SPAZIO LIBERO
DISCUSSIONI - 2
Archiviare
il non realizzato


      
Un intervento in replica all’articolo di Gabriella De Marco che riflette sulle modalità, le problematiche e le ricadute prodotte dalla moltiplicazione degli archivi in rete dedicati all’arte contemporanea. Tenendo conto che il web è un archivio auto-generato e nel contempo esito di consapevoli campagne di digitalizzazione culturale. La complessità delle questioni si riverbera nell’esperienza del MoRE, un museo digitale realizzato nell’ambito dell’Università di Parma e che raccoglie documentazione relativa a progetti artistici rifiutati o non portati a termine dagli anni Sessanta del Novecento ad oggi.
      



      

di Francesca Zanella

 

 

Per mantenere viva l’attenzione su un tema cruciale per gli storici dell’arte contemporanea intendiamo riattivare il sistema di rimandi che si è generato all’interno della rete a partire dal ‘lancio’ del progetto di contemporaneo Atlante della memoria dell’arte romana dal 1960 al 2001 da parte di Bartolomeo Pietromarchi (Macro e roma.it, l’arte nella Capitale Creiamo l’archivio online dal 1960, 16 marzo 2013, Repubblica.it :

http://ricerca.gelocal.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/03/16/macro-romait-arte-nella-capitale-creiamo-archivio.html ).

Non ci interessano, tuttavia, i dibattiti sulle esclusioni ed inclusioni operate nella esposizione romana quanto piuttosto le riflessioni che Gabriella De Marco ha compiuto in questa sede (Come archiviare sul web la storia dell’arte) tentando di comprendere le problematiche e le ricadute di un archivio visivo dell’arte contemporanea sia sul piano della ricerca che della diffusione della conoscenza.

Il tema è complesso e dibattuto a molteplici livelli, innanzitutto da una prospettiva epistemologica per comprendere quanto la natura della rete abbia trasformato radicalmente, come sottolinea De Marco, la dimensione spazio-temporale della ricerca ma anche delle modalità del confronto e di dibattito; oppure  i comportamenti e i processi legati all’accesso alle informazioni a cui corrisponde una modificazione, tutta da indagare, dei meccanismi della memoria: la rete è un archivio auto-generato e nel contempo esito di consapevoli campagne di digitalizzazione basate su processi di selezione (convivono in questo modo su un doppio livello l’archivio della rete e la rete trasformata in archivio di documenti selezionati all’interno di depositi della memoria dell’era precedente).

Da un punto di vista metodologico chi indaga la contemporaneità, e in particolare le forme espressive, non può non interrogarsi sul ruolo di mediazione che un ricercatore assume nel momento in cui costruisce un archivio in rete o crea uno spazio in cui rendere accessibili immagini e testi legati alle pratiche artistiche e alla progettazione; non può non interrogarsi sulla natura dei documenti e su quale rapporto istituire con i processi di selezione e di catalogazione; ma innanzitutto non può prescindere da una analisi della specificità della ricerca artistica contemporanea.

Se queste riflessioni non sono nuove fra gli studiosi di arte contemporanea, come dimostra la crescita esponenziale di convegni e pubblicazioni sul ruolo degli archivi (una sorta di cortocircuito generato anche dalla centralità dell’archivio per le riflessioni di artisti e curatori), l’interrogativo che in questa sede vogliamo rilanciare è se esista un mutamento nel rapporto tra ricerca espressiva e la sua documentazione, tra forme delle pratiche artistiche e i luoghi in cui tale ricerca si esplica, si raccoglie e conserva come conseguenza delle differenti modalità di accesso e dei processi di digitalizzazione.





Ugo La Pietra, La Casa per uno scultore, 1960


Possiamo partire da una rassegna di quanto oggi è ‘raggiungibile’ attraverso la rete:

musei (dalle semplici pagine informative al più complesso ‘doppio virtuale’ di musei reali)

gallerie private

siti degli artisti

esposizioni virtuali

archivi di documenti digitalizzati accessibili e consultabili tramite registrazione o a pagamento

riviste digitali

blog

cataloghi di archivi e biblioteche che conservano collezioni di manoscritti, opere a stampa e di documentazione visiva

risorse didattiche.

 

Rispetto alle esigenze di un ricercatore è necessario interrogarsi su quali siano le discriminanti tra tutte queste risorse:

la presenza di una ‘architettura’ dell’archivio specificamente definita in relazione alla sua tipologia;

il livello di mediazione tra chi ‘produce’ tali archivi in rete e le fonti: l’archivio è costruito attraverso un rapporto diretto con le opere o gli autori;

l’adozione da parte del creatore di standard di descrizione e di classificazione codificati ed internazionali;

una distinzione tra linguaggio controllato e lingua naturale;

l’adozione di standard di digitalizzazione dei documenti;

il grado di dinamicità delle risorse (un archivio in costante crescita o un progetto in sé conchiuso) e di possibilità di interazione tra gestore, responsabile della risorsa e utente;

la tutela dei diritti d’autore rispetto alla volontà dell’artista.

 

Di una tale complessità sono consci gli ideatori e i collaboratori di MoRE (Museum of refused and unrealised art projects http://moremuseum.wordpress.com) un museo digitale inaugurato il I aprile 2012, il cui archivio è conservato nel deposito istituzionale dell’Università di Parma (http://dspace-unipr.cilea.it ).

Cos’è MoRE: è un museo virtuale che raccoglie documentazione digitale relativa a progetti artistici non realizzati dagli anni Sessanta del Novecento ad oggi.

Programmaticamente MoRE non raccoglie ‘opere’ e non archivia originali.

I problemi che il gruppo di ricercatori e curatori che fanno riferimento al Dipartimento Lettere, Arti, Storia e Società dell’Università di Parma cercano di affrontare sono sostanzialmente due: la necessità di comprendere le implicazioni della gestione delle informazioni in rete, applicandole all’ambito dell’arte contemporanea, e dall’altra parte il trasferimento delle regole e delle pratiche della ricerca e della curatela all’interno della dimensione ‘virtuale’.

Nel primo caso si deve cercare di comprendere e risolvere il rapporto tra il museo sul web ed il suo digital repository il cui fine primario è quello della long term preservation; il doppio livello comunicativo che una tale architettura impone, e nello stesso tempo l’organizzazione degli oggetti digitali e degli apparati descrittivi e testuali all’interno di una tale struttura; infine la necessità di interagire con i processi legati da un archivio dinamico, mantenendo una coerenza di progetto.

Nel secondo caso ricercatori e curatori devono misurarsi con i problemi generati dalla natura ‘virtuale’ del museo e nello stesso tempo dalle specificità della ricerca artistica contemporanea.





Jonathan Monk, Small Proposals Book, 1990


Proviamo ad elencarne alcuni documentati all’interno della collezione.

 

Mediazione tra curatore, digital curator e artista: il progetto non realizzato Small proposals Book (1990) di Jonathan Monk è costituito da una serie di materiali tradizionali (lettere ed immagini) che sono stati digitalizzati dal curatore, in accordo con l’artista, e quindi descritti e pubblicati nel sito (ill. 1); Erwin Wurm, invece, per documentare alcuni progetti non realizzati ha donato, insieme ad immagini e filmati, alcuni file sorgente (sono disegni di progetto realizzati con Photoshop) che sono stati adattati per l’esposizione online e che invece nell’archivio istituzionale sono depositati nella versione originale.

 

La restituzione del metodo di lavoro che a un livello di ‘granularizzazione’ della descrizione delle risorse rischia di perdersi: Cesare Pietroiusti ha selezionato alcuni materiali relativi a progetti non realizzati come Mine vaganti (1987), oppure Museo degli artisti dimenticati (2000): sono soprattutto pagine di taccuino digitalizzate singolarmente che pongono problemi di catalogazione all’interno dell’archivio istituzionale, dal momento che si devono mantenere distinti i singoli file descritti utilizzando il set di metadata Dublin Core (un insieme definito per garantire la ricercabilità di ‘oggetti digitali’ di varia natura all’interno di ‘depositi virtuali’).

 

Il rapporto con altri archivi ed istituzioni museali: dall’archivio Paolo Scheggi, recentemente riordinato e schedato, provengono i materiali relativi al progetto sviluppato dall’artista per la Triennale del 1968, Il cannocchiale ottico percorribile; oppure Ugo la Pietra ha donato una serie di disegni di progetti, come La casa per uno scultore (1960), di cui alcuni originali sono conservati al Centre Pompidou (ill. 2); infine tutti i materiali relativi ai progetti di Jeremy Deller (come Four Plinth proposals del 2008 oppure Proposal for the Olympic Park Gateways del 2010 –ill. 3) sono stati esposti a Londra, Filadelfia e St. Louis dal 2012 al 2013 (Joy in People, Hayward Gallery, London, 22.02-13.05.2012; ICA, Philadelphia, 19.09-30.12 2012; Contemporary Art Museum St. Louis 01.02-28.04.2013).

 

Misurarsi con i problemi che di volta in volta i materiali raccolti pongono, pur all’interno di un quadro normativo internazionale consolidato sulla catalogazione, archiviazione e riproduzione delle opere d’arte e della documentazione collegata, è non solo necessario per una analisi delle opere stesse, per una loro contestualizzazione, ma diventa azione imprescindibile per una esplicitazione della specificità delle pratiche artistiche contemporanee e per una restituzione degli esiti del ‘lavoro critico’ ai differenti destinatari e lettori degli archivi della rete.





Jeremy Deller, Proposal for the Olympic Park Gateways, 2010




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