TEATRICA
MULTIPLI ADDII

Quando le Signore escono di scena


      
Una dopo l’altra sono morte, nella prima metà del 2013, cinque autentiche regine del teatro italiano: Mariangela Melato, Regina Bianchi, Anna Proclemer, Rossella Falk e Franca Rame. Anche se l’ultima, compagna indivisibile di Dario Fo, è stata a dire il vero un’anti-regina rossa, sempre pronta ad intrecciare la sua arte comico-brillante con l’impegno politico militante nella sinistra radicale. In ogni caso, con la loro scomparsa il panorama teatrale nazionale si ritrova più povero in tutte le sue sfaccettature. Con le loro grandi diversità queste attrici sono state altrettanti emblemi delle problematiche e delle pulsioni di vita della donna contemporanea.
      




      

di Marco Palladini

 

 

Como una mala temporada. Come una pessima, infausta stagione teatrale la prima metà di questo 2013 ha visto uscire di scena, una dopo l’altra, una serie di eccellenti protagoniste del teatro nazionale degli ultimi sessant’anni. Cinque primedonne diversissime tra loro per percorsi professionali e posizionamenti estetici e culturali, alcune direi antipodiche nella loro stessa anima esistenziale e politico-teatrale, e in ogni caso tutte qualificate ed egregie rappresentanti di altrettanti, plurali modi di intendere e fare teatro contemporaneo.     





Mariangela Melato


La prima è stata Mariangela Melato ad andarsene precocemente a 71 anni quando era ancora nel pieno della sua maturità teatrale. L’attrice milanese aveva goduto negli anni Settanta di un’ampia fama come protagonista di pellicole di successo dirette da Lina Wertmüller, Elio Petri, Steno, Mario Monicelli e Franco Brusati. Ma è stato il teatro più del cinema il suo territorio privilegiato, il luogo dove la sua figura anomala, la sua strana voce ingolata, la sua personale irrequietezza che la conduceva a cercare sempre nuove sfide interpretative, poteva trovare il massimo della tensione e della soddisfazione artistica. Il suo regista di riferimento è stato senz’altro Luca Ronconi che la diresse all’inizio della carriera in due capolavori quali l’Orlando Furioso (1969) e l’Orestea (1972). Poi dopo una lunga parentesi tornò a lavorare con lui recitando in L’affare Makropoulos (1993) di Karel Čapek, dove interpretava una bicentenaria e in Quel che sapeva Maisie di Henry James (2002), dove era invece una bambina di sette anni. Con Ronconi fece anche nel 1997 una importante edizione di Il lutto si addice ad Elettra di o’Neill e Nora alla prova da “Casa di bambola” di Ibsen (2010). Io me la ricordo accanto a Giorgio Gaber (con cui ebbe anche una relazione privata) in Il caso di Alessandro e Maria (1982) e poi sotto la guida di Giancarlo Sepe in Vestire gli ignudi di Pirandello (1985) e Medea di Euripide (1986), due vertici sicuramente della sua avventura scenica. La rammento ancora in Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams per la regia di Elio De Capitani e in Madre Courage e i suoi figli di Brecht nel 2002. Colpiva la sua indomita energia scenica, una disciplina anche tecnica che impastava drammaticità e sfumature di grottesco. Era un’attrice versatile, sapeva anche ballare e cantare, e fece la commedia musicale Alleluia brava gente di Garinei e Giovannini nel lontano 1971, e più di recente Sola me ne vo’ (2007) al Sistina di Roma, su copione di Vincenzo Cerami. Già in lotta col tumore che la porterà nella tomba il suo ultimo lavoro era stato (fatalmente) Il dolore di Marguerite Duras, per la regia di Massimo Luconi.

La Melato non si risparmiava in scena, aveva una potenza e una prepotenza di presenza scenica, che doveva talora essere calibrata e regolata, ma il suo ricordo si incide netto, come una samurai del teatro, una combattente pronta al cimento anche più rischioso. Una donna-maschiaccio che è stata un esempio di etica del lavoro, di voglia di mettersi alla prova artistica.





Regina Bianchi in Filumena Marturano (1962) di Eduardo De Filippo


Se la Melato è morta si può dire ancora sul fronte scenico, la 92enne Regina Bianchi, scomparsa lo scorso aprile, dalla scene era invece lontana da tempo. Reputata una delle maggiori interpreti del teatro napoletano del secondo Novecento, era in verità nata nel Salento, a Lecce e da una famiglia di origine francese (il suo vero cognome era D’Antigny). Aveva debuttato giovanissima nella scena partenopea, lavorando nella compagnia di Raffaele Viviani e poi con i De Filippo, sia Eduardo che Peppino. Dopo una lunga parentesi privata, tornò alla recitazione alla fine degli anni ’50 ed ebbe la ventura di sostituire Titina De Filippo in una edizione televisiva di Filumena Marturano (1962) in cui a detta di tutti la sua memorabile prova oscurava quella pure storica di Titina. La Bianchi sembrava incarnare la quintessenza di una donna antica, trafitta dalla vita, ma piena di invincibile orgoglio, un mix di melanconia e di irriducibile fierezza che sintetizzava come il lungo cammino di grande madre mediterranea, piena di arcaica saggezza, quasi una maiuscola custode dei valori sacri del vivere e del generare. La sua peculiare caratterialità, dolce e dura insieme, accompagnò Eduardo in altri famosi spettacoli da Napoli milionaria! a Questi fantasmi, a Sabato, domenica e lunedì.

La Bianchi partecipò anche a numerosi film da Il ponte di vetro (1940) di Goffredo Alessandrini (che divenne il suo compagno) a Le quattro giornate di Napoli di Nanni Loy (1961), da I giorni contati di Elio Petri (1962) a Gesù di Nazareth di Zeffirelli (1977) da Kaos (1984) dei fratelli Taviani a Il giudice ragazzino (1994) di Alessandro di Robilant. Prese anche parte nel 2003 a Elisa di Rivombrosa di Cinzia Th Torrini.

La napoletanità acquisita di Regina Bianchi era come un nobile stemma antropologico, restituiva tutta la forza di una donna del popolo che attraversa le epoche ed i regimi, preservando una preziosa dignità dell’essere, le ragioni prime e basiche dell’uomo e della famiglia, l’alchimia misteriosa di una nuda vita che si trasforma in Bìos, in esistenza degna di valore e di essere riconosciuta come tale.





Anna Proclemer


Un’attrice di schietto profilo borghese è stata invece Anna Proclemer morta a quasi 90 anni. Era nata a Trento, ma si formò a Roma nell’ambito universitario, debuttando a soli diciotto anni in Nostra Dea di Bontempelli, diretta da Turi Vasile e a fianco di un’altra giovanissima destinata a diventare famosa: Giulietta Masina. Nei primi anni di apprendistato ebbe modo di lavorare con vari e significativi registi: Ruggero Jacobbi, Corrado Pavolini, Gerardo Guerrieri, Vito Pandolfi e Anton Giulio Bragaglia. Nel 1945 diretta da Alessandro Blasetti recitò al Teatro delle Arti di Roma in Il tempo e la famiglia Conway di J. B. Priestley a fianco di Vittorio De Sica, Valentina Cortese, Elisa Cegani e Massimo Girotti. Nel 1946 ebbe la ventura di incontrare e di sposare il 39enne scrittore siciliano Vitaliano Brancati, autore talentoso quanto ombroso (da cui nacque l’anno dopo la figlia Antonia). Nel ’47 recitò accanto al bravissimo Salvo Randone in Marito e moglie di Ugo Betti e I disonesti di Gerolamo Rovetta. Si precisava, così, via via la sua dimensione di interprete di forte temperamento, capace di disimpegnarsi sia nella commedia che nel dramma e pronta ad affrontare sia i testi contemporanei che quelli classici. Tappa importante della sua carriera fu la Mirra di Vittorio Alfieri per la regia di Orazio Costa (1948). Così come memorabili furono gli anni (1952-1955) vissuti nella compagnia di Vittorio Gassman facendo Amleto, Edipo Re, Kean, ma anche la bella commedia di Luigi Squarzina Tre quarti di luna. Poco prima della morte nel 1954, Brancati scrisse per lei La governante, un testo che suscitò molto scandalo e censure nell’Italietta bacchettona e democristiana del tempo, perché adombrava la figura di una lesbica che prendeva servizio presso una famiglia sicula. Dopo la morte del marito iniziò per lei una nuova vita con il sodalizio sia sentimentale che artistico con Giorgio Albertazzi. A metà degli anni ’50 nacque così la compagnia Ricci-Magni-Proclemer-Albertazzi che tra i vari spettacoli allestì un Re Lear, Il seduttore di Diego Fabbri e La ragazza di campagna di Clifford Odets che segnò un personale successo dell’attrice. Venne poi la compagnia Proclemer-Albertazzi che produsse numerosi allestimenti tra cui La figlia di Jorio di D’Annunzio, con la regia di Squarzina (1957), Spettri di Ibsen (1959), La fastidiosa di Brusati (1963), Amleto diretto da Franco Zeffirelli (1963), Maria Stuarda di Schiller (1965), La Gioconda di D’Annunzio (1972). Tra i grandi successi personali della Proclemer non si può, però, non rammentare il melodrammatico Anna dei miracoli di William Gibson (1960), per la regia di Squarzina, con la Ottavia Piccolo bambina, che ebbe anche una fortunata edizione televisiva.

Concluso il lungo sodalizio con Albertazzi, nella sua maturità di attrice di autorevole corposità di signora borghese, di secca grinta e voce calda e dominante, ricordo spettacoli come Piccole volpi di Lilian Hellman (1982), regia di Giancarlo Sbragia, Chi ha paura di Virginia Woolf? di Albee (1985), Conversazione galante di Brusati (1987), Lungo viaggio verso la notte di o’Neill (1988), tutti firmati da Mario Missiroli. Si misurò anche con Beckett e il teatro dell’Assurdo in Giorni felici (1990), diretta da Calenda, facendo una persuasiva Winnie. Meno convincente la rammemoro negli ultimi anni in Ecuba di Euripide (1994), firmata da Massimo Castri e in Diario privato di Paul Leautaud (2005), nuovamente accanto ad Albertazzi, con la regia di Luca Ronconi. Eminente attrice di tradizione, la Proclemer è come se invecchiando non fosse riuscita a modernizzare e ad essenzializzare la sua recitazione e avesse accentuato e aggravato gli elementi di convenzione, i clichés di finzione della sua arte, finendo per ‘tromboneggiareanzicheno.

È però difficile non reputarla una delle regine della scena del teatro ufficiale, esempio per sessant’anni di indefesso mestiere, di impeccabile tecnica e di completa devozione agli autori interpretati. Donna bella e fascinosa, vedova di un importante romanziere, aveva coltivato per sé con discrezione anche un côté di scrittrice e interessi intellettuali ad ampio raggio. Cosa tutto sommato assai rara tra le primedonne del teatro nostrano.





Rossella Falk


Primadonna, par excellence, dell’italico teatro è stata Rossella Falk, morta a 86 anni. Lei, sì, una vera regina dentro e fuori la scena. Nata abbiente (col nome di Rosa Antonia Falzacappa), figlia di un colonnello dell’esercito, grazie a un paio di oculati matrimoni divenne poi ricchissima, abitava in un attico a via Nazionale a Roma, soprastante il Teatro Eliseo che lei guidò artisticamente per sedici anni dal 1981 al 1997 (unitamente a Gabriele Lavia e Umberto Orsini). Ma non è poi neppure questione di personali beni economici e materiali, il fatto è che la Falk aveva naturalmente un portamento aristocratico, una allure da grande diva: la ricordo personalmente nel 1988 alla commemorazione all’Eliseo di Paolo Stoppa, salire sul palcoscenico e lasciare cadere a terra regalmente e con nonchalance una sfarzosa pelliccia di visone prima di andare al microfono e rammentare le risate che si erano fatti lei e Stoppa quando avevano avuto modo di recitare assieme e come facevano arrabbiare la Rina Morelli (compagna di Stoppa) la domenica prima della replica pomeridiana, a cui loro arrivavano puntualmente all’ultimo minuto, perché se ne erano andati assieme allo stadio a tifare la Roma. Perché era così la Falk: una signora apparentemente supersnob e poi la scoprivi una donna romana e romanista molto simpatica, estroversa, anche assai anti-conformista nei rispetti delle tante trasgressioni del mondo dello spettacolo (i suoi due più cari amici e partner teatrali furono Romolo Valli e Giorgio De Lullo, storica e celebre coppia gay).

Fu proprio De Lullo incontrandola casualmente nel 1946 a convincerla a presentarsi ai provini dell’Accademia Nazionale di Arte Drammatica perché, le disse, “tu sei bellissima e là so’ tutte racchie”. Era vero, Rossella era molto bella, alta, elegantissima e curatissima nel trucco, nei vestiti, nei gioielli che indossava. Ma era, poi, infine o all’inizio, anche un’attrice di grande talento che divenne l’icona, la ‘front woman’ della Compagnia dei Giovani, una delle più importanti, se non la più importante compagnia privata italiana tra il ’54 quando nacque e il ’74 quando si sciolse, per l’alto profilo culturale del gruppo, per la ricerca sulla nuova drammaturgia italiana, per la rilettura inedita e vivificante di Pirandello. Oltre a Valli e De Lullo, c’erano Annamaria Guarnieri, Ferruccio De Ceresa, Elsa Albani e poi Orsini, Carlo Giuffrè, De Francovich, e ancora lo scenografo Pier Luigi Pizzi, e il commediografo napoletano Peppino Patroni Griffi, autore di testi di grande successo da D’amore si muore a Anima nera, a Metti, una sera a cena che divenne anche un popolare film (ma con un cast tutto diverso da quello teatrale).   

Prima dei Giovani la Falk si era fatta le ossa appunto nella compagnia Morelli-Stoppa e con un regista del calibro di Luchino Visconti, che la diresse in Un tram che si chiama desiderio (1950) e in due spettacoli epocali come La locandiera di Goldoni (1953) e Tre sorelle di Cechov (1955). Ma è con la Compagnia dei Giovani che la Falk si impose come primadonna assoluta, capace di una recitazione assai moderna, tesa e vibratile, controllata e piena di sottili oscurità ed esplosioni, una recitazione che direi psicanalitica, che trovò la più piena e convincente affermazione nell’allestimento dei testi pirandelliani da Sei personaggi in cerca d’autore (1963), in cui era una memorabile Figliastra, a Il giuoco delle parti (1970) a Trovarsi (1974).

Quando si trovò alla testa dell’Eliseo, il teatro nobile della capitale, la rammento una superba Maria Stuarda di Schiller (1982) e, poi, in un paio di Cocteau: L’aquila a due teste (1984) e I parenti terribili (1991). Sul versante leggero e brillante vanno rammentati il musical Applause (1980, dal film “Eva contro Eva” di Mankiewicz) e la notevole versione al femminile di La strana coppia di Neil Simon (1986), dove divideva la scena con Monica Vitti e Franca Valeri era in regia. Donna e attrice di gran classe finì fatalmente a fare Master Class (1997) di Terrence McNally, in cui evocava-impersonava il genio di Maria Callas che era stata una sua cara amica. Tra le sue ultime apparizioni La sera della prima di Cromwell (2001), l’autobiografico Vissi d’arte, vissi d’amore (2004) e Sinfonia d’autunno (2007) dal film di Bergman.

Come si vede, tranne rare occasioni la Falk si è sempre misurata col teatro contemporaneo, palesemente non amava i classici o comunque non si sentiva in sintonia interpretativa con i testi greco-tragici o shakespeariani. Una riprova della modernità del suo profilo attorale, che semmai cercava dal cinema gli stimoli creativi. Peccato che il cinema non l’abbia adeguatamente ripagata, si ricorda soltanto una sua, peraltro incisiva, partecipazione a Otto e 1/2 di Fellini (1963), e poi ruoli non indimenticabili in Modesty Blaise di Losey (1966), Quando muore una stella di Aldrich (1968), Sette orchidee macchiate di rosso di Umberto Lenzi (1972) e più di recente Non ho sonno di Dario Argento (2000). Il suo campo ‘da gioco’ è stato un teatro del presente pieno di chiaroscuri, problematico, ricco di contraddizioni e di criticità, dove lei incarnava una figura femminile comunque torreggiante, anche quando appariva ferita e colpita dalle delusioni, dagli smacchi della vita. Una donna libera e forte col fascino della ‘divina’, ma anche romanamente assai smagata, che sapeva ironicamente prendere anche le distanze da sé. Una veramente senza eredi possibili.                         





Dario Fo e Franca Rame in Isabella, tre caravelle e un cacciaballe (1963)


L’ultima regina della scena di questo elenco di illustri scomparse è stata probabilmente un’anti-regina per collocazione e ideologia politica. Sto ovviamente parlando di Franca Rame, l’altra metà in tutti i sensi di Dario Fo, morta a fine maggio a 83 anni. Nata a Villastanza di Parabiago, in provincia di Milano, la Rame è stata in scena in pratica per tutta la sua lunga esistenza. Come amava raccontare, era figlia d’arte e nella compagnia del padre Domenico aveva debuttato quando aveva pochi giorni di vita, continuando poi ad essere impegnata in parti da infante e da bambina. A vent’anni, ragazza alta e bionda, dal corpo statuario e sensuale entrò nel giro meneghino del teatro di rivista, lavorando con la compagnia di Tino Scotti. Ed è in quell’ambito che conobbe e nel 1954 sposò Dario Fo, con cui avviò nel 1958 la compagnia familiare che avrebbe prodotto commedie e farse di grande successo sia di critica che di pubblico (da Gli arcangeli non giocano a flipper, 1959, a Aveva due pistole dagli occhi bianchi e neri, 1960, da Chi ruba un piede è fortunato in amore, 1961, a Isabella, tre caravelle e un cacciaballe, 1963, a Settimo: ruba un po’ meno, 1964). Come ha riconosciuto Dario Fo, dopo la morte della moglie, gran parte dei testi del suo teatro che risultano firmati da lui, in realtà furono scritti assieme, con la attenta revisione e correzione di Franca. Fo ha anche simpaticamente ammesso che, peraltro, il testo che ha avuto più versioni in giro per il mondo (oltre settecento) è proprio un testo della moglie, ovvero Coppia aperta, quasi spalancata.

La Rame lavorando accanto ad un genio della recitazione come Fo, è stata meno considerata dalla critica, però era un attrice dai tempi comico-brillanti infallibili, capace di rimodulare la dimensione svitata del marito in una sorta di gioco in controtempo, riuscendo poi nei suoi lavori da solista come Tutta casa, letto e chiesa, ad accoppiare satira sociale, polemica femminista, risvolti demenziali con grande fluidità e senso del divertimento. Avendo un corpo da sexy-star non si peritava di travestirsi, di mascherarsi, di imbruttirsi con parrucche e costumi pur di raggiungere l’obiettivo di suscitare la risata intelligente, che faceva pensare, che mordeva sulle contraddizioni della società e sui conflitti del rapporto uomo-donna.

Franca aveva totalmente condiviso le scelte politiche e di teatro militante nell’ambito dell’estrema sinistra di Dario, anzi per molti versi era più radicale del marito, pronta ad impegnarsi a sostegno, ad esempio, del Soccorso Rosso, o a fare teatro in tutte le occasioni di lotta e nelle situazioni di occupazione, negli anni Settanta, di fabbriche e case. Questa sovraesposizione la fece entrare nel mirino di gruppi fascisti, talché giusto quarant’anni fa, nel marzo del 1973 fu sequestrata, picchiata e stuprata da un manipolo di squadristi. Una vicenda terribile che lei ebbe il coraggio di rievocare a teatro in un monologo mirabile e angosciante intitolato appunto Lo stupro (1981).

Il suo impegno politico militante la portò ad entrare nel 2006 in Parlamento come senatrice eletta nelle fila dell’Italia dei Valori di Di Pietro. Peraltro, dopo un paio di anni, nel 2008, lei lasciò il Senato con un severo atto d’accusa verso le istituzioni e verso un sistema dei partiti totalmente sordo e impermeabile alle istanze della società e alle pulsioni di cambiamento. La Rame è stata un’anti-regina rossa della scena, una che diceva al figlio Jacopo, bambino: “Dio se c’è, è comunista”. Una che scelse di devolvere l’intera somma attribuita a Fo per l’ottenimento del Premio Nobel per l’acquisto di pulmini per i disabili. Una che non faceva chiacchiere, ma fatti, sempre pronta fino all’ultimo a spendersi per le cause in cui credeva.

Io la voglio, in explicit, ricordare come un’attrice-autrice da Nobel. Almeno metà del premio attribuito al marito le spettava di diritto. Il suo esempio di pasionaria del teatro, però con le armi dell’ironia e della comicità, ne fanno un modello preclaro di attrice e di donna contemporanea, mai ripiegata, mai doma, sempre attiva e reattiva, anche quando colpita duramente dai nemici. Una donna bellissima dentro e fuori, fino alla fine. E che, ne sono certo, non sarà dimenticata.                     

 

 

 

Giugno 2013  





La Rame e Fo agli inizi degli anni '50 ai tempi del teatro di rivista




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