LUOGO COMUNE
(CINE)AUTORE
“La sesta vocale” tra Klimt e Picasso, Strindberg
e Achmatova


      
Il ‘corto’ diretto da Iolanda La Carrubba attraverso la ‘presa’ mobile-digitale trafigge e occupa lo specchio di Parnassus mercè sei mitopoietici tableaux-vivants. Che sono anche sei riletture culturalizzate e postume dell’essere donna. Sei quadri e sei sirene, mogli, amanti, figlie, muse, tutte con la scultorea eppur evanescente, disturbante performativa immanenza dell’unica interprete, Nina Maroccolo. Una cangiante ricatalogazione e (corto)circuito sinestetico del femminile-plurale enumerato in sfumature-campiture-macchie-brezze di grigio, oro, azzurro, rosso.
      



      

di Sarah Panatta





Gustav Klimt, Ritratto di Adele Bloch-Bauer (1907)


“Io come me stessa non esisto”, miserabile valchiria, amazzone disarcionata, rotta. Ma ho rubato il potere del “sogno” e nel “circo blu” dei commensali distrattamente umani arrischio i gesti della mia volontà. Donne nell’inquadratura, montaggio d’Amore, apparizione inattesa di lontano oblio. La sesta vocale (1), l’esperimento panico di Iolanda La Carrubba.

Camera a mano, frontiera non nuova ma ultima, del cinema in potenza che si reinventa “dentro” il mezzo tecnicamente e metaforicamente precario, dalla falsa instabilità investito, penna e spada dell’autore in continua, talvolta coatta metamorfosi (in Iolanda mai riciclo). Autore in piena auto inquisizione, identitaria appropriazione-depistaggio. Autore blade runner in attesa, replicante avido del vero.

Dal documentario alla finzione di finzioni. Da testimone ingombrante, deliberatamente invasivo, a occhio interno/interiore. La vendetta della camera (a mano) militante, saccheggio di menti critiche appollaiate o immerse nella Rete dei media. Pungolo di voci in (as)salti giustapposti, con il blob-documentario Zapping. Tra web e cultura (2) (Ita 2011), Iolanda giocosamente rohmeriana ma ariosa, gentile ma puntuale, tallonava le ombre in un panorama trapuntato da forme di interazione socialmente zombie, tra sopravvissuti e maestri caparbi. Manifesta e necessaria inter-locuzione, inchiodava al paesaggio romano i soggetti, attivo-passivi, della cultura minacciata dall’omologazione e implorante altri “sensi”. Nello zap, o meglio jump-cut, nell’interferenza dell’interruzione, raggrumata e mai distesa, acquattata e ferina, martellava l’inquietudine, la tensione dell’inchiesta sullo “stato dell’arte” oggi, figurativa, musicale, letteraria, dispersa, pur semovente, tra web, tv e carta(pesta). Con La sesta vocale la giovane filmmaker, abbarbicato corpounico con l’intemperante suo pennello, camèra stylo (come argutamente appellata da Plinio Perilli), penetra invece quale narratore presente e simbiotico, tuttavia occulto, l’inganno/richiamo/ostacolo della tela, il quadro che respira nel quotidiano. L’opera bidimensionale eppur bifronte che diventa neo videodrome. Ibrido, “cosa” virale, che migra di tela in tela, contagiando(si). Creatura plastica, di lacche, di carta, di celluloide, di passioni umane e di trame storico-oniriche. Che la lente digitale, barriera intangibile, parossismo della registrazione, aggira. Iolanda si posiziona nello scarto, ferisce, accarezza, spia, comprende, dal margine. Entra nel quadro, libera la ninfa dal cantuccio borghese liquido o dall’ebrezza ilare della fantasia “aperta”. E ne promette/permette mut-azioni non mute, in sinestetica danza di citazioni e (tentate) agnizioni.

Sei donne, essere donna, essere, donna. La ripetizione enumerata in sfumature-campiture-macchie-brezze di grigio, oro, azzurro, rosso. Cangiante ri-catalogazione del femminino e dell’occhio autoriale. Sei quadri e sei sirene, mogli, amanti, figlie, muse, tutte con la scultorea eppur evanescente, disturbante performativa immanenza dell’unica interprete, Nina Maroccolo.

Nel fremito di ciglia appesantite da un’euforia ora torbida e acuta, ora piana, ora cedevole, ora felina. Nel molleggio perplesso di dita ardenti, di desideri impercettibili. Transita in verbo-visione la “sesta”. Vocale di “luce”, vocale eccedente ma non superflua, insieme superficie espansa e corpo moltiplicabile, montaggio extra- anzi intra-linguaggio. Vocale ucronica, veemenza uterina, crocevia emotivo. Iolanda “appunta”, nel simbolico itinerante carrello del suo cortometraggio, che è anche mappatura psicologica di una Roma sceno-grafia angolare, deposito umorale, interstizio di storica fermentazione. Iolanda appunta e abbraccia, nel vortice dei primi piani o nelle grandangolari reminiscenze, i versi-colori-icone di avanguardie terminali/futuribili ambizioni di riconoscimento e successo individuale. E riordina frammenti di/in vita parallela, immagin-abile. L’uomo prototipo (pre)novecentesco, l’artista super-Ego precipitato delle/dalle agonie nazionalistiche e/o tardo rivoluzionarie dell’800 e compromesso-compresso da “manifesti” e totalitarismi, ghettizzazioni e partitocrazie del ’900. Fuso nell’esodo-arte nella sua indomita o succube, aliena e imperfetta, magnifica controparte, femmina, radiosa tragica nemesi. Traduzione, impasto, scambio. Nina e Iolanda. Iolanda e Nina.





Nina Maroccolo in La sesta vocale (2012)


Carme veicolato-guidato dai fili di poesie e “atti” celebri (da Strindberg alla Achmatova a Juana de Ibarbourou), doppiate nella contestualizzante voce-off tra canto e preghiera (La Nina). Carme in sei stanze o sei spazi scenici. Nell’angustia della stanza da letto intorpidita dal dopo sbronza o sui graticci di metalliche evasioni. Nel giardino delle delizie imputridite dall’opulenza frigida o sulla poltrona di indivisibile viaggio. Amore negato, tradito, innestato, supposto, scritto, alleggerito, eluso, spogliato. Dal patriarcato morente deprecato da Munch, all’idolo addormentato santificato dal Picasso “classico”. Il pre-grido della ragazza del “giorno dopo” (primo tableau-vivant, da Munch), in ginocchio a(l) bordo del lenzuolo trascinato a terra, fessa dall’ingordigia ideologica e conservativa dei padri, dall’inedia delle madri. Correlativo oggettivo, il bicchiere vuoto, strumento deperibile del disinganno, diventa tazzina colma e cesellata sul tavolino della affettata ricca Adele (secondo tableau-vivant, da Klimt). Maschera e sibilla, asserragliata dalle suppellettili, ingombra di un amore fin(i)to, tra le mani sfogliato, rappreso ricordo. Drappeggiata di fiori-occhi, fonti di domanda. Fonte d’acqua che nessuno beve “nella corsa” la fanciulla di Matisse (terzo tableau-vivant), avulsa dalla “gente” che tutto compra e non osa saziarsi con il miele dell’affetto puro (che è malanno e dilettevole deragliamento). La follia accovacciata accanto al sofà, o arrampicata tra le volte e i montanti di un ponte, presa dal vento (quarto tableau-vivant) di un’indipendenza che la contemporaneità “non sa”. Vola la donna-uccello, si libra sullo schermo senza schermo della (sua) mdp. Iolanda sopra Nina, scopre Nina. Senza compatirla quando sbigottita e ansimante, “pallida” petula soffoca, fantasma, dietro il suo imprendibile cinico maudit-Modì (quinto tableau-vivant, da Modigliani). Dal sorriso calmo crudele al “girasole” divino che incarna la donna-mito nella stanza conclusiva (sesto tableau-vivant, da Picasso).

Iolanda sintetizza il ruolo del fabbro d’immagine. Si specchia nel suo simile al contrario, e vibrante sveste e possiede anime, di Tempo e di Sé.

 

 

 

 

 


1) Regia Iolanda La Carrubba. Con, per la prima volta sullo schermo, Nina Maroccolo, e con la partecipazione straordinaria di Fabio Morìci, direzione artistica e progetto letterario Plinio Perilli, musiche originali Gianni “MarokMaroccolo, foto di scena Amedeo Morrone, sottotitoli in lingua inglese Abele Longo. Ita 2012. Durata 16’43’’. In finale al Berlin Director’s Lounge 2013.

 

2) Regia di Iolanda La Carrubba, Ita 2012. Durata 90’.

 




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Luogo Comune

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006