LUOGO COMUNE
ROMANZO A PUNTATE
Geco (XI)



      

di Gualberto Alvino

 

 

Ho dormito un paio d’ore, stomaco in subbuglio, bocca impastata, sogni pochi e confusi, inutile prendere appunti.

Il sarto sale le scale con una pezza di cuoio sulla schiena, rantola schiacciato sotto il peso d’un bue macellato di fresco, scivola, si spacca i ginocchi sul granito, si rialza, cade di nuovo e dice cu mult afect, mult afect, mentre le gemelle imboccano il vecchio scaricandogli in gola schiere di tartarughe vive e bestemmiano i santi sottovoce, occhi al cielo, allungano le braccia ad arco, sono di gomma, se le ficcano dentro, godono come cagne. La figlia del giornalaio sfonda il lucernario con la testa, sale in groppa alla maga che esibisce boriosa tre fantastici seni da ragazza e dà un morso alla bestia troncando la via crucis con un urlo, non ho bisogno di te, lèvati, ho appena finito di sgozzare quel porco, vedi? E il mio collo si spicca dal tronco, ruota mosso da un congegno meccanico che mi stride sulle unghie, serro le palpebre per non vedere, perché so che vedrei, e i corvi le schiudono coi rostri, e il sarto le infila con spille da balia per tenerle aperte, e il giornalaio cola dall’intonaco addensandosi sul piancito, nessuno vuole niente da te, stròzzati con le tue pròtesi, e io metto tutto a posto con le mani: sento ordine, sento pace e armonia penetrarmi a poco a poco, fioccare su ogni cosa. Poi l’oceano si calma e il vento gonfia le vele.

Al risveglio ho spalancato finestre e armadî, via tutta la roba che non mi serve, aria, quattro sacchi pieni zeppi di pattume: accumulo fino a soffocare. Poi sono tornata a letto e ho dato una scorsa al materiale, giocherellando coi soldi per vedere se erano veri.

Niente d’importante. Fata ha perso tutto, tranne il sorriso e le moine del cane. Orso e Pantera si sono riempiti le tasche e le hanno chiesto dove possono trovarmi: non la mandano giù. Una come lei ritorna, ha detto, ma fossi in voi starei bene così. Pantera le ha dato uno schiaffo talmente forte che è caduta dalla sedia e ha picchiato la fronte sulla sputacchiera; il cane gli ha azzannato un dito, quasi lo staccava; Orso l’ha preso per le zampe e l’ha sbattuto al muro tre volte: si sentiva lo scricchiolio delle ossa. Tutti hanno visto ma nessuno ha avuto il fegato di girarsi. Fata l’ha raccolto con l’indice e il pollice, gli ha sorriso, l’ha baciato in bocca e se l’è incastrato sotto l’ascella; poi ha pagato il rum con gli ultimi spiccioli e ha salutato la brigata mostrando fiera la guancia livida. Una regina.





Edolo Masci, Isabella


Il mutilato non staccava gli occhi dall’ingresso: aspettava me. S’è chiuso in bagno, ha preso un santino e ha cominciato a pregare graffiandosi il petto con un chiodo arrugginito: turgido, paonazzo, sangue agli occhi, non puoi farmi questo, non puoi. Aveva ragione, ne aveva da vendere: ogni volta che accettava lo scontro l’avversario scopriva un punto di poco superiore: full di nove: di dieci; scala al fante: alla donna; coppia di re: d’assi; cinque quadri: cuori; e se la fortuna lo baciava gli altri buttavano le carte e la vincita ammontava a pochi centesimi. Quelli come lui non dovrebbero giocare a poker. Non dovrebbero giocare a nessun gioco. Quelli come lui dovrebbero sdraiarsi su un letto di dinamite e darsi fuoco.

C’era anche l’uomo della stanza: pimpante, azzimato, battuta sempre pronta, una certa cultura, perfino Artaud e i concettuali, Heidegger, Platons Lehre von der Wahrheit, Marx, Theorien über den Mehrwert, il Doganiere, cinema fino, danza, teatro d’avanguardia, svarioni compensati da un umorismo ineffabile: stentavo a riconoscerlo. Mentre parlava faceva strani saltelli simili a scatti involontarî, da nevropatico. E nominava di continuo un santo, reo, secondo lui, d’avergli dato un nome schifoso se altri mai.

Quando ha fermato lo sguardo sull’obiettivo ho temuto di svenire: ha finto tutto il tempo, ho pensato, era sveglio, ora strapperà le cimici, le mostrerà a Pantera, verranno a prendermi.

Ma voleva soltanto schiacciare una zanzara gonfia di sangue sotto la finestra. L’ha fatto, e ha preteso un applauso dalle sue vittime, levando l’orlo della giacca a mo’ d’inchino. Tutti hanno applaudito per paura. Uno non riusciva nemmeno a muovere le mani.

 

 

Spiando il generale ho scordato di accostare la tenda e lui mi ha visto. Non è servito a niente starnutire piegando il cannocchiale sugli uliveti sparsi di stormi per fingermi in vena di natura.

Ha capito, forse lo sa da sempre e tace per non ferirmi, come si fa coi matti.

Mai successo prima. Colpa del caldo, che mi impedisce perfino di pensare?

È entrato nel bovindo, ha scritto una frase su un foglio e l’ha sciorinato movendo rapidamente le labbra.

Ho fatto sì con la testa e dopo dieci secondi era da me: un lampo, con quei piedini da bambola, il fiato grosso e le gambe a x piene di nodi, come tutte le persone sole.





Edolo Masci, Nudina


Ho aperto tremando: faccino da capra, rassegnato al crucifige. Ma non era seccato, al contrario: sembrava brillo, rideva a raffiche e insinuava continuamente le dita fra i capelli lunghi, sottilissimi, una lana. Non riusciva a trattenere la gioia. Lui, proprio lui: l’escluso, l’ecceomo, il facchino senza bagaglio.

Ha trovato il motto, mi son detta, e gli ho preparato una bibita più verde dei suoi ficus, su cui s’è avventato avido pur senza sete. Ha inghiottito rumorosamente ruotando gli occhi a spillo cerchiati di sonno e ha cominciato a parlare, scosso da un’eccitazione indomabile: per vedere le cose devi guardarle come se non avessero senso, ecco che devi fare, sì, questione di distanza, di prospettiva, quasi fossero sciarade, in fondo è lo stesso segreto dell’arte, dell’eros, della filosofia, chissà dove l’ho letto, ma non conta, quel che conta è accomiatarsi dalla valle con un teorema, limpido, persuasivo, da lasciare a chi resta, la chiusura del cerchio, la quarta foglia, altrimenti a che serve tutta la baracca? ma le parole non bastano, serve un’altra lingua, vergine, univoca, io sto sulla buona strada, giuro, manca poco, stavolta non mi sbaglio, succede di notte, vuoi sapere il trucco? un pasto solo, uno e smodato, consumato con foga la sera tardi, senza dentiera, farinacei e grasso animale, dolci della peggior pasta, fiumi di rosso, il travaglio gastrico genera incubi ma anche pensieri, se i filosofi sapessero, lo dico a te perché sei fuori dall’economia, sei l’animale più antieconomico che conosca, sperpero fatto carne, sei, lo vedo da come cammini, persa, lo capisco da come spii, nessuna fretta, niente ricavi, giorni interi in bilico sul crinale della

L’ha detto a testa bassa, senza voce, consapevole dell’enfasi, voleva dire pazzia, braccia tese, pensando di sventare una reazione violenta, di respingere un attacco. Invece gli ho preso le mani e l’ho tirato sul terrazzo, come a dire ecco la scena, è qui che si consuma la pazzia, te la presento.

Non ha capito. S’è sbottonata la camicia, ha piegato il busto punteggiato di macchie violacee e ha mormorato tagliamo corto: a lei l’ora a me il modo. E ha infilato la porta trotterellando sulle scale.

Poco dopo ha attraversato la strada senza guardare.

Lei dev’essere la morte. Ma il modo? Che modo?

A domani.

 

PS. Prepàrati: ho una sorpresa per te.




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Luogo Comune

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006