SPAZIO LIBERO
CINEMA E INTERVENTO STATALE
L’eccezione culturale all’italiana (50 anni fa)


      
È trascorso giusto mezzo secolo da un convegno che si tenne (giugno 1963) a Livorno, in cui si discusse della situazione dell’industria cinematografica e, rimarcando le carenze di una politica di settore, si riuscirono a gettare le basi propositive di quel che da lì a pochi anni sarebbe stato l’Italnoleggio, una rete di sale pubbliche in grado di dare spazio alle opere d’autore e ai film di qualità. Ecco qui un’attenta ricostruzione storico-giornalistica dei passaggi gestionali di quella vicenda e delle convergenze e, poi, dei conflitti tra le forze politiche allora al governo, ossia la Dc e il Psi.
      



      

di Enzo Natta                                                                                                          

 

 

Sono trascorsi cinquant’anni da quando, nel giugno del 1963, a Livorno si tenne il convegno sul tema “Crisi dell’industria e cinema libero”. All’incontro parteciparono fra gli altri Mino Argentieri, Pio Baldelli, Mario Gallo, Lino Micciché e Claudio Zanchi, nelle cui relazioni e nei cui interventi fu fotografata la situazione della cinematografia italiana di quegli anni, con un’attenzione particolare alla carenza di una politica di settore e al letargo delle istituzioni pubbliche.

In quelle giornate, giornalisti specializzati, critici e operatori culturali fecero qualcosa di più che auspicare il ritorno sulla scena di una distribuzione di Stato che potesse dare spazio a un cinema di qualità, gettarono addirittura le basi propositive di quel che da lì a pochi anni sarebbe stato l’Italnoleggio Cinematografico. Per questo motivo il convegno di Livorno può essere considerato il progetto fondativo di un ritorno dell’intervento statale nella politica cinematografica attraverso la promozione di nuove iniziative settoriali (in primo luogo la distribuzione e l’esercizio) e il coordinamento dell’intero gruppo cinematografico pubblico.      

In quel periodo il quadro della situazione non era affatto confortante. Nell’immediato secondo dopoguerra l’Italia democratica si era trovata fra le mani un lascito del fascismo che consisteva negli enti cinematografici di Stato. Una pletora di orfani, privi di identità, che in un’economia non più dirigista ma di libero mercato si presentavano come pesanti fardelli, istituzioni inutili, parassiti che rischiavano di gravare sull’intero sistema. C’era Cinecittà, occupata da profughi e sinistrati; il Luce, che produceva cinegiornali e documentari; la Cines, storica società di produzione, diventata pubblica nei primi anni ’40; l’Enic, addetta alla distribuzione e l’Eci, con una rete di sale. In più il Centro Sperimentale, che provvedeva alla formazione di autori e tecnici.  

In un sistema privatistico, che bene o male si era rimesso in piedi grazie alla legge-quadro del 1949, tutti questi enti erano diventati un ingombro, zavorra di cui bisognava liberarsi. E su questa via ci si era avviati: il Luce era stato posto in regime commissariale, la Cines era stata liquidata e scorporata, l’Enic-Eci liquidate e svendute nel corso di alcune operazioni di dubbia trasparenza. Ma proprio nel momento in cui  la rottamazione degli enti cinematografici di Stato sembrava avviata, ecco che il vento gira e le cose cambiano. Durante il primo gabinetto Segni (1955-57) è istituito il Ministero delle Partecipazioni Statali (dicembre 1956), incaricato di coordinare le attività delle aziende di Stato. Si manifesta così l’intenzione di intervenire direttamente nella gestione dell’economia nazionale, linea politica fortemente perseguita dalla sinistra democristiana. È il momento di Enrico Mattei, dell’Eni, del quotidiano “Il Giorno”, dell’apertura a sinistra dopo che il PSI, in seguito ai fatti d’Ungheria, aveva rotto il patto di unità d’azione con il PCI.   

Banco di prova e laboratorio dell'operazione diventa il cinema, terreno favorevole al dialogo, ma anche campo di battaglia sul quale scontrarsi.

Al grosso della DC, alla sua anima centrista che si è saldamente insediata alla guida della tv appena nata, il cinema non interessa. Il cinema è di sinistra, fonte di preoccupazioni politiche (“i panni sporchi vanno lavati in famiglia” ammoniva Andreotti a proposito di Umberto D di De Sica) con il chiodo fisso della denuncia sociale che rompeva le uova nel paniere della ricostruzione, e fonte di preoccupazioni morali da parte della Chiesa che premeva perché l’opera della censura fosse costantemente vigile e severa. Ecco allora l’inizio dei lavori di demolizione. Nel 1957 l’Enic (70 sale più la casa di noleggio) è liquidata e l’associata Eci (alcune sale erano state trasferite sotto il suo controllo) è venduta a una banca milanese senza gare d’acquisto o licitazioni.

La mossa non piace al mondo del cinema, che appena sente puzza di bruciato organizza la Prima conferenza economica del cinema italiano, tenutasi nel febbraio 1957 nella sede dell’Agis. Il documento finale ribadisce l’insostituibile funzione dell’Enic per una rete di noleggio a garanzia della distribuzione dei film italiani, come al solito minacciati dalla concorrenza hollywoodiana. L’operazione di risanamento non può realizzarsi se non garantendo continuità dell’Enic e un suo potenziamento con un contributo annuo di 300 milioni di lire. Inoltre si invoca un più stretto coordinamento delle attività di tutti gli enti di Stato. In altre parole, si prelude all’avvento dell’Ente Gestione Cinema.

La risposta è un passaggio di consegne dall’Enic all’Euro International Film, giustificata dal fatto che trattandosi di una società privata di fresca fondazione non ha passività o debiti da sanare. Risposta che è esattamente il contrario di quanto categorie e associazioni avevano chiesto nel documento conclusivo approvato dalla Conferenza economica. Una vera beffa. Tanto che il Luce e Cinecittà temono la stessa sorte.  





L’Italnoleggio arriva in porto

 

Questo trionfo della linea liberista fondata su una politica di mercato si verifica alla vigilia del primo governo della terza legislatura (1958-63), un bicolore DC-PSDI presieduto da Fanfani che può essere considerato un’anticipazione del futuro centro-sinistra. E infatti non è un caso se un primo segno della mutata politica economica è la costituzione, nel 1958, dell’Ente Autonomo Gestione Cinema, che consente alle Partecipazioni Statali di inserirsi nel settore cinematografico. 

La rottura del patto di unità d’azione fra PSI e PCI segna nel 1957 la fine del centrismo, che ha gli ultimi sussulti verso la fine del decennio con il governo Segni. Una delle mosse che nel quadro della politica contribuirà allo scacco al re è la creazione dell’Ente  Cinema, fortemente voluto da Giovanni Gronchi (presidente della Repubblica) e da Giorgio Bo (ministro delle Partecipazioni Statali), due figure di spicco della sinistra democristiana. Da notare che lo statuto sottolineava l’autonomia dell’Ente, sottraendolo in tal modo al controllo del Ministero del Turismo e dello Spettacolo. Fra le altre cose, allora, ci si chiese a chi, Gronchi e Bo, volevano far dispetto. La risposta pareva scontata: alla destra della DC e ai dorotei che faranno cadere Fanfani dal governo nel 1959 e dalla segreteria del partito.

Non mancarono tanti pettegolezzi in quel frangente. Fra gossip e maldicenze, qualche giornale (su tutti una specie di “OP” di Mino Pecorelli in chiave cinema, la rivista “Intermezzo” diretta da Ettore Fecchi) avanzò ipotesi “politicamente scorrette” con l’aggiunta di episodi boccacceschi e collezioni di querele. La cornice romanzesca consentiva di addentrarsi in itinerari impervi dove non si esitò ad attribuire alla sinistra democristiana ardite manovre al limite del complotto che coinvolgevano un presidente della Repubblica e un ministro delle PPSS. Una “spy-story” dove la corrente di sinistra della Balena Bianca avrebbe preso i due classici piccioni con una fava: da un lato vendicandosi di centristi, andreottiani e dorotei con il varo di una politica statalista cara ai futuri alleati (i socialisti), dall’altro trovando il modo di autofinanziarsi. Il laboratorio che consentiva di sperimentare l’apertura a sinistra diventava infatti l’Ente Cinema e la ruspa che spianava e asfaltava la strada il Ministero delle PPSS. Sarà fantapolitica, ma fra i misteri e gli intrighi di quegli anni anche certe suggestioni trovano spazio e orecchie disposte ad ascoltarle.

Il resto, come si dice in questi casi, è noto. Al Convegno di Livorno del 1963, critici e associazioni culturali chiesero a gran voce il ripristino di una società di distribuzione e un circuito di sale d’essai gestiti dallo Stato. Il seme era caduto in un terreno fertite. Ancora qualche anno e arrivarono l’Italnoleggio e, a ruota, il progetto dell’Italesercizio.

Nel febbraio 1966 prende vita il terzo governo Moro e la presenza dei socialisti in un centrosinistra organico si fa subito sentire. Nello stesso mese, infatti, il cda dell’Ente Cinema approva e trasmette al Ministero delle PPSS un “piano delle utilizzazioni per l’attuazione dei compiti presenti”. E il primo di questi è la creazione di una nuova società di distribuzione. Nasce così l’Italnoleggio, dieci anni dopo il vuoto lasciato dalla liquidazione dell’Enic. Il presidente è Mario Gallo, socialista, critico dell’“Avanti!”, in seguito regista e produttore, il cui programma si profila subito ambizioso: ricerca di un Mec cinematografico, di un mercato comune europeo della celluloide che in base a contatti e accordi con altri organismi statali punti a intese produttive e distribuitive. L’intento è quello di promuovere la circolazione di film con spiccate qualità artistiche e culturali, senza però trascurare opere di notevole rilevanza spettacolare. Una configurazione bipolare, una “doppia anima” frutto del condizionamento imposto dai “criteri di economicità”. Lo sottolinea lo stesso Mario Gallo in un’intervista al periodico “QC-Questo Cinema”: “Il problema è soltanto di fare in modo che l’anima più potente non soffochi quella più importante”.

La politica del doppio binario è però anche l’ambiguità di fondo che sottende alla gestione dell’azienda e che scoppierà con il caso La caduta degli dei di Luchino Visconti. Il detonatore esplode allorché la maggioranza del cda (democristiana) rifiuta di concedere un'erogazione di 650 milioni di lire per ultimare le riprese del film. Il motivo, tanto per cambiare, è rappresentato dal “criterio di economicità”. La maggioranza sostiene che tale cifra non sarà mai recuperata e, per protesta, i socialisti si dimettono. La caduta degli dei arriva ugualmente in porto, ma il precedente incrina irreparabilmente i rapporti fra le due compagini. Per tentare di raddrizzare la barca si passa da un centrosinista organico (con i socialisti) a un centrosinistra aperto (senza i socialisti) e a far da pontiere, nel tentativo di ricucire lo strappo, è chiamato Giancarlo Zagni. Aiuto di Visconti, regista (La bellezza di Ippolita, Testadirapa), Zagni dimostra doti di grande equilibrio e con la sua mediazione riesce a garantire la continuità nella stabilità. Il tutto in un clima difficile, non esente da ripensamenti, sospetti e sabotaggi. Come dimostra la vicenda del (mai nato) Italesercizio.





Progetto abortito

 

La prova generale di quel che avrebbe dovuto essere l’Italesercizio era partita con il freno a mano tirato. Pressioni dell’industria privata sulle segreterie dei partiti di governo ne avevano rinviato la fondazione a data da destinarsi e quella che avrebbe dovuto rappresentare una nuova società di Stato nel settore dell’esercizio assunse la fisionomia di una sezione interna dell’Italnoleggio, retta non da un amministratore unico ma da due consulenti, Silvano Battisti, in rappresentanza della DC, e Claudio Zanchi per il Partito Socialista.

In un decennio le sale programmate dall’Italnoleggio superarono la trentina. In effetti si trattò di un numero consistente. L’Archimede, il Planetario, il Giardino, il Trianon e l'Alcyone a Roma, l’Arcadia a Milano, il Niccolini a Firenze, l’Arco a Torino, il Maximum a Napoli, il Ritz a Genova, l’Abc a Bari, il Modernissimo a Perugia, l’Embassy a Palermo, il Trinacria a Catania, il Modernissimo a Venezia, l’Ariston a Trieste, il Conca Verde a Bergamo, il Quattro Mori a Livorno. Più altre sale, a Cagliari, Perugia, Salerno, Terni, Belluno, Prato. Tutte all’insegna di una programmazione di qualità, ma soprattutto alla segnalazione di nuovi autori, nuove cinematografie e nuove tendenze. E sempre con proposte di altissimo livello. Ben tre distinte rassegne di fantascienza in collaborazione con la casa editrice Libra, regina del settore; le maratone dedicate a Totò, al western, ai film sonori di Greta Garbo con il  ciclo Garbo talks! E poi il cinema d’autore, italiano (Visconti, Fellini, Zurlini, Rossellini, Bertolucci, i Taviani, la Cavani), europeo (Ken Loach, Anghelopulos, Jancsò, Wajda, Michalkov, Resnais, Herzog, Zanussi). Una particolare attenzione a cinematografie in quegli anni sulla cresta dell’onda, come il cinema latino-americano e quello ungherese. L’opera omnia di Jean-Marie Straub. La scoperta di Martin Scorsese con Chi sta bussando alla mia porta?, Mean Streets, Taxi Driver, di John Cassavetes. Lo strepitoso successo riportato con Andrei Rublev di Andrej Tarkovskij e con L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. Da segnalare inoltre il forte impulso dato alle opere-prime di autori italiani. Fra gli altri di Emidio Greco, Peter Del Monte, Maurizio Ponzi, Vito Zagarrio. Tutti film accompagnati da schede filmografiche di primordine. Più di 200. Oggi introvabili. Giusto un paio di collezionisti le conservano gelosamente.

Qualcuno di quei film fece addirittura registrare grandi incassi. Del tutto imprevisti. Film che la grande distribuzione aveva snobbato. Per esempio Allegro non troppo di Bruno Bozzetto, La classe dirigente di Peter Medak, Harold e Maude di Hal Ashby.

Una volta tanto il “criterio di economicità” era salvo. Lo aveva criticato a fondo Giorgio Napolitano in un articolo sull’“Unità” del 22 novembre 1970.

“Validamente sostenuto da economisti di prestigio che lo collegavano non alla logica del profitto, ma al miglior utilizzo che il prodotto riusciva a ottenere sul piano sociale, culturale e pedagogico. Un valore incalcolabile” scrisse in quell'occasione il futuro presidente della Repubblica.

Poco tempo fa è scomparso un altro protagnista di questo pezzo di storia, Giancarlo Zagni, che dell’Italnoleggio fu amministratore unico, uomo di grande equilibrio, mediatore fra opposte tendenze e pontiere fra due sponde contrapposte quali potevano essere la DC e il PSI.

Zagni fu sempre un difensore dell’esercizio. Al punto che sosteneva la necessità di una società distinta dal noleggio. Diceva che due società avrebbero garantito il giusto equilibrio nell’offerta del prodotto in quanto una non avrebbe prevalso sull’altra. E che a trarne vantaggio sarebbe stato il buon cinema.

Le cose andarono in tutt’altro modo e questo perché il cda dell’Ente Cinema era nato da una fusione fredda, caratterizzata da un’asimmetria nel rapporto fra le due parti contraenti, dove ognuna delle due considerava l’altra un corpo estraneo. Nel cda si celebrava l’apologetica del contrasto (le due anime non si conciliarono mai) fondata sull’antitesi fra un rinnovamento radicale e un gattopardesco far finta di chissà quali svolte per lasciare invece tutto come prima. 

Bene o male si andò avanti così per un decennio. Fino all’assorbimento dell’Italnoleggio nell’Istituto Luce. Una soluzione che se aveva risolto alcuni problemi dal punto di vista dei bilanci economici ne aveva lasciati scoperti tanti altri. Senza ombra di dubbio ben più importanti di qualche passività. L’eccezione culturale, di cui si parla tanto in questo momento, già da allora era messa a dura prova.

 




Scarica in formato pdf  


      
Sommario
Spazio Libero

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006