LETTURE
AA.VV.
      

L’evoluzione delle forme poetiche.

La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012)

 

A cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo

 

Kairós Edizioni, Napoli, 2013, pp. 784, € 20,00

    

      


Il voluminoso tomo si presenta, in quarta di copertina, come “un consuntivo, un archivio storico realizzato per le scuole”. È dunque indirizzato agli studenti, ma diversamente dalle antologie scolastiche di un tempo, si guarda bene dall’indicare tendenze, forme estetiche, aree poetiche. Ogni autore qui fa gioco a sé e sono tantissimi se nella “Sezione bio-bibliografica” si arrivano a contare 287 poeti. E non sono tutti. Scorrendo l’elenco balza all’occhio che ne mancano moltissimi, anche assai conosciuti. Dunque si conferma che il territorio della poesia contemporanea in Italia è popolato da una moltitudine di versificatori pressoché sterminata e che risulta impossibile tracciarne un quadro critico esaustivo ed attendibile.

 

Ben vengano, dunque, opere sia pure parziali come questa (nonostante la mole) che forniscono, comunque, un assai ampio repertorio di nomi e di scritture su cui futuri storici e studiosi della poesia italiana potranno esercitare le loro analisi e le loro valutazioni. Come già si evidenziava nell’antologia Parola plurale (Luca Sossella Editore, 2005) che includeva “Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli” il vecchio armamentario di segnaletiche critiche (tipo ‘lirici versus avanguardisti’) risulta attualmente logoro e pressocché inutilizzabile. La pluralità delle scritture rifugge dalle ‘scuole’, dai gruppi autonominati, dagli ‘ismi’ più o meno alla moda, e richiederebbe diagnosi mirate, ricognizioni interpretative approfondite e insieme intrecciate.

 

Nella sua introduzione Ninnj Di Stefano Busà afferma che nella nostra epoca “… La Poesia non può porsi in funzione di antidoto e di corroboramte della personalità, nello stesso tempo in cui esprime lo sdegno per un mondo nel quale l’industria e la tecnologia hanno fatto il loro guasto… Si devono altresì tener presenti le condizioni nelle quali la poesia si è trovata a operare, all’interno della realtà sociale creata dall’industria e dalla massificazione intellettuale della cultura, che ha livellato gli strati meno abbienti dell’intellettualità, riducendoli a meri contenitori privati di pensiero.

L’industrializzazione ha finito per colpire e dissolvere le strutture, i canoni, gli schemi e le categorie estetiche di un sapere logico, massificandone gli strati di una società in sviluppo che non si è trovata alla pari con l’evoluzione dei tempi tecnologici. Così mentre le forme storiche della vita pratica, politica, economica tendevano alla pluralizzazione di codici diversificati, la cultura artistica (soprattutto poetica) s’incamminava verso un destino nebuloso e asfittico”.

 

Ecco in questa nebulosità traspare evidente da una parte la perdita totale dell’aura, intesa come visione magico-carismatica della poesia, e dall’altra parte l’assoluta perdita di ruolo pubblico da parte dei poeti (l’ultimo ad assolvere questo ruolo di coscienza pubblica è stato Pasolini, assassinato nel 1975). La pratica poetica si presenta perciò oggi come una foresta di scritture private, un oceano di soggetti poetici che vivono e prosperano underground, sostanzialmente nella clandestinità. E questo non è un giudizio di valore, ma un dato di fatto. Anzi, complessivamente si ha l’impressione che il livello delle scritture poetiche contemporanee sia mediamente buono, ma non ‘buca’ lo schermo della situazione culturale ed editoriale oramai dominata esclusivamente da logiche mass-mediatiche e pubblicitarie.

 

L’auspicio finale è che un ‘archivio’ poetico come questo sappia trovare tra qualche decennio un pubblico di lettori (incalliti e ‘viziosi’) e di ermeneuti che sappia metterlo nella giusta prospettiva storico-critica. Vedremo. Anzi, vedranno. “Ai posteri l’ardua sentenza”, come diceva il poeta Alessandro Manzoni.            

 




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