LETTERATURE MONDO
LOUIS-FERDINAND
CÉLINE - 2
Il male del presente
e lo scrittore
che sragiona

      
“Céline in camicia bruna – Un Voyage immaginario” pubblicato da Stampa Alternativa è un libello dell’ebreo tedesco anarchico Hanns-Erich Kaminski, che già nel 1938 puntava il dito contro l’autore di “Bagattelle per un massacro”, evidenziando la natura delirante, quasi psicopatologica del suo antisemitismo. Il carattere iperbolico, polemico-letterario del pamphlet céliniano non poteva ignorare il fatto che Hitler era al potere da cinque anni e che il nazismo già stava dispiegando il suo programma bellico e di sterminio razziale.
      




   

di Alberto Scarponi

 

 

Nel 1937, di fronte allo scandalo intellettuale di Bagattelle per un massacro – il libello antisemita dell’anarcoide Louis-Férdinand Destouches, «dottore dei poveri» della periferia parigina, ma anche, sotto lo pseudonimo di Louis-Férdinand Céline, crudo e sensibile, inclemente e partecipe narratore, due romanzi, Viaggio in fondo alla notte (1932) e Morte a credito (1936), in cui con linguaggio, materia e modi narrativi nuovi aveva portato dentro la grande letteratura il tema e la coscienza della società di massa novecentesca – l’anarchico Erich Kaminski scrisse nel 1938 anch’egli un libello, intitolato Céline en chemise brune ou le mal du present, ora ritradotto in italiano (Céline in camicia bruna. Un voyage immaginario, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2013) da Stefano Lanuzza, cui dobbiamo anche in postfazione una chiara analisi del suo contesto politico e letterario.

Il «male del presente» segnalato nel titolo francese erano secondo Kaminski non tanto il fascismo o nazismo in sé, da considerarsi piuttosto comportamenti ideologici d’origine patologica (poco dopo infatti, nel 1940, Kaminski pubblicherà a Buenos Aires un volume intitolato Il nazismo come problema sessuale), era invece l’homo homini lupus scatenatosi con la prima guerra mondiale e ancora dilagante, dopo decenni, in una notte senza fine. Adesso, nel 1937, Céline, soccombendo a quel male, in Bagattelle per un massacro si dava a bestemmiare e, invasato dall’ira, a fantasticare di un ‘colpevole’, causa degli effetti orribili di quella notte, – niente di più facile trovarne uno: il parente estraneo e dunque impuro, – vale a dire si era dato, come molti allora, da destra e da sinistra, a fantasticare dell’«ebreo» portatore di guerra, ancora e di nuovo (incredibile a dirsi: siamo nel 1937 con Mussolini e Hitler al potere).

Dunque il «male» di cui parla Kaminski è l’oscurarsi del pensiero critico fino a stadi psicopatologici (e Céline negli anni successivi al crollo del fascismo e del nazismo non riuscirà mai a capacitarsi di essere finito a giusta ragione in carcere e in esilio, per qualche tempo, sotto l’accusa di collaborazionismo con il nemico della patria francese). Bagattelle per un massacro inoltre nasce dalla pulsione ambivalente di ingiuriare per essere ingiuriato, provocare per ricevere almeno un po’ di odio, così da non vivere e morire anonimo fra quella sorda massa anonima costituita dalla società contemporanea. Perché l’intellettuale di massa è un piccolo-borghese, atterrito dal pericolo dell’anonimato.

Kaminski infatti inizia la sua fiction-denuncia con una epigrafe: «Ingiuriatemi altrimenti m’incazzo», dopodiché elenca ironico i supposti progetti di un Céline scrittore in cerca di notorietà maledetta: darsi alla vita scapigliata dell’artista (no, suscita simpatia non odio), darsi alla scrittura bella (no, ti fanno vincere qualche premio, non ti odiano), convertirsi al cattolicesimo (no, risulti un ex libertino carino, e non ti odiano), avvelenare un po’ di autorità letterarie con false pillole per la cura dell’impotenza sessuale... Insomma, meglio affidarsi alla propria mania di persecuzione: tutta la nazione è sotto il dominio degli ebrei! Ecco, lo scrittore andrà all’attacco, vendicherà Vercingetorige sconfitto dai romani che così aprirono le porte alla contaminazione ebraica.





Saranno 379  pagine di «cacofonia rancorosa e vanesia» di attacchi alle crociere e alle crociate e, per fare qualche nome, a Radek, Victor Serge, Poincaré, Livitnov, Trotskij, Kerenskij, Clemenceau, Roosevelt, Douglas Fairbanks, Stalin, William Powell, Chaplin, Léon Blum, Cézanne, Picasso, i fratelli Marx, Gide, Millerand, la Camera dei Lord, Montaigne, Einstein, Maupassant, la duchessa di Windsor, il Negus, Wall Street, Bergson, la Società delle Nazioni, Stendhal, tutti i russi, Proust, la città di Londra, Maurois, i produttori di alcool, i pederasti, Madame Curie, i funzionari, la Comédie Française, la Cecoslovacchia, ogni compositore, il proletariato, il naturalismo, i massoni, la gentilezza, il progresso, Luigi XIV, il capitano Dreyfus, l’Accadémie Goncourt (Céline non ha ricevuto il Goncourt), Lenin, Zola, i banchieri americani Morgenthau, Baruch, Loeb e Warburg, i viticoltori, il surrealismo, Sacha Guitry, le donne («tutte cagne e traditrici nate»), il telegrafo senza fili, il Comintern, Masaryk, Colette, il proletariato francese, il duca di Windsor, la musica moderna, Vicky Baum, i registi teatrali, Racine («mezzo quarto di ebreo»), l’aristocrazia, il proletariato internazionale, Hollywood, Roger Martin du Gard, i giornali (di sinistra e di destra), lo sport, la democrazia, il sud francese («fanfarone, profittatore e vanitoso»), la lingua inglese, Anatole France, gli autori di cinema, l’Università di Oxford, Karl Marx, la borghesia francese, Musset, Enrico IV, le trade-unions inglesi, il Rinascimento, tutti gli scrittori borghesi, tutti gli scrittori proletari, i negri, il generale Mordacq, Princip (l’assassino di Sarajevo), i viceré delle Indie, Alain, Bénès, il Paris Soir, la Paramount, l’anno 1630 (con la sua storica peste calamitas calamitatum), l’amore «la parola più puzzolente, oscena, viscida del dizionario», l’arcivescovo anglicano di New York dr. Temple, Mauriac, i romani, tale Worms medico generico, le scrittrici in genere, i music-hall, il Raduno Universale per la Pace, la Riforma, Paul Valéry, Kaganovič, i librai, Marivaux, Giraudoux, i gioiellieri, il Fronte popolare, l’Intelligence Service, Jules Romain, Lloyd George, il patriottismo, i banchieri di New York Schiff e Hanauer, i professori universitari in generale, Chesterton, il cinema, Dos Passos, la sensibilità, la haute couture, Lawrence (pornografo mediocre), la polizia, la cosmetica, Huxley, Wells, Shaw, Napoli, Cartesio, la Casa della Cultura e Parigi tutta, il protestantesimo, il film La Grande Illusione, gli Stati Uniti, la parola cuore, Sinclair Lewis, tutti i francesi usciti da un liceo, il freudismo, Virginia Woolf, Cocteau, la giuria del Prix Fémina, la Confédération Général du Travail, i pellicciai, i re di Francia (dal naso sospetto), Louis Jouvet, L’Esposizione del 1937, l’Académie Française, Alexandre Corda, l’École de Beaux-Arts, Giulio Cesare, Oscar Wilde, il papa, il clero, gli agenti delle tasse, Faulkner, l’umano, Rothschild, la nobiltà francese («vero preservativo per gli ebrei nei secoli»), i teatri, la contessa di  Noailles, i consigli damministrazione, l’urbanesimo, gli autori inglesi e americani (tutti uguali uno all’altro), il popolo inglese, i Savi di Sion, ecc., tutta gente  ‘ebrea’.

Secondo Kaminski, qui l’unica persona veramente a posto è, per Céline, Louis-Ferdinand Céline. «Céline è soddisfatto di Céline: si ritiene perfetto».  L’autore di «uno dei libri più potenti del nostro tempo», Morte a credito che, letterariamente costruito sul contrasto fra linguaggio durissimo e atmosfera malinconica, esplora regioni sconociute dell’animo umano, a questo punto – per disgusto, certo, verso Stalin divenuto un despota demagogico postosi a capo di «una caricatura di potere proletario», ma soprattutto – per il processo psichico di chiusura dentro l’ego indurito del piccolo-borghese diffidente (come un «operaio divenuto padrone, duro e senza pietà per la massa da cui è uscito»), perde «ogni rispetto per gli umili, gli oppressi, coloro che soffrono» spesso senza nemmeno rendersene conto, come appunto il ragazzo di Morte a credito. Perché? Come si possono tradire «i propri impulsi, le proprie origini, le proprie esperienze, il proprio mestiere di medico di periferia», tutta una vita china sopra le sofferenze umane?





È che, colmo di risentimento, – per usare qui il termine di Nietzsche, – reagisce godendo alla vista del dolore altrui. Terribili i cercatori di purezza, non sentono ragioni, tantomeno le ragioni della storia, della realtà. Anzi la realtà è un fantasma contro cui il cavaliere senza paura e senza peccato sente il dovere di combattere, lancia in resta. Ed ecco che va, puro contro le figure fantasmagoriche della propria immaginazione impura, al massacro della realtà. Gli altri, tutti gli altri, sono ‘ebrei’. Perché ‘ebrei’? Perché da sempre la modernità, questo perenne cambiare, questo eterno divenir altro, ha paura di sé, dell’altro se stesso, della propria energia nemica della certezza, mai paga, sempre in cerca di una patria certa dove infine espellere il nuovo e, sì, quetarsi. Una patria però introvabile, perché ciò che ininterrottamente cambia è la realtà intera. E questo ego, per principio impotente, può sfrenarsi fino in fondo, può infuriare perché tanto si tratta solo di (ri)sentimento, di parole, di bagattelle. Il grande scrittore nega il valore del proprio lavoro: puah! letteratura! Non prendetemi sul serio: mero divertissement.

E però, nota Kaminski, «cinque anni fa si sarebbe letto questo pezzo di letteratura come s’assiste a un torneo, dopotutto inoffensivo», ma adesso sono cinque anni che Hitler è al potere e questo ‘gioco al massacro’ non è più un gesto estetico, è una banale realtà. Feroce e irrimediabile, come sempre la realtà. La realtà ora è il nazismo che prepara la guerra e in campi di concentramento (Kaminski sta scrivendo nel 1938 e sa dei campi di concentramento) chiude anarchici, comunisti, socialdemocratici, ebrei, protestanti, pacifisti. Quindi le parole non sono più innocenti bagattelle, diventano la realtà mentale di chi le riceve in tale contesto. Lo scrittore Céline lo sa, altrimenti non sarebbe uno scrittore. Eppure leggiamo: «Io, per come la penso, preferirei dodici Hitler piuttosto che un Blum onnipotente», quel socialista! Kaminski commenta: «Mirabeau diceva: “Io sono pagato, ma non corrotto”. Forse Céline non è pagato, ma di sicuro è corrotto», e lo è in quanto scrittore, giacché «sparla, sbava, farnetica; non ragiona».

Eppure, a spiegare la cecità affatturata delle sue parole non basta né la smania dell’intellettuale piccolo-borghese di essere originale a qualunque costo, né il bisogno di vendetta almeno verbale per la miserabilità del quotidiano, e nemmeno l’eventuale ricerca vuota del ‘nuovo’ letterario o la voluttà della rissa. Ci sono ragioni più profonde. «Probabilmente, più talento si ha, più si è tormentati da quest’epoca», in cui tutto crolla e il nuovo (reale) s’annuncia contraddittorio, «spesso senza bellezza». Céline «vuole lottare, ma non sa contro quale avversario... vede solo gli uomini, che comunque sono come lui vittime» di «cattive istituzioni che bisogna cambiare». Ecco, questo grande scrittore «non odia più in là della punta del suo naso, e il suo odio coltivato lo porta in luoghi dove non esistono più né la ragione né lo spirito per capirlo. Non so dove vada e dove arriverà. Non so nemmeno se devo disprezzarlo o compiangerlo».

L’ebreo tedesco anarchico Hanns Erich Kaminski nel 1938 sa soltanto che «ogni secolo ha una sua malattia» e che il male del presente secolo è particolarmente pericoloso, non solo perché ha la natura del virus, «ma soprattutto perché fa sì che ogni civiltà tenda all’autodistruzione». Così taluni «non resistono al contagio e si perdono in abissi dove con la ragione finisce l’umanità».

 




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