PRIMO PIANO
JANNACCI – CALIFANO
Il clown-guaritore
e l’amatore
in chiaroscuro


      
A fine marzo nel giro di 24 ore sono morti, settantenni, due tra i più popolari cantautori italiani dell’ultimo mezzo secolo. Due figure pressocché agli antipodi, ma interessanti proprio per il loro incarnare due identità musicali che erano anche e soprattutto due polarità esistenziali, culturali, politiche, geografiche. Il cantore ‘malicomico’ dei marginali e contro il potere e il Califfo ‘sciupafemmine’, concentrato unicamente sull’eros come due facce opposte e complementari del nostro paese.
      



      


di Marco Palladini


Le coincidenze posso essere viste come accadimenti del tutto casuali, accidentali. O viceversa essere lette come segni destinali, come avvenimenti che nell’incrocio del fato disvelano fili nascosti, producono inattesi ordini di senso, inducono nuove riflessioni.

È questo, lo confesso, che ho pensato allorché lo scorso fine marzo nel giro di 24 ore sono morti il 77enne Enzo Jannacci e il 74enne Franco Califano, due tra i più popolari cantautori italiani dell’ultimo mezzo secolo. Due figure per molti versi agli antipodi e interessanti proprio per il loro incarnare due identità musicali che erano anche e soprattutto due polarità esistenziali, culturali, politiche e geografiche del nostro paese.

Di origine familiare pugliese Jannacci era il cantore per eccellenza della Milano popolare, della Milano degli esclusi, dei poveri, dei marginali, dei matti, di quelli che “ purtavan i scarp de’ tenis”. Ma era un cantore sofisticato, colto, che aveva introiettato il teatro dell’assurdo e quello di Dario Fo e il cabaret intellettuale dei primi anni ’60. Stava sul palco esibendo un’aria stralunata, straniata e straniante, derisoria e malinconica al contempo. Jannacci, forse, è stato il primo dei cosiddetti ‘malincomici’, con gli occhiali da dottore o impiegato e il volto cereo e impassibile. Ecco, Jannacci mi sembrava il Buster Keaton della canzone d’autore quando eseguiva con un lieve scatto della testa il ritornello burlesco ed atroce di Vengo anch’io? No, tu no.



Enzo Jannacci (1935-2013)


Da autentico poeta della canzone Jannacci non mi pare che abbia mai fatto professioni di fede ideologica o politica. Bastavano le sue canzoni, il suo sguardo ora pieno di ironia e di pietà verso le persone reiette, i tipi buffi, i piccoli malviventi scalcagnati come quello che faceva “il palo nella banda dell’Ortica”, ora sbeffeggiante verso il potere (Ho visto un re), per situarlo ontologicamente da una certa parte, per farlo riconoscere dalla sinistra come una propria icona. Ma mentre l’arte del suo amico e partner Giorgio Gaber entrava direttamente, con voluttà e talora con furia nei temi socio-politici, era un’arte tutta in battere, quella di Jannacci era un’arte in levare, lui aveva la leggerezza del cantastorie, di colui appunto che non ha bisogno di fare proclami o gesti altisonanti, che si limita a raccontare storie in modo sardonico e laterale. Ed è quel modo, quel linguaggio tutto suo pieno di esitazioni, di svisature, di perplessitudini, talora palesemente stordito o pieno di sapide obiezioni (Se me lo dicevi prima), che riusciva ad illuminare la nostra precaria condizione di uomini, che rispecchiava il nonsenso o l’assai nebuloso senso delle vite di tutti noi.

Per cui, sì, Jannacci era a suo modo un cantautore di sinistra, ma di una sinistra priva di certezze e di diktat ideologici. Tanto è vero che Jannacci forse il suo vero senso lo trovava nell’esercitare la professione di medico, di cardiologo e chirurgo, mettendo cioè il suo sapere e la sua perizia nel cercare di salvare le vite altrui. Questa doppia identità di Jannacci non mi è mai apparsa una scissione, semmai una stretta interconnessione, in senso etico e di visione della vita. Il cantare in modo struggente certe esistenze (vedi la stupenda Vincenzina e la fabbrica) si innestava poi direttamente nella buona volontà di chi si prendeva cura medica dei corpi degli altri, come bisogno di un fare concreto che conchiudeva operosamente il cerchio aperto dalle parole delle sue canzoni.

In questo senso la lezione artistica e morale di Jannacci mi sembra unica, preziosa, forse irripetibile. Il clown e il guaritore. O meglio il clown è il guaritore. Colui che ci fa ridere è anche colui che ci guarisce nell’anima e nel corpo. Bellissimo. Come perciò davvero bellissima è stata la parabola di vita di Jannacci.

Di cui ricordo un paio di memorabili apparizioni cinematografiche. La prima in una pellicola del geniale Marco Ferreri, L’udienza (1972), in cui Jannacci interpreta il ruolo di una specie di picchiatello fissato e vagamente inquietante che arriva a Roma dal nord per conferire con il papa, ripetendo “è anche nel suo interesse”. E più viene respinto e più si intestardisce in mille goffi tentativi, senza rigorosamente mai provare a spiegare perché vuole parlare con il pontefice. Siamo in puro clima di cinema dell’assurdo, con risonanze metacomiche, a cui Jannacci presta un physique e un esprit du rôle perfetti, al servizio del cattivissimo Ferreri che tratta la fede cattolica e monomaniaca come un caso psichiatrico. Lo spostato fatalmente terminerà i suoi giorni con una misera morte notturna in Piazza San Pietro sotto il colonnato del Bernini.





Enzo Jannacci nel film L'udienza di Marco Ferreri


La seconda è in un modesto film di Sergio Castellitto La bellezza del somaro (2010) dove Jannacci presta, appunto, il suo ‘soma’ di settantenne all’attempato e improbabile fidanzato di una diciassettenne ribelle. L’attore-regista prova a tratteggiare in modi grotteschi, ma arronzati le ipocrisie, le finzioni, le viltà, le isterie, le contraddizioni su cui si regge il ménage dei genitori dell’adolescente e dei loro amici. Detentori di una condizione borghese tanto agiata quanto malata, menzognera e avvilente, da cui si distacca la figura sorridente, colma di saggezza e di tenerezza di Jannacci. Come un nonno-guru che mostra di conoscere i fili segreti ed essenziali della vita, e che agli occhi della ragazzina è l’unica alternativa plausibile ad un mondo di adulti bacati e spregevoli e di coetanei vacui e decervellati. E il sorriso benevolente e quasi buddhistico dell’anziano Jannacci si isola nel film come un’immagine solare e gentile del vecchio clown-guaritore che può ormai dire che la sua missione è compiuta.


A fronte della genialità survoltata, ma anche della pratica operosità di Jannacci, la figura di Califano mi appare quella di un dissipatore. Per indole e per scelta. Il tema quasi unico delle sue canzoni è il rapporto uomo-donna. Anche se per il Califfo quello che conta è l’innamoramento, la seduzione, il corteggiamento, non l’amore, la coppia fissa, il sentimento che si stabilizza. Quello che stimola il suo estro è l’empito di passione erotica iniziale, perché poi come dice nella sua canzone-manifesto Tutto il resto è noia. Così come Jannacci assume del tutto naturalmente, senza alcuna forzatura l’identità del clown-guaritore, così Califano aderisce con totale spontaneità e naturalezza al ruolo dello ‘sciupafemmine’, del playboy in servizio permanente effettivo. Da perfetto homo eroticus conquista migliaia di donne famose e non, e travasa questa sua assai vasta esperienza amorosa nei propri brani dove esplora le tante varianti dell’accensione d’eros, fino a quella per un trans. Da artista prettamente individualista Califano appare del tutto indifferente al mondo e alle implicazioni politico-sociali del vivere. E rimane fedele fino in fondo, dagli anni ’60 sino ad oggi, alla sua visione-ossessione del sesso come terreno privilegiato e decisivo per misurare il proprio valore, la propria qualità e nobiltà di maschio. Per Califano il vero macho è il grande, inesauribile amante, ma anche quello, come è capitato a lui, che finisce in galera (due volte), magari ingiustamente, e non si lagna, non si piange addosso, affronta la disavventura con fierezza, con dignità, tiene il punto e la bocca chiusa, si comporta insomma da ‘vero uomo’. In Califano si coglie bene il mix tra la sua sensibilità artistica e poetico-canzonettara e il suo spirito da ‘duro’, con il quale cercava di incarnare una idea di maschio antica, tutta d’un pezzo, immune al femminismo e alla crisi d’identità maschile degli ultimi decenni. In tal senso il Califfo era un animale maschio fuori tempo e come tale è stato riconosciuto e molto amato da un amplissimo pubblico sia maschile che femminile, di estrazione popolare, poco colta, di forti istinti tradizionali, ancorché spesso avariati.





Franco Califano irresistibile latin lover


Soprattutto a Roma Califano era un idolo assoluto, sembrava incarnare la quintessenza del maschio latin lover, del borgataro bello e dannato, ma senza le sovrastrutture poetico-ideologiche di Pasolini, il richiamo del sacro e di una dimensione antropologico-culturale antagonista allo status di dominio storico della borghesia, non lo ha mai sfiorato. Califano non era un intellettuale, parlava rude e semplice, si esprimeva volentieri in romanesco, la sua trasgressione era quella di uno venuto ‘dal basso’ che grazie al talento musicale aveva fatto i soldi, ma poi li sperperava facendo la ‘bella e dolce vita’ tra donne e cocaina, e non si conformava al modello sociale del bravo (e ipocrita) borghese. Aveva avuto la ventura di sposarsi giovanissimo a diciannove anni, ma si era separato subito dopo e si era quasi dimenticato di avere una figlia, per la quale non è mai stato realmente un padre. Laddove Jannacci il figlio Paolo lo ha curato come un fiore di serra, fino a farlo diventare il partner musicale privilegiato delle sue esibizioni. Il riferimento alto e letterario che vedo di Califano è Casanova: un irriducibile libertino che si autocostruisce come tale e che attraversa la vita come uno zingaro dell’eros e della canzone e alla fine della sua esistenza si ritrova da solo. Ma questa solitudine non è uno scacco, è una scelta – diceva Califano: “Sono solo, perché in fondo sto bene da solo”.

Se in carcere il Califfo finisce per diventare amico di un boss criminale come Francis Turatello, sempre in omaggio alla sua mitologia del ‘vero e duro maschio’, mi colpisce che nel mondo della canzonetta egli dica di “non avere colleghi” (erano tanti quelli che lo evitavano o ne parlavano male), ma poi indichi tra le persone che gli mancano tre eroi solitari e sfortunati: Luigi Tenco, Piero Ciampi e Umberto Bindi. Il cantautore piemontese intenso, ribelle e malinconico che si suicida nel 1967, anche perché disgustato dal baraccone del Festival sanremese; il poeta-cantautore livornese marginale e sarcastico, arrabbiato e dolcemente lirico, che muore alcolizzato a soli 45 anni, ignorato dai più; il cantautore ligure con cui scrisse il famoso brano La musica è finita, compositore di grande talento, la cui carriera fu fortemente limitata e oscurata a causa di una omosessualità non accettata (dall’ambiente discografico e televisivo).

Questo per sottolineare che Califano era un personaggio più complesso, sfaccettato e stratificato e chiaroscurale di quanto veniva percepito. Nonostante certe apparenze, lui con il mondo trash e ‘cafonal’ dello spettacolo e della capitale, non c’entrava. Negli amici perduti Tenco, Ciampi e Bindi egli trovava una autenticità di vita e di destino (senza compromessi) che era, poi, la stessa che aveva cercato per sé come uomo e come artista.

E gli fa, credo, torto che ai suoi funerali ci fossero soltanto esponenti politici di destra, i post-fascisti tipo Alemanno. Perché se proprio vogliamo trovare un’etichetta Califano era di sinistra-destra, la sua mascolinità di tipo tradizionale era temperata da un’indole romantica e guascona, istintivamente anti-borghese, anarcoide e ‘maleducata’. E in questo il Califfo incarnava un’anima schiettamente popolare e indifferente agli schemi ideologici, menefreghista non in senso fascista e di sopraffazione, ma di chi insegue sempre il proprio godimento, a qualunque costo, nel segno appunto della dépense, della dissipazione del proprio esuberante vitalismo. Se l’esistenza è breve, pensava e cantava Califano, vale dunque la pena di sprecarsela tutta addosso, di delibarla fino all’ultima goccia di piacere, tanto poi anche la morte ‘è noia’.





Califano in uno dei suoi ultimi concerti


Jannacci e Califano opposti in vita e coincidenti nel tempo della fine, li vedo come due maschere alternative e però complementari del ‘genius loci’ italiota. Il guaritore ridente e l’amatore tanto appassionato quanto disincantato. Sono le loro, direi, due posizioni ontologiche, ma l’‘essere’ unico è fatto di tanti ‘esserci’ particolari, differenti, contraddittori, preziosi nella loro molteplicità. Si può scegliere l’una o l’altra posizione, ma non è obbligatorio. La sinfonia della vita si nutre di tanti colori, di tanti suoni diversi. Ciao Enzo. Ciao Franco.





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