LETTURE
EDOARDO PERSICO
      

La città degli uomini d’oggi

prefazione di Giuseppe Lupo

 

Hacca, Matelica (MC) 2012, pp. 94, euro € 12,00

    

      


di Sergio D’Amaro

 

 

L’utopia di Edoardo Persico tra Gobetti e il Bauhaus

 

 

Edoardo Persico è un nome quasi dimenticato nella storia della cultura italiana. E invece la sua statura umana e la sua intensa attività di suscitatore di energie e di fautore di iniziative oggi lo collocano nel bel mezzo di uno spazio cruciale del Novecento, all’altezza degli anni Trenta. Persico è napoletano, ha fatto studi irregolari, si è trasferito a Torino dove ha conosciuto Piero Gobetti, si sposta a Milano nel 1929 dove fonda una casa editrice e una galleria d’arte, assumendo la direzione, con Giuseppe Pagano, della rivista “Casabella”. Persico è ancora giovanissimo (è nato giusto nel 1900), ma si sente addosso una irrequietezza bollente e uno spirito bohèmien congeniale alla svolta di un’epoca. È scrittore, grafico, collezionista d’arte ed esperto di architettura, ma è anche antifascista, disposto a subire arresti e persecuzioni.

  

Nel 1923 congeda alle stampe un libretto che riecheggia Sant’Agostino, La città degli uomini d’oggi. Dentro ci mette il succo delle sue meditazioni giovanili, la consapevolezza acquisita in anni febbrili dell’anima umana, dei comportamenti contraddittori degli individui nella selva difficile della società. È un italiano in un’Italia dilaniata dagli eventi postbellici, un architetto che coraggiosamente vuol riedificare valori e progetti, possibilmente in tempi piuttosto rapidi, visto che la situazione precipita secondo frane imprevedibili. Sono pagine, quelle di Persico, scritte di getto, che ora possiamo di nuovo gustare nell’edizione moderna offertaci dall’editrice Hacca, con una densa prefazione di Giuseppe Lupo. L’ultima volta che l’opera era stata stampata risaliva al 1964 nell’edizione omnia apprestata da Giulia Veronesi. Cinquant’anni non passati invano, se contemporaneamente i riflettori sull’autore si sono riaccesi anche grazie al romanzo dedicatogli da Camilleri, Dentro il labirinto, svolto secondo un’accorta tecnica di suspence.

  

La città che Persico delinea somiglia moltissimo al porto agognato da un viandante pieno di strade lasciate e poi ritrovate. “Tutto brucia!”, egli afferma, “il mondo è un deserto popolato d’uomini’ che fuggono la verità e si coalizzano, nemici, contro un nemico comune. Cercare la verità, riaffacciarsi alla bellezza, riguadagnare la bontà così calpestata comporta un lungo viaggio, un inesorabile sprofondamento nel male. “Oggi tento l’arte”, è la frase che fa da refrain a questo suo speciale manuale di etica, a questo suo allarmato bollettino di virtù infrante. E Persico allora viaggia, si allontana sempre più dal suo Sud, insegue i suoi “eroici furori” alla maniera in cui lo fanno Vittorini, Sinisgalli, Gatto, approdando nella città della tecnica, Milano, e anche forse nella città futura intravista da Gramsci nella sua esperienza torinese. È una città che somiglia ad un’altra società, ad un altro ideale di ordine e di benessere. Nell’arco di qualche anno l’atteggiamento di Persico si fa, da speranzoso, incupito, preoccupato da segnali che si profilano all’orizzonte. Scrive Lupo nella sua prefazione: “Se c’è un dato comune tra i dipinti torinesi e le istantanee milanesi, credo vada ravvisato nell’atteggiamento accigliato, nella mancanza del sorriso che determina una fisionomia di intellettuale inquieto, perseguitato dal dèmone, in cerca della verità da predicare nelle redazioni, nelle gallerie o sulle pagine delle riviste”. Siamo tra il 1928 e il 1934, l’Italia e l’Europa bruciano di un incendio ancora più forte. Non manca molto alla misteriosa morte di Persico nella sua vasca da bagno, nel gennaio del 1936. Un enigma tuttora irrisolto, ma che rimanda a quegli stessi uomini che hanno dissociato il bello dal buono ed esaltano il male.

 




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