi, Lucignolo e l’Asino con le orecchie lunghe che raglia.





Una scena del Pinocchio di Babilonia Teatri (ph. Marco Caselli Nirmal)


Nel corso delle sequenze un paio di volte gli interlocutori parlano di battute da inserire nel testo, ma non credo che il testo linguistico sia stato mai scritto. Semmai è stato scritto a posteriori, dopo la scrittura scenica. Valeria Raimondi ed Enrico Castellani sono partiti dal dato certo della realtà incarnata dai nostri tre performers. Stimolati dalla voce fuori campo di  Castellani, rispondono che il coma è una “assenza“, una “sospensione”. Della morte apparente non ricordano nulla e ci raccontano invece, senza pietismo, il momento del risveglio, il passaggio verso la  reversibilità del coma stesso. La vita interrotta riprende a fluire dopo averli profondamente cambiati e vive ancora nel corpo/mente come una esperienza estrema, dolorosa, che ha interessato gli aspetti materiali e immateriali della loro esistenza. Se nel teatro della mimesi trionfante di verità si muore, in questo spettacolo di verità si vive, e si prova il brivido dello stupore, dato dall’insieme della parole e delle azioni che lo costituiscono.

 

Penso che Raimondi e Castellani abbiano lavorato alla scrittura scenica mossi da una vigorosa necessità artistica, condizione essenziale per la buona riuscita del fare teatro. Credo che prima abbiano elaborato il testo fisico e poi abbiano preso in considerazione la tessitura della scrittura scenica, scartando la scrittura del testo linguistico. Che abbiano praticato questa o un’altra metodica conta relativamente. Contano i fatti e i fatti, cioè i risultati dell’operazione, sono di assoluto valore sociale, artistico e professionale. Presumo che il coraggio, la perizia e la spinta derivante dalla necessità artistica abbiano favorito la  leggerezza poetica della pluralità del linguaggio e allo stesso tempo la intensità della strategia tesa a portare sul palcoscenico non quella vita che riguarda le ben note forme di realismo o di naturalismo scenico, ma la vita che porta con sé l’energia speciale dell’esperienza vissuta realmente, drammaticamente, dai tre uomini usciti dal coma, dunque sostanzialmente diversa dalla energia vitale dei processi organici autogestiti dagli attori professionisti che lavorano sulle azioni fisiche.  

 

E i risultati? Lo stupore. L’incanto. L’emozione. I tre attori non attori di Pinocchio sono la vera forza dell’evento o dello spettacolo teatrale che dir si voglia. La loro forza è sovrumana (così appare), ma nasce dalla loro fragilità. Sono gli autori veri dello spettacolo. Portano dentro, in modo lineare ma mai banale, resistenza e precarietà, assenza e memoria, drammaticità e ironia. Giocano in modo serio e convinto come fanno i bambini. Assecondano la tecnica della testimonianza diretta e la tecnica della dimenticanza, lasciando che la realtà riaffiori dopo molto tempo per essere ri-creata con significati diretti e di rimbalzo, con una delicatezza e una semplicità che ha il potere di conquistare lo spettatore. Il grande merito dei nostri performers è quello di mettere l’osservatore a suo agio, di farlo sentire utile, di attivare cioè la sua partecipazione, che si concretizza in una drammaturgia che è – dopo quella del regista – di seconda generazione, quella appunto dello spettatore. Come si sa, non si va a teatro per diventare buoni, più sapienti o più educati, ma per provare sentimenti, emozioni, interesse e divertimento anche di fronte a racconti di violenta drammaticità.





Un'altra immagine del Pinocchio diretto da Valeria Raimondi e Enrico Castellani


I risultati di Pinocchio sono quelli di un “teatro povero”, fatto di poche cose (quattro riflettori per illuminare i corpi, qualche brano musicale, un paio di canzoni, due microfoni e alcuni oggetti funzionali alle azioni fisiche), ma ricco d’idee e di poesia. Un teatro che segna la differenza tra il divenire e il diventare, dove il divenire sta per quella dilatazione dell’anima, cioè del corpo/mente del performer, che contribuisce a determinare la dilatazione del corpo/mente dello spettatore: una pedagogia che non ha scopi didattici, ma che offre a chi osserva la possibilità di fare una esperienza che lo cambia nel profondo. A Luigi Ferrarini che si sente un fantasma, a Riccardo Sielli che dice che Pinocchio è tornato Pinocchio e a Paolo Facchini che è tornato Facchini va il mio ringraziamento per il coraggio che mi ha dato coraggio.   




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