SPAZIO LIBERO
CINEPRIME – “RE DELLA TERRA SELVAGGIA”
Hushpuppy, volto di un’umanità nuova


      
La sorpresa della stagione, con quattro significative candidature all’Oscar, è questo film dell’esordiente regista trentenne Benh Zeitlin, ambientato in una zona paludosa di New Orleans e dove le vicende al limite della sopravvivenza di un padre e della sua figlioletta vengono raccontate passando da una dimensione magica e surreale a una di tipo naturalistico-poetico, dove echi e reminiscenze del documentario alla Flaherty finiscono per spuntarla sulla drammatizzazione. È in ogni caso straordinaria l’interpretazione di Quvenzhané Wallis (6 anni al tempo delle riprese), una vera forza della natura.
      



      

di Enzo Natta





Quvenzhané Wallis, la piccola e bravissima protagonista di Re della terra selvaggia (2012)


Sembra la favola di Cenerentola, che passa dal cantuccio della cucina al palazzo del principe. Ma favola non è, perché quattro Oscar pesanti (miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior attrice protagonista) stanno lì a presidiare i bastioni di una fortezza consolidati a suon di premi. Eppure Benh Zeitlin, appena trentenne, aveva già vissuto momenti di gloria quattro anni fa, quando Barak Obama aveva scelto le sue musiche per accompagnare la campagna elettorale del 2008. Il lusinghiero commento su Re della terra selvaggia da parte del presidente Usa, le sue reiterate testimonianze di apprezzamento e simpatia per Quvenzhané Wallis, la piccola protagonista, i riconoscimenti e la messe di premi raccolti in giro per il mondo sono state le tappe successive di una marcia trionfale.

All’origine del film c’è la “pièce” di un’amica, Lucy Alibar (anche sceneggiatrice assieme a Benh Zeitlin), che nel passaggio dalla staticità del palcoscenico all’ambientazione squisitamente realista della Louisiana e del delta del Mississippi ha dovuto subire un cambio di registro passando da una dimensione magica e surreale a una di tipo naturalistico-poetico, dove echi e reminiscenze del documentario alla Flaherty finiscono per spuntarla sulla drammatizzazione. Anche se a prevalere è questo secondo aspetto, la sovrapposizione fra le due impronte è netta e Re della terra selvaggia si configura come una fiaba realistica (filone che in questi ultimi tempi si è riproposto attraverso opere come La parte degli angeli di Ken Loach, La bicicletta verde di Haifaa Al Mansour, Moonrise Kingdom di Wes Anderson, La scoperta dell’alba di Susanna Nicchiarelli) la cui metafora favolistica abbraccia una serie di valori (l’importanza delle radici, la fedeltà alle origini, il legame con la propria terra, la continuità con il mondo dei padri, la comunanza interrazziale) che fanno parte del programma di Barak Obama e che spiegano i ripetuti plausi arrivati dalla Casa Bianca.  

La vicenda è imperniata su una bambina di sei anni, Hushpuppy, che vive con il padre, severo ma affettuoso, in una zona paludosa di New Orleans soprannominata la Grande Vasca per la massa d’acqua cresciuta a dismisura a causa di una diga che la trattiene e che ne fa alzare continuamente il livello. Una terra di mezzo, dove disordine e sporcizia sono il pane quotidiano.  Il padre della bambina ha contratto una grave malattia e proprio per questo si preoccupa perché la figlia impari a cavarsela in un mondo dove non ci sarà più lui a proteggerla. Le inquietudini dell’uomo sono più che fondate: gli equilibri naturali sono stravolti e le condizioni atmosferiche rendono sempre più difficili le condizioni di vita nel bacino della Grande Vasca. Come se non bastasse, misteriose creature preistoriche annunciano l’Apocalisse e invadono la zona mettendo a repentaglio la vita dei suoi abitanti...

Tutto è incanalato nella scia del Contratto sociale di Rousseau: da una parte la natura che scandisce i ritmi dell’armonia del creato, con gli animali a far parte integrante della vita dell’uomo fino a condividerne il “ménage” domestico; dall’altra la civiltà, con le sue distorsioni, le sue tare, i suoi difetti che minacciano l’esistenza stessa dell’uomo oltre che la qualità della vita. Sia la malattia che affligge il padre della bambina, sia la diga che rischia di sommergere l’abitato della Grande Vasca, sono prodotti di quella che comunemente è indicata come civiltà. Per questo la natura si ribella, e con lei lo spirito di Hushpuppy, volto di un’umanità nuova, che doma gli animali selvaggi e ristabilisce un’armonia compromessa.





Un'altra immagine del film diretto da Benh Zeitlin


A sostenere il tono del racconto è l’attesa di una catastrofe imminente, in parte annunciata e in parte presagita, sì da consentire che in stretta combinazione fra reale e fantastico, ma non senza ingenuità narrative e discontinuità di scrittura, si alternino assonanze e dissonanze che utilizzano il registro visivo in sintonia con una materia che si muove all’insegna della libertà fiabesca. 

Come nella stragrande maggioranza delle opere prime c’è un po’ troppa carne al fuoco e allegorie che si diramano sotto traccia. Come la misteriosa figura della madre di Hushpuppy, la diga che separa dal mondo, il bordello galleggiante che del nuovo approdo rappresenta lustrini e miseria, attrazione e corruzione. 

Nel bel mezzo di queste metafore pindariche che impastano il realismo magico di Bontempelli con il surrealismo fiabesco di Calvino, non si può non pensare di primo acchito al panteismo e alla cosmogonia di Terrence Malick, dove “ethos” ed “epos” si fondono, ma soprattutto agli umili e simpatici “chicanos” di Pian della Tortilla di Steinbeck (Gente allegra nella versione cinematografica di Victor Fleming) e ai loro epigoni di Milagro di Robert Redford (non a caso il film di Benh Zeitlin ha cominciato a fare incetta di premi proprio al Sundance Film Festival del “big boss” Robert Redford), così come non possono non venire alla mente le atmosfere zavattiniane di Totò il buono  (Miracolo a Milano  nella versione cinematografica di Vittorio De Sica), dove le avversità della vita sono affrontate a viso aperto e con decisione da personaggi schietti e sinceri, di fiera dignità, fedeli alle proprio origini e ai princìpi che li hanno sempre sostenuti.

La retorica della baraccopoli (che Buñuel detestava) funziona sempre e le premesse dimostrano che va alla grande anche in questo film, pur se per molti versi acerbo e diseguale, non si sa se più ingenuo o più furbo, costato un’inezia (un milione e ottocentomila dollari, cifra del tutto esigua per Hollywood) e balzato immediatamente al ruolo di gallina dalle uova d’oro. Ma chi svetta un palmo sopra tutti è Quvenzhané Wallis, una forza della natura, un animale cinematografico che si è immedesimato nel rapporto simbiotico che il suo personaggio vive con la natura e il respiro della terra, maestoso e profondo. Ragazzina non solo vispa e intelligente, ma soprattutto dotata di un eccezionale spirito partecipativo. Al punto che, quando in un dialogo doveva pronunciare la parola “motivazioni”, la sua risposta fu pronta: “Una bambina non parla così”.

                                                                                           




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