PRIMO PIANO
IL FILM DI ROBERTO ANDÒ
“Viva la libertà”:
la maschera
e il volto
della politica italiana?


      
La pregevole pellicola del regista siciliano è quasi un esercizio fantapolitico dimensionato nella chiave dell’assurdo e del paradosso. La vicenda di un leader di partito che abbandona il suo ruolo e viene sostituito dal fratello gemello, una figura filosofica e poetica, si tramuta in un’opera-specchio del nostro vivere quotidiano, della nostra vita pubblica, del come siamo e del come vorremmo essere. Il cuore dell’intera architettura sta infatti nella doppiezza di noi stessi, nel confronto fra l’Es e il Super-io, fra l’essere (l’autenticità) e l’apparire.
      



      


di Enzo Natta





Toni Servillo si sdoppia in Viva la libertà (2013)


Perché Viva la libertà quando Il trono vuoto è un titolo molto più efficace e significativo? Perché usare un titolo anonimo e banale quando ce n’è già uno che meglio esprime e riassume il contesto della vicenda? Titolo ritenuto troppo difficile per lo spettatore medio, che magari pensa ai “tronisti” di Maria De Filippi? Lasciamo la questione agli analisti di mercato e passiamo al film, che Roberto Andò ha tratto dal suo romanzo edito da Bompiani e premiato con il Campiello 2012 per l'opera-prima.

Il quadro è quello dell’Italia d’oggi, in cui si avverte rassegnazione, assuefazione, continui sintomi di arrendevolezza, forti ventate di antipolitica, ma non rinuncia alla camarilla e all’inciucio, sempre in agguato. Enrico Oliveri, segretario del principale partito d’opposizione, è un uomo in crisi. Siamo in piena vigilia elettorale e i sondaggi sono spietati nell’indicarne l’inarrestabile discesa. In preda alla sconforto, Oliveri sparisce nel nulla. Andrea Bottini (Valerio Mastandrea), qualcosa di più di un portaborse, eminenza grigia e abile manovratore dietro le quinte, scopre che Oliveri ha un fratello gemello, personaggio singolare, apprezzato filosofo, ma ultimamente ai margini della vita sociale perché segnato da una profonda depressione in seguito a una lunga malattia nervosa. Bottini si mette sulle sue tracce e la vicenda si incanala nella scia del Prigioniero di Zenda e di Oltre il giardino, sostituzione di persona e inevitabile sorpresa per lo spiazzamento imprevisto. Mentre Oliveri va in Francia, alla ricerca del tempo (e dell’amore) perduto, ripescato nel suo triste isolamento Giovanni Ernani (così si fa chiamare il gemello) si sente come rianimato dall’improvviso cambio di ruolo che il caso gli offre e quella che sulle prime potrebbe sembrare una soluzione bizzarra si rivela l’arma vincente perché l’opposizione possa trovare l’entusiasmo che, a cominciare dal suo leader, sembrava ormai svanito.

Il gemello sconosciuto ai più ritrova buonumore e baldanza, il gioco lo intriga e il suo positivismo critico unito a una pungente ironia diventa l’arma segreta per demolire l’arrugginito ponteggio al quale si aggrappa una casta politica stanca e sfiatata.  

L’errore più comune che si potrebbe commettere di fronte a questo film tutto scandito sulle note della commedia brillante (accompagnata da simpatici e frizzanti siparietti, come i rapporti con la Germania e il suo cancelliere in gonnella risolti con la seduttiva complicità di un tango, o come il gioco a nascondino con il presidente della Repubblica nella Sala del mappamondo) è quello di leggerlo in chiave realistica e di voler attribuire nomi e cognomi ai diversi personaggi che appaiono sullo schermo. La chiave che apre la porta è invece un teatro dell’assurdo, indispensabile a far scattare la serratura che introduce alla classica commedia degli equivoci dove lo scambio dei ruoli e l’inevitabile malinteso che ne deriva evidenziano poco alla volta i tratti di controverse identità. Sono proprio gli occhiali dell’assurdo e del paradosso che infatti consentono di mettere a fuoco la realtà e di intervenire per modificarla. In che modo? Il gioco delle parti consente di raccontare qualcosa che non era previsto, ma che prende corpo ugualmente attraverso il personaggio di Ernani, un “portatore di vento”, come lo ha definito Roberto Andò, che spazza via le nubi dell’incertezza, dello sconforto e dello scoraggiamento, riportando serenità, sicurezza e voglia di rifiondarsi nella mischia da parte di gente sfiduciata.

All’inizio sia Ernani che il fratello sono clandestini della scena, personaggi messi all’angolo degli eventi, uno demoralizzato da un consenso che si sta logorando, l’altro depresso dalla vita in provincia e da ambizioni naufragate. Come tanti protagonisti della letteratura, Oblomov in prima fila. Ma poi, poco alla volta, l’equilibrio si ristabilisce.

Ovvio che con personaggi del genere si imponga un tocco leggero nella scrittura (sceneggiatura dello stesso Andò in collaborazione con Angelo Pasquini), nella regia e infine nella recitazione, dove il volto di Toni Servillo, alle prese con due personaggi l’uno il contrario dell’altro, è quasi d’obbligo. Dico “quasi” perché, per ammissione dello stesso Servillo, i modelli sono tanti, e tutti presi in prestito dal teatro, dalle numerose versioni dell’Anfitrione ai Due gentiluomini di Verona. E nel mezzo, a far da mediatore fra i due gemelli un superbo Valerio Mastandrea nel ruolo di Bottini, invischiato nel classico gioco del gatto col topo.





Valerio Mastandrea e Toni Servillo in una scena del film diretto da Roberto Andò


Il meccanismo del doppio consente di spaziare agevolmente in questo tipo di operazione, fino all’intarsio drammaturgico con un finale “ambiguo” che fa pensare a uno scambio di persona (è lui o non è lui?) e che apre nuovi risvolti. Lavoro sottile, introspettivo, comparativo di un continuo confronto tra la maschera e il volto, l’illusorio e il reale, il vero e il falso, in un intreccio di esigenza di verità che, esasperata, può sembrare follia. 

In questo senso Viva la libertà è un film specchio del nostro vivere quotidiano, assorbito dalla politica, dal come siamo e del come vorremmo essere. Il cuore dell’intera architettura sta infatti nella doppiezza di noi stessi, nel confronto fra l’Es e il Super-io, fra l’essere (l’autenticità) e l’apparire. La speranza restituita da Ernani agli elettori durante il comizio fa parte di un appiglio romanzesco che ognuno di noi porta con sé, ma che purtroppo è soffocato dalle vicissitudini quotidiane che giorno dopo giorno intaccano la riserva di fiducia. E allora, come diceva Camus, “quando la speranza non c’è bisogna inventarla”.

In questo senso Viva la libertà è un affresco attuale, profetico, reso tale dalla figura del politico che abdica (come il Papa di Nanni Moretti, come Benedetto XVI), che non teme di mettersi in discussione e va alla ricerca del suo vero io superando l’astrattezza del simulacro che gli è stato scolpito addosso. Proprio questo è il destino dei due fratelli, entrambi frustrati e finiti in depressione, soprattutto di Enrico Oliveri, alla ricerca della donna che gli ha preferito l’altro per poter trovare nel passato la soluzione ai suoi problemi. Tutti e due, alla fine, troveranno il modo di spogliarsi da ogni condizionamento del loro essere (il più pericoloso è quello della politica perché costringe a nascondersi dietro false identità e ad assumere atteggiamenti che contrastano con la propria personalità) ritrovando l’autenticità perduta.   

A parte una foto-ritratto di Enrico Berlinguer (“un talismano per quel pessimismo meridionale al quale faceva riferimento Sciascia”), nel film non ci sono riferimenti politici. Lo stesso comizio di Ernani (ispirato a una poesia di Brecht intitolata “A chi esita”, che Toni Servillo riversa in un discorso che riesce a smuovere e trascinare una folla inizialmente indolente) si sottrae alle più facili strumentalizzazioni trasferendo il tutto in un alone di commedia, di leggerezza e di passione. Alone che trova il suo referente nel personaggio di Mung (Eric Trung Nguyen), il marito di Valeria Bruni Tedeschi (la donna del passato che Oliveri va a cercare in Francia), il terzo uomo della storia, che con la sua discreta presenza, quasi impenetrabile, molto orientale e sicuramente improntata al nirvana buddhista, restituisce al dramma un quadro di semplicità, di serenità e di armonia. Attraverso la figura di Mung, che fa il regista e in quel periodo sta dirigendo un film, il cinema si inserisce di prepotenza nella storia: è la garanzia riequilibratrice che riporta con i piedi per terra, il volto-altro, lontano e saggio, che rimette al centro dell’attenzione qualcosa lasciata in sospeso e rimossa dai due gemelli. Lo stesso dicasi per la citazione-inserto di Fellini, ripreso ai tempi in cui si discuteva per le interruzioni pubblicitarie dei film trasmessi in televisione, insolitamente accalorato, passionale e polemico, lui, di solito assente, indifferente e distaccato. Quasi a sottolineare la vitalità, e la diversità, della società civile e della cultura, rispetto alla politica. Forse soltanto sfumature, puntualizzazioni, in verità voci polisemiche che contribuiscono a sottolineare come il trono della politica sia rimasto vuoto, privo di quell’entusiasmo e di quella passione che l’intera collettività meriterebbe di ritrovare e rivivere.

 




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