TEATRICA
FRANCO SCALDATI
(1943-2013)

Un ispirato Mosè
del teatro
degli straccioni


      
Un appassionato, partecipe, fraterno ricordo dell’autore-attore di Montelepre (il paese di Salvatore Giuliano). Un ricordo su e tra siciliani diversissimi, eppure in qualche modo interconnessi, come pure Pippo Fava che tra i primi lo individuò e lo segnalò e Matteo Bavera che lo affiancò dal lato organizzativo e promozionale. Se ne è andato a settant’anni uno straordinario poeta della scena, capace di restituire in un dialetto oscuro e fortemente suggestivo la potenza di una terra ‘impareggiabile’ con le sue grandi nobiltà e miserie. Una terra che lui esplorava come un autentico mago, come un veggente, uno sciamano dei tuguri.
      




      

di Pippo Di Marca 

 

 

I siciliani, brutta razza. Bizzarra, stramba, inafferrabile, cartesiana, a volte persino ‘cerusica’ per eccesso di ‘chirurgia’ mentale (volgarmente, spaccare il pelo), eppure poetica, eterea, un piede in cielo uno a terra, o sottoterra, umile e alta più che creatura, vergine e padre e madre e anche figlio/figlia ecc..., paradigma irraggiungibile dei contrari, miseria e nobiltà a riempire tutte, o molte, caselle del mondo, sia il più concreto che il più astratto ‘gioco del mondo’ (per rifarci a Cortàzar che di magie e visioni se ne intendeva). Figli di una “terra impareggiabile” (Quasimodo). Figli che nascono, vivono e muiono e spesso non si sa bene o non si vuole sapere chi sono stati, come sono stati, perché sono stati... Tutti meteore, tutti di passaggio, tutti diversi, nessuno preciso di razza, tutti in viaggio, sempre, anche i più fermi, anzi soprattutto i più fermi, i più stanziali, i più sedentari. Franco Scaldati apparteneva a questa specialità della razza, quella dei sedentari, ma fu un grande viaggiatore, un esploratore inquieto e irrequieto di un mondo di pazzi, di un suo mondo di pazzi in particolare che era un pozzo senza fondo.

Franco Scaldati ha concluso il suo viaggio  qualche settimana fa. È stato un poeta del teatro, un anomalo ma straordinario poeta e attore, e presto probabilmente sarà dimenticato. Forse in Sicilia più che altrove, forse nella sua Palermo più che altrove. Tra l’altro non era di Palermo, era di Montelepre, lo stesso paese di Salvatore Giuliano. Due luoghi che più diversi... Palermo è la conca d’oro, solare e luminosa, spaccona, boriosa, ignorante, nobile, monarchica... Montelepre è brulla, assolata, impervia, raccolta, racchiusa, nascosta dentro un deserto di pietra.

Per lunghi anni, immagino, nei bassifondi di Palermo Franco Scaldati si è tolte una dopo l’altra le pietre appuntite della sua etnia originaria, magari riscaldate al fuoco di un caravanserraglio di spostati, di paria, una ‘nave dei folli’ da suburbio urbano certamente sconosciuta in un paesino di montagna arso dal sole, battuto dai venti e dal freddo. In certo senso è passato da un estremo all’altro, da un luogo senza legge né parola, muto anche se con un tetto, a un luogo senza tetto né legge ma con la parola: vale a dire la facoltà di parlare, di scrivere, di ‘inventare’ l'abito con cui rivestire la ‘propria legge’. L’apprendista sarto Franco Scaldati si è chiuso nel suo antro della Palermo più sotterranea e piano piano, sommessamente, quasi sottovoce, con un lamento strascicato ma lancinante, doloroso, persino fiero, ha scritto in tanti anni le scarne ma profonde tavole della sua personale legge di cittadino e di poeta. Forse anche, mi piace pensare, per riscattare, o esorcizzare, il suo più illustre e discusso compaesano, probabilmente l’uomo più diverso da sé che un bambino di quel paese dal nome sinistro potesse immaginare  negli oscuri, misteriosi anni del dopoguerra,  quel ‘fuorilegge’ senza città né poesia, né certa parola, né certo disegno, né certo destino che era Salvatore Giuliano.





Franco Scaldati


Il sarto e poeta e cittadino Franco Scaldati a un certo punto del suo cammino si imbatté in un altro siciliano ‘diverso’, Matteo Bavera, intelligente, astuto, più esperto del mondo, l’andatura claudicante  di un autentico  ferito dalla vita  votato e in grado di rifarsi, di aggredirla, figlio e padre al tempo stesso. Franco scriveva le sue tavole come un ispirato Mosè degli straccioni e Matteo, come un Rigoletto senza gioia, indurito dalla natura, teso ad affrontare la cultura, cercava i luoghi e le persone più adatte che le potessero udire, accettare, rispettare e se possibile proteggere promuovere  e  pagare. Una volta, in anni in cui io ero indubbiamente (ancorché catanese, una ‘differenza’ non da poco) il più in vista e il più aperto tra i siciliani teatranti della ricerca, vennero a trovarmi a casa, a Roma. Questa casa ora è in qualche modo vivibile, ma allora era più o meno un  accampamento in forma di ‘studio’ d'artista di teatro , consolle, pezzi scenografie, fari, pile di dischi e carte dappertutto, puzza di chiuso, polvere d’ogni tipo, tapparelle cadenti, bagno con la catenella... Loro si trovarono immediatamente a proprio agio. Si guardavano intorno e sorridevano, manco fossero a casa loro. Erano fantastici, un misto di familiarità e di reticenza, di abbandono e di aspettativa, di innocenza e di supponenza, e di fierezza, la fierezza della povertà, e di consapevolezza, la consapevolezza della diversità, della ‘verità', di una oscura, riuscita alchimia poetica e umana (tra l’uno e l’altro).  In quell’occasione, se non ricordo male verso la fine degli anni ’80, li conobbi entrambi. Diventammo amici. Successivamente fecero, tra l’altro, una versione del Pozzo dei pazzi con la regia di  Elio De Capitani e la benedizione di Franco Quadri nel mio teatro, lo storico Meta-Teatro di via Mameli. E quella fu la consacrazione romana e poi nazionale di Franco Scaldati per uno spettacolo e un testo straordinari che avevano visto la luce ben 15 anni prima in un teatrino di Palermo.

Ho nominato finora cinque siciliani (me compreso) che più diversi è difficile immaginare. Un sesto, non meno degli altri connesso, almeno per quanto mi riguarda, a Franco Scaldati, fu colui che me ne parlò per primo, a metà degli anni ’70, quando ancora a Roma non lo conosceva praticamente nessuno, o quasi. Intendo Pippo Fava, catanese di elezione, ma siracusano, per l’esattezza di Palazzolo Acreide, di nascita e di infanzia. Pippo Fava, oltre che giornalista, era un drammaturgo, un uomo di teatro e spesso veniva a trovarmi a Roma (era stato, a Catania, caporedattore nel giornale in cui io giovanissimo avevo fatto il cronista di giudiziaria e di ‘bianca’) per ‘controllare’, da padre, o da fratello maggiore, cosa cazzo stavo combinando nella ‘capitale’ con questo teatro sperimentale. E una bella sera, a piazza Navona, come se volesse confidarmi un segreto importante, degno di essere detto a chi fosse giusto che venisse detto, a chi fosse all’altezza della confidenza, mi parlò prima per pochi accenni, poi per qualche minuto, poi per  tutta la serata di questo testo fantastico, di questa esperienza incredibile, di questo dialetto mai sentito, di questo spettacolo Il Pozzo dei pazzi e di questo attore che erano stati una ‘scoperta’ e che erano già oggetto di attenzione e di ‘culto’ a Palermo. Ovviamente gli credetti completamente. Pippo aveva una capacità unica di trasmettere i suoi giudizi e i suoi sentimenti e una lucidità di analisi dei fatti umani e artistici formidabile. Il tutto con un’intensità e una passione tali che certe volte ti lasciavano interdetto e che probabilmente, chi può dirlo?, hanno anche in qualche misura contribuito ad aizzare la mano dei suoi assassini mafiosi. E con lui, Pippo Fava, siamo a sei... di siciliani diversissimi tra di loro che  a lui, e compreso lui, Franco Scaldati, sto qui associando in suo nome  e memoria.





Scaldati nello spettacolo Rosolino 25 figli (2006)


Potrei continuare, nominando altri, magari più contigui a Franco, cioè teatranti, scrittori, artisti del côté palermitano... e vengono in mente Michele Perriera, Gaetano Testa, Roberto Di Marco, Beno Mazzone, Ignazio Apolloni, Benito Zito... e potrei ancora continuare, tanto si sarebbe sempre allo stesso punto, si otterrebbe sempre sempre lo stesso risultato (o non risultato, a seconda del punto di vista) nel firmamento siciliano: bisognerebbe poter moltiplicare ad libitum i punti cardinali per  collocarli tutti a una qualche giusta distanza, molto, ma molto lontana, gli uni dagli altri, quella distanza che ne rimarcasse, per ciascuno, la differenza, l’unicità. E in questo senso, in questa ottica Franco Scaldati li (ci) batterebbe tutti: perché la sua grandezza, la sua maggior grandezza sta nella maggior differenza, nella maggior distanza da tutti gli altri, sia nel loro insieme che, soprattutto, uti singuli... Infatti lui, nella sua apparente semplicità e bonomia, e forse proprio per esse, o dietro di esse, al di là di esse, contro di esse, marcava una differenza e bazzicava territori ignoti agli altri, era un autentico mago, aveva le stimmate di un veggente, uno sciamano dei tuguri in mezzo a un arengo per quanto svariato e strambo o eccentrico di tipi studiati, in posa, tutti stralunati e per lo più in buona fede, nel gioco del mondo (siciliano), pronti anche a dare la vita, di personaggi  alla ricerca della loro parte in commedia... Mentre Franco Scaldati è non è stato mai un ‘tipo’, un personaggio, è stato solo e certamente un autore, non aveva bisogno di alcuna parte in commedia, e neppure forse la cercava o aveva bisogno di cercarla, perché la commedia era lui. Anche quando, col passare delle stagioni e l’assunzione nel pantheon del successo che può contaminare anche i migliori, parve prestarsi ad essere personaggio in cerca di una parte, rimase sempre all’altezza della sua innata, povera, atavica natura di autore. E ovviamente di attore. Perché il vero autore è colui che ‘incarna’ se stesso, il suo corpo di uomo e d’attore,  in quella ‘parte’.

Chiuderei segnalando la presenza preziosa di Antonella Di Salvo in un passaggio cruciale, attorno alla metà degli anni ’90, della coerente parabola di Franco Scaldati: di questo ‘pezzo unico’, di questo vecchio bambino bambino vecchio. È morto a 70 anni. Dunque, diciamo, vecchio. Dunque, in realtà, è morto giovane, perché da giovane era già vecchio. La sua vecchiaia, la sua gioventù, meritano di brillare come poche altre nella fantasmagoria dissipatrice ed effimera dell’impareggiabile firmamento siciliano. Al limite facendo un’eccezione all’andazzo. A smentita, almeno qualche rara volta, dell’imperante condiscendenza cinico-fatalistica verso l’oblio, dopo il dissolvi: il rovescio, dopotutto, e ben più pugnace, dell’inguaribile pur potente nostalghia che ci àncora irresistibilmente al passato, a ciò che fummo.

 

 

 

Giugno 2013                




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