LETTURE
GIORGIO MOIO
      

Elaborando il tempo


Edizioni Cerchio Rosso, Napoli, 2011, pp. 60,
€ 12,00

    

      


di Domenico Cara

 

 

Giorgio Moio: labirinto delle ceneri

 

I punti di partenza di questi labirinti di cenere (ma sarebbe meglio dire, secondo le abitudini di Giorgio Moio conferite ai titoli delle precedenti sillogi di lavoro individuale: scritture d’attesa, sabbie mobili, work in progress, un vibrato continuo, parodie, la fiera degl’inganni) sono una summa (irta) e di “oltranze” previste consapevoli, come fibre elocutive, sensi e dissensi civili, condizioni provvisorie irradiate come prospettive di riflessione dell’attualità a più opportunità mentali e installazioni a cultura intensiva. I ritmi di esecuzione aforistica incominciano il loro itinerario icastico e fervoroso con i tre punti d’inizio e il maiuscoletto a suggestione mite e crepuscolare per favorire un’intensa dicibilità lontana dai circuiti istituzionali o in tutto simili allo sviluppo della tradizione raccontata. Il documento totale è un’ironia istintiva e una reazione a quel rien va che in troppi subiamo, assai difficile e duro, parallela al male comune, stimolante, per risentimento convenzionale, modello non congelato in tempo di sostanziali irregolarità, né tattile sorpresa o soltanto loica e informe.

Questo “elaborato” critico e diaristico, intanto somiglia al genere di narratività a cui Moio ci ha abituati: poetiche progettuali di qualcosa di più aperto e di definito, legate alla concettualità ad uso del post-moderno. Ecco alcuni esempi di monologo icastico, che potrebbero far parte di una storia di voci e di fogli contemporanei, e qui intanto percepibile esercizio disegnato per linee erose e felici, entità autobiografiche divelte dal medesimo racconto poetico che presiede alla disinvoltura della silloge conflittuale e forse inesauribile. Nella mobilità del negativo che dota la qualità di tanto dire e disdire, a me questo stato euforico di senso del mondo adombra quel terrifico gesto di Cagliostro che plasma, impasta e scioglie colori e polveri, argille molli per rigenerare finzioni, tesi infine illimitabili di reintroduzioni e riferimenti a trasgressione ferita e attiva.

Così l’autore ridimensiona le sciocche e astute fatiche del mondo e forse le tante inutilità operative. E tutto è come una sfida al tempo (fugace dio breve e sottile) che ci attraversa in ogni superficie e lamento, o urto diretto. Il carico rivitalizzante con l’amarezza del comune percorso è  trasparente e solido, a più scherni e insiemi fra le brulicanti categorie dei movimenti in fuga. Concretamente, lo zucchero filato dei suoi grovigli conferisce alle medesime istanze non spray, un’investigazione e – quasi per insulti non allusivi –  recita le parti multiple di uno spettacolo che ritrovo in una serie di testi narrativi e frammenti diaristici in diversi nuovi scrittori. I quali non dubitano che il “romanzo” possa farsi così: musiche di sensi, tracce di evocazione, vibrazione imprevista, disgregate mitologie a non utile spreco. Su quel dettato di lievi finzioni sottoscritte per la coralità del testo misto, gli eventi sono cosparsi di cupa o ironica realtà, frequenza di febbri, modalità rapprese di sottintesi clamori, altro spirito contestativo a latere dello stesso verso non scritto, ma presente nel talento triste (e divertito) del gioco e del giogo a cui affida gl’irsuti e queruli appunti.

Opera mai finita e tersa, in atmosfera di azzardi e di tessuti sagomati, puri. Ecco la macchina di un lavoro letterario che diviene via via attiva rivoluzione, riordinata per righe indeformabili e destino, solo in apparenza didascalici, ed esattamente a piena densità di sensibilità e percorso, a fiotti nudi e irreprensibili dosi.




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