LETTERATURE MONDO
IL CONGRESSO DELLO EUROPEAN WRITERS’ COUNCIL
Scrittori europei
(e no) a confronto nella terra di Malta

      
Si sono tenuti lo scorso aprile, a La Valletta, l’assise 2013 dell’EWC e il convegno ‘Mare Nostrum VII’ che era imperniato sul binomio filosofico “Discourse/Disorder”, che è stato svolto secondo varie interpretazioni, divergenti nei contenuti ma comunque utili a delineare il tema nel suo insieme. Tra gli interventi più rilevanti quelli dell’egiziana Adhaf Soueif, dell’autore e cineasta londinese Haim Bresheeth, della giornalista franco-marocchina Kenza Sefrioui e della docente di cinema Yosefa Loshitzky, che ha esaminato il film “Avatar” di Cameron riletto in chiave anticolonialista e anticapitalista dal movimento palestinese.
      




   

di Tiziana Colusso

 

 

Camminando per il labirinto petroso della Mdina, a La Valletta, le orecchie assuefatte all’inglese sterilizzato e insapore dei congressi internazionali captano le sonorità inusuali della lingua Maltese come una linfa vivificante, nutrita di succhi e di storia locale.

È una strana lingua, il Maltese, ad ascoltarla somiglia all’arabo, per la precisione all’arabo parlato e quotidiano, ben diverso dall’arabo “colto” e coranico, dicono gli specialisti, e io non posso che crederli sulla parola. Suona all’orecchio con dittonghi raschiati e suoni mediterranei, fluidi. Ma quando la si osserva sulla pagina, appare come un deserto sassoso ed irto, pieno di consonanti dure, di “x”, di “k”, di “w”, alcune parole hanno un aspetto decisamente alieno, da pianeta di fantascienza, intervallate ogni tanto da parole italiane o inglesi. È un caso interessante, quello della lingua maltese, un laboratorio linguistico nel bel mezzo del mediterraneo, da tempo oggetto di studi circostanziati.

Carmel Azzopardi, presidente della Maltese Language Academy (L-Akkademja tal-Malti) ha voluto fortemente che la nuova edizione del Congresso dello European Writers’ Council, associato come di consueto ad un convegno di studi, si tenesse a La Valletta. L’Accademia Maltese è già membro dell’EWC da qualche tempo, ma questa è stata la prima occasione per portare per così dire l’Europa in casa, nell’estremo lembo a sud del continente europeo, a poca distanza dalle coste dell’Africa e dell’Asia.

È stato interessante spostare il Congresso e il Convegno Mare Nostrum VI dall’asse da Bruxelles – sede della Federazione che riunisce tutte le associazioni di autori dei paesi europei – e dal nord Europa, che negli ultimi anni è presente nella federazione con numerose associazioni di autori, drammaturghi, traduttori, autori per il cinema. In posti come Malta si capisce che l’Europa è più complessa – e quindi più difficile da gestire – di quanto si possa immaginare stando seduti in un ufficio del centro di Bruxelles.

Come già da tempo nel canone di questi incontri promossi dallo European Writers’ Council, si sono alternati discorsi e dibattiti relativi sia al diritto d’autore, sia agli aspetti più prettamente culturali connessi al lavoro autoriale, secondo l’aspetto bifronte che hanno tutte le organizzazioni di autori nei vari paesi.  Per ciò che riguarda il diritto d’autore, quest’anno il focus è stato in particolare sul “Prestito Bibliotecario”, che in ambito internazionale è conosciuto come “Public Lending Right” (finalmente anche la delegata italiana che scrive ha potuto raccontare qualche cosa di concreto rispetto all’attuazione dalla legislazione europea in materia, anche se la gestione dei proventi del PLR deve ancora essere migliorata e promossa presso la comunità degli autori; sul versante culturale, il focus del discorso dell’edizione del Convegno Mare Nostrum, era incentrato sul binomio “Discourse/Disorder”. Un binomio di stampo filosofico, che è stato dipanato secondo varie interpretazioni, divergenti nei contenuti ma comunque utili a delineare il tema nel suo insieme.

“Disorder” è una parola provocatoria, che rimanda ad una situazione di crisi/rivoluzione: crisi economica (recentemente Grecia e Cipro, nel Mediterraneo), e rivoluzione della primavera araba nel Maghreb (Tunisia, Libia, Egitto, ora Siria).





Piazza Tahrir al Cairo, simbolo di una 'primavera araba' per adesso sfiorita


Malta si trova in una posizione geo-politica strategica, ed era proprio il luogo adatto per fare il punto su tutte le tensioni e le progettualità culturali e politiche del Mediterraneo. Alcuni hanno preferito discorsi più epistemologici, altri hanno mostrato invece video di stretta attualità. Marco Galea dell’Accademia Maltese ha parlato del ruolo degli scrittori, sul margine tra ordine e disordine. Lo scrittore è al tempo stesso dentro e fuori dalla società, spesso dipende dal sostegno pubblico, ma è anche il giudice più lucido del suo tempo. La società è sempre instabile, e lotta per trovare di volta in volta un ordine provvisorio, attraverso la legge, la medicina. Ha ricordato ad esempio come gli scrittori e gli insegnanti nell’epoca coloniale erano chiamati a confermare la visione della superiorità militare. Un intellettuale non deve mai aderire a un partito o a una ideologia. Deve parlare per il diritto di una comunità. Quando uno scrittore diviene parte di un discorso, specialmente se è un discorso dominante, entra in crisi di disordine. Se la politica è l’arte del compromesso, sta agli intellettuali indicare nuove strade.

Il prof Stephanos Stephanides, comparatista dell’Università di Cipro, ha parlato del tema della “Cultural memory”, tra trasculturazione e globalizzazione. Ha studiato tale tema sia nell’isola natale che nelle isole caraibiche, riscontrando motivi comuni nelle radici delle culture isolane, ai margini della storia e territorio ideale per la proliferazione di pensiero magico. Con ironia, ha citato anche le vicende recenti di Cipro, dicendo che la propensione di Cipro come posto magico nel quale far sparire le cose ha favorito la sua posizione di cassaforte per gli immensi patrimoni russi, traffico di prostituzione e armi.

Uno degli interventi più interessanti è stato quello di Adhaf Soueif, scrittrice e commentatrice politica egiziana, che vive e insegna tra l’Egitto e il Regno Unito. È autrice tra l’altro di un libro che ha avuto molti premi, “The map of love”, e ha appena pubblicato il libro “Cairo: my city, my revolution. Intervistata da Adrian Grima dell’Università di Malta, ha sostenuto che la rivoluzione egiziana non è nata dal nulla, “out of the blue”, come hanno scritto i media occidentali, ma è il frutto visibile da un decennio di attivismo sotterraneo, c’è stata una onda progressiva di protesta a sostegno dei palestinesi, contro la guerra in Iraq, per i problemi interni dell’Egitto. Ci sono stati libri che prefiguravano la rivoluzione, e anche la musica e le altre arti stavano preparando la sollevazione.  Ora, dopo il momento esplosivo, l’attivismo è tornato a lavorare in maniera meno visibile, ma non è affatto sparito. Racconta di essere stata in Australia e in altri posti recentemente, tutti si domandano perché ora, con un governo eletto democraticamente, le cose continuano a non andare bene. Ancora c’è l’esercito contro la gente, una squadra di football contro l’altra con violenza. L’esercito sta facendo del suo meglio per distruggere lo spirito della rivoluzione. C’è un lungo processo in cui si perdono le persone: i migliori muoiono o sono in prigione, molti sono spaventati o semplicemente devono campare, portare avanti le loro famiglie, e vedendo lo stallo della situazione si ritirano dall’impegno politico. Ci sono persone che cercano di andare nelle strade e nelle campagne a trasmettere visioni per il futuro, al Cairo in questo momento c’è una grande quantità di creatività, ci sono ogni sera spettacoli, musiche, dibattiti, proiezioni di film.

Racconta anche che quando è stata in Palestina, ha notato che la gente non vuole parlare della propria situazione tutto il tempo, vuole guardare oltre, mi chiedono dei libri appena pubblicati, di cose simili. Nel 2006-2007 ha deciso di organizzare a Londra un festival letterario palestinese, per far interagire gli scrittori su altri livelli che non fossero l’eterna “questione palestinese”. Ci sono stati scambi fecondi tra gli scrittori palestinesi e gli scrittori e studenti inglesi.

Il cineasta e professore di cinema londinese, Haim Bresheeth, ha poi proiettato un suo documentario molto interessante, London burning, riguardante le sommosse avvenute a Londra qualche anno fa, e composto da interviste su come l’informazione al riguardo veniva manipolata, interviste con un economista, un’attivista dei diritti umani, e altri. Nel documentario s’indaga la relazione tra informazione e potere. Nelle interviste emerge l’origine lontana di moti che sembravano esplosione di gratuita violenza, per decenni la gente si è sentita tradita dal fatto che non sono state fatte politiche sociali per prevenire la crisi globale e locale. Il Guardian ha evidenziato che  metà degli  inglesi maschi sono disoccupati. Una intervistata dice che è stata prodotta della narrativa per far credere alle persone che non meritano aiuti e politiche sociali. Parte della narrativa ha evidenziato che dei diritti umani (minoranze, etc.) l’occidente se ne è occupato utilizzandoli per fare guerre. Nel film si parla anche del Movimento Occupy, che ha contribuito alla crescita del dibattito nazionale sulla finanza, le banche, il capitalismo.





È stata molto intensa anche la sezione del convegno dedicata a  “Righting the Mediterranean”, con  Simone Inguanez (Malta), Xuereb, la prof. Cecile Oumhani (poeta, scrittrice, Francia, Marocco). E con la giornalista Kenza Sefrioui (Francia, Marocco) cresciuta a Parigi, ora vive a Casablanca.

Sefrioui ha raccontato che in Marocco solo il 50% della popolazione sa leggere e scrivere, e le chiavi delle biblioteche scolastiche le hanno solo gli insegnanti. Anche nelle scuole private non è obbligatorio avere delle biblioteche, quando esistono sono dirette da persone incompetenti. Le librerie vendono per il 90%  libri importati, per la maggior parte letteratura commerciale americana, e in più sono molto cari. Inoltre i distributori decidono quali libri importare, il mercato non è trasparente (soprattutto sui libri politici). Gli autori marocchini o tunisini che sono pubblicati direttamente dal sistema editoriale francese non si trovano nelle librerie in Maghreb.

L’intervento più originale e inatteso del convegno è stato senz’altro quello di Yosefa Loshitzky, docente di cinema al londinese Centre for Media and Film Studies della School of Oriental and African Studies. Il suo intervento era incentrato sul: “Popular Cinema as Popular Resistance: Avatar in the Palestinian (Imagi)nation. Sì, avete capito bene, proprio Avatar di Cameron. E che c’entra con i Palestinesi?, si chiedevano in molti tra il pubblico. La relatrice, ironicamente, ha chiesto quanti degli esimi intellettuali presenti avessero visto Avatar, considerato un prodotto prettamente hollywoodiano e commerciale, campione di incassi. Ha poi raccontato che il film è stato interpretato dalle popolazioni aborigene sudamericane come narrazione della resistenza, e che anche i Palestinesi lo hanno interpretato così, ci sono state manifestazioni di protesta nelle quali i manifestanti si sono dipinti di blu come i protagonisti del film, ha fatto vedere a dimostrazione della verità delle sue affermazioni un filmato di una protesta, con tanto di poliziotti israeliani e fumogeni, nel quale si vede un manifestante tutto blu come un puffo che sventola la bandiera palestinese. L’adozione di tale film da parte dei manifestanti palestinesi è un fatto eccezionale, non ci sono precedenti di altri film, tanto più che è un film prodotto dal capitalismo americano. Nel film viene trattata la questione del disastro ambientale (eco-cidio) del colonialismo-capitalismo. È piaciuta l’idea di una tribù primordiale che vive in armonia con l’ambiente, nel pianeta Pandora, che i colonialisti cercano di distruggere. Vogliono distruggere l’albero dalle radici sacre e spirituali per la tribù. La relatrice ha parlato dell’olivo, albero sacro ai palestinesi, che risale ai tempi di Gesù, e ha mostrato l’immagine di un antico olivo distrutto dai bulldozer israeliani.

Insomma un convegno più che intenso, con decine di interventi ciascuno diverso dall’altro, che sarebbe complicato riportare in dettaglio, ma l’EWC pubblicherà a breve gli atti, in inglese, come per le altre edizioni di Mare Nostrum (ricordiamo che nel 2007 l’edizione è stata curata dall’Italia, presso l’Università di Trieste) e senz’altro ne tradurremo qualche pagina per Dedalus.

 




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