LUOGO COMUNE
ROMANZO A PUNTATE
Geco (XIII)



      

di Gualberto Alvino

 

 

la macchina dovrebbe essere dietro la curva, l’ho messa fra la berlina del Settantasette e il bidone, l’avranno rubata? moduli file denunce, lo penso tutte le mattine ma è sempre là, ogni volta menta gelata nell’esofago, se la porteranno via quando non te l’aspetti, succederà, rasségnati, le fanno in modo che possano rubarle facilmente, non c’è antifurto che, per il ladro è una sfida, un point d’honneur, non premere forte il pulsante del telecomando sennò si sfonda, come quando davanti al duomo in festa ti, quel bambino che mangia pane e salame peserà cento chili, pieghe sul collo, sulla nuca rasata, fianchi così grandi che ci appoggia i gomiti, cosce da saziare branchi di leoni affamati, più secca d’un’aringa la madre gli stritola rabbiosa una mano, è stata lei a bruciargli i polsi con la sigaretta, a ferirgli il mento, l’astio le deforma il viso, spera che un bolide lo schiacci sotto le ruote, che il peggiore dei mali, non vede la bellezza di quei canini smerlati che affondano nella ciccia come rasoi, ha deciso di vivere a ogni costo, conservarsi prosperare, e non sa perché, lo esporrei, la signoria della fame, l’abbandono delle membra tese a un unico fine, la voracità assoluta, barcolla stremato dal piacere, stacca le molliche dal golf e fa fuori anche quelle, ma prima le contempla per allungare l’attesa, l’Occidente incarnato

 

apri la portiera, siediti, allaccia la cintura, speriamo che parta, se non parte è la fine, non puoi avere altre proroghe, ne ho già chieste tante, e niente ti umilia più di chiedere, premi la frizione, non farla grattare, stacca una mano dallo sterzo e cerca i cioccolatini nella borsa, tienila per un lembo della stagnola, mettilo in bocca e tira coi denti, férmati dietro il furgone, sfila le chiavi, corri dal tabaccaio col portafogli aperto, guadagnerai tempo, quel tombino sta per franare, comprane due, anzi tre, domani è domenica, prepara un sorriso per il solito vigile, mi fissa incantato ma non ne perdona una, s’acquatta dietro l’angolo per cogliermi di sorpresa invece di transennare il tombino, salta fuori e ti sventola il blocchetto sul naso fingendo di compatirti, no, oggi non c’è, sabato festa, a meno che non ti spii dal bar, cassetto pieno di multe, pagare o bruciare?

 

parti prima che arrivi il tram, dovrei seguirlo come un feretro sino alla fine del viale, premi l’accendisigari, guida un attimo senza mani e apri il pacchetto, addentala, riprendi il volante, scattato, fa’ presto, si fredda, sfiora appena la piastra con la punta della sigaretta o resterà attaccata, abbassa il finestrino, non dovrei fumare qua dentro, il fetore è insopportabile, lo dico sempre e, il rinvio, la tua vita è una collana d’alibi, frena, hai la precedenza ma non si sa mai, ieri la moto è sbucata proprio da quella curva, un missile, ho dovuto inchiodare, mi duole ancora il bacino, i malleoli, maledetto, sono scesa e gli ho gridato maledetto, contro un palo, è tornato indietro e ti ha schiacciato la punta della scarpa con la ruota, t’ha salvata un paraplegico sulla carrozzina, non ho bisogno di gambe per mandarti al cimitero, se n’è andato imprecando, il casco è ruzzolato nel canale, la zingara ci si è messa sopra allargando la veste, sparito, ben ti stia, ho detto grazie, certa gente dovrebbe, puzzava d’acido, sperma fresco, quasi avesse appena finito di, ma il viso, specie il disegno delle labbra, uno di quelli che basta l’odore di femmina e si squagliano, gli ho sfiorato un braccio con l’inguine e ha mostrato il bianco degli occhi, sembrava il maestro mentre diceva il Paradiso

 

quando penserai al racconto per quella rivista? potrei cominciare dal funerale del padre, frasi asciutte ritmate telegrafiche, lui sorregge sua madre che non si dà pace e d’improvviso gli viene da cantare, non riesce a tenersi, si copre il volto con le mani, cala il cappello sugli occhi, stringe le labbra per arginare l’impeto, tutto gli pare buffo, insensato, i cavalli bardati, il rotolio della carrozza, lo scintillio dei finimenti, i ragazzi sulle sponde dei porticati, le donne ai balconi braccia in croce, non dovrò sforzarmi troppo, quando morì papà fu così anche per me, tranne il funerale, non ci andai, io non sono mai andata a nessun funerale, nel testamento scriverò che non ne voglio, ceneri al vento, un po’ di letterarietà, che diamine

 

sorpassa la bici, tienti larga, di più, è sbronzo, ondeggia, loro e i pedoni hanno sempre ragione, come i pazzi, i malati, sta’ a destra, la legge dovrebbe basarsi sulla logica e invece, fra poco devi svoltare, lascia passare il camion e cerca d’infilarti, sistèmati i capelli, il vento li ha scompigliati, sembri uno spettro, quella cera non vale niente, un altro anello all’elastico, sposta il tappetino senza stornare gli occhi dalla strada, s’è incastrato sotto la frizione, piègati e tiralo su, meglio buttarlo, il motore singhiozza, suonano, urlano, riaccendilo in fretta o ti linciano, non con la marcia ingranata, quando ho fatto benzina l’ultima volta? fortuna il cancello è aperto, attenta, la colonna, arretra di qualche metro e carica lo sterzo, più gas, senza staccare del tutto la frizione o si spegne di nuovo, non è colpa tua, roba di candele pistoni, cade a pezzi, sedili smollati, pelle lisa, gomme più lisce d’un, dovrai vendere miliardi di libri per comprarne una nuova, ciascuno una storia, mai avuto bisogno di schedarli, li conosci, ti commuovono quando li guardi, schierati sui ripiani come gendarmi, posteggia qua sotto l’olmo, lassù non c’è mai posto

 

perché non risponde alle lettere? che senso ha continuare a scriverle? e se l’avesse fatto? se qualcuno le leggesse, le strappasse? forse il sarto, da quanto non ricevi lettere? mesi? anni? sempre e solo bollette, volantini notifiche cartaccia, no, il sarto non lo farebbe, sa che dopo lui e Bianca lei è, se m’avesse scritto capirebbe che non ho ricevuto niente, lo dedurrebbe dalle mie, correrebbe a dirmelo, o telefonerebbe, la conosco, al suo non rispondono, anche quello dello studio squilla a vuoto, dev’essere suo marito, la gelosia, gli occhi bovini, le mani grasse, la vuole per sé, l’hai detestato fin dal primo momento, vede in te un nemico da abbattere, crede che fra noi, ma non ci siamo mai sfiorate, nemmeno quando dormivamo insieme, benché una notte sarebbe potuto accadere, pioveva a dirotto, un laccio della tenda si staccò dal palo e lei niente, lampi, si toccava, fingevo di russare, si lisciava i seni, tuoni, si leccava una spalla, smise di respirare, sulle prime il terrore, mi voltai per farla finire in pace, pareva morta, stecchita, che potrà essere, spasmi? sfogo del sangue? mi piantò l’unghia d’un alluce nel polpaccio e la sentii torcersi, la sua prima volta, e anche la mia, mi bagnai, mastice lento, acquoso, puzza di pesce guasto, stropicciai la manica sul lenzuolo e soffiai a tutta forza per asciugarlo, dormiste fino al tramonto del giorno dopo, sognai un lago pieno di trote, allargavo la maglia e loro dentro, a milioni, e se fosse morta? malata? niente di più facile, se il parto, chi mi avvertirebbe?





Björk in Drawing Restraint 9 (2005) di Matthew Barney


ecco, lo sapevo, mi aspettano sull’uscio, lui impaziente, nervoso, non fa che pulirsi gli occhiali, lei invece sorride e àgita di nascosto la mano per tranquillizzarti, un tesoro, approva tutto quel che fai, ti protegge, asseconda ogni mia stranezza, mai che ti esortasse a mangiare, lo fa lei per invogliarti, inghiotte un boccone dopo l’altro anche se non ha fame, come il bambino del salame, come il sarto, t’ascolta per ore senz’annoiarsi, non ho timore di parlare con lei, mi ravvia i capelli, mi asciuga il sudore col polsino mentre lavoro, se perdi il filo finge di non capire e ti aspetta, quando mi ferii sulla lastra corse da me e s’imbrattò di sangue, ruscellava come vino, con lei potrei fare qualunque, dovrei chiamarla più spesso, invitarla una sera

 

come cammina un artista? impettito, testa alta? e tu curva le spalle, fa’ ciondolare lo sguardo, non fissarlo su un punto preciso, fingi di osservare il paesaggio, godilo senza fretta, fruga le tasche, ma non guardarti, se ti guardi mentre cammini ti senti buffa, compòrtati come se non vedessi l’ora di por fine a questa farsa, non fargli capire che hai bisogno di lui, riesce a vendere tutti i tuoi quadri, anche quelli su cui non punterei un centesimo, ricava il triplo di quanto chiedi ma lo vorresti morto, per fortuna c’è lei, chissà se fanno l’amore, non si toccano, non si guardano, affari, solo affari, mischiano arte e denaro, volessi far soldi giocherei in borsa, aprirei una drogheria, un ristorante al centro di, non so ancora che fare, solo una pagina del Corano attaccata al soffitto, sta bene, ma sotto? l’idea delle casseforti accatastate con dentro tele arrotolate appena dipinte potrebbe funzionare, tutte le opere ambientali si somigliano, sassi colorati alla rinfusa, pastrani lisi in cilindri di rame, lenzuoli di lino su cosci sanguinosi di montone, gabbie di plexiglas in gabbie di plexiglas in gabbie di plexiglas, chi s’illudono di stupire? mancano solo tre giorni e sei ancora all’inizio, come finirà? parla poco, lo stretto necessario, móstrati concentrata, non ansiosa, le voci corrono, ti sbatterebbero la porta in faccia, un tempo agli artisti si permetteva ogni, ma adesso il massimo che ci si può attendere, bada, tutti si voltano verso di te, saranno i tacchi, fanno troppo rumore, la galleria ne risuona, sembra il ticchettio di una macchina da, un metronomo, non vuoi che ti notino, fossi invisibile, potessi sparire, un colpo di bacchetta e, cristo, d’ora in poi scarpe basse, da tennis

 

lei un sorriso lo merita ma lui non guardarlo neppure, fa’ come se non ci fosse e verrà a leccarti, contaci, rispetta solo chi lo umilia, perciò maltratta sua moglie, ogni tanto spariscono per ore, si chiudono nello spogliatoio, la picchia senza lasciarle un segno, la copre, un cuscino in pancia e giù pugni calci testate, chissà quanto lucra alle mie spalle il tanghero, chissà che dice di me, ti detesta ma è stregato da quel che fai, si vede lontano un, da ragazzo scolpiva, qualche mostra in provincia, nessun consenso, l’invidia lo divora, avessi una cimice la piazzerei da qualche parte, prima di uscire alzerei al massimo il volume guardandolo dritto in faccia e mi piegherei in due dalle risa mentre tutti, tutti chi? dove saranno finiti?

 

entra nella sala e chiudi la porta, fàtti guidare dall’istinto, non c’è altro modo, è sempre così, dapprincipio nebbia, mi sento goffa, ti confronti ai grandi e ne esci distrutta, vorrei andarmene, ma poi ogni cosa si chiarisce, acquista senso, talvolta brilla da accecare, l’arte non è un campo di battaglia, è terreno di caccia, va tenuta viva, finito il tempo dei genî, chiunque può dare un contributo, anche piccolo, da quanto sogni una civiltà in cui l’estetica sia così necessaria da svolgere lo stesso ruolo del sesso dell’economia del gioco d’azzardo del culto dei morti, un’umanità che si senta diseredata senza la luce del

 

sbagliato mestiere, né arte né scrittura, metà e metà, descrizioni d’opere mai dipinte, cattedrali innalzate in sogno, busti mai plasmati, in questo saprei toccare il vertice, del resto non faccio che pensare quadri, ne ho tanti in testa, con tutte le cornici, la tessitura delle tele, basta copiarli, mille quadri in mille pagine, comincerei da quello delle losanghe, nella prima mia madre, nuda, stremata, accoccolata gambe larghe su un catino colmo di un liquido colloso, nerastro, mento sul petto, forse ha il collo spezzato: fissa i miei piedi che si torcono nel vuoto e non ha il coraggio di prenderli, tirarmi fuori, un braccio ancorato al bordo d’un tavolo, l’altro teso dietro la schiena in cerca d’aiuto, nella seconda il mio feretro adagiato su una pira in riva al mare cui un branco di frati infuriati sta per appiccare il fuoco con la benedizione d’un toro vestito da vescovo, colori marcati, pennellate come fendenti, nessun disegno

 

ecco, il callo grida, dovevi aspettartelo, lavorerai scalza, fascia il dito con un pezzo di stoffa, guarda, sbirciano dai vetri, chiudi le tende, dev’essere lui, o quel suo tirapiedi, è la tua prima installazione ma non sei nata ieri, con chi credono di, pasta di carta, questa la materia, come ho potuto non pensarci? fogli di giornale macerati, non una montagna qualunque, una piramide al centro della sala, con tutti i crismi, le implicazioni della geometria, alta fin quasi al soffitto, immagini? scritte? ne farai qualcuna, magari col pennino, qua e là, attentati, vagoni sventrati, corpi maciullati sull’asfalto, mercenarî in armi, suore atterrite nel vento, sfilate di moda a contrasto, avranno maggior peso, la finzione è più potente della realtà perché implica tensione, progetto, transenna la piramide con un nastro bianco e rosso, police line do not cross, potrei farlo stasera, sul tavolo grande, il titolo? Cheope, cos’altro?

 

strappa, accartoccia, immergila nella colla, più acqua o i grumi si vedranno, mia madre si farebbe seria, accigliata, si legherebbe i capelli, giù la testa e non si fermerebbe più, sa sempre cosa fare, nessuno impasta come lei, presto, adagio, andante, allegretto con brio, in quei momenti le sue parole sono plastiche, persino la sintassi s’affina, l’ammiccare delle palpebre fuso al crosciare delle risate, la donna vuole adorazione perché vive l’eterno dubbio d’essere usata, sentenzia annodando il fazzoletto, più studiano l’universo più lui si espande, immischiarsi negli affari di Dio è come toccare l’ortica, non capisce una parola di quel che dice ma quanto più vi si abbandona tanto più ne è fuori, il tono si fa arcaico, sapienziale, pensare sentire fare perfettamente accordati, non una grinza, una sfasatura, sarà il ritmo, il sapersi utile, il piacere della fatica fisica, càpita anche a te quando correndo all’alba nel freddo ti pare di saldare i lembi di un cosmo strappato, prendi quel che serve, mettilo sul tavolo, ti chiarirà le idee, qualcosa verrà fuori, non hai forse cambiato pelle, là, nella bisca? non hai scoperto la logica di questo nuovo stato? e se adesso che hai imparato ad agire, proprio adesso gettassi la spugna e restassi ferma con un filo d’erba in bocca? perché dovrei mettere a posto le cose? ti preme così tanto? se ci fosse un posto per le cose ce ne sarebbe uno anche per me

 

continua a impastare, fa’ cadere qualche goccia di sudore, chiudi le finestre per sudare di più, ma che valore avrebbe se sei l’unica a saperlo? potrebbe essere il sottotitolo, umori, madori, qualcosa così, allora avrebbe un senso, il sarto sa farmi grondare con un niente, sa accenderti colpe inconfessabili, fantasie luttuose, gli deleghi perfino il battito, come quando spii, ti ostini a dirla passività ma niente è più attivo che spiare, isolare una fetta di mondo, guardare e porre in prospettiva il guardato, istituire scale rapporti gerarchie, non vedi la grandezza? nel momento stesso in cui li congeli in una posa essi ti appartengono, sono in mia completa balìa, fondessi suoni e voci registrati finora in un’unica pista sarebbe come se ogni cosa mi cantasse fra le dita, così vorrei morire, un cappio al collo, la testa in una sporta di plastica, una lama nel fegato, un volo dal centesimo piano, e il frastuono negli orecchi, la somma di mille e mille e mille

 

la prima volta che spiai fu quando papà parlava di me col libraio che gli arrotolava un sigaretto dopo l’altro leccando gli orli con la lingua verde, i codici sui ginocchi, li ninnava come neonati da quietare mentre snocciolava i tuoi misfatti, nulla di buono in quel cervello storto, ogni volta che apro la porta spero di non vederla, l’altro diceva capisco, lo stesso per me, i figli non meritano niente, sentivo l’odio crescere ma anche l’amore pensando al suo racconto di sempre: ero piccolo, diceva, uno scricciolo, ossa di fuori, puzzavo di latte quando mia madre disse torna con qualcosa in tasca o ti mangio vivo, ebbi il lavoro perché tossivo come un cane oltre il cancello, l’uomo col registro m’indicò un triciclo carico di ghiaccio, pedalai ore dentro la nebbia, all’arrivo frenai di colpo e le lastre scivolarono giù, il pezzo più grosso non sarebbe bastato a turarmi l’ombelico, da allora ho sempre avuto paura di pestare la mia ombra, di vedere le lettere del mio nome anche in ordine sparso nei manifesti, nelle targhe, questo diceva, e l’amore cresceva





Tano Festa, Senza titolo, 1978, acrilico su tela, cm. 80x60


che vuole? mandalo via, finge di preoccuparsi ma viene a controllarti, a fare il padrone, lo sguardo smorto, il microtelefono, le calze di seta, l’orologio di platino, lei se ne sta dietro, zitta, in disparte, dice con gli occhi non curarti di lui, io sono con te, pelle soda, ambrata, labbra grandi, come sarà baciare una donna? che si proverà con niente dentro? tutto esterno, mimato, lingue bocche polpastrelli, prendersi senza prendersi, mentre il sarto ballava con la negra l’altra mi trascinò nel bagno degli uomini, si aggrappò al tubo dell’acqua, allargò le gambe e la fece in piedi, ridendo, una iena, lo scroscio, mi tirò giù tutto, me la fissò a lungo e affondò il naso nei peli, non so perché la spinsi via, mi piaceva, avrei voluto mordere quella carne di pece, zuppa, porosa, era alticcia, andò a sbattere contro il muro e continuò a ridere canticchiando qualcosa, poi vide uno entrare e disse guardami, gli corse incontro aprendosi la blusa con gli artigli, gli sbottonò i calzoni, glielo tirò fuori e lo strizzò fra i seni a tempo di musica, non per sé, per me, tamburi, un’aria di danza macabra, lui spalancò le fauci e guaì, i nostri sguardi si incrociarono nel blu intermittente, scappai senza voltarmi verso il sarto che mi aspettava giocando con le medaglie dietro la massa scura dell’ultimo

 

lascia qualche centimetro tra il vertice della piramide e il soffitto, potrei miniare la pagina del Corano, colori accesi, puerili, niente casseforti, complicato, cerebrale, benché l’idea delle tele appena dipinte da snidare srotolare portare alla luce badando a non macchiarsi le dita sarebbe tutt’altro che, l’avranno fatta? meglio controllare, le cose belle son già state fatte, e poi è questo che vuoi? l’insegnante di disegno diceva necessità, via da tutto ciò che non ne ha l’odore, il solo che non t’abbia mai toccata, nemmeno per salutarti, bisbigliava a presto di spalle, scostava la tenda e guardava fuori, quasi non avessi corpo, però nei silenzî quella tempia batteva, non capii, c’è un momento per capire le cose, uno solo, perso il quale passano decennî, l’intera vita senza che, il dentro e il fuori, l’aldiquà e l’oltre, questo volevi, o descrivere quel sogno in cui nonna dormiva dentro la vasca in mezzo al roseto, rannicchiata nell’acqua, di colpo apre gli occhi e dice voglio dormire qui, c’è il riso, non manca niente, entro in casa e racconto tutto a tutti apparecchiando la tavola, questo volevo fare, una vasca cinta di platani, un corpo sommerso che succhia l’aria con un giunco su un fondo di chicchi appena còlti, specchiare il mio nel suo sorriso, aver la forza di buttare tutto e ricominciare, prendermi il tempo che serve, ma oggi basta, sei vuota, sfinita, raccogli le tue cose e sparisci senza avvertire, salutare, incolla l’orecchio alla porta, silenzio, perfetto, esci in punta di

 

alti questi gradini, perché tanto alti? da mostri, titani, ogni volta tendi la gamba e senti il vuoto, la caviglia cede, devi equilibrarti con le braccia, con la testa, la casa di campagna aveva scalini così alti, due volte quelli che sapevi, t’accucciavi per salire ti sedevi per scendere, rotolavi, passavi mesi in quel presepe, tutti a cercarti, insegnaci a ballare, i cappelli i vestiti, e al ritorno pensavo città è bassezza, misuravo su questo una distanza incolmabile, leggendaria, un viaggio oltre la frontiera del

 

eccoli là, dietro la tua macchina, discutono, lui le stringe un braccio, ne avranno per molto, una vita da dissodare, mettere a fuoco, lasciala qui, la riprenderai domani, sul retro c’è un’altra uscita, il cancello è sbarrato da secoli, impossibile scatenarlo, un blocco di ruggine, allarga il buco nelle maglie della rete e infìlati senza impigliarti, china il più possibile spalle testa bacino, ecco, la camicetta è andata, sanguini, premi, fermerà l’emorragia, c’era spazio per un mammuth, mai stata in grado di badare a me stessa, ho piegato le spalle, non il bacino, l’hai fatto apposta, come quando vedi armi ovunque, non solo i coltelli e il rompighiaccio, anche i bicchieri, le bottiglie, il posacenere, i tagliacarta, le spille, i vetri dei quadri, penne, matite, tutto mi chiede di brandirlo, nelle notti insonni mi assale il desiderio di sgozzare il sarto con le forbici nere, cacciargli un occhio, sfasciargli qualcosa in testa, non mi angoscia la cosa in sé ma il terrore di perdere il controllo, essere incapace di raziocinio, se ti affacci al balcone il primo istinto è quello di saltare, mi vedo vogare nell’aria, schiantarmi come un cocomero sui tavoli del bar, sangue nelle coppe, sui volti allibiti, abitava qui, la conoscevo bene, discreta, ammodo, in autostrada vorrei sterzare di colpo, invadere l’altra corsia, in fin dei conti si tratta di spostare, si tratta solo d’inclinare leggermente l’asse del

 

potrei andare a piedi, non è lontano, c’è quella scorciatoia piena d’anemoni fioriti, mughetti, ma in salita il callo brucia, un taxi, da quanto non ne prendi uno? fosse lui sarebbe magnifico, magari col tenentino a fianco, no, un vecchio, volto tagliato a falce, gli orecchini di ferro, gilettino vanesio da cui occhieggiano due pietre raccolte in un diadema bombato, scarpe inzaccherate di motriglia, pupille possedute da un torpore beato, i capelli crespi, tinti di rosso bruno, un bozzo sulla nuca, qualcuno ha tentato di rapinarlo, s’è difeso, ha avuto la peggio, sono la sua ultima corsa, offre lui, domani parte per il Nord, ha comprato un ristorante sulla spiaggia, talvolta la marea lo lambisce, i tavoli galleggiano e i bambini restano a giocare nella velma dondolati dai richiami delle madri, sei la sua ultima corsa, mi ricorderà sempre, devo fare qualcosa per lui, d’incancellabile, lo merita, guarda, gira adagio il volante col mignolo ingioiellato, liscia il cruscotto di radica, i sedili di pelle, il tettuccio lucente, manda baci, nessuno lo ricambia, ha appena seppellito sua moglie, stroncata da un lapillo sul ciglio d’un vulcano, dritto nel cervello, i figli piangono con me poi spariscono, non è vero, sei troppo simpatica per mentirti, è viva, fin troppo, arrota l’erre, s’afferra al cambio quasi perdesse le forze, il respiro si fa greve, sclere punteggiate di venuzze, gli dico férmati perché penso a Fata, alla morta del tram, mi siedo accanto a lui e gli sfioro la chioma, bel colore, sobrio, persuasivo, io non li indovino mai, troppo accesi o troppo spenti, soprattutto finti, la mattina dopo li rado a zero, mesi per crescere, gli gratto via una crosticina dall’orecchio, ha un brivido, allarga su di me un sorriso generico e mi tocca la punta del naso con la palma calda a bollore, sa dove andare, i nostri pensieri si toccano, preme a fondo l’acceleratore strizzandomi un ginocchio senza malizia, il morso dell’asina, dice

 

qui davanti è più comodo, sarà la vista, l’imbottitura, i braccioli anatomici, e poi c’è tutto, proprio tutto, tè, profumi, caffè, la bottiglina dell’acqua, cardioaspirina, bulloni, viti cromate, tutto a portata di mano, per risparmiare i movimenti, eppure è più agile d’un puma, capezzoli di ferro, fra poco mi dirà di succhiarli, sa dove andare, mi sbircia, poi s’abbioscia sul sedile quasi volesse rallentare col peso del corpo, che succede? dalle ville ai tugurî, risse di cani, folate di foglie marce, fàmmi scendere

 

piove a dirotto ma è un forno, rigagnoli, lampioni accesi anzitempo, deciso, vendo macchina libri vestiti arnesi, la torre, a che serve senza Bianca? cerca Sharif, per un centesimo si farebbe scannare, ha capanni pieni di candelotti, metterò le cose a posto, nessun carnefice, nessun martire, il vecchio il sarto Bianca, invita Orso, Pantera, la bisca al completo, le gemelle, quelli della comunità, la città è deserta, il palazzo vuoto, ci sei solo tu, arriveranno in un baleno lingua fuori, gli dirai di suonare al notaio, partito anche lui, nella lettera scriverò che un’eredità li aspetta, correranno come levrieri, rispondi tu al citofono, ci cascheranno, vedrai, dàgli il numero del tuo interno, saliranno da te, crederanno di ascoltare un testamento e invece, piazzali sotto le specchiere, dentro i bauli, nei vasi, sugli scaffali, carica lo zippo

 

 

 

 

 

 




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