SPAZIO LIBERO
PRECARI E NO
Indignarsi è umano,
polemizzare
è diabolico


      
Un commento, anche un po’ desolato, al polverone politico-mediatico sorto dopo la denuncia della trentenne Chiara Di Domenico verso la ‘figlia di papà’ Giulia Ichino, editor alla Mondadori, regolarmente assunta all’età di 23 anni. Mentre il padre economista canta le lodi della ‘flessibilità’ e critica il mito del ‘posto fisso’. Sullo sfondo non c’è soltanto il nepotismo e il dramma generalizzato del precariato, ma anche lo scadimento lavorativo nel campo cultural-letterario.
      



      

di Francesca Fiorletta

 

Lo scorso febbraio politico – editoriale è stato caratterizzato da una nuova, benché vecchia, polemica, o tasto dolente, che dir si voglia: “i figli di, nipoti di, i fratelli e sorelle di”, insomma, i cosiddetti raccomandati.

Ecco il fatto: al congresso del PD che si è tenuto a inizio mese, è stata invitata sul palco a parlare per 8 caldissimi minuti Chiara Di Domenico, 36 anni, ufficio stampa della piccola casa editrice romana L’Orma. Chiara è una precaria, laureata in lettere, che attualmente, come ha raccontato dal microfono incriminato a un’attenta e giubilante platea, paga 600 euro di affitto, a fronte di uno stipendio mensile percepito di 1200 euro, si sposta con i mezzi pubblici e si ciba di riso e pollo comprato al discount. Chiara, per sua stessa ammissione, non rappresenta affatto un caso eccezionale per il nostro paese, anzi, semmai, sebbene in una rovesciata ottica paradossale, potrebbe addirittura essere definita una privilegiata: non ha ancora 40 anni, per cui è considerata a tutti gli effetti una giovane, almeno stando all’anagrafe italiana, e svolge un lavoro retribuito (forse poco, ma retribuito!) che indubbiamente le piace, che la soddisfa e che asseconda, per così dire, le sue inclinazioni. Lavoro che però, lei stessa preferisce chiamare “mestiere”, proprio perché, come ribadisce più volte, affinché si possa veramente parlare di lavoro in senso stretto occorre che siano in vigore delle solide leggi atte a regolamentarlo, e oggi, in Italia, queste leggi paiono del tutto assenti.

Fin qui, quasi nessuno scandalo. Il polverone si solleva però, sempre nel clima gossipparo che imperversa da sempre nella nostra politica della distrazione, all’incirca verso il sesto minuto, proprio a ridosso della conclusione del suo pure non inaspettato intervento. Chiara Di Domenico sceglie di “dire la verità” sulle dinamiche che infestano il suo piccolo (grande?) universo lavorativo (o mestierante?), ossia il mondo editoriale. Chiara Di Domenico vuole dire “no” ai raccomandati, a quelle persone, anche giovanissime, che occupano, con o senza merito, posti (fissi!) magari di buon prestigio e rilievo, culturale e prima di tutto economico.  Chiara Di Domenico decide di fare dei nomi, anzi poi, per la verità, ne fa solo due, di nomi, riconducibili appunto alla stessa famiglia: Pietro e Giulia Ichino.

Pietro, noto giuslavorista, “da poco passato al partito di Monti” (così ribadisce l’agguerrita ufficio stampa dei precari italiani) è infatti padre della giovane Giulia, 34 anni, assunta alla Mondadori con contratto regolare a soli 23 anni e attualmente editor senior per la narrativa italiana. Su questo oggi si fonda, stando allo scrosciare degli applausi in sala e agli occhi lucidi di commozione, il vero scandalo dell’editoria italiana.

Ora, da che mondo è mondo, è cosa nota che avere una famiglia abbiente alle spalle non sia un accidente da disdegnare per nessuno, e che indubbiamente un certo retroterra, anche politico e culturale, costituisca in genere una buona agevolazione per il futuro di quei fortunati che possono usufruire (più che di un nome) di una certa stabilità economica.





Michela Moretti, Senza titolo, dalla mostra "Segrete prigioni", Roma 2009


È nota pure, e fin troppo, l’odiosa parabola dell’uva acerba, che ha sostanzialmente scatenato tutta una serie di risposte difensive della povera (nel senso di forse diffamata) Giulia Ichino. Moltissime le parole di autori e collaboratori, Mondadori e no, che hanno rimarcato l’assoluta professionalità, la finezza critica e la competenza letteraria della giovane Giulia, definendola quindi più che meritevole di occupare, oggi, il ruolo che occupa, da anni, e di svolgere il suo lavoro con passione, tenacia e, non da ultimo, anche con ottimi risultati, il che non guasta.

In realtà, di casi come quello di Giulia Ichino ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno, e non solo – ovviamente – nel settore editoriale.

Il vero problema, a mio parere, oltre alla superficialità delle argomentazioni addotte da chi dovrebbe o vorrebbe difendere il precariato italiano, oggi, e oltre agli abbracci facili di chi dovrebbe o vorrebbe cercare di istituire una nuova tendenza, che sia politica, economica e sociale, nel paese, ecco, il vero problema, dicevo, mi sembra che ancora una volta sia stato solo intravisto, a dir poco tangenzialmente.

Non ci sono soldi, da nessuna parte, e men che meno nella ormai fatiscente industria letteraria. Ho sentito in un programma radiofonico che per i prossimi anni è previsto un incremento dell’offerta lavorativa in circa 80 settori, dall’agraria alla piccola industria manifatturiera, dal campo chimico all’intramontabile ramo informatico e, più in generale, nel sempreverde ambito dell’ingegneria tutta. Quest’offerta, si diceva, supererà di gran lunga la domanda di lavoro tra i giovani laureati, che pure, stando sempre alle statistiche, potrebbero riuscire a trovare un impiego, diciamo vantaggioso, già addirittura a soli due mesi dalla fine delle loro carriere universitarie.

Dunque, che sta succedendo davvero nel nostro paese e nel mondo? Ha senso, ancora, mi domando, scandalizzarsi per l’albero genealogico della micro casta pseudo-intellettuale dei giovani editori rampanti, piagnucolare su quanto siano affollati i tram che passano per il Pigneto o quanto siano scadenti i vini offerti nei convivi letterari? Sarebbe dunque questa la nuova politica sociale che si interessa ai giovani (di 40 anni) e al precariato (retribuito)?

È vero, trovare un lavoro nel campo impiegatizio che più c’interessa e che sembra rispecchiare le nostre più intime inclinazioni sarebbe un miraggio favoloso. Ma appunto, probabilmente, va anche ricordato che di questo poi, alla fine, si tratta: di un miraggio. La passione è una cosa, il sostentamento un’altra. E se non si ha alle spalle una famiglia ricca, si può comunque sbarcare il lunario in molti modi, a mio parere, non pretendendo ostinatamente di fare la fame per rincorrere una chimera come quella editoriale, ad esempio, che oggi, in questo dato momento storico, è assolutamente priva di sbocchi remunerativi, almeno per la stragrande maggioranza dei giovani, figli qualunque, annessi e non connessi.

E allora, vale proprio la pena di scomodare le vetero categorie marxiste per parlare di lotta di classe, monocularizzata dalle formichine delle belle lettere nostrane?

A mio parere, chi da un lato chi dall’altro, si continua solo a spostare il fuoco reale dell’attenzione, si cavalca l’onda del pietismo, ci si dimostra pronti a scagliarsi sempre contro e mai sostanzialmente in favore di qualcosa di nuovo, di pratico, di utile, o seppure di vagamente culturale.




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