SPAZIO LIBERO
CINEPRIME –
“DJANGO UNCHAINED”
Uno scintillante pulp-western firmato Quentin Tarantino


      
L’ultima pellicola del cineasta italo-americano, gran successo sia in patria che in Europa, ha però dato estro a Spike Lee ed epigoni di scatenare attacchi su presunti stereotipi razzisti presenti nel film. Ma sono polemiche pretestuose secondo un trend ‘politicamente corretto’ nel girone post-elettorale e autoassolutorio obamiano, che sembrano ignorare la natura ultra-parodica dell’opera tarantiniana che rilegge ironicamente la mitografia della ‘Frontiera’ e la parabola liberatoria della negritudine rialfabetizzandola alla mitologia nordico-teutonica ed evocando la legittimità della violenza degli ex schiavi.
      



      

di Sarah Panatta

 

 

Esodo sulle rocce, fila di formiche sulla schiena del deserto, rotta di cicatrici. Occhi stanchi e roventi, su gambe schiave. Un dentista platonico giunge a bordo del fuoco, un uomo-merce viene restituito al mondo-di-diritto, catapultato a cavallo, tra le genti libere. La “pagliacciata” delle mutue schiavitù, dipendenze brutali e già sbiadite. Django Freeman trotta verso la roccaforte sudista, sfrenato nel suo goduto play in the play. Straniero, bastardo, senza gloria necessaria, elimina i “rifiuti” per soldi. La civiltà non implica la cessazione del codice ferino.

 

Tarantino fanciullino indefesso sfida l’immaginazione (altrui). Django Unchained (1), biblico (non troppo) tascabile manuale verbo-visivo sull’approccio, dell’autore e dello spettatore, del/al Cinema. Lauto banchetto servito dalla parafrasi sonora di Morricone, il film di Quentin Tarantino cattura irrisorio il pubblico, incorporato nel racconto come nelle piantagioni del tronfio speculatore impersonato dal mastodontico Di Caprio (protagonista, con il nemico Waltz, di duetti meta-teatrali impagabili). Lancia nell’ipercinesi insolitamente dilatata (perché western) dei quadri scenici le chiavi di un piacere innocente se integralmente partecipe. Consapevolmente in bilico, sul “fronte”, come Foxx-Django, cavaliere bardato di blu che parla l’idioma dei padroni per invaderli. Tarantino ci frusta, gioca al rialzo, compiaciuto e trasformativo. Spiegando/forgiando Cinema, forse con l’unico film, tra i candidati scelti dall’Academy (insieme, per diverse ragioni, a Les Miserables), a non impaludarsi nel non detto e (ancora) indicibile degli stereotipi culturali occidentali (appunto, western).





Eppure, tra incassi record e battute sintetico-isteriche via web, Django muta in scandalo eminentemente politico. Spike Lee, splendida firma di Jungle fever, He got game, Malcom X, accusa Tarantino di burlarsi dell’“Olocausto” degli antenati africani deportati in America, con uno smaccato gusto mainstream. Spalleggiato sul “Financial Times” da Caldwell, che vede in Django una strumentalizzazione pornografica, un’autogiustificazione della volontà commerciale registica. Nonostante le argomentazioni profuse in queste settimane, tra siti, tweet e agenzie varie, la polemica contro Tarantino rischia la virata nell’improduttivo buonismo coloured. La licenza artistica può non essere esclusivamente armata dalla politica del box office? Ha senso distinguere se dire/dirsi “negro” o “nero” in un calderone pop dai risvolti antiretorici e filosoficamente impeccabili (che indaga e sospende la nozione della riappropriazione controversa della mancata coscienza di gruppo, bianca o nera, in America), ambientato nel 1858 nel Mississippi schiavista? L’ostracismo manicheo del grande Spike Lee & co. contro Django Unchained è l’ennesimo vicolo cieco, l’ennesimo errore (involontario, congenito?) di un sistema-pensiero che monopolizza e lascia incancrenire, da una parte, le ideologie di fazione, dall’altra elude perniciosamente e metodicamente  le reciproche macchie/violazioni. Il punto è il razzismo come eventuale pretestuosa pedina politico-artistica, o il razzismo come spettro “nero”, cemento del federalismo classista Usa, che nessuno ha saputo e/o bramato sdoganare, dallo stesso Lincoln in poi?

 

L’America piange intorno ai suoi ground zero, li recinta, li denuncia (li esporta), ma non guarda mai dentro. La stessa America in pieno assetto da difesa post elettorale che spinge alla finale degli Oscar tre apologie della politica estera e interna obamiana. Tra queste, Zero Dark Thirty, della amazzone sbrigliata Bigelow, ingegnere dell’immagine, che strappa forza e intuizioni sia all’ex marito Cameron che al Ridley Scott di Nessuna verità, e che catalizza l’attenzione sull’arresto del fantasma politico più magnetico e devastante dell’ultimo decennio, e non sulla sua creazione.  Bigelow come l’America “sua” si affanna con raffinata, re-citata frenesia a materializzare il capro espiatorio, livellando sulla minaccia terroristica (una febbre da debellare per l’agente-donna, tenace musa-madre americana) un’ossessione che ha radici molto più lontane e multiple. Da “dove” arrivano le grida del “terrore”?

 

Osama-pedina. Pedina-razzismo. Il razzismo chiamato in causa nell’estetica della violenza tarantiniana subisce una decomposizione sarcastica finalizzata ad una filologia cinematografica ombelicale (esattamente perché tarantiniana) e indistricabilmente cinefila. E non offre spalla o conforto  alla polemica. Il suo schermo è ritornante grindhouse, insieme apologia e sfratto, abuso e scherno del cosiddetto post-moderno (2). Il massacro da salotto dei “mandinghi”, lo scannamento del prigioniero a testa in giù de-virilizzato, lo squartamento ad opera di cani-killer, non costituiscono ritratti di degenerazione anti-sociale. Tarantino non scheda il buon selvaggio, non filma un commentario-corollario di Rousseau passando per la legislazione lincolniana, non enuncia tesi antirazziste forgiate nel paradosso. Né le ostenta quale espediente per avallare uno spettacolo meramente cruento. Né denuncia sociale retroattiva, né digressione antropologica, né facile popcorn movie. La scialuppa della schiavitù e del razzismo traghetta Tarantino all’obiettivo personalissimo e indigesto ma non replicabile: rivelare le dinamiche della violenza, tanto “bianca” quanto “negra”, come innesco anzi come connettivo stesso del meccanismo finzionale. Il cinema è aggressione, inganno, sottomissione, è capovolgimento del reale, manipolazione convenzionale. Parapetto da cui sporgersi verso l’istintualità repressa dalla civilizzazione senza cadere. È un alibi e una delizia ineluttabile, effimera, un trasporto (meta)fisico. Tarantino è ri-flessione, confessione, schematizzazione, evoluzione sul/del cinema, non battaglia per i diritti. Tarantino problematizza il (proprIo) cinema in una maratona certo ego-centrata, ma ancora performativa. Non si ferma a rileggere la Storia come continuum, ma la trangugia scorcio dopo scorcio, non psicanalizza le colpe nazionali ma indirettamente, nel tritatutto del suo grottesco pulp, le determina e riconosce. Procedura opposta alla cacciatrice di teste Bigelow, anatomista dell’emotività in situazioni di spersonalizzazione estrema (guerra, spionaggio ecc.), che dalla decadenza del macho USA alla fragilità del milite in missione democratizzante, si perfeziona/perde nel pedissequo oscuramento del cancro nazionale. Osama è catturato, il teorema dell’Impero confortato. Seppur da sublime tecnica espositiva. Bigelow lecca ferite aperte, Tarantino mostra le catene, scardinate ma ancora ben strette.





Christoph Waltz e Jamie Foxx in Django Unchained (2012)


Qualcosa accomuna tuttavia Tarantino alla Bigelow (neo autoriale soldato Jane, ibrido poetico). Lo studio accademico diligente quanto fondante dei linguaggi e dei precursori creativi. Bigelow diviene attore embedded, irrompe nei metodi dall’intelligence internazionale, li replica con minuzia, ne fa prigione dei protagonisti e veicolo della supremazia inattesa dell’eroina. Tarantino introietta il montaggio musicale e la pratica surreale, straniante, del sovrabbondante autoironico jumpzoom, egualmente mutuati da lungo abbeveramento alla “serie” B – non solo italica – rialfabetizzando il quest, o meglio il revenge movie, meticciando la mitografia dell’intoccabile Frontiera (3) come il suo (ormai consueto inseparabile) doppio Waltz alfabetizza alla mitologia nordica e alla legittimità della violenza il Foxx ex schiavo (spettatore).

La “d” non è affatto muta. Tarantino/Django è più “abituato agli americani” di Lee?

 




1) Con Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Kerry Washington, Walton Goggins, Dennis Christopher, Tom Wopat, Rex Linn, Laura Cayouette, Sharon Pierre-Louis, Lewis Smith, Cooper Huckabee, Misty Upham, Nichole Galicia, David Steen, Todd Allen, Catherine Lambert, Shannon Hazlett, Johnny Otto, LaTeace Towns-Cuellar, Justin Hall, Danièle Watts, Miriam F. Glover, Jake Garber, Christopher Berry, Johnny McPhail, Mustafa Harris, Michael McGinty, Kinetic, Michael Bacall, Franco Nero, Jonah Hill, Quentin Tarantino, Don Johnson, James Russo, Rza, M.C. Gainey, Tom Savini, James Remar. Durata 165 min. USA 2013.

 

2) Il titolo manifesto della sua cine-colonizzazione, western metropolitano ingabbiato tra noir, falsa blaxploitation, action e black comedy, non è forse Pulp fiction? Dichiarazione di illusione (e) di violenza.

 

3) È discorso di frontiere, voluto o meno, tra i papabili vincitori degli Oscar 2013. È frontiera, in Beast of the Southern wild,  il sud ancestrale e conservatore degli Usa traumatizzati dall’incognita uragano e dall’imparità della rete sociale, che non valica ancora certi “confini”. È frontiera ambigua e narrativa del liberismo wasp l’abolizionismo lincolniano retoricamente imbandito dal colossal spielberghiano. Il totem da abbattere, l’Osama bin Laden bersaglio di carne e sangue da stanare, è frontiera di una politica che arma guerre contro fantasmi e si interroga sulla propria contraddizione, in Zero Dark Thirty. È frontiera il deserto roccioso di Django, romantico corrispettivo dell’innegabile immutata solitudine di coloro che osano cercare libertà incondizionata, non ricattabile.

 

 




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