LUOGO COMUNE
POLEMICHE
Sono poeta
in dialetto
e ‘nonpoeta’
in lingua?


      
Una lettera dell’autore di “La corona dei mesi” e “Rasulanne”, che contesta la doppia recensione firmata lo scorso numero da Domenico Donatone che esprimeva una opinione negativa sul libro in italiano, mentre dava un giudizio alquanto elogiativo sul volume di versi in vernacolo frentano. Una scissione critica che, secondo lo scrittore lancianese, non sta in piedi e non si giustifica anche nel merito degli argomenti addotti.
      



      

di Marcello Marciani



Gentile Direttore Marco Palladini,

ho letto su “Reti di Dedalus” di febbraio la doppia recensione di Domenico Donatone ( http://www.retididedalus.it/Archivi/2013/febbraio/LUOGO_COMUNE/2_marciani.htm ) ai miei ultimi due libri “La corona dei mesi” e “Rasulanne”, e mi è parso esilarante il temperamento tellurico dell'autore, che ammette candidamente di aver “subìto un sussulto” quando, alla lettura del mio curriculum, ha appreso che io sono farmacista. Professione incompatibile a suo dire con la pratica della poesia, perché un farmacista può aver studiato solo “farmacia e non linguistica e letteratura” e deve “studiare studiare studiare!” se vuole cimentarsi nella scrittura, non permettersi di verseggiare nel tempo libero “come uno studente liceale”. Giusto, non bisogna più “dare spazio ai mediocri” come me, che si fingono poeti “al punto da sfiorare il ridicolo con la complicità di improvvisati editori” che, pur faticando da oltre un venticinquennio (come LietoColle e Cofine, che mi hanno pubblicato), sempre improvvisati restano per il severo recensore. Il quale poverello ha una formazione adolescenziale talmente “irritata” dall’opera del versaiolo-farmacista Orazio Mastrosanti (che osava paragonarsi allo speziale Dante), che ha deciso di liquidare una volta per sempre la categoria degli infingardi farmapoeti e non solo: tutti i non addetti ai lavori delle scontrose lettere, che pretenderebbero di cincischiare con la scrittura per riempire “il vuoto di un lavoro asettico”. Sarebbe una vera indecenza accoglierli nell’accademia purista del Nostro, che per non traballare più avrà rimosso nel corso del tempo troppe scosse devastanti dopo aver saputo che pure il chimico Primo Levi, il commesso e mercante d’arte Sandro Penna, l’industriale Italo Svevo, lo psichiatra Mario Tobino, nonché i medici a vario titolo M. A. Bulgakov, Anton Čecov, L. F. Celine, A. J. Cronin e Arthur Schnitzler, i bancari T. S. Eliot e James Joyce, gli impiegati Henri Beyle (alias Stendhal), Franz Kafka, Guy de Maupassant, Herman Melville e Fernando Pessoa, l'ingegnere Robert Musil, il vagabondo Jack London, il legionario pluricarcerato Jean Genet, i saltuari W. S. Borroughs, Allen Ginsberg e Jack Kerouac e tant’altri innumerevoli profanatori della Sacra Pergamena, osavano scrivere in prosa o in versi. Che gente! Talmente pericolosa da provocare fibrillazioni da scisma imperituro!

Tornando alla famigerata “Corona dei mesi”, scritta in una “linguaccia” ignobile che usa espressioni “atipiche ed estranee al lessico della poesia”, ringrazio Donatone per avermi illuminato: non sapevo esistesse un “lessico della poesia”, pensavo che la poesia fosse libera di pescare in ogni fiumicello linguistico e che un “lessico” a lei riservato la rinsecchisse in un morbo affettato che chiamano poetichese, ma mi sbagliavo. Ci sa fare il critico, rimette le cose in ordine, dona il Donatone perle di saggezza prosodica anche quando sentenzia che il mio non è un verso ma un banale rigo che torna a capo, privo com’è di accenti regolari ed enjambements, di sintassi e musicalità. È talmente sicuro di sé il mio mentore, così palesemente edotto in metrica e decodificazione strutturale, che risulta irriguardoso, oltre che inutile, fargli notare che forse un po’ avrei studiacchiato, dal momento che: 1) Il mio “rigo” sembrerebbe un verso lungo, scandito spesso in esametri (anche extralarge) e in martelliani nei vari testi, ma in sostanza isosillabico all’interno del singolo componimento; 2) le legature fra i versi sono a volte assenti per esprimere lo stacco o la ripetitività di certe condizioni (le case-dormitorio dei terremotati dell’Aquila, l’esodo dei vacanzieri agostani, ecc); 4) gli accenti ritmici cadono di frequente in modo sbilanciato rispetto alla norma per creare uno sfasamento fonico, quasi una stonatura (come hanno insegnato, fra gli altri, Montale e Giudici); 5) il metro di diciotto versi, che ordina strutturalmente l’intero libro, si declina in diverse combinazioni strofiche, per cui possono crearsi nove distici, o sei terzine, o tre sestine, oppure un ipersonetto e via sventagliando in quanto che: 6) tale corona esterna cinge la volta cranica del testo, ne compatta e massaggia elasticamente il malessere, decanta e regola il caos che batte dall'interno...





Pietro Finelli, Noir XXIX, olio su tela, cm 56x76, 2012


Ma è inutile puntualizzare tutto ciò all’ex ragazzo Domenico, troppo scioccato ancora dalla lettura mefitica del misconosciuto demonizzato mio collega Orazio per accorgersi di simili deviate bizzarrie e concedermi competenze di poeta, mi associa al Mastrosanti e quindi il Marciani “non conosce” la poesia. E dire che per anni, nei risguardi dei miei libri, non dichiaravo il mio lavoro quotidiano, mi sembrava inutile. Stavolta l’ho fatto, un po’ per per vezzo (l’abbinamento farmacia-poesia fa strano) un po’ per ricucire pezzi d’anagrafe. Mi chiedo quale disastro avrebbe mai scatenato il mio esimio esegeta se io avessi truccato le carte, spacciandomi per idraulico o pompiere: un diluvio universale, uno tsunami? E se invece non avessi stilato le note biografiche del pre-testo? In tal caso il retto giudice non avrebbe emesso il suo vivace pre-giudizio, sottraendo ahimé a gran parte della delirante sentenza la sua sussultoria ilarità.

Ma poi, quando si passa all’analisi del libro in dialetto frentano “Rasulanne”, tutto cambia e, da mediocre nonpoeta, di colpo mi muto in “una natura poetica strana e arcaica”, in “un flusso continuo di sinergie”, tanto che “la scrittura è animata da un continuo fuoco che sprigiona senza paura, in senso diacronico, tutto l’universo semantico vernacolare” e mentre ero goffo, freddo e privo di musicalità in italiano, passando al dialetto riesco a dirigere “un’orchestra sinfonica il cui registro lirico-popolare è straordinario”. E che mai sarà accaduto? Un genio della lampada vernacolare mi avrà inalato il suo fiato salvifico “al centro di un vortice” megapoetico? Forse è il dialetto che fa la differenza? Et voilà, vivat la difference!

A questo punto che faccio? Ringrazio il recensore per l’analisi in buona parte elogiativa di questo secondo libro, o sarà bene obiettargli che cambiando la lingua non si fanno miracoli? Certamente ad ogni autore può capitare di scrivere testi più o meno riusciti, dalla sua penna possono nascere capolavori od opere mancate, ma la questione che qui si pone è un’altra: anche in stato di grazia creativa eccezionale, non riuscirei mai a passare impunemente da una “linguaccia” ad una “orchestra sinfonica”, pur essendo “anfibio” come mi si appella, se non mi marchiasse e lacerasse dentro da sempre la vis o l’execratio di Maga Poesia. Se invece i suoi incantamenti maliosi non mi avvolgono, e la mia pagina resta “goffa,(…) schematica,(…) fredda”, se non si “scorge nessuna causa meritoria” per definirmi poeta, come decreta l’arcicritico, allora rimango comunque un nonpoeta, in italiano e in lancianese, in inglese e in giargianese o in altra lengua idioma idioletto e gergo dell'universo-mondo. E allora? Non sarà forse sdoppiato attorcigliato e anfibio proprio il Donatone? Glieli doniamo un bel paio di anfibioni per proteggere i suoi fragili fondamenti, non avvezzi ad attraversare senza insulti e compiaciute puzze al naso (“non mi spiaccio!”) le melme le paludi i burroni gli anfratti gli slarghi e le vette della lingua tout-court? Gli saranno senz’altro utili per sostenere con più eleganza e coerenza, e meno supponenza e ignoranza, altri gravosi incarichi che Lei, gentile Direttore, vorrà in futuro assegnargli.

Coi più cordiali saluti.




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