LUOGO COMUNE
SOCIAL NETWORK
Facebook discrimina?
Il controllo
o l’iper-libertà verbo-visiva


      
Katherine Losse, ex ghostwriter del giovane fondatore, Mark Zuckerberg, rivela la discriminazione subita per essere donna. Nel culto per la tecnica e per l’informatica traspare, tuttavia, un’ulteriore e più feroce discriminazione che, nell’apparente massima libertà comunicativa, sia di parola che d’immagine, ha qui la sua piena realizzazione. Perché la sovraesposizione collettiva, autorizzata ed esortata da Facebook, è mediamente allineata, uniformata, controllata attraverso meccanismi tecno-linguistici 'social' omogeneamente invasivi e che presuppongono la rinuncia all'autonomia e al personale potere decisionale.
      



      

di Desirée Massaroni

 

 

La risposta al quesito posto nel titolo interpella previamente la comprensione di  dinamiche soggiacenti1 l’espressione, la comunicazione verbo-visiva, concessa da numerosi social network, quali facebook. L’immagine propria e altrui, tratta, sottratta, da album fotografici, da videoclip musicali, da sequenze filmiche, tende a subire nella sua pubblicazione2 sul noto social network, una violazione, una profanazione della sua entità come immagine e quindi del suo contenuto. Nel profluvio affastellante e vertiginosamente mutante di immagini immesse in un mare magnum virtuale, e non reale, le immagini paiono patire una corruzione, una defraudazione della loro primigenia e più autentica essenza, private di quell’osservanza, di quell’ossequiosa contemplazione, rispettosa visione, che l’immagine, in quanto tale, richiede. L’immagine virtualizzata, coattamente consumata, cannibalizzata da famelici sguardi annichilenti, viene svilita, banalizzata, svalorizzata, corrotta in un luogo-non luogo di lambiccata retorica. In questo collettivo comportamento ossessivo-compulsivo, nell’automatismo di un corto-circuito ingurgitato-regurgitante, la consapevolezza di sé e delle proprie azioni, è come offuscata, ottenebrata da un linguaggio informatizzato, speciosamente chiaro e accurato. Nell’apparente accortezza, nell’animosità con la quale i creatori del social network si sono premuniti di avvisare gli utenti3 sulla regolamentazione dell’uso, latitano procedimenti capziosi e consustanzialmente licenziosi.

L’azione di ‘postare’, prevista da facebook, com(porta) nella sua accezione etimologica il significato  di collocare, di disporre, di piantare in modo risoluto, di appostare. Rispetto al termine pubblicare, inopinatamente adoperato come sinonimo di ‘postare’, è chiaro che quest’ultima azione abbia una diversa valenza. Postare è un porre, un prendere posto, senza l’inclusione di una consapevolezza dell’atto, del risvolto pubblico, escludendo ed eludendo quindi la responsabilità personale che ciò possa comportare. Nell’offerta di una gratuita e democratica pubblicazione di foto, video, testi, elargendo indottamente tale opportunità, quest’ultima viene svilita della sua significatività, dei suoi scopi più profondi, della sua funzionalità.

Pubblico e pubblicare insinuerebbero negli utenti una dannosa, (per facebook), riflessione, una ponderazione sul rendere conoscibile o meno qualcosa. Il pubblicare, comunemente riferito a un libro, e quindi  a un contenuto di norma intellettualmente valente, degno, viene sostituito da un termine più, psicologicamente e linguisticamente  agevole in cui, nella micro parola post, si ha la fallace impressione-convinzione di essere artefici di atti dalla minima risonanza ed incidenza sulla realtà e soprattutto su se stessi. Sebbene l’azione sia la medesima, il postare, rispetto al pubblicare, parrebbe alleggerire ogni risvolto pernicioso sdoganando quindi senza assennatezza, qualunque gesto e contenuto. Questa mancata oculatezza, congiunta ad un abuso di potere, si palesa icasticamente nelle nevrotiche operazioni di evirazione dal contesto non volte ad estrapolare, né a selezionare, ma a far vedere  brandelli di testi audio-visivi, a loro volta preconfezionati e usufruibili su un'altra piattaforma virtuale, ovvero youtube.

La scelta di esporre un videoclip, una sequenza filmica, una poesia, deriva sovente dalla necessità  di rendere ieraticamente note le proprie preferenze artistiche, come pure dall’esigenza dell’individuo di una metafora che ne esprima il proprio stato d’animo incorrendo in una patetica artificiosità di se stessi e dell’arte. Vi è un’impellenza collettiva di documentare l’evento, anche il più insignificante, come se, il non fotografarlo o filmarlo, equivalesse alla sua non esistenza. Se in origine la fotografia4 scattava dal naturale desiderio di ‘incorniciare’, di fissare, un lieto avvenimento personale o un particolare della realtà,  per condividerlo (fra gli intimi), per averne il ricordo, ora la foto pare sorgere da uno strenuo bisogno di vita e di sentirsi vivi. E che, (effettuando un breve volo pindarico), la società coeva sia necessitante, affamata di vita, lo si può vedere dalla dovizia di trasmissioni televisive culinarie in cui il cibo, per l’appunto, rivela l’unanime bisogno di spiritualità5. Infatti sul social network non compaiono solo immagini desunte da avvenimenti rilevanti per gli individui, o da patrimoni artistici, ma anche figure dal contenuto disperatamente quotidiano e gastronomico. Dunque la fotografia, creata per desiderio personale, per privata rievocazione, diviene fatto collettivo anche quando il suo contenuto non possa interessare nessun altro che l’individuo implicato. E in questa sovraesposizione di “tutto a tutti”, nell’ iper-voyeurismo di sguardi alieni ( e alienati) intenti a sottrarre il segreto più intrinseco dell’immagine, quest’ultima perde irrimediabilmente  il suo valore temporale, tematico, psicologico.





Mark Zuckerberg, il creatore di Facebook


Così nell’umana e comprensibile condivisione pubblica del dolore, la messa in mostra della contrizione subisce inaspettatamente una svalorizzazione-svalutazione. Nell’unanime bisogno di eternizzazione di se stessi si crede che internet, in cui le immagini e le parole, esisteranno forse oltre la nostra morte, possa assolvere a tale funzione  sottraendo l’umanità all’oblio e alla finitudine. Ma inserire l’immagine della persona nel caotico e anonimo coacervo verbo-visivo, non potrebbe rendere anonima anche la sua immagine? Non è forse nell’uso parsimonioso, sensato, nella scrupolosa selezione del contesto, del luogo e del tempo, che l’immagine riceve un valore aggiuntivo, un riconoscimento della sua unicità ?

L’intento di pubblicare, se comprensibile in un contesto di critica, di denuncia, di polemica, di riflessione collettiva, di ideazione creativa, diviene tuttavia innaturale laddove si tratta di eventi privati. La confusione fra il reale e il virtuale è quindi rintracciabile in una maggiore, ma apparente libertà espressiva, emotiva, comunicativa, la quale spesso si ha ritrosia ad esprimere nella realtà quotidiana e che quindi renderebbe paradossalmente la virtualità più autentica della realtà.  

L’iper-libertà enunciativa ha il suo acme nell’utilizzo della chat 6 in cui, l’estremo impoverimento della comunicazione, privata della tangibilità visiva e della fruizione uditiva, convive con una prolissità della conversazione. L’asetticità del linguaggio, contratto, stereotipato, raggrumato in standardizzate icone atte a raffigurare le intonazioni dell’utente, non mina ma incentiva la proliferazione di dialoghi virtuali che nella scrittura, piuttosto che nell’oralitàrealtà, paiono più liberi. La disibinizione sarebbe quindi maggiormente esperibile nella virtualità, in cui si è comunque sotto gli occhi della collettività (anche di sconosciuti), piuttosto che nella realtà dove il dominio di se stessi è più personale.

Nella spasmodica ricerca del consenso virtuale, l’esiguità di immagini raffiguranti il singolo indica dunque che sia ha qualcosa da nascondere o che si é uno “sfigato”.7 è la visione (e quindi valutazione) globalizzata ad influire nella generazione di profili che non rappresentano8 mai ( o quasi) ciò che si è realmente ma ciò che si vorrebbe essere. I profili configurano degli interfaccia, degli alter-ego virtuali, in cui l’individuo può rimodellare, ridefinire se stesso, in cui può essere l’immagine interiore ed esteriore che ambisce a incarnare. È dunque la realtà odierna, dove è fondamentale apparire, ad aver indotto la proliferazione di edulcorati profili personali (si selezionano accuratamente le immagini e le frasi migliori) oppure è la virtualità ad aver istigato una non accettazione del sé autentico e reale? Sebbene la neo-comunità virtuale sia composita di individui viventi nella realtà, che dunque si conoscono concretamente fra di loro, l’approvazione delle proprie ricreazioni pare incidere, paradossalmente, sulla visione reale dell’individuo per cui la virtualità annulla la certezza nella verifica personale dei fatti e delle persone. I profili facebook non configurerebbero solo la realtà, ma la verità delegando la fiducia nelle proprie facoltà cognitive e discernenti ad una apparente oggettività non esperita direttamente ma virtualmente.9

La simulazione di se stessi permuta ciò che si è in realtà con l’immagine che si ha di se stessi, con quello che si vuole far vedere; è nel livello di  iper-esibizione di sé che l’individuo (virtuale? reale?) sarà considerato perché iper-evidente. Ma l’iper-visione e la propria posticcia ricreazione cela un ordito labirintico di decentramento dell’individuo risucchiato in un obnubilante flusso spazio-temporale privo di coordinate e quindi di senso. L’utente, accecato da un diffusivo disformismo visivo, incentivato alla derealizzazione, non vede l’inscindibile connubio fra la sovraesposizione di se stesso e la sensazione di sentirsi invisibile e  non vivo. Il nuovo e virtualissimo sé, riplasmato, duplicato, moltiplicato, a volte simboleggiato da icone tese a riprodurne virtualmente l’identità, mostra nella sua ipertrofica visualizzazione la morte (psicologica) del soggetto. Il virtuale è per sua accezione etimologica ciò che esiste solo in potenza, qualcosa di simulato, di ricostruito, di non reale; più quindi l’individuo si affanna  a ri-(produrre) reiteratamente il sé virtuale e più è radicato il rifiuto, la non accettazione del suo sé reale e in senso ampio di una realtà vissuta come impraticabile o poco soddisfacente.

Sul piano verbale (come anche in quello visivo) avviene il medesimo meccanismo profetizzato da Pasolini10 per cui, come la televisione (o meglio chi la fa) tende a svilire, a ridicolizzare anche argomenti seri, similmente la piattaforma virtuale ha il potere di banalizzare anche una poesia, poiché l’arte, come i temi più impegnativi, vengono postati in eterni non luoghi.

Se la condivisione di opere letterarie, filosofiche, potrebbe apparire una fonte inesauribile e mirabile di interscambi, di reciproci arricchimenti culturali e personali, tuttavia, l’incondizionato e smodato postare, taggare, è indubbiamente dannoso. In una società in cui tutti siamo (o dobbiamo essere) scrittori, verbalmente viene discriminato chi, con un uso non narcisista del linguaggio, intrattiene faticosamente un rapporto autentico con la realtà. Nei commenti, nelle smaniose filippiche, nelle accorate perorazioni, nel patetismo di compiaciute declamazioni, nel gongolante sentimentalismo, nello struggimento autocommiserativo, in cui tutti sono mossi dall’esprimere peraltro un pedissequo punto di vista, il social network può apparire come un asilo per adulti, uno spazio oceanico in cui dar voce scritta alle proprie considerazioni. Tuttavia il linguaggio utilizzato, poiché, come le immagini, sottoposto agli sguardi altrui, a un contesto forzatamente condiviso, è sovente tradito e snaturato. Essendo facebook un contesto manicheo, in cui si ha la libertà di cliccare “mi piace” o non “mi piace11 su uno scritto o su un’immagine, si possono notare due macro-tipi di linguaggio volti tuttavia entrambi a gratificare ed a eccitare il narcisismo personale. 12

Il narcisismo, riscontrabile nella sovraesposizione del proprio corpo o delle proprie capacità intellettive, è stato attentamente spiegato da Phyllis Greenacre come “ (…) una protezione contro il pericolo, l’organizzazione del narcisismo costituisce un argomento di attacco positivo, una spinta aggressiva (…) , una carica ‘libidica’  dell’impulso a  conquistare,  a sopravvivere, attaccare o difendere (…). La vediamo agire in forma buona o cattiva, di attacco o di difesa – negli umani –, con l’accrescimento del desiderio di onnipotenza, di potere magico, di sopravvivenza grandiosa, nell’ambizione, nell’impulso al lavoro e nelle espressioni di interesse vivace, ecc. (…) un’essenza della  qualità della vita”. 13

La sovraesposizione di se stessi, della propria venustà o delle personali doti intellettive, tradisce uno sfoggio, una ricerca di suprema gratificazione personale, di un galvanizzato quanto corrivo plauso plenario.





Un'immagine del film The Social Network (2010)


Provando a questo punto a dare una spiegazione al quesito insito nel titolo di questo testo, la discriminazione attuata da facebook in cosa consisterebbe? E quale sarebbe il suo legame con l’iper-libertà? Se facebook concede la massima libertà perché dovrebbe discriminare? Come denuncia la Losse14 , facebook discrimina: ma chi ?

Paradossalmente, forse, non vi è stata società più libera di quella odierna dove il concetto di libertà è da intendersi nel diritto di ognuno di poter esprimere una propria opinione (qualora la si abbia!). In quest’autorizzazione, in uno stato di iper-libertà, l’espressione mediante qualsiasi mezzo si è tuttavia costituita quasi come dovere, obbligo. Quando infatti la libertà viene elargita dall’alto, dall’esterno, come quindi un’iper-licenza di libertà, nel momento in cui si decide di comunicare, di entrare a far parte del gioco, bisogna parteciparvi  quotidianamente attenendosi sudditamente alle regole prestabilite. Non esprimersi, visivamente, verbalmente, con una notevole ricorrenza, genera spesso negli altri l’immotivata e delirante deduzione che l’altro sia afflitto da una incurabile disistima di se stesso o che sia reo di un’impunita iniziativa personale consistente nell’uscita dal gioco. Le assenze virtuali15 vengono tradotte in paranoiche e risentite deliberazioni per cui, la momentanea assenza, pare sancire in breve tempo la morte fisica e psicologica dell’utente (e quindi della persona). L’assenza infatti rimanda al non-essere, al decesso, all’essere distanti e quindi effettivamente a un disagio (dal latino dis acere ovvero essere posti lontano). Il non-esserci evidenzia un vuoto provocato dalla lontananza e che viene arginato dalla comunicazione, ovvero dall’essere assieme. La comunità comunicante, per la quale la parola è fondamentale prima di ogni azione, vive quindi con disapprovazione anche il ritardo in quanto questo è associato al tempo dell’attesa, dell’impazienza, dell’impotenza. L’assenza e il ritardo poi segnalano e rinforzano l’insostenibile constatazione di una mancanza. Se queste dinamiche sono giustificabili e naturali nella vita quotidiana, tendono tuttavia ad assumere delle fattezze inquietanti e delle reazioni amplificate quando vengono attivate e vissute nel social network. La lamentazione dell’assenza insinua il dubbio di aver, nell’atto dell’iscrizione al gioco, alla neo-comunità d’appartenenza, stipulato un inconsapevole ed automatico patto faustiano in cui ci si trova a dover cedere progressivamente la propria anima. È da notare peraltro come i verbi comunemente attuati su facebook, (bloccare, eliminare, aggiungere, mostrare, acquistare, accedere, disattivare, impostare, applicare, notificare, modificare, inserzionare, postare, taggare, approvare, scaricare, segnalare, controllare, limitare, rimuovere, restringere, impedire di interagire, ignorare automaticamente),   siano perfettamente affini e conseguenti al rimprovero e alla lamentazione, ovvero a quei sentimenti con cui un soggetto prova ad esercitare il controllo su un suo simile. Rimproverare l’assenza è quindi un tentativo di inglobare l’altro oltre che sintomo della solitudine dell’individuo il quale, virtualmente connesso con la  moltitudine, è realmente solo.16

L’ipotesi di facebook come asilo, gioco per adulti, contesto polivalente in cui ognuno è super-libero di ritagliare, selezionare, incollare, manipolare, si esprime pervicacemente nel verbo taggare che, congiunto al precedente postare, rinvia ad una medesima discrepanza fra il significato e il significante. Taggare, derivante da tag, è uditivamente un termine piuttosto semplice (da ascoltare e da pronunciare) rispetto al significato che gli è insito ovvero etichettare. La scelta di un linguaggio composito di monosillabi o di doppi gruppi consonantici (taggare, pokkare, entrambi con suono gutturale) pare ricondurre gli utenti a una regressione infantile, ad un uso giocoso e spensierato del linguaggio che mima, ricorda, i primi balbettii del neonato. Tuttavia, se il monosillabo tag viene declinato nella frequente frase “ti ho taggato!”, ecco che il significante, camuffato, palesa il suo valore originario configurando un potere: etichettare, impiastricciare a piacimento la bacheca altrui.

Ottemperando e soccombendo a tale linea, all’obbligo all’espressione, ad “esserci” in qualsiasi modo, anche qualora non si abbiano avvenimenti importanti da raccontare, o pensieri, o idee, laddove tuttavia si decida di esserci, ma diversamente, facebook discrimina. Esserci diversamente nel senso di una più equilibrata e autentica dimensione verbale e visiva pare non concesso. Ciò perché questa sovraesposizione collettiva, autorizzata ed esortata da facebook, è mediamente allineata, uniformata, controllata. Si può anticipare come la discriminazione di facebook, e dunque degli utenti creanti una comunità di appartenenza, si eserciti verso l’individuo veniente meno la doverosità e dunque il controllo. L’obbligo alla comunicazione, assieme all’idea di eterno presente, è dato ad esempio dalla prima frase che compare nelle bacheche di tutti gli utenti: “a cosa stai pensando?”. In questa domanda, apparentemente innocua, l’uso del gerundio presente conferisce un’idea di perenne durata, di attesa e quindi un’induzione inconscia a dover, prima o poi, rispondere. La costruzione della frase manifesta inoltre una svalutazione del grado di intimità sia per l’uso del  verbo pensare, (indicante appunto un’azione interiore e privata dell’individuo) sia per il venir meno della distinzione onorifica.17 L’uso della seconda persona per rivolgersi al ricevente, o meglio a una moltitudine indifferenziata di riceventi, massifica gli individui e abolisce il distacco fra virtuale e reale. La comunicazione quindi non sarebbe solo fra utenti ma anche fra il computer e l’individuo. Diversamente gli altri sintagmi quali “aggiorna”, “aggiungi informazioni”, “cerca persone, luoghi, cose”, definiscono apparentemente un’azione puntuale da assolvere nell’attimo in cui ci si connette. Tuttavia si tratta di tempi ‘non marcati’ (lo sarebbero stati se coniugati al passato) per cui il non passato di aggiorna, aggiungi, cerca, non solo è riferibile ‘al momento dell’enunciato’, ma anche ad  affermazioni ‘prive di tempo’ o che possono accennare il futuro. L’uso del modo imperativo puntualizza un comando, un’esortazione, nonostante la mancanza dell’intonazione impedisca una netta distinzione da una frase dichiarativa. Emblematicamente le azioni aggiornare, aggiungere, cercare, che l’utente, in modo più o meno perentorio, è sollecitato ad espletare, enunciano l’obbligo alla prodigalità mediante un’attività virtuale quotidiana e partecipativa. Accostando i due gruppi di sintagmi (a cosa stai pensando?aggiorna, aggiungi, cerca persone, luoghi, cose), facebook pare inviare un messaggio dicotomico sul piano della forma, ma non del contenuto essendoci in ambedue i casi una seduttiva strategia linguistica. La frase interrogativa, oltre agli aspetti precedentemente analizzati, agogna a stabilire un contatto con l’utente, un dialogo basato su un’azione pensante che sembra mettere al centro il destinatario. La domanda su ciò che si sta pensando funge da elargizione egocentrica, da riconoscimento personale e quindi da induzione, licenza a mettere in mostra se stessi. La seduzione si esercita poi in una seconda fase linguistico-comunicativa in cui l’utente, ormai sedotto, è pronto ad assolvere alle funzioni di aggiornamento e di aggiunta tese sempre al controllo delle sue volontà e della sua mente. (Si tratta infatti di aggiornare, aggiungere, cercare, i propri pensieri e voleri). 

Tali sintagmi, forieri di esortazioni18 omogeneamente invasive, detengono il controllo della massa con l’instillazione di bisogni fittizi di cui l’utente non ha il controllo; si tratta di bisogni sovrimposti suffragati da una eteronoma delega alla rinuncia dell’autonomia e del personale potere decisionale.

L’individuo è progressivamente disancorato da se stesso, sospeso nella sua reiterata riproduzione, privato di qualsiasi discernimento spazio-temporale.





Il registro delle attività, il resoconto degli spostamenti individuali (“L’utente si trovava qui”) corredato da una mappatura monitorante gli avvistamenti di ognuno, genera una contemporaneizzazione e dunque una visione anacronistica delle azioni dell’utente.19

La manipolazione temporale è iconizzata da una continua depersonalizzazione20 del soggetto, frammentato nelle sincroniche e polimorfiche attività di cercare, aggiungere, aggiornare, esperite simultaneamente ad altre ramificate quanto avviluppanti espletazioni e sconnesse apparizioni di sé.

La virtualità pare aver forgiato individui discriminanti ed intolleranti l’estraneità dell’altro, soprattutto delle persone ritenute  amiche. Mediante il controllo, svolto e monitorato sulla presenza o meno del proprio simile sul social network, si cerca di prevenire la variabilità, l’imprevedibilità, la diversità di questo e quindi, di conseguenza, di controllare anche la propria emotività. L’occhiuta intrusività nei profili altrui e, in modo più ampio, il controllo autoerogato da facebook per l’apparente salvaguardia e tutela della privacy degli utenti, rivela una condizione, spesso condivisa socialmente, del diritto al controllo. La pretesa di aver diritto a supervisionare e quindi la colpevolizzazione di chi decide di sottrarsi a tale controllo, si basa sul confronto tra il comportamento individuale e il modello collettivamente praticato e condiviso a cui tale condotta deve adeguarsi. Il controllo esprime l’attesa che l’altro si uniformi al modello e dunque, di conseguenza, il controllore, i controllori,21 implicitamente condannano.

Se iper-espressione di se stessi viene non solo concessa ma promulgata, la critica, un punto di vista sulla realtà senza scopi narcisisti, non è accettato. Pensare di utilizzare la piattaforma virtuale, per proporre riflessioni critiche su ciò che capita di osservare nella realtà, ha un rischio piuttosto elevato in termini di accanimento collettivo, di esclusione o di esercizio dell’indifferenza negatrice della differenza. Il meccanismo facebook inizia, come nei più terribili e profetici libri e film di fantascienza, a ritorcersi contro l’utente e ad aizzare gli altri utenti per ricondurre tutto all’ordine, al controllo appunto. Si vive una società in cui non vi è una dittatura sancita da una sigla, da un regolamento, da divieti e imposizioni svelate ma, come lo definiva Pasolini, da un potere invisibile per cui, venire meno a delle regole tacitamente veicolateci fra di noi, porterebbe a conseguenze quali l’emarginazione, l’intolleranza, il linciaggio, la derisione. Facebook quindi non discrimina l’ingenua e patetica espressione di se stessi, né l’arte laddove è stato tutto incanalato, omogeneizzato, nel flusso omologante, alienante, della banalizzazione, della strumentalizzazione, della denaturalizzazione delle immagini, dei film, della musica, dei libri.

E tuttavia, anche il fatto di poter utilizzare il mezzo per azioni provocatorie, polemiste e critiche, potrebbe indurre ugualmente all’esigenza di controllo ed alla pratica della discriminazione.

La provocazione, anche se sana, intelligente e culturalmente suffragata, è un’ulteriore modalità atta al controllo altrui, del suo comportamento, delle sue emozioni. Chi provoca infatti cerca di mettersi in relazione con l’altro, ma sempre in una forma aggressiva in quanto negazione della differenza (anche se ci si scaglia contro una differenza omologata). Chi provoca, chi critica inoltre, non manifesta sovente che la paura di non essere visto, di non essere considerato e accettato.

Dunque chi o cosa discrimina facebook?

La  scelta di stare ‘dentro’ o ‘fuori’ o solo ‘fuori’22 da facebook, dalla comunicazione, dalla visione (sia chiaro virtuale e non reale) non è ammessa, perché, quando la libertà è imposta e quindi non deriva da una conquista personale, deve essere utilizzata massimamente. È soggetto alla discriminazione quindi chi si sottrae alla fusionalità uniforme attraverso un impiego cosciente, autentico e misurato del mezzo mediante l’esercizio di uno sguardo straniante e critico del ‘dentro’. La previa e vigile consapevolezza di subire il fascino della personale ed ipotetica iper-visualizzazione o visibilità è un passo fondamentale per una più profonda coscienza dell’atavica libertà personale assieme a una indefessa e  costante connessione con il sé autentico e reale.

 

 

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1 Sebbene, per questioni di competenza, questo testo si concentri prevalentemente su un’analisi della comunicazione linguistico-visiva del meccanismo facebook, per la vastità e la complessità dell’argomento, sono riportati riferimenti bibliografici e spunti di riflessione riguardanti altri ambiti del sapere funzionali all’analisi.

2 In gergo “taggare”, “postare”, sono i termini che si riferiscono alla pubblicazione su facebook di immagini e parole. I verbi taggare e postare derivano dai termini inglesi  “tag” e “post” da cui “to post” che significa spedire, inviare. All’interno di internet (non solo in  facebook ma anche nei forum, nei blogs), quando si ‘posta’ si invia il messaggio al server dello spazio comune in cui si desidera che sia pubblicato. La pubblicazione è mediata dall’amministratore dello spazio web. Postare pare usato come sinonimo dell’italiano pubblicare seppure, confrontando etimologicamente i due termini, i significati siano diversi. Se postare, implica l’inviare, la spedizione, pubblicare è in senso stretto il ‘rendere pubblico’. Vi è nel secondo termine una maggiore consapevolezza dell’atto pubblico rispetto al primo vocabolo, che seppur rendendo pubblico un testo o un immagine, suggerisce, dal punto di vista linguistico, una minore forza e quindi una  debole  coscienziosità dell’azione. Si veda Saussure, F. de, Cours de linguistique générale, Lausanne-Paris, Payot, 1916, trad. it. c. di Tullio de Mauro Corso di linguistica generale, Laterza, Bari, 1970+ìè’. Sull’influenza dell’informatica nel lessico italiano si rimanda a De Mauro T., La fabbrica delle parole. Il lessico e i problemi di lessicologia, Utet, Torino, 2005,  pp. 183-187.

3 L’utente (lat. utor-uti: far uso, utilizzare, servirsi, approfittare di…) è colui che usa un servizio, che fruisce di un prodotto/servizio già esistente, organizzato attorno ad esigenze interne all’organizzazione, in questo caso facebook, che produce ed eroga il prodotto/servizio stesso. L’utente non ha una domanda, né un’esigenza, né un problema, né un obiettivo.

4 Sul significato della fotografia e sul rapporto con il tempo si veda Barthes R., La chambre claire: note sur la photographie, Seuil, Paris, 1980, trad. it., Barthes R., La camera chiara: nota sulla fotografia,  Torino, Einaudi, 1980.

La fotografia può essere intesa, rispetto al cinema, come interruzione del tempo, fissazione di un preciso istante e quindi una sorta di ‘mummificazione’, ‘congelamento’, del tempo medesimo. Riguardo le molteplici teorie filosofiche sul tempo si vedano in particolare Sant’Agostino, Confessiones, LXXXIII, trad. it, Garzanti, Milano, 1990,  Bergson H., Màtiere et mémoire. Essais sur la relation du corp a l’esprit, Presses Universitaires de France, Paris, 1896, trad. it. Materia e memoria. Saggio sulla relazione tra corpo e spirito, Laterza, Bari, 1996, Heidegger M., Prolegomeni zur Geschicte Zeitbegriffs, Marbug Volesung Sommersemester, 1925, trad. it Prolegomeni alla storia del concetto di tempo, Il melangolo, Genova, 1991, Husserl E., Zur phanomenologie des Inneren Zeitbe wussteseinbnbs, Halle, Niemeyer, 1893, trad. it. Per la fenomenologia della coscienza interna del tempo, Franco Angeli, Milano, 1985.

È chiaro come l’inserimento di una fotografia sul web non conceda una sua reimmissione nel tempo della vita, una rivivificazione dell’immagine, ma una sua svalorizzazione temporale e quindi contenutistica. Il naturale bisogno di fissazione di un avvenimento pare subire, paradossalmente, un annullamento del tempo, un inquietante “eterno presente”. Sebbene ad esempio Husserl proponga un’idea del tempo fondata sulla coesistenza di presente, passato, futuro, la foto, inserita in un perenne flusso verbo-visivo, anonimo e soprattutto non gestibile personalmente, alla mercé di ignoti, perde qualsiasi tempo. E quindi valore.  

5 Si parla di cibo quando ci si sente annichilenti, senza riferimenti importanti. Film come La grande abbuffata  (Ferreri M., 1973) o Il pranzo di Babette ( tratto dall’omonimo racconto Il pranzo di Babette, Blixen K, 1958) palesano mirabilmente il ricorso al cibo per uccidere se stessi o per salvarsi.  Nelle due opere sopraccitate il cibo viene spiegato, contemplato, “scelto” per due avvenimenti importanti: il primo di morte, il secondo di rinascita. Nei mass-media come su facebook, l’ipertrofica e indifferenziata visualizzzazione-verbalizzazione del cibo potrebbe forse essere sintomo di una morte in atto della società? Di un meccanismo di auto-distruzione?

6 La chat (dall’inglese ‘chiacchierata’) è un dialogo svolto in tempo reale in uno spazio virtuale implicando un collegamento costante fra tempo-spazio reale e tempo-spazio virtuale. Tuttavia, durante la conversazione online, il tempo reale è sostituito da quello virtuale cioè del tempo impiegato dall’utente a leggere, a scrivere, a rispondere al messaggio e al tempo d’attesa della risposta altrui. Si vive uno sfasamento tra il tempo reale e quello virtuale o di cui non si ha esperienza diretta. Le connessioni virtuali rivelano la loro irrealtà nella possibilità di un’arbitraria disconnessione o interruzione della conversazione.

7 Uso il termine “sfigato” perché è una delle parole più ricorrenti fra le nuove generazioni con il quale essi tendono a definire, a identificare i loro coetanei come i rispettivi profili facebook. La sfiga, la sfortuna, nell’aggettivo sfigato, definisce in un’accezione più ampia anche un individuo (o un luogo) privo di pregi e di attrattive. L’utilizzo dell’aggettivo in forma dispregiativa (“sfigato” al posto di “sfortunato”) pare derivare dall’impietoso intento di conclamare la sfortuna come condizione insita e propria del soggetto. Il fatto che l’individuo ‘sfigato’ sia appunto non ‘figo’ laddove sfiga (con s sottrattiva e negativa) deriva da figa, rimanda quindi anche all’avvenenza o meno della persona (un bel ragazzo è gergalmente denominato ‘figo’). Eppure le definizione di sfortuna e di sfortunato precisano tali condizioni di avversa fortuna non imputabili a colpe né a negligenze dell’individuo. È interessante notare come tale aggettivo, che il vocabolario circoscrive a eventi infausti, possa rientrare fra le ‘parole’ piene, ovvero parole cariche dal punto di vista polisemantico per cui ‘sfigato’ non è solo il soggetto momentaneamente con poca fortuna ma condannato, come perseguitato a  vita, da ‘destino infausto’. All’interno di facebook  infatti ‘sfigato’ è ulteriormente sinonimo di un individuo che fa poca esposizione di se stesso dal punto di vista soprattutto visivo, che ha pochi amici e che viene taggato o postato raramente o viceversa  i cui tag o post non sono commentati (e quindi apparentemente non visti-non considerati) da altri (appunto profilo ‘sfigato’). Dunque non solo la sfortuna viene caricata dal punto di vista semantico da avvenimento casuale e momentaneo a condizione innata, ma è altresì identificata con la visibilità o meno del soggetto.

8 L’ immagine non rappresenta mai la realtà, ma la riconfigura. Anche nelle riproduzioni apparentemente più fedeli alla realtà si vede sempre una sua riconfigurazione. Sull’argomento si vedano Merlau-Ponty M., Phénoménologie de la perception, Gallimard, Paris, 1945, trad.it. Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano, 2003, Merlau-Ponty M., Le visibile et l’invisible, Gallimard, Paris, trad.it. Merlau-Ponty M.,  Il visibile e l’invisibile, Bompiani, Milano, 1994.  L’autenticazione richiesta da facebook verrebbe dunque effettuata su immagini, su simulacri  di se stessi, e  non sull’individuo in sé. Sulla realtà delle immagine (non riprodotta ma concretamente esperita) si veda Klages L., Das Weltbild des Pelasgertums in Der Geist als Widersacher der Seele, Bonn, Bouvier Grundmann, 1972, trad. it. Klages L., La realtà delle immagini, Marinotti, Milano 2005.

9 Su questo concetto si veda  O. Calabrese, L’età neobarocca, Laterza, Roma-Bari, 1987.

10 Riguardo il pensiero pasoliniano, sull’argomento si rimanda a Pasolini P.P., Scritti corsari, Garzanti, Milano, 1975,  Pasolini P.P., Lettere Luterane, Einaudi, Torino, 1976.

11 Uno dei segnali più inquietanti del meccanismo facebook è nell’apparente scelta (si hanno due opzioni) in cui è latente, in realtà, un’impossibilità di scelta. Facebook non permettere di scegliere se non fra due varianti precostituite. Ciò potrebbe comportare un’atrofizzazione del pensiero e un’iper-accelerazione riflessiva laddove, per comodità, venendo meno a un commento personale, ci si limita a cliccare. L’impossibilità di scegliere o comunque la limitazione a qualsiasi atto decisionale è tuttavia comprensibile nel ruolo di utente (e non di cliente) in cui si trova l’individuo fruitore del servizio. Si potrebbe infine rintracciare nei sintagmi “mi piace” - “non mi piace” lo stesso processo affrontato precedentemente per le parole ‘postare’, ‘taggare’. Si tratta di parole ‘piene’ ovvero di parole che portano con sé un senso pieno marcando il significato di un discorso di implicazioni emotive e connotative. A riguardo, per un approfondimento sulle valenze emotive del linguaggio si vedano Violi P., Manetti G., L’analisi del discorso, Espresso strumenti, Milano, 1979, Eco U., Simbolo, Enciclopedia, Einaudi, Torino, 1981, Reinert M., I mondi lessicali in un corpus di 304 racconti di incubi attraverso “Alceste”, in Cipriani R., Bolasco S., Ricerca qualitativa e computer, Franco Angeli, Milano, 1995.

12 Il narcisismo, spesso associato in modo limitato all’iper-esposizione  del corpo, della venustà,  può riguardare anche il piano intellettuale. Sul complesso concetto di narcisismo si consiglia Trattato di psicoanalisi ( a cura di Antonio Alberto Semi), vol. I  Teoria e Tecnica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1988, pp. 410-417. Per un approfondimento sull’argomento si veda Freud S., Introduzione al narcisismo, 1914, ed. italiana Introduzione al narcisismo, trad. it. Renata Colorni, Boringhieri, Torino, 1976.

13 Greenacre P., Trauma, Growth and Personality, Norton, New York, 1952, pp. 14-15.

14 Cfr., Losse K.,  The boy Kings: A journey into the heart of the social network, Free Press, 2012 trad. it. Losse K.,  Dentro Facebook. Quello che non vi hanno mai raccontato, Fazi, Roma, 2012.  

15 Nella mancata o sporadica connessione dell’altro, gli utenti percepiscono un ritirarsi dalla comunità. Il connettersi a facebook rinvia infatti non solo a un collegamento con la rete, ma all’unione, al legame, all’essere in relazione. L’errore è nel confondere l’unione attiva e partecipativa nella comunità concreta, da quella virtuale che, della prima, dovrebbe costituire solo un’appendice. È chiaro inoltre come l’individuo assente sia quello all’interno del contesto virtuale; la comunicazione tecnologica è fra due persone assenti.

16 Il concetto di solitudine multipla è stato teorizzato da Bonomi in Bonomi A., Il trionfo della moltitudine, Bollati, Boringhieri, Torino, 1997.

17 Lyons J., Introducution to Theorical Linguistics, Cambridge University Press, London, 1968,  trad. it., Lyons J.,  Introduzione alla linguistica teorica. La grammatica II, Laterza, Roma-Bari, 1978, p. 366

18 è interessante osservare come a livello visivo la schermatura di facebook agevoli tali connessioni-induzioni mediante un’oppressiva recinzione verbale della foto dell’utente. Il primo sintagma (a cosa stai pensando?) è collocato  in basso a sinistra, il secondo sintagma (aggiungi, aggiorna) a  destra, il terzo (cerca)  in alto.

19 Le localizzazioni si riferiscono spesso a un tempo notevolmente anteriore rispetto all’atto di connessione dell’utente implicando un equivoco temporale e una eternità delle azioni per cui, l’azione passata, coesisterebbe col presente e col futuro virtuale (e non reale) dell’individuo e quindi della virtuale percezione altrui. La visione concreta  del veduto da parte del voyeur-vedente risolverebbe l’empasse temporale reinserendo entrambi nel tempo reale (e in costante evoluzione) della vita.

20 La depersonalizzazione  di sé è simboleggiata ulteriormente dall’estrapolazione e dalla sezione virtuale di parti del proprio corpo o di dettagli fisiognomici.

21 Al controllo esercitato dai mass-media si è giunti a  un controllo praticato, sugli altri, dagli individui stessi. Il soggetto è dunque  controllore e controllato, vittima e carnefice, allo stesso tempo.

22 Dentro e fuori, virtuale e reale, si declinano in facebook in un’ulteriore sinonimia fra appartenenza-pertinenza e non appartenenza-impertinenza.  Il primo gruppo di parole rinvia alla sensazione rassicurante di un contesto, di un “dentro”, in cui tutto è accettato, riconosciuto, condiviso. Si collega a ciò l’idea di una comunità (virtuale) fondata su una coesione difensiva contro il “fuori” configurabile nell’individuo avulso da facebook  come da soggetti volti a mantenere una connessione  fra “dentro” e “fuori”.  Il patto virtuale, sostituito dal patto sociale, si nutre dall’esperienza virtuale e in alcuni casi dalla dipendenza condivisa (quando quest’ultima non viene “praticata” scatta sovente la discriminazione). Tuttavia il “fuori”, (concepito come diverso, estraneo, minacciante, potente, distruttivo) identificabile con la realtà, e in quindi con una sorta di nemico essendo per molti, i rapporti virtuali più facili di quelli reali (una realtà privata di contesti aggregativi rispetto al passato), è possibile solo con l’idea di un ‘dentro’ e viceversa.

Comunemente se non si ha facebook o in generale la connessione a internet, si è soggetti a ricevere frasi di stupore e perplessità come: “Sei fuori dal mondo!”. In questa affermazione-esclamazione, in modo surrettizio, il mondo che, generalmente è collocato fuori (fuori casa, fuori dall’università) allude tuttavia a un ‘dentro’, ovvero al web. Si potrebbe quindi leggere questa frase come: “Sei fuori dal dentro!” implicando uno spodestamento della realtà più autenticamente e concretamente esperita. Se inoltre facebook può essere considerato un gioco del “dentro”, la proliferazione al suo interno di ipogiochi virtuali, di molteplici contesti ludici, diviene spesso argomento di conversazione-condivisione anche nel “fuori”. Il “dentro” - facebook, al pari di un microcosmo idilliaco, “moderato” (da moderatori) in cui ogni traumatizzante interferenza del “fuori”-realtà viene agevolmente inglobata, incasellata, fagocitata, è dunque luogo di profondo rasserenamento. Gli utenti infatti portano facebook anche nel “fuori’’ vissuto come estraneo, non facilmente identificabile al pare dei profili virtuali. Nella visione di un ‘fuori’ minaccioso e forse per questo allettante, e comunque luogo “nativo”, originario, di fisica condivisione, di concreto incontro, sorge quindi il dubbio che il nemico possa essere configurato dal ‘dentro’  e che quindi gli adepti virtuali siano le vittime di una manipolazione, di una distorta visione della realtà.

 

 

      
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