PRIMO PIANO
CINEPRIME – “LA GRANDE BELLEZZA”
L’uomo in più
(in giù o in su)
nella babilonia romana


      
Appunti ‘disturbati’ sull’ultimo film di Paolo Sorrentino, interpretato da Toni Servillo e presentato al Festival di Cannes 2013, suscitando discussioni e reazioni le più varie. Comunque, una pellicola imprescindibile che funge da specchio, lungo il filo del ricalco felliniano da “Dolce vita”, del collasso antropologico-culturale della Roma odierna, deposito di inestimabili ricchezze artistiche, archeologiche e monumentali del passato e di un’umanità presente che rimescola culture politiche fallite, il trash festaiolo, carnalità in disfacimento e corpi morenti, trucchi illusionistici, una religiosità biecamente materialista e una spiritualità da santa in tour vista come un’epifania mostruosa. Alla fine il regista cerca di dire ‘tutto’ perché non c’è più nulla da dire?
      



      


di Sarah Panatta





Carlo Verdone e Toni Servillo in La grande bellezza (2013)


“Ah ah, ah ah”. Sincope estatica. Un improperio scaricato nelle labbra fredde del telefonino. “Ah ah, ah ah”. Un turistico goffo commiato nella bulimia dello scatto incolto. “A far l’amore”. Discodance, ventri e culi, protesi protese, piacere eventuale. “Te chiavass’”. Coreografie di approccio, dietro le vetrate dell’oltretomba remixato. “A far l’amore comincia tu”. Roma non aspetta, brucia la notte colonizzata dal neon. “Ah ah, ah ah”. Coma diurno, Jep spia sottane candide tra i pomi di discordia testuale. “In the highlands”. Una corsa nuda per sbattere contro lo stesso muro di impassibile lustro. “Ah ah. Ah ah”. La nana Dadina scodella riso del giorno andato. La miseria dei mutilati da trascurabile dolore risplende se mutua. L’apparato umano esangue disfa nozioni assodate da rassodare. “Ah ah, ah ah”. La fila scorre sotto l’iniezione-panacea. Dive al collagene e scrittori di partito di dignità dipartita. “Sprazzi di sparuta…”. Marchette contro la morte. Gli scogli della gioventù spesa nell’oblio. Essere destinati alla sensibilità e ossigenarla con l’obiezione di coscienza. “Ah ah, ah ah”.

Un giornalista dal passo morbido e dalla battuta felpata. Sa di non voler sapere ciò che sa. Una torma di ricchi laidi cialtroni. Pascolano volgarità avventizi, estranei al disordine umano, ereditiere, industriali, artisti annacquati, nobili affittati, Pollock in erba, attrici all’asta, figli depressi(vi), studenti mai cresciuti, streghe e muse, anse di cocaina, litorali/rituali di assuefazione. Le regole dell’assenza educata nel carnevale del resistere.

Cercando (o ignorando, per mancanza di strumenti, per eccesso di bella-becera umanità?) la grande bellezza. Il respiro minuto, interno, e il boato ciclico della Natura, captato/intralciato dalla Ragione progressivamente spuria. Cercando, ci siamo persi. Abbiamo frainteso e imbellettato e occultato i codici della comunicazione reciproca tra le dimensioni. Abituati a navigare nel buio guidati dall’artificio di luci intermittenti, abbiamo confezionato mete ossessive, senza considerare o almeno intuire l’intero Viaggio. Dove stiamo andando? Come de-scriverlo? Che il romanzo abbia inizio. La grande bellezza (Ita, 2013) 1. Sorrentino, affetto dal cancro benigno del regista-tipo contemporaneo – sentenziare in unico sontuoso atto l’imperfezione magnifica maligna inutile del mondo – schiude la vocazione enciclopedica, pro-segue filologico Fellini, bagna di riflessi digitali Roma eterna matrigna, ombelicale regno di battesimi e di putrefazioni en plein air, e allestisce in mega spot Campari il suo senso della vita, guardando(ci) speculatore negli occhi dell’alter ego artista disilluso, integro e “mondano”? No.

Tutto ci mente. Dai carrelli gianicolensi all’apnea degli zoom della discoteca. Dal battito radente del rosso virginale tracimato sui Fori mattutini o tramontati. Al sorriso della suora-nutrice stretta nelle mutande della clausura. Dalla trinità molesta del titolo-sberleffo paradigmatico, al coacervo baconiano della colonna sonora. Dalla non-replica – che è confronto, sfida, ribaltamento e fuga – dell’impalcatura scenica felliniana (Sorrentino ricalca lo scheletro de La dolce vita con innesti da Cabiria ad Amarcord a 8 e  1/2). All’avvicinamento impossibile dell’ornitologo-Jep nella fauna vezzoliana 2. Reiterata resurrezione sulle ceneri. Sorrentino bluffa e importuna. Magistrale audacia. Sorrentino ci invade e seduce. Certo gioca e ruzzola. Ma rapisce. Chiede, sì. Che restiamo “dentro”. Sorrentino non risponde, non ossequia, non scimmiotta. Sorrentino paparazza, dissacra, ammucchia. Viviseziona l’orgia impregnando la mdp del suo compartecipato amichevole disgusto. Esperisce la ybris, la cavalca la soffre persino. Lontano dall’abbandono sognato di Fellini, Sorrentino porta la metafora al grado zero. Rappresenta la società ego-centrata del “bla bla bla” disonesto e imperituro, nella gigantografia stratificata della sua opera più ambiziosa, meglio incrinata, e meno ambigua. Idoli tintinnanti, folle invasate, toccate e fughe, indifferenza, paura, torpore affettivo, innocenza adolescenziale, stupore spiaggiato, degradazione fisica, distopia morale, ignavia autoriale, chirurgie correttive, prostituzione, tradimento, evasione. Sorrentino deve cronologicamente imbattersi nelle orme dell’epica felliniana, nella sua ellittica “Babilonia” artistica e sociale che fratturò il cinema internazionale. Ma se nella coabitazione di stilemi e toni da inferno dantesco Sorrentino come Fellini pratica la “commedia” come tutto, il giovane regista fraseggia sull’eco del predecessore impennandosi in un progetto “altro”.





Toni Servillo - Jep Gambardella, protagonista del film di Sorrentino


Capocomico imprenditore setaccia l’aria densa della Capitale museale dei preti viziosi, degli scrittori interrotti, dei giocattolai ninfomani, dei latitanti sartoriali e delle star cariatidi. Semplifica e anestetizza nella gabbia dei dialoghi letterari le velleità della (sua) casta. Canta messa al fracasso del cosiddetto post-moderno, volando in uno stile personalissimo, dove progredisce, nel pantano del barocco funzionale, l’ipercinesi combinatoria dello sguardo educata ne Le conseguenze dell’amore e deflagrata ne Il Divo. L’orgia delle relazioni e delle ipocrisie contemporanee nella sfera meta-finzionale dell’élite culturale patrizia. 

Ma è la grande bellezza nell’accumulata progenie di architetture sociali storicizzate o nella memoria infantile dello stupore ancestrale? Forse la bellezza è (la) perdita. Forse la bellezza è illudersi senza sapere, o sapersi illusi. Nell’evasione consolatoria e auto-performativa dell’arte la bellezza è schiava del canone, che angusto quanto variabile ha sbarrato a sua volta la strada ai tentativi retró o transavanguardisti, beat, cyberpunk, pulp, sin(es)tetici, dell’esplorazione coeva, ottusa da troppi filtri tecno-culturali. Dunque ogni accesso a “quale” grande bellezza è precluso e solo desiderabile. Il desiderio conduce alla riproduzione, che è mero “trucco”. Ci lascia un banco vuoto, ci lascia sedere accanto a lui. Sorrentino a lezione di ermeneutica attraverso il cinema. La poetica dell’uomo in più, assediato dalla coattiva forza dei propri errori; degli orrori dei poteri da cui non vuole imparare a scappare o dai quali si libera a costo della libertà stessa; dello schema di autoesclusione nel quale si alimenta e riposa. Non protagonista, ma rumore di fondo, l’uomo sorrentiniano è animale parassitario, magnifico e caduto e deliberatamente esule, osservatore privilegiato e certo stanco tra le metastasi della sua e di altre generazioni. Assorbe i caratteri corali e biblici di Faulkner e la narcosi di Baudelaire, parla con i corpi servili stilizzati da Buñuel e Moravia, si concede gigioneria pirandelliana, costeggiando Antonioni e pure Visconti, decostruendo per poi contaminare, anzi divorare e svuotare la sovrastruttura felliniana. Sorrentino “Master” di un album fotografico montato con la superbia sana del titano che può beffarsi degli dei, scalpella pop il sepolcro della civiltà nostrana. Cecchino dell’alta società conservativa e immancabilmente sterile e suicida, sulla sponda di un’autorialità che (sfiorando fenicottero-da-monumento i didascalismi onirici del Garrone di Reality) inquadra uno ad uno nella moltitudine stipata e sudaticcia questi fantasmi dell’oggi (come ieri) crudo, gerarchico, stordito da una modernità sempre indigesta e inceppata. Sorrentino distende e sfibra nello Stige delle intellighenzie, stufate da anacronistico botulinaggio ideologico, la verticalità di poteri immoti. Senza la nostalgia dell’ultimo Almodovar, il regista entra urlante, agilissimo e flaccidamente sessuale nella caverna anale del consesso VIP, isola di adiacenze mafiose, borghesi, imperialiste. Riformatore fuori tempo massimo? Di nuovo, no. Sorrentino non può rivoluzionare, ma compila sfarzoso e incalzante. Senza celare mai la propria missione. Assalto neuronale, bon ton che appiattisce e agglomera e lusinga. E profana. A ricordarci, sotto tanta pelle “mutata” attorno a bocche e colli e occhi e magioni e giardini e rovine e “cubismi”. A ricordarci che l’autore, che Jep, che ciascuno di noi, è solo un uomo in più.

Esalta/debilita l’antropocentrismo borghese Sorrentino. Relegandolo nell’altro corpo mausoleo incantevole e magnetico del film (dopo Roma annoiata violata custode e dopo il trenino di carne senza banchina che è la pellicola tutta). Jep Gambardella/Toni Servillo. Endo-nauta di un’esistenza appoggiata, palombaro di bianco vestito nelle paludi di una città che è periferia di bisogni inespressi, di volontà abortite, e centro di traffici mafiosi in camere-con-vista. Jep ha semplicemente evitato se stesso. Ibrido sorrentiniano. Nemesi sagace o evoluzione dormiente dei protagonisti delle prime due lancinanti opere di Sorrentino stesso. Dell’algido compresso Titta Di Girolamo de Le conseguenze dell’amore, ex commercialista della Camorra e scarafaggio d’albergo confitto nelle pareti di una vita d’attesa, improvvisamente destato da un’affinità elettiva non programmata. E del Tony Pisapia del probabile capolavoro L’uomo in più, in cui l’ex enfant prodige deborda conflittuale da un bordello ad un’overdose, da una cena di pesce a una tournée di paese, scalzato dallo show business e insieme suo paladino e sua catastrofe, sua vittima e suo (vinto) carnefice.





Una scena di una delle feste del film


Epica di reietti senza redenzione, affogata nel trogolo cattolico e consumista della Roma cardinalizia, approdo di svendite lustrate di scuro e di beatificazioni commerciali erose dall’impasto multiculturale di una capitale senza volto. Piantati ma senza dimora, laggiù, gli uomini, orfani di coraggio, che si foggiano di speranze consapevolmente cavillose. Così come gli uomini di Malick, altro regista spiazzante che difende l’autorialità nell’urto della “bellezza”. Dopo l’analisi cristologica e sanguinosa de La sottile linea rossa Malick (nel concetto della Grazia muliebre ben più felliniano del nostro) ha tentato con ineffabile processo gestazionale, ma con opposta mitizzante traduzione del ruolo femminile, la stessa impresa sorrentiniana, in The tree of life (2011). Il film, big bang sensoriale, è contemplazione contestualizzata, “dentro” la Frontiera americana ferita, ma anche preghiera leopardiana, fase successiva (finale ma non definitiva) di una sperimentazione iniziata 40 anni addietro, sostanziata da un’ansia prometeica di ri-creazione piuttosto che di scoperta vera e propria. Malick smette di fiutare senso, lancia un’interrogazione che è flusso, sì insaziabile ma infinito perché rassegnato, e accettazione. Sorrentino carezza medesima sorte, affidandosi al controcanto di Jep, fingendo la famosa/fumosa suddetta ricerca, quando l’obiettivo primario è partorire e insieme trasmettere l’ansia pacificata dell’esistere inevitabile. Nessuna inquietudine. Tutto il resto è surplus ghiandolare, danza di maschere, teatro del weekend, quinta di suppellettili in disuso, paesaggio saturo e desertificato, paralisi parkinsoniana, delirio di spiccioli inganni.

Come l’esorcismo del prete-chef degustatore di Fama, impietoso dell’altrui fame. Come lo spogliarello tardo-chic della “pupona” malata. Come la giraffa a Caracalla, accesa e spenta da un interruttore di modeste aspirazioni. Come i (disturbanti) fenicotteri migratori richiamati dalla (quasi) Santa paga di una dieta di povertà e di radici, sul balcone di Jep, epifanie mostruose e gentili, che razzolano il cibo avanzato dalla festa inchiodando i vivi, sorpresi dall’alba sul Colosseo, al mistero buffo, grottesco e materico dell’interconnessione ineffabile dell’Essere. Per questo il film è parodia, in alcuni momenti tautologica, e insieme dramma severo, funebre partizione di una fine senza fine, che dalla seconda metà si unisce e disgrega in almeno quattro diversi epiloghi consecutivi, autoconclusivi eppure contraddittori. 

Sorrentino ri-consacra l’amplesso del trucco. Con Jep. Tra le maglie della sua amaca, sul suo letto disfatto appeso ad un soffitto di mare trapassato, sul corpo morbido (routine disinibita) di Ramona/Ferilli ultra quarantenne. Sotto l’acquedotto romano, allucinato muto teatro di performances artistiche autoreferenziali, sotto le giraffe olografiche di un prestigiatore girovago. A Jep Gambardella come a Paolo Sorrentino non interessa la purezza del simbolismo. Né la socialità militante del proprio anticonformismo. Il loro è desiderio di organizzare la festa, sorvegliarla, da ospiti attesi, sniffarla con violenza, impadronirsene, farla fallire. Mettere in scena con maestà inconfondibile il vicolo del salotto, e scrutinare la prosa del vivere, sempre “fuori” le righe, né sopra né sotto. Dire “tutto” perché non c’è niente da dire.

 

 

 

 

 


 1 Regia Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Giovanna Vignola, Giusi Merli, Luca Marinelli, Serena Grandi, Giorgio Pasotti, Massimo Popolizio, Massimo De Francovich, Franco Graziosi, Sonia Gessner, Anna Della Rosa, Ivan Franek, Vernon Dobtcheff, Dario Cantarelli, Lillo, Luciano Virgilio, Anita Kravos, Isabella Ferrari, Roberto Herlitzka, Antonello Venditti, Fanny Ardant, Aldo Ralli. Soggetto Paolo Sorrentino. Sceneggiatura Paolo Sorrentino, Umberto Contarello. Fotografia Luca Bigazzi. Montaggio Cristiano Travaglioli. Musiche Lele Marchitelli. Scenografia Stefania Cella. Costumi Daniela Ciancio. Trucco Matteo Silvi. Produttore Francesca Cima, Nicola Giuliano. Casa di produzione Indigo Film, Medusa Film, Babe Film, Pathé, France 2 Cinéma. Distribuzione (Italia) Medusa Distribuzione. Ita 2013.

 2 Francesco Vezzoli, classe 1971, attualmente presente con la prima personale italiana al MAXXI di Roma, artista multimediale che riedita lo starsystem come specchio di Alice, contrappasso e scarnificazione dei vizi e dei paradossi contemporanei. Sorrentino trasuda l’esperimento di commistione barocca, incontrando Vezzoli nella sovrapposizione estetica dei linguaggi e rintracciando nella pornografia dell’ordinario della high society mortifera la chiave meta-narrativa del proprio lavoro. Per buona parte concentrato sullo scarto, sulla diversità e sull’isolamento. Entrambi cesellatori di un raffinato trash-work in progress che sa denunciare l’innata quanto vitale confusione culturale dell’uomo occidentale post romantico. Entrambi capaci di armonizzare nietzschianamente i profili di naftalina e botox di Lady Gaga o Venditti con le icone profetiche e sapienziali di Pasolini o Visconti. Tuttavia dove Vezzoli si limita a sedimentare scorie, memorie, profili e identità (attori, registi, scrittori) allestendo talvolta superficialmente il cimiteriale sfavillante purgatorio del contemporaneo, Sorrentino, pur inciampando nella propria foga cannibalica, insemina di ironia “decollata” o “decollante” quello che potrebbe altrimenti diventare l’ennesimo vortice di gustose macchiette.





Sabrina Ferilli, Toni Servillo e Giorgio Pasotti





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