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CIVILTÀ DEL LIBRO E WEB
Tra autori stakanovisti
e lettori ‘a premio’


      
Nel mondo dell’editoria di mercato, gli scrittori tendono sempre più a trasformarsi in ‘operai della tastiera’ che devono mantenere alti livelli di produttività. Che oggi si espandono ulteriormente attraverso gli ebook cui sono destinate delle pubblicazioni quantitativamente meno impegnative. A questo sforzo di costante presenza commerciale corrisponde in rete la possibilità di monitorare e calcolare le prestazioni di lettura degli utenti, attraverso tecnologie ‘social’. Un modo per l’industria del best-seller di calibrare la produzione sui ritmi dei lettori forti, ricompensandoli con un cibersistema che li gratifichi e li faccia sentire protagonisti.
      



      


di Fabio Mercanti

 

 

Sarà capitato anche a voi di entrare in libreria e notare che molti dorsi di libri in ordine alfabetico portano tutti lo stesso nome. E vi avrà colpito che non si tratta di mostri sacri della letteratura, ormai morti e sepolti, che tanto hanno prodotto (alcuni) in long seller di oggi – e che valgono sempre una ristampa o una nuova traduzione o qualche ripescaggio di vecchi racconti in soffitta – ma di autori (e autrici chiaramente) di mezza età o giù di lì, i quali possono inoltre vantare monumentali pile in bella vista all’interno della libreria, quasi che il loro romanzo fosse lì incastonato e indelebile. Mentre viene sostituito più spesso di quanto si creda, visto che di romanzi, questi super-autori ne scrivono e ne publicano a bizzeffe.

La sovrapproduzione editoriale, alla quale siamo stati abituati negli ultimi decenni, esiste all’interno di un circolo vizioso, nel quale dannati sono anche i lettori. Perché la marea di titoli che escono ogni giorno costituiscono un’offerta senza pari che di certo fa piacere, ma nello stesso tempo distrae l’acquirente e lo trasforma in un lettore insoddisfatto e magari frustrato, perché non in grado di leggere tutto ciò che ha messo nella wishlist. E in un acquirente che guarda eternamente verso il futuro, verso quello che uscirà perché quello che è uscito è già dimenticato, visto che ora sta leggendo altro. Così succede che, magari, il prossimo romanzo di James Patterson me lo perdo perché ho scoperto adesso Lee Child e strada facendo li perdo entrambi perché mia zia mi ha regalo Glenn Cooper che mi piace un sacco e quindi leggo lui perché, sapete com’è, più di 1500 pagine l’anno non riesco a digerire.

 

L’editoria digitale, con le sfide e le opportunità che mette in gioco, offre soluzioni adattabili alle esigenze di questo “metabolismo editoriale”. Gli scrittori hanno l’esigenza di essere sempre più presenti per non essere dimenticati o essere scalzati da qualche collega. La possibilità di pubblicazioni minori – per dimensioni e non per qualità – facilita gli autori in questa impresa, e costruisce un ponte tra le pubblicazioni maggiori (quali possono essere i romanzi). Il lettore che conosce già l’autore può intramezzare le sue letture con dei racconti, i quali non lasciano dimenticare l’attività dell’autore e i personaggi da lui creati.

Nulla di particolarmente nuovo, si potrebbe obiettare, visto che pratica diffusa almeno dall’800, è sempre stata quella di ospitare sulla stampa periodica racconti di autori e intellettuali che tutt’oggi sono studiati, amati e magari ricordati per altro. Nell’era digitale – dell’ePub, dei tablet, degli smartphone e via dicendo – tutto ciò acquista un’altra forma, ovviamente più dinamica e flessibile.

Tra le varie e ovvie differenze vale la pena soffermarsi sul fatto che questi racconti (per semplificarne la categorizzazione) possono essere agevolmente acquistati – in rete – e fruiti – anche e forse soprattutto su dispositivi ‘mobile’ – in ogni momento della giornata. Riguardo alcune di queste soluzioni e modalità si era già parlato in un recente numero de Le Reti di Dedalus[1], pertanto vale la pena soffermarsi su altri aspetti.





E-reader per Il pozzo delle trame perdute di Jasper Fforde


Insieme agli scopi commerciali di questo meccanismo di pubblicazione, gli autori hanno a disposizione opportunità narrative per certi versi stimolanti. Un paio sono sicuramente evidenti.

Prima di tutto possono uscire dalla necessità di scrivere obbligatoriamente dei romanzi oppure una quantità di racconti che valga la pubblicazione di una raccolta. Con il pericolo che, per ragioni (ancora una volta) commerciali, si accostino polverosi racconti di gioventù a quelli della maturità senza una guida che aiuti a comprenderne le distanze. Oppure che i racconti scritti nell’ultima decina d’anni, e ai quali si è dedicato tempo cuore e fatica, non vedano la luce perché nel frattempo si è diventati dei pessimi romanzieri, o dei romanzieri senza successo.

Gli autori inoltre, possono usare queste pubblicazioni per costruire dei rimandi tra le loro opere con prequel e sequel, o per approfondire un personaggio che nel romanzo precedente non è stato rappresentato compiutamente per doveri di trama e ritmo.

 

Seppur ormai datata, la questione che si presenta riguarda la possibilità o meno di imporre la creatività. E se anche gli autori vogliono fare da sé, i ritmi restano comunque quelli stabiliti dal mercato.

Gli scrittori si trasformano più che mai in “operai della tastiera” che devono imporsi delle regole per poter scrivere sodo durante la giornata e far uscire fuori qualcosa che deluda il meno possibile: cercando di non essere dimenticati e non di essere ricordati per aver infranto le aspettative.

Tutto ciò comunque non basta. Perché nell’era digitale per essere presente è necessario essere anche disponibile e dimostrare di voler interagire (e anche di saperlo fare). Non si tratta di andare alle presentazioni, sorridere e scarabocchiare le prime pagine del libro, o di andare alle fiere, agli eventi culturali, ai reading dove si è protagonisti. È necessario scendere verso i lettori, essere un po’ social e un po’ 2.0, sporcarsi le mani ogni giorno in rete, monitorare e dialogare, sviluppare strategie comunicative e una immagine coerente con le proprie creazioni, un po’ mascherasi magari e comunque non nascondersi. Inseguire il lettore insomma, per essere con lui in rete, in metropolitana, nel suo smartphone, tenergli compagnia mentre è in fila a qualche sportello, nei tempi morti della giornata, la sera dopocena in quella mezz’ora di relax. Niente paura: non è “stalking letterario”!

Certo, questi ritmi e questa esposizione non riguarda qualsiasi autore, né ci si augura possa essere diversamente[2]. Resta il fatto che gli autori hanno tutto il loro interesse a restare nel mercato e non perdere i propri lettori, a costo che riescano a fornire un buon materiale per pubblicazioni sempre più commercialmente mirate. Possono farcela? È facile ironizzare su uno scenario dove abbiano i requisiti per affermarsi solo quegli autori in grado di sostenere ritmi di scrittura agonistici. Autori che vengono valutati in base alle prestazioni annuali o semestrali. Come fossero degli atleti, con il pericolo del controllo antidoping. E come la mettiamo con le tazze di caffè di Balzac e le bottiglie di gin di Hemingway?

 

Prestazioni si è detto, misurabili e quantificabili in base alla produzione e ai ricavi ottenuti[3]. Ma ciò riguarda solo gli autori? I lettori sono in grado di tenere il passo con la miriade di pubblicazioni dei loro autori preferiti, trovano il tempo di seguire i loro blog, di twittarci, di parlarne con altri fan da tutto il mondo sui vari social network? Le tecnologie ‘mobile’ possono aiutare a informarsi, seguire e farsi sentire, ma è importante che tutto ciò rientri in un ecosistema che comprenda la lettura e quindi l’acquisto di prodotti editoriali: attività che giustifichino l’organizzazione (e gli investimenti di tempo e denaro) di spazi comunicativi on-line.

In generale i dispositivi ‘mobile’ sono riusciti a diffondere una certa attenzione verso la misurazione delle proprie attività, e riguarda soprattutto i settori sport e health. Si parla allora di quantified self, ovvero dell’automisurazione delle proprie attività fisiche e motorie come i Km percorsi, le calorie assunte e bruciate, la qualità dell’aria circostante, e altre possibilità offerte da applicazioni sulla base del concetto di wearable computing (“concetto” perché potrebbe essere limitativo parlare solamente di dispositivi).





Arola Editors: Star Lux - Premio mejor novela 2012


Qualcosa di simile è possibile anche riguardo alle attività di lettura. Infatti il Kobo – app, tablet, reader ed e-book store – permette ad esempio di monitorare l’attività di lettura creando delle statistiche. Grazie all’applicazione Reading Life[4] è in grado di dirci quanto leggiamo (libri, pagine e tempo dedicato), in quali orari della giornata, o la percentuale di libri letti tra quelli presenti nella nostra libreria. Tutti questi dati possono essere condivisi su Facebook e Twitter e permettono i lettori di vincere dei premi raggiungendo dei traguardi.

Oltre alle possibilità di misurazione, queste applicazioni hanno una forte componente social e dinamiche di gamification. Infatti, le proprie prestazioni di lettura possono essere condivise e confrontate con quelle di altri e quindi innescare delle competizioni. In ogni caso sono in grado di coinvolgere maggiormente il lettore nell’ecosistema Kobo.

In tempi recenti la rete pullula di ambienti organizzati con funzionalità social e meccanismi di gamification  e reward,  dove i lettori si incontrano e dibattono. Il più famoso è aNobii[5], social network dedicato ai libri, alla lettura e soprattutto ai lettori. Realtà italiana è invece Zazie[6] (della famiglia di Digitpub srl, quelli di bookrepublic.it per intenderci) che permette di creare una libreria on-line  (e volendo anche di importarla da un’altra piattaforma alla quale si è iscritti e dove si hanno i propri titoli ben sistemati) e condividerla con quella di altri utenti, recensire libri, votarli, parlarne con gli altri lettori iscritti, proprio come un social network. I lettori vengono premiati (reward) con dei badge in base a particolari attitudini, scelte di lettura o attività su Zazie (si può ottenere un badge se si legge molti e-book, se si è molto social, se le proprie recensioni sono apprezzate, …). I lettori sono liberi di parlare di libri e autori, ma anche di modalità di lettura, tema molto importante (vista anche la diffusione di diversi dispositivi che permettono la lettura) e oggetto di studi interdisciplinari (dalla storia dell’editoria e del libro ai processi cognitivi e le innovazioni tecnologiche e il rapporto dei lettori con determinati strumenti)[7]. Infatti i lettori possono condividere la propria esperienza di lettura usando delle particolari icone, indicando ad esempio dove e quando si è letto il libro. Queste soluzioni sono un’ulteriore incentivo al dialogo e alla condivisione e nello stesso tempo offrono informazioni sul comportamento dei lettori e il loro rapporto con i libri (per quanto oggi sia limitativo parlare di libri).

 

Come sopra era stato facile ironizzare sulle prestazioni degli “autori stakanovisti”, lo stesso si potrebbe fare su quelle dei “lettori a premio”: invece di tirare fuori dalla borsa il nostro romanzo vissuto ostenteremo il nostro “grado”?

Che non sia questo un efficace incentivo alla lettura? Una soluzione ludica per rafforzare i ritmi di lettura o per amplificarne le modalità? Avremo allora lettori forti che si allenano per essere fortissimi e poter mantenere il loro status? Oppure – e questa è l’osservazione seria – quelli che alcuni considerano giochi, possono rivelarsi nel tempo strumenti di lavoro utili, volti a stimolare l’attività di lettura dei più pigri, di quelli da 2 best-seller l’anno? E, perché no, aprire i loro orizzonti di lettura.

 

Volenti o nolenti – leggendo e condividendo, conoscendo e giocando – produciamo informazioni importanti per capire che lettori siamo. Sempre più ricche, sempre più precise, sempre più analizzabili.

 

 

 

 

 

 



[2] Thomas Pynchon e Cormac McCarthy ad esempio (così come in passato J. D. Salinger) possono permettersi di non sfornare romanzi come maritozzi e non passare le giornate a twittare. Ma loro appartengono a un’altra storia.

[3] Leggermente più complesso è misurare quanto le pubblicazioni minori siano in grado di condurre all’acquisto della pubblicazione maggiore (tale per mole e per costo).

[7] Tra i molti si può far rifermento a Gino Roncaglia, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro, Bari-Roma, Laterza, 2010 (a stampa 19 €; ePub 4,99 €). Per il contributo di una bibliotecaria attenta al fenomeno si può far riferimento a Cinzia Mauri, Leggere in digitale, Roma, Aib, 2012 (20 €).




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