LUOGO COMUNE
SU MARIA JATOSTI
A proposito
di un romanzo
che si è fatto da sé


      
Riflessioni in margine a “Per odio e per amore”, il libro della scrittrice romana, pubblicato da Manni un paio di anni fa. La sua tempra combattiva ed intrepida fluisce inesausta lungo le pagine di questo memoriale concepito in modo ostinato e contrario, provando ad arginare la malattia morale contemporanea che dilaga con scaltrita indifferenza. Il suo linguaggio sfugge alla letterarietà di maniera (e di genere) e si snoda fiammante, febbrile, disadorno, rendendo con fedeltà poetica l’interminata crisi della (post)modernità e le mancate svolte del nostro presente.
      



      

di Donato di Stasi

 

 

1.    Di Maria Jatosti, scrittrice di tempra, infaticabile organizzatrice  culturale, spirito libertario che ha attraversato correndo buona parte del Novecento e questa prima decade di secolo, si è già scritto. Non ripeterò. Dirò della solida e concreta naturalezza del suo ultimo romanzo, Per amore e per odio, nel quale rende una piena confessione di sé, sbudellandosi fino al limite della crudeltà céliniana,  senza mai tramortirsi nel solito stomachevole guazzabuglio autobiografico, istoriato di patetismi e convenzionalismi à la page (“Questa mattina gargarizzandomi ho sputato uno gnocco gialligno screziato di amaranto che stenta a incanalarsi nello scarico semingorgato da residui piliferi cespuglietti di capelli resti interdentali della cena filamenti coriacei emergenze trame nemici in agguato nel cavo orale”, p. 252).

Per amore e per odio implica apertamente almeno due vantaggi: innanzitutto l’aver cucito nelle tasche delle pagine il provvido consiglio di ricollocare la propria coscienza sul lato epico della verità (Benjamin); in secondo luogo l’aver elaborato una peculiare scrittura in presa diretta, aguzza e veloce che non si prefigge di accumulare e capitalizzare episodi pour épater le bourgeois, ma di bucare il pallone floscio del passato, restituendo la carne e il volto della nostra storia recente, gli scoppi dell’immaginazione al potere, lo spasimo di vivere fuori dagli schemi e dai conformismi.

Da Luciano Bianciardi, suo compagno di vita, a Carlo Lizzani, amico e sodale, per continuare con Gianni Toti, il suo scopritore, e con tutti gli artisti e i poeti tenuti a battesimo (sottoscritto compreso), per finire con gli incontri occasionali parigini (Astrid), romani e milanesi, scorre una galleria non effimera di persone che si dibattono fra la temperie collettiva e i destini singoli, come se un Rohmer in piena forma ne avesse scritto il copione.

 

2.    Maria Jatosti vive in contumacia in un mondo schiavo, ma non soffre la sua alterità, rivolta l’animo ingombro, lo svuota, consegnandoci un discorso narratologico di prim’ordine, attraverso pagine congegnate come punti di fermata, stazioni di un impegnativo viaggio di formazione. 

Quasi volesse schiavardare questa realtà imbalsamatrice, smania e si aggira nel labirinto del tempo (Venezia Lido. Anni Sessanta, Milano. Novembre 1975, Barcellona. Settembre 2001, et alia), sfidando dissidi, false sacralità  e riti oppressivi (“La vita non va bene, amico mio. E non va bene nemmeno il mondo”, p. 190).

Maria Jatosti stende il suo memoriale in modo ostinato e contrario, provando ad arginare la malattia morale che dilaga con scaltrita indifferenza. Il suo linguaggio sfugge alla letterarietà di maniera (e di genere) e si snoda fiammante, febbrile, disadorno (gli orpelli decorativi servono ai carnefici della Letteratura, ai biechi pennivendoli): ciascun capoverso di questa lunga lettera romanzesca si posa come una pezza calda sulla nostra mente indolenzita che ricorda poco, anzi non intende ricordare affatto (l’antistoricismo è la peggiore tara italiota).





Maria Jatosti


La categoria del letterario viene riportata alla sua natura di mezzo, non di fine individualistico-mercantile:  di fatto  la narratività  serve a lacerare il pesante drappo che ottunde la falsa buona coscienza comune (Myrdal), così da riuscire a imporre  un processo di disincantamento, di cruda demistificazione (“Non la teme,  la morte. La disturba il pensiero di non veder come andrà a finire la giostra, di non esserci quando, corroso in ogni fibra del cancro dell’idiozia e della protervia distruttiva, il mondo si sarà decomposto. Vorrebbe aspettare l’apocalisse, guardare corpi facce alberi bestie vulcani grattacieli torri aeroporti cimiteri autostrade ponti giardini templi disfarsi, scomparire, le acque andare all’insù il cielo i monti precipitare inghiottiti dalla poltiglia fetida degli spurghi dei liquidi organici del vomito delle feci del sangue dei secoli”, p. 130).

Sottoscrivo questi passaggi: interrogano, inquietano, scuotono le evidenze, anche le più rassicuranti, mostrano la scaturigine delle nostre contraddizioni insanabili, dei postulati sociali accettati supinamente, della ratio politica senza contrappesi credibili (basta ricordare Freud e la sua asseverazione circa l’istinto di morte che dilania segretamente e inconcusso gli Stati e le loro burocrazie).

 

3.    Maria Jatosti rende con fedeltà poetica l’interminata crisi della (post)modernità e le mancate svolte del nostro presente: procede con libertà analitica riguardo ai singoli fatti della sua esistenza, determinati con precisione e chiarezza, ma subito abbandonati per non indulgere nel sentimentalismo, oltre che per ricomporre un’invincibile forma-destino, altrimenti spezzettata e delocalizzata come nello sterile mimetismo naturalistico dei romanzetti industriali schierati nel front-line  delle librerie. Senza preferenze per un episodio, piuttosto che per un altro, senza mai mostrare la corda del bozzettismo esistenziale, Maria Jatosti simbolizza l’ossessione temporale come un ingorgo che risucchia tutto, tranne ciò che la scrittura riesce a salvare  e a perpetuare.

Allo pseudostoricismo dei gazzettieri prezzolati sostituisce un commovente rispecchiamento lukàcsiano, secondo i canoni di un realismo totale, ma non ingenuo, che le permette di rendere con la forza del suo carattere le basi materiali della vita italiana e globale degli ultimi sessant’anni (“E le foibe? E le atrocità dei partigiani? E il delitto di Cogne? La giostra infinita continua... Sanremo, le carrette della morte, i caduti sul lavoro, i bambini killer, i kamikaze, la mafia, la camorra, i suicidi del sabato sera…”, pp. 222-223).

 

4.    Maria Jatosti infiltra tenacemente fra le unghie delle parole le giornate calde e felici degli Anni Cinquanta (l’apprendistato intellettuale, le prime prove come autrice), le atmosfere psichedeliche dei Sessanta (il dispiegamento dell’utopia), le sensazioni negative dei Settanta (la sconfitta dei movimenti, il femminismo contrastato), fino al riflusso/reflusso che dagli Anni Ottanta ci ammorba e non accenna  a smettere, ne consegue la  disperata vitalità con cui la Nostra cerca di compattare la sua identità storica, muovendosi tra improvvisazione e (dis)ordine come in una partitura jazz, stile be bop (Dizzy Gillespie per intenderci).

 

5.    Per amore e per odio somiglia alla casa attuale di via Eurialo, cinquant’otto metri quadri inzeppati di libri, quadri, scrivanie, muri mangiati dal fumo delle sigarette, come dire pagine provviste di spigoli contro la sciatteria dilagante e pagine morbide, ovali, che danno il calore dell’intimità, degli affetti. Dall’oikos, dalla soglia,  è sempre partita con il suo fagotto di viaggiatrice, illuminato a tratti in mezzo alle fessure della notte in un tempo calamitoso: la sua passione per la verità degli incontri e delle idee prende la forma di un’amara invettiva quando è costretta a constatare il tramonto dell’engagement intellettuale (“La città pullula di solerti cicale del provvisorio, del dilettantismo, del pressapochismo: infaticabili organizzatori dell’effimero, del vuoto sul vuoto assordante, frenetico, rumoroso, incalzante, veloce”, p. 109). Né si salvano i giovani, così crudelmente giovani e arrivisti, che nella loro giovinezza si sono squamati come dinosauri onnivori, altro tratto tipico dell’Italia Libera di Bananas: ”Turbe di orfici narcisi estenuati tromboni protervi stentorei sfiatati aureolati dimessi dementi tremolanti” (p. 110).

La scrittrice romana non è solo una testimone, ricusa per questo la registrazione passiva degli eventi, si pianta sulle mani ancora forti e pesta sulle parole, sulle vocali dure e sulle consonanti audaci per riannodare qualche filo in anni così insulsi e desolanti per i  rapporti umani.





Giuliana Laportella, Torino, 2012


6.    Maria Jatosti non impartisce lezioni: il suo lavoro non erige un muro diegetico davanti al lettore, infatti opera nella sua scrittura un perdurante sentimento di rivolta, intessuto di analisi, riflessioni, modi di pensare le cose e di agire nel contingente. Si registra tra la sua narratività e il reale un andirivieni ricco di interconnessioni e interferenze: si sente il rumore di porte chiuse lontano (nel passato) e di finestre spalancate sul presente, all’insegna di una dirittura morale che non teme di risalire dalle profondità del dubbio, dallo scoramento, dalla disillusione.

Appare difficile sopportare per intero il peso della propria storia personale, a meno che la memoria non rifluisca in canali ben delineati verso l’esterno: questo è quanto si rivela in Per amore e per odio, quanto agli schemi della razionalità demistificante e alle situazioni metamorfosate nelle dinamiche espressive e stilistiche.

Ciò che viene raccontato è ripreso direttamente dall’esperienza e trasformato in exemplum per il lettore: l’autrice non si tira in disparte, essendo ancora in grado di esprimere in maniera esemplare le questioni essenziali del nostro tempo.

Nonostante gli scoli mefitici della palude sociale, Maria Jatosti si districa con consumata perizia  tra i suoi personaggi, a cui taglia via lo sguardo per impossessarsi dei loro pensieri, né gli accadimenti rimangono fermi, ma si mettono a cercare essi stessi lo scrittore che possa rappresentarli in forma compiuta e universalizzata. In questo senso Maria Jatosti non ha dovuto fare altro che collegare la memoria corporale, olistica, alla selettività dei ricordi per veder crescere davanti a sé un’intensa e movimentata materia romanzesca, degna di figurare tra le prove significative di quest’inizio di secolmillennio, degna tra mille asperità e ripensamenti di poter ancora, senza retorica, indicarci come coltivare la speranza.

 




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