PRIMO PIANO
LÊDO IVO (1924-2012)
Un lucido requiem
per se stesso


      
Se ne è andato a ottantotto anni uno dei maggiori poeti brasiliani dello scorso secolo, attivo e dinamico fino ai suoi ultimi anni. Figura vivace e poliedrica, di professione giornalista, ha ricevuto in vita numerosi e importanti premi, in Brasile e all’estero, ed è stato anche candidato al Nobel. Nel 1990 è stato eletto Intellettuale dell’anno nel suo paese. Le sue opere di poesia e prosa sono state tradotte e pubblicate in vari paesi, fra i quali Spagna, Inghilterra, Danimarca, Olanda, Italia, Stati Uniti, Messico, Perù, Cile, Venezuela. Era incline ad amare tutte le creature del mondo, anche le più umili e apparentemente bizzarre e grottesche, essendo ognuna di esse utile all'economia dell'universo.
      



      


di Vera Lúcia de Oliveira





Lêdo Ivo


Nel 2008, a 84 anni, uno dei più grandi poeti brasiliani del Novecento, ha scritto Réquiem, un libro di rara intensità, in cui affronta a viso aperto la morte, come risulta già nell’incipit dell’opera: “Aqui estou, à espera do silêncio” [Sto qui, in attesa del silenzio]. Chi conosceva Lêdo Ivo, ha subito letto nel testo lo struggente addio alla moglie Lêda, compagna di tutta una vita (cinquantotto anni vissuti insieme), scomparsa nel 2004. E, in effetti, trattasi di poesia elegiaca, che si plasma nella forma di un lirismo magmatico e torrenziale, in versi liberi e talvolta molto lunghi e un linguaggio ricco di pathos drammatico. Ma se Réquiem è saluto al tempo dell’amore condiviso e bilancio di un’esistenza, esso è anche un appassionato inno alla vita e alla bellezza fragile delle cose del mondo, alla luce che ci avvolge come una coperta luminosa finché la possiamo percepire con tutti i nostri sensi.

Rileggendo ora questo libro, a distanza di quattro anni e soprattutto dopo la notizia della morte improvvisa del poeta a Siviglia, dove si era recato per un incontro di poesia fra i tanti che lo tenevano impegnato in vari paesi, questi versi paiono, e sono, un lucidissimo requiem per se stesso, un saluto anticipato dell’uomo lucido, dell’intellettuale consapevole, del poeta che ha percorso in lungo e in largo il mondo, curioso di conoscere i tanti modi di vivere degli uomini, all’esistenza che scorreva, in lui, sempre più velocemente verso la sua conclusione.

Eppure la morte lo ha trovato vivo, perché anche la morte ha, per lui, come la vita, la stessa energia e intensità del fuoco: “a morte é uma fogueira.” [la morte è un falò][1]. Lêdo Ivo non si è arreso, non ha cercato attenuanti o paradisi consolanti che rendessero meno doloroso l’incontro finale con la “indesejada das gentes” [indesiderata da tutti], per citare l’espressione di un altro grande poeta brasiliano e un suo compagno generazionale e amico, Manuel Bandeira.

Vedendolo attivo e dinamico, nel pieno della sua forza creativa, appena ho saputo della sua scomparsa, ho pensato che solo così egli se ne sarebbe potuto andare, all’improvviso e in viaggio,  passando da un viaggio all’altro quasi senza accorgersene. Non potremo più attendere, ora, che torni con il carico di versi limpidi con i quali illuminava i territori bui dell’anima umana.

Il suo è un canto di lode al creato, con tutta la sua bellezza e il suo dolore, una sorta di preghiera laica di un non credente che non ha mai smesso di cercare Dio. Il Réquiem di Lêdo Ivo somiglia stranamente alle beatitudini del Sermone della Montagna (Matteo, 5, 3-11; Luca, 6, 20-22), tanto nella struttura quanto nel senso più radicale di discorso che rovescia norme e massime consolidate:

 

Felizes os que partem.

Não os que chegam aos portos apodrecidos.

Felizes os que partem e não regressam jamais.

(...)

Felizes os que viveram mais de uma vida.

Felizes os que viveram vidas inumeráveis.

Felizes os que desaparecem quando os circos vão embora.

(...)

Felizes os que moram nas ilhas periféricas

e são rodeados ao cair da noite por uma nuvem de tanajuras.

Felizes os sedentários que um dia foram embora.

 

[Felici quelli che partono.

Non quelli che arrivano ai porti marciti. 

Felici quelli che partono e non ritornano più.

(…)

Felici quelli che hanno vissuto più di una vita.

Felici quelli che hanno vissuto innumerevoli vite.  

Felici quelli che scompaiono quando i circhi se ne vanno.

(…)

Felici quelli che abitano nelle isole periferiche

e sono circondati al calar della notte da una nuvola di formiche alate.

Felici i sedentari che un giorno se ne andarono.][2]

 

 

Possiamo scorgervi anche, sullo sfondo, la figura di un altro grande mistico, Francesco d’Assisi che, nel suo “Cantico delle Creature”, saluta ogni elemento dell’universo, compresa sorella morte. D’altronde, per quanto fossero diversi, Lêdo Ivo mi ha sempre fatto pensare alla figura, per me tanto cara, di Francesco d’Assisi. Forse per la semplicità dell’uomo e l’essenzialità e la visceralità del poeta, per quel suo andare diretto alla radice di ogni cosa.

Come Il Poverello d’Assisi, Lêdo ha amato le creature del mondo, anche le più umili e apparentemente bizzarre e grottesche, come le formiche, i molluschi, i ragni, i granchi, i pipistrelli, gli avvoltoi, ognuna di esse utile all’economia dell’universo. Accoglieva nella sua casa di Teresópolis, sulle montagne a nord di Rio de Janeiro, molti cani abbandonati (ne aveva ventidue). A una cagnetta, a cui era molto affezionato, aveva dato il nome di Tadinha, ossia Poverina (o forse sarebbe meglio, per conservare il tono affettivo e intimo del nome in portoghese, il termine dialettale umbro “Porellina”). Quando ho chiesto l’origine del quel buffo nome, mi ha risposto che gli era venuto di istinto, avendola trovata un giorno semimorta per i maltrattamenti.

Di intelligenza vivace e poliedrica, Lêdo Ivo è nato nel 1924 a Maceiò, nel Nordest brasiliano. Ha avuto la prima formazione letteraria a Recife ed è approdato a Rio de Janeiro nel 1943, con il sogno di diventare un grande scrittore. Formatosi in diritto, ha lavorato a lungo come giornalista. Il suo esordio letterario è del 1944, con As imaginações (Le immaginazioni), libro di poesie al quale seguirono molte altre raccolte, quattro romanzi, libri di racconti, testi per bambini, volumi saggistici e di memorie. Lêdo Ivo ha ricevuto numerosi e importanti premi, in Brasile e all’estero. Nel 1990 è stato eletto Intellettuale dell’anno nel suo paese. Le sue opere di poesia e prosa sono state tradotte e pubblicate in vari paesi, fra i quali Spagna, Inghilterra, Danimarca, Olanda, Italia, Stati Uniti, Messico, Perù, Cile, Venezuela. È stato membro dell’Accademia Brasiliana di Lettere dal 1986 e indicato per il Nobel.





Si è parlato del suo spirito inquieto e della passione dello scrittore per i viaggi. Le sue radici erano però ben salde nella terra natale, Maceió, città portuale che lo aveva abituato, sin da piccolo, a misurarsi con l’immensità dell’oceano. Le immagini più nitide e forti della sua poesia riportano sempre a quel nucleo di senso che ha segnato il bambino sensibile e curioso. Popolano i suoi versi le figure umili e dimesse di un Nordest a lungo tagliato fuori dall’economia di mercato, con i suoi anziani soli sulle panchine, l’andirivieni dei retirantes[3] carichi di borse e valigie nelle piccole stazioni, i mendicanti, i matti negli ospizi, i  vivi e i morti che si rinfacciano colpe e offese che non si cancellano, i cani randagi che si aggirano per il porto, gli uccelli e i pesci marini che popolano le mangrovie in cui mare e terra si dissolvono. Riferendosi a Maceió e allo stato di Alagoas, afferma: in Confissões de um poeta, libro di memorie pubblicato nel 1976:

 

Quem nasce aqui, respira desde a infância um aroma de açúcar, vento, peixe e maresia, sente que o oceano próximo cola em todas as coisas e seres um transparente selo azul. (...) No alto da colina, o branco farol da minha terra vai iluminar a noite, quando esta vier esconder as aranhas e lacrais, e os sonhos e os segredos dos homens. Luz branca. Eclipse. Luz encarnada. Os feixes do farol clareiam os telhados enegrecidos pelas chuvas, as ladeiras, os coqueirais que cantam e dançam na noite longa, os mangues onde água e terra se dissolvem, os cajueiros floridos. No universo redondo, entre os goiamuns ocultos na lama negra das alagoas e as constelações, entre os fogos de santelmo e os cantos dos galos, o farol de Maceió guia os navios e os homens.[4]

 

[Chi nasce qui respira sin dall’infanzia un aroma di zucchero, vento, pesce e mare, sente che l’oceano vicino incolla in tutti gli esseri e le cose un trasparente francobollo azzurro. (…) Sull’alto della collina, il bianco faro della mia terra illuminerà la notte, quando questa verrà a nascondere i ragni e i millepiedi, e i sogni e i segreti degli uomini. Luce bianca. Eclisse. Luce incarnata. I fasci del faro rischiarano i tetti anneriti dalle piogge, le strade in salita, i palmizi che cantano e danzano nella notte lunga, i mangues[5] dove acqua e terra si dissolvono, gli acagiù in fiore. Nell’universo rotondo, fra i goiamuns[6]  nascosti nel fango nero delle lagune e le costellazioni, fra i fuochi di Santelmo e i canti dei galli, il faro di Maceió guida le navi e gli uomini.]

 

 

Questo universo legato alle sue origini, alla storia della propria famiglia, ritorna in Réquiem, in un momento in cui l’uomo si confronta con il fine ultimo. Freud afferma che la morte è, da noi, sempre vista come la morte degli altri, che siamo psicologicamente incapaci di concepire la nostra propria morte. Eppure i poeti lo fanno, i poeti hanno la capacità di attraversare la soglia e di indagare anche sulle esperienze più dolorose, di inoltrarsi in territori bui portandosi dietro le parole, come fa Lêdo Ivo: “Além do frio e do calor (...) / há um não-lugar que dispensa a súplica e a esperança / e enxota a solenidade e a reverência.” [Oltre il freddo e il calore (…) / c’è un non-luogo che dispensa la supplica e la speranza / e scaccia la solennità e la riverenza.].[7] Su questa soglia, in Réquiem, il poeta si affaccia e da lì ci parla, spingendosi fin dove un uomo può arrivare nel pieno della sua vita. Mentre la luce del tramonto lo sfiora, e i colori esplodono sulle case e sul “mare lacerato dalle onde”[8], Lêdo Ivo ritorna ai luoghi dell’infanzia e dinnanzi all’arsenale marcito e alle navi lasciate a languire nel porto, si ritrova a fissare l’orizzonte sconfinato, a dialogare con la notte e con il giorno, a piangere il dolore di essere creatura mortale con il desiderio struggente di eternità, con il bisogno di strappare alla morte gli esseri e i luoghi cari, con l’impotenza e la fragilità che inesorabilmente ci segnano e, soprattutto, che sente sulle sue spalle di uomo anziano:

 

Agora a noite desce para sempre.

Meu olhar fatigado segue a canoa

que se afasta dos manguezais.

Uma luz na restinga. Um caranguejo na lama.

E a vida se evapora como as almas

no céu que não abriga nenhum deus.

(...)

Chegou a hora de dizer adeus à água negra

que marulha na treva da laguna

e ao vento planetário que seca os peixes

pendurados nos varais das palhoças

e ao mar caeté que se abriu

diante das falésias de minha pátria perdida.

 

[Ora la notte scende per sempre.

Il mio sguardo affaticato segue la canoa

che si allontana dalle mangrovie.

Una luce nei banchi di sabbia. Un granchio nel fango.

E la vita evapora come le anime

nel cielo che non ospita alcun dio.

(…)

È arrivata l’ora di dire addio all’acqua nera

che mareggia nella tenebra della laguna

e al vento planetario che secca i pesci

appesi sui fili nelle capanne

e al mare caeté che si è aperto

dinnanzi alle falesie della mia patria perduta.][9]





Eppure, dinnanzi al “não-lugar”, al “não-espaço”[10], come egli definisce la geografia del nulla, si erge la parola poetica in uno dei più intensi libri dell’autore, rivendicando l’amore per il mondo e per le sue creature fragili e belle. Le strofe anaforiche di questo poemetto si configurano come una professione di fede nella forza della poesia:

 

Sempre amei o dia que nasce. A proa do navio,

a claridade que avança entre as sombras esparsas,

o longo murmúrio da vida nas estações ferroviárias.

(...)

Sempre amei o trovão que dilacera a tarde,

a ferrugem e a chuva, os amores que acabam

e a fumaça que sobre dos pneus esfolados.

(...)

E sempre amei o amor, que é como as alcachofras,

algo que se desfolha, algo que esconde

um verde coração indesfolhável.

(...)

Sempre amei o que vive na água negra dos mangues.

Sempre amei o que nasce. Sempre amei o que morre

quando a noite desaba sobre as casas dos homens.

 

[Ho sempre amato il giorno che nasce. La prua della nave,

il chiarore che avanza fra le ombre sparse,

il lungo mormorio della vita nelle stazioni ferroviarie.

(…)

Ho sempre amato il tuono che squarcia il pomeriggio,

la ruggine e la pioggia, gli amori che finiscono

e il fumo che sale dalle gomme consumate.

(…)

E ho sempre amato l’amore, che è come i carciofi,

qualcosa che si sfoglia, qualcosa che nasconde

un verde cuore impenetrabile.

(…)

Ho sempre amato ciò che vive nell’acqua nera delle mangrovie.

Ho sempre amato ciò che nasce. Ho sempre amato ciò che muore

quando la notte crolla sopra le case degli uomini.][11]

 

 

Réquiem è un addio luminoso, una scia di parole dense che il poeta lascia come una cometa dalla lunga coda di stelle, come una grazia e un’offerta, come un dono e una consolazione a noi lettori rimasti orfani della sua persona.


 

 

 

BREVE ANTOLOGIA POÉTICA DI LÊDO IVO

Cura e traduzione di Vera Lúcia de Oliveira

(dal libro Illuminazioni, Multimedia Edizioni, Salerno, 2001)

 

 

 

A INFÂNCIA REDIMIDA

 

A alegria, crio-a agora neste poema.

 

Embora seja trágica e íntima da morte

a vida é um reino – a vida é o nosso reino

não obstante o terror, o êxtase e o milagre.

 

Como te sonhei, Poesia! não como te sonharam...

 

Escondo-me no bosque da linguagem, corro em salas

                                                                     [de espelhos.

Estou sempre ao alcance de tudo, cheio de orgulho

porque o Anjo me segue a qualquer parte.

 

Tenho um ritmo longo demais para louvar-te, Poesia.

Maior, porém, era a beira da praia de minha cidade

onde, menino, inventei navios antes de tê-los visto.

Maior ainda era o mar

 

diante do qual todas as tardes eu recitava poemas,

festejando-o com os olhos rasos d’água e às vezes sorrindo

                                                                                  [de paixão,

porque grande coisa é descobrir-se o mar, vê-lo existir

[no mundo.

Ó mar de minha infância, maior que o mar de Homero.

 

Brinco de esconder-me de Deus, compactuo com as fadas

e com este ar de jogral mantenho querelas com a morte.

Depois do outro lado, há sempre um novo outro lado

                                                             [a conquistar-se...

Por isso te amo, Poesia, a ti que vens chamar-me para

                                                       [as califórnias da vida.

Não és senão um sonho de infância, um mar visto em palavras.


 

L’INFANZIA RISCATTATA

 

La gioia la creo ora in questa poesia.

 

Sebbene sia tragica e intima della morte

la vita è un regno – la vita è il nostro regno

nonostante il terrore, l’estasi e il miracolo.

 

Come ti ho sognata, Poesia! non come ti sognarono...

 

Mi nascondo nel bosco del linguaggio, corro dentro stanze

                                                                                 [di specchi.

Sono sempre a portata di tutto, pieno di orgoglio

perché l’Angelo mi segue ovunque.

 

Ho un ritmo troppo lungo per lodarti, Poesia.

Più lungo, però, era il lungomare della mia città

dove, bambino, ho inventato le navi prima di averle viste.

Più grande ancora era il mare

 

dinnanzi al quale tutti i pomeriggi io recitavo poesie,

festeggiandolo con gli occhi pieni di lacrime e sorridendo

                                                                  [a volte di passione,

perché grande cosa è scoprire il mare, vederlo esistere

                                                                         [nel mondo.

O mare della mia infanzia, più grande del mare di Omero.

 

Gioco a nascondino con Dio, mi alleo con le fate

e con quest’aria da giullare duello con la morte.

Dopo l’altro lato, c’è sempre un nuovo lato da conquistare...

Per questo ti amo, Poesia, tu che mi vieni a chiamare per

                                                            [le californie della vita.

Non sei altro che un sogno d’infanzia, un mare visto in parole.


 

PLANTA DE MACEIÓ

 

O vento do mar rói as casas e os homens.

Do nascimento à morte, os que moram aqui

andam sempre cobertos por leve mortalha

de mormaço e salsugem. Os dentes do mar

mordem, dia e noite, os que não procuraram

esconder-se no ventre dos navios

e se deixam sugar por um sol de areia.

Penetrada nas pedras, a maresia

cresta o pêlo dos ratos perdulários

que, nos esgotos, ouvem o vômito escuro

do oceano esvaído em bolsões de mangue

e sonham os celeiros dos porões dos cargueiros.

Foi aqui que nasci, onde a luz do farol

cega a noite dos homens e desbota as corujas.

A ventania lambe as dragas podres,

entra pelas persianas das casas sufocadas

e escalavra as dunas mortuárias

onde os beiços dos mortos bebem o mar.

Mesmo os que se amam nesta terra de ódios

são sempre separados pela brisa

que semeia a insônia nas lacraias

e adultera a fretagem dos navios.

Este é o meu lugar, entranhado em meu sangue

como a lama no fundo da noite lacustre.

E por mais que me afaste, estarei sempre aqui

e serei este vento e a luz do farol,

e minha morte vive na cioba encurralada.

 


PIANTA DI MACEIÓ

 

Il vento del mare rode le case e gli uomini.

Dalla nascita alla morte, coloro che abitano qui

vanno sempre coperti da un leggero lenzuolo funebre

di afa e salsedine. I denti del mare

mordono, giorno e notte, quelli che non si sono

nascosti nel ventre delle navi

e si lasciano prosciugare da un sole di sabbia.

Penetrato nelle pietre, l’odore di mare

brucia il pelo dei topi avidi

che, nelle fogne, odono il vomito scuro

dell’oceano disperso negli anfratti di palude

e sognano i granai delle stive dei mercantili.

è qui che sono nato, dove la luce del faro

acceca la notte degli uomini e offusca le civette.

Il vento forte lambisce le draghe imputridite,

entra fra le persiane delle case soffocate

e sgretola le dune mortuarie

da cui le labbra dei morti bevono il mare.

Persino coloro che si amano in questa terra di odi

sono sempre separati dalla brezza

che semina l’insonnia nei millepiedi

e adultera il noleggio delle navi.

È questo il mio posto, penetrato nel mio sangue

come il fango in fondo alla notte lacustre.

E per quanto mi allontani, sarò sempre qui

e sarò questo vento e la luce del faro,

e la mia morte vive nella cioba[12] braccata.

 


O CEMITÉRIO DOS NAVIOS

 

Aqui os navios se escondem para morrer.

 

Nos porões vazios, só ficaram os ratos

à espera da impossível ressurreição.

 

E do esplendor do mundo sequer restou

o zarcão dos beiços do tempo.

 

O vento raspa as letras

dos nomes que os meninos soletravam.

 

A noite canina lambe

as cordoalhas esfarinhadas

 

sob o vôo das gaivotas estridentes

que, no cio, se ajuntam no fundo da baía.

 

Clareando madeiras podres e águas estagnadas,

o dia, com o seu olho cego, devora o gancho

 

que marca no casco as cicatrizes

do portaló que era um degrau do universo.

 

E a tarde prenhe de estrelas

inclina-se sobre a cabine onde, antigamente,

 

um casal aturdido pelo amor mais carnal

erguia no silêncio negras paliçadas.

 

Ó navios perdidos, velhos surdos

que, dormitando, escutam os seus próprios apitos

 

varando a neblina, no porto onde os barcos

eram como um rebanho atravessando a treva!

 


IL CIMITERO DELLE NAVI

 

Qui le navi si nascondono per morire.

 

Nelle stive vuote sono restati solo i topi

in attesa dell’impossibile resurrezione.

 

E dello splendore del mondo nemmeno il minio

è rimasto delle labbra del tempo.

 

Il vento raschia le lettere

dei nomi che i bambini sillabavano.

 

La notte canina lambisce

i cordami sbriciolati

 

sotto il volo dei gabbiani stridenti

che, in calore, si uniscono in fondo alla baia.

 

Illuminando legni marci e acque stagnanti,

il giorno, con il suo occhio cieco, divora il gancio

 

che segna nello scafo le cicatrici

del portellone che era un gradino dell’universo.

 

E la sera densa di stelle

s’inchina sulla cabina dove, un tempo,

 

una coppia stordita dal più carnale amore

erigeva nel silenzio nere palizzate.

 

O navi perdute, vecchie sorde

che, sonnecchiando, ascoltano i propri fischi

 

che fendono la nebbia, nel porto dove le barche

erano come un gregge che attraversava la tenebra!

 


A VISITA DO LENHADOR

 

Abres a porta e entras.

Trazes o frio do mundo

das folhas caídas no chão

da lama e do estrume unidos

no fundo da tarde escurecida.

Trazes o cheiro das madeiras

molhadas pelas chuvas repetidas

e o silêncio das colmeias abandonadas

pelas abelhas migradouras.

E o frio que trazes aquece a cozinha

como se fosse uma fogueira.

 


LA VISITA DEL TAGLIALEGNA

 

Apri la porta ed entri.

Porti il freddo del mondo

delle foglie cadute a terra

del fango e del letame mischiati

nel fondo del pomeriggio buio.

Porti l’odore dei legni

bagnati dalle piogge ripetute

e il silenzio degli alveari abbandonati

dalle api migratrici.

E il freddo che porti riscalda la cucina

come se fosse un falò.

 


O JUMENTO

 

No alto da crestada ribanceira

pasta o jumento. Seus grandes dentes amarelos

trituram o capim seco que restou

de tanta primavera.

A terra é escura. No céu inteiramente azul

o sol lança os fulgores que aquecem

tomates, alcachofras e berinjelas.

O jumento contempla o dia trêmulo

de tanta claridade

e emite um relincho, seu tributo

à beleza do universo.

 


L’ASINO

 

Sopra l’arso pendio

pascola l’asino. I suoi grandi denti gialli

triturano l’erba secca rimasta

da tanta primavera.

La terra è scura. Nel cielo interamente azzurro

il sole lancia fulgori che riscaldano

pomodori, carciofi e melanzane.

L’asino contempla il giorno tremulo

dal tanto chiarore

ed emette un raglio, il suo tributo

alla bellezza dell’universo.

 


ASILO SANTA LEOPOLDINA

 

Todos os dias volto a Maceió.

Chego nos navios desaparecidos, nos trens sedentos,

                                                  [nos aviões cegos que só

                                                  [aterrizam ao anoitecer.

Nos coretos das praças brancas passeiam caranguejos.

Entre as pedras das ruas escorrem rios de açúcar

fluindo docemente dos sacos armazenados nos trapiches

e clareiam o sangue velho dos assassinados.

Assim que desembarco tomo o caminho do hospício.

Na cidade em que meus ancestrais repousam em cemitérios

                                                                                    [marinhos

só os loucos de minha infância continuam vivos e à minha

                                                                                      [espera.

Todos me reconhecem e me saúdam com grunhidos

e gestos obscenos ou espalhafatosos.

Perto, no quartel, a corneta que chia

separa o pôr-do-sol da noite estrelada.

Os loucos langorosos dançam e cantam entre as grades.

Aleluia! Aleluia! Além da piedade

a ordem do mundo fulge como uma espada.

E o vento do mar oceano enche os meus olhos de lágrimas.

 


OSPIZIO SANTA LEOPOLDINA

 

Tutti i giorni ritorno a Maceió.

Arrivo sulle navi scomparse, sui treni assetati,

                               [sugli aerei ciechi che atterrano

                               [solo all’imbrunire.

Nei chiostri delle piazze bianche passeggiano granchi.

Fra le pietre delle strade scorrono fiumi di zucchero

che fluiscono dolcemente dai sacchi immagazzinati nel porto

e schiariscono il sangue vecchio degli assassinati.

Appena sbarco prendo la strada del manicomio.

Nella città in cui i miei antenati riposano in cimiteri marini

solo i matti della mia infanzia sono vivi e mi aspettano.

Tutti mi riconoscono e mi salutano con grugniti

e gesti osceni o chiassosi.

Vicino, nella caserma, la tromba che stride

separa il tramonto dalla notte stellata.

Languidi i matti danzano e cantano fra le inferriate.

Alleluia! Alleluia! Oltre la pietà

l’ordine del mondo risplende come una spada.

E il vento del mare oceano riempie i miei occhi di lacrime.

 


PROMONTÓRIO

 

Sempre busquei a profusão das chuvas

e celebrei o excesso.

 

A porta que se abre à claridade do relâmpago

divide o dia em partes desiguais.

Mas entre a luz e a sombra há um espaço

onde o sonho e a vida acordada se juntam como dois corpos

separados das almas desunidas.

É a este lugar que retorno

quando a chuva cai em Maceió e derruba as folhas

dos cajueiros floridos.

Os goiamuns inquietos percebem nas locas a alteração do

                                                                                     [mundo

que oscila entre a lama e as raízes dos mangues

como duas cores do arco-íris.

 

Berço de tanajuras, pátria ameaçada pelo trovão,

dunas sonâmbulas que só caminham à noite,

mar que umedece os lábios rachados da areia,

vento que dilacera o promontório,

longe de vós serei um exilado.

 


PROMONTORIO

 

Ho sempre cercato la profusione delle piogge

e celebrato l’eccesso.

 

La porta che si apre al chiarore del lampo

divide il giorno in parti disuguali.

Ma fra la luce e l’ombra c’è uno spazio

dove il sogno e la vita risvegliata si congiungono come due corpi

separati dalle anime divise.

è in questo luogo che ritorno

quando la pioggia cade a Maceió e abbatte le foglie

degli acagiù in fiore.

I goiamuns[13] irrequieti percepiscono nelle tane l’alterazione

                                                                             [del mondo

che oscilla fra il fango e le radici delle mangrovie

come due colori dell’arcobaleno.

 

Culla di tanajuras, patria minacciata dal tuono,

dune sonnambule che solo di notte camminano,

mare che inumidisce le labbra spaccate della sabbia,

vento che lacera il promontorio,

lontano da voi sarò un esiliato.

 

 

 

 

 

 

 



[1] IVO, Lêdo, Requiem, introduzione, traduzione e cura di V. L. de Oliveira, Besa Editrice e Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere, Università del Salento, Lecce, 2008, pp. 26-237. Tutte le traduzioni presenti nel testo sono mie.

[2] Ibidem, pp. 44-47.

[3] I retirantes sono i migranti interni che per decenni dal Nordest si sono diretti verso le grandi città del cento sud in cerca di lavoro e di una vita migliore. Lo stesso ex presidente del Brasile, Lula, fu un retirante.

[4] IVO, Lêdo, Confissões de um poeta, Sergasa, Maceió, 1995, 3ª ed., p. 25.

[5] Litorali bassi e fangosi in cui crescono grandi alberi, chiamati anch’essi mangues. 

[6] Varietà di granchio brasiliano di colore azzurro.

[7] IVO, Lêdo, Requiem, introduzione, traduzione e cura di V. L. de Oliveira, Besa Editrice e Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere, Università del Salento, Lecce, 2008, pp. 28-29.

[8] Ibidem, p. 24.

[9] Ibidem, pp. 22-25.

[10] Ibidem, pp. 28-29.

[11] Ibidem, p. 32-39.

[12] Pesce dei mari brasiliani, si trova in luoghi pietrosi e può pesare fino a diciotto chili.

[13] Varietà di granchio brasiliano di colorazione azzurra.




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