PRIMO PIANO
IL MEZZO SECOLO
DEL GRUPPO ’63
L’avanguardia
ha compiuto cinquant’anni.
È ora che rinasca?


      
Il fenomeno neoavanguardistico si generò in un tempo – gli anni Sessanta del Novecento – che appare oggi lontanissimo, quasi alieno per le spinte poetiche, critiche, concettuali, politiche che si sprigionarono. Oggi rifrullati dalla postmodernità alla ‘catamodernità’ viviamo un’epoca segnata da scritture semplicistiche e soporifere, adatte al mero, rapido consumo, indice di un implicito pessimismo della specie. Eppure, proprio perciò, non ci potrebbe essere tra breve un nuovo risveglio avanguardista?
      



      


di Francesco Muzzioli

 

 

Ciclicamente ad ogni decennio, quando arriva il terzo anno della decade, si rinnova il dibattito sul Gruppo ’63, sempre molto animato. Almeno a causa degli anniversari si è obbligati a discutere di avanguardia, un argomento che, altrimenti, sembra ormai lontanissimo da qualunque interesse, distante anni luce – lo dice uno che invece di avanguardia ha parlato continuamente per tutto questo tempo, riscontrando però una sempre maggiore assenza di ascolto e di reazioni. Adesso che ricorrono i cinquant’anni, un bel mezzo secolo tondo, ho la sensazione dell’astronauta sbarcato su di un pianeta alieno, un mondo dove la parola “avanguardia” ha perso il suo significato.

Potrebbe esserci una precisa ragione, il cambiamento della immaginazione collettiva nei riguardi del futuro: gli anni Cinquanta-Sessanta sono stati anni di forte crescita e modernizzazione, che hanno sradicato l’Italia dal suo fondo contadino, e hanno elevato i proletari a consumatori. Che in quella fase espansiva di acquisizione di benessere anche la letteratura dovesse fare la sua parte e quindi liberarsi degli atteggiamenti arretrati (mitico-ingenui) per essere al passo con l’avanzata della modernità e che avesse per giunta da radicalizzarsi fungendo da occhio critico, risultava perfettamente plausibile, proprio per la portata di quel cambiamento, per le energie che stava liberando, per le nuove contraddizioni che stava scatenando e le abitudini che stava distruggendo. Tra l’altro, in Italia, forse proprio per la rapidità del balzo in avanti, il fenomeno della neoavanguardia fu particolarmente incisivo e il movimento letterario decisamente numeroso, ancor di più se si considerano anche gli autori che, per un motivo o per l’altro, non vennero inglobati nel gruppo (e ce ne erano di straordinari: Cacciatore, Emilio Villa, Toti e molti altri); inoltre ci fu, in Italia, una notevole consapevolezza della portata e delle conseguenze della sperimentazione, tanto che la forma privilegiata non fu quella del reading, bensì quella del convegno, comportante il confronto teorico, l’aggiornamento metodologico, il banco di prova dell’analisi testuale. Per numeri e per apparato critico in quel periodo siamo stati primi, direi, anche addirittura rispetto alla Francia.

Allora tutti avevano in mente la freccia del progresso e l’idea che ogni risultato raggiunto fosse un punto-di-non-ritorno. Per la verità le cose andarono subito in modo strano, certamente per quanto riguarda la letteratura.





La generazione alla quale appartengo per data di nascita, che non aveva fatto in tempo a partecipare direttamente alla neoavanguardia, invece di scegliere la strada di un incremento, chiedendo ancora maggior rigore critico e semiotico (strada che avrebbe comportato grande applicazione critica, studio e passione dialettica), scelse la strada più facile che la concorrenza offriva e ritornò indietro, alla letteratura del privato, magari farcita con la dovuta psicoanalisi fatta-in-casa. Già questo fu un primo riflusso, destinato a perfezionarsi poi sotto l’usbergo della formula di successo mondiale del postmoderno. Il postmoderno ha rappresentato la grande pentola in cui la nozione di avanguardia è stata a poco a poco “lessata” e messa in condizione di non nuocere. Il postmoderno ammetteva l’anything goes, era l’esatto specchio di un mercato culturale fondato sulla confusione, dove tutto è tollerato, basta che si venda. Alcuni aspetti dell’avanguardia vi erano ricompresi, ma in modalità smussate e normalizzate. Mentre l’avanguardia come tale era l’unica cosa esclusa e dichiarata “impossibile”; per forza: perché l’avanguardia non è semplicemente un prodotto diverso dagli altri, è un prodotto che rifiuta l’intera norma del mercato. Non vuole vincere al gioco, ma cambiare gioco. Non scrive di cose diverse, ma scrive in altro modo. È precisamente ciò che impedisce l’indiscriminata confusione del qualunque col tutto.

Ma, attenzione, ora abbiamo la crisi. Ogni tanto sentiamo dire che il nostro tenore di vita è tornato indietro a una qualche data pregressa. Questo passo del gambero, retrocedi oggi retrocedi domani, non potrebbe arrivare ai livelli degli anni Sessanta? E, a quel punto, non si tornerebbe magicamente nelle condizioni adatte per una ripresa dell’avanguardia? Eh no, nemmeno in questa retrogradazione “penitenziale” il passato potrà tornare, perché ovviamente arrivarci andando indietro non sarà la stessa cosa di quando ci si arrivava guardando avanti, c’era il vento nelle vele e la spinta delle speranze di ulteriore espansione. Il mondo della decrescita (che sia felice o meno lo vedremo) non sembrerebbe proprio, per sua natura, adatto alle avanguardie. Tuttavia, un momento: se diamo un’occhiata indietro, ci sono state anche avanguardie per gli anni di crisi: il dadaismo durante la guerra, espressionismo e surrealismo negli anni Venti, senza contare gli sperimentatori isolati, Kafka, Joyce, Brecht, eccetera. Non si può escludere che si aprano delle vie alternative anche in periodi in cui l’economia non promette nulla di buono, quella che io chiamo la catamodernità. Potrebbe essere un’avanguardia nutrita della coscienza della propria stessa impossibilità. Insomma, lo scrittore ha sempre da scegliere la sua scrittura e di essa resta pienamente responsabile. Certo, è condizionato non solo dal mercato, ma dalle altre scritture che lo circondano; se nessuno ha più coraggio di scelte discordanti, l’omologazione procederà al galoppo.

Infine, a me sembra, al di là di tutti gli appelli etici (che lasciano il tempo che trovano e che il mercato accoglie sempre con compunzione, ma con totale sordità, facendo quelle “orecchie da mercante”, che del resto gli sono proprie), al di là dei predicozzi e delle ramanzine come pure dei nostalgici amarcord e degli imperativi velleitari, la questione è semplicissima. Gli esseri umani sanno sempre per istinto di cosa hanno bisogno: quindi se oggi sono in circolazione solo scritture semplicistiche e soporifere, adatte alla fruizione immersiva e al rapido consumo, questo potrebbe essere il portato di un implicito pessimismo della specie. Affonderemo per forza, quindi tanto vale affondare senza rendersene conto. Doparsi di fiction per non pensare. La cultura del basso capitalismo è questa semiosfera tendente a costituire un “apparato mitico sognante”, una anestesia del condannato. L’ipotesi-avanguardia riposa al contrario su di una estrema speranza nel risveglio possibile. Allora, sì, occorrerebbe puntare alla massima vitalità, varietà, dinamicità della scrittura, per produrre nel soggetto un sobbalzo che lo sottragga ai ganci emotivi delle “storie” e agli allettamenti compensativi o consolatori. Allora dovremmo ripartire dalle avanguardie, rimetterle a nuovo, riutilizzarle cum grano salis, forse, ma senza smussarne le punte più acute. Tuttavia, l’unica pezza d’appoggio di questa contro-ipotesi è che colui che in questa sede la espone continua ad averla in mente. Una prova soggettiva? Basta a dimostrare che l’alienazione è ancora, malgrado tutto, incompleta?





L'ultimo saggio di Francesco Muzzioli, pubblicato dalle edizioni Odradek (2013)


Ma, se anche fosse, il momento, quale sarà? La distanza che ci separa dagli anni Sessanta dà la sensazione di un abisso, tali sono stati i mutamenti della situazione e i passi indietro di tutta l’Europa. Il tempo passato sembrerebbe ormai troppo e l’oblio ben installato, il codice per cogliere le istanze di avanguardia assolutamente mancante dalle attrezzature dei lettori. Però, se andiamo a contare, ci accorgeremo che tra il Futurismo (1909) e la neoavanguardia (1963) gli anni che passano sono anche più di cinquanta. Perciò, ammessa e non concessa la ciclicità del fenomeno, ci resterebbe ancora un po’ di tempo per la nuova ripresa. Secondo questa non poco fantasiosa matematica, bisogna sbrigarsi. Sappiamo che nessuna avanguardia può nascere a comando (lo abbiamo ben capito, nei tentativi intercorsi falliti), tuttavia è nella sua natura sorprendere; del resto, se tutto è comunque perduto (secondo l’ipotesi più pessimistica), alla soluzione del perdere coscienza si può contrapporre quella della partenza per la tangente: perché allora non mettercela tutta per tramontare verbigerando, perso per perso, “fallire meglio” e però finire divertendosi e in modo liberatorio?

 




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Primo Piano

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006