PRIMO PIANO
ROBERTO SAVIANO
Viaggio al termine del narcomondo capitalista


      
“Zero Zero Zero” (Feltrinelli), il nuovo libro del giovane autore napoletano, dopo il grande successo di “Gomorra”, si presenta come un vasto reportage narrativo sul traffico planetario della cocaina, passando in rassegna tutte le incredibili efferatezze e violenze dei gruppi narcos, e insieme sottolineando come i loro enormi profitti (centinaia e centinaia di miliardi di dollari) sono ormai un pilastro del sistema finanziario internazionale. Si conferma l’ossessività autoreferenziale di questa scrittura che, se non produce uno scrittore, produce però un giornalista che per estremo e parossistico coinvolgimento psico-etico con la materia brutale che tratta, finisce comunque per entrare nella letteratura cosiddetta di non-fiction.
      



      


di Domenico Donatone

 

 

«Per me la parola “narcocapitalismo” è diventata un bolo. Non riesco a deglutirlo, ogni sforzo va nella direzione opposta, e rischio di morire soffocato. Tutte le parole che mastico si appiccicano al bolo, e la massa si espande, come un tumore. Vorrei buttarlo giù e lasciare che venga attaccato dai succhi gastrici. Vorrei fonderla, questa parola, e afferrarne il nucleo. Ma non è possibile. Ed è anche inutile perché so già che troverei un granello di polvere bianca. Un granello di cocaina.»

(Zero Zero Zero, di R. Saviano, p. 439, Feltrinelli, 2013)

 

 

Il giudizio che ho maturato in questi anni su Roberto Saviano è forse il più “sporco”, quello più inquinato da troppe dicerie, da troppe illazioni, direi anche da troppa televisione. Quello che ho scritto di lui ha subìto l’intromissione, forse inevitabile, di altri pareri: nessuno di questi che fosse pronto ad accettare la grammatica, la logica, la semantica e soprattutto il coraggio e l’impegno civile di Roberto Saviano. A volte anche in disaccordo col mio direttore, che ha scritto un editoriale esprimendo in modo altrettanto efficace ciò che egli pensa di Roberto Saviano[1], ho dovuto isolarmi dal coro delle voci critiche per ritrovare il motivo per cui la scrittura di Saviano è così discussa. Laddove io vedo il coraggio di Saviano, altri vedono la sua imprudenza: “Ha sbagliato lui a non farsi i c… suoi!”. Bene, e dopo? Dopo viene sempre il diluvio! Ho scritto, quindi, di Saviano con il presupposto della condivisione, eppure il risultato è stato troppo idiosincratico, quasi temuto. Superando le contestazioni al risultato finale, quello che mi preme ribadire e che ho difeso, sulle pagine di questa rivista, Roberto Saviano dallo spettro dello scrittore insipido, colui, come spesso capita di ascoltare, che racconta cose che già si conoscono. Una dicotomia che pare insanabile e che trova scioglimento nella certezza dell’azione letteraria. Il motivo è così logico che non cessa mai di ripetersi nella coscienza: se non ho il coraggio di fare quello che lui fa e scrive, perché devo criticare Saviano? Eppure la schiera dei detrattori è lunga. Così dalle pagine de Le reti di Dedalus ho difeso Saviano da Alessandro Dal Lago, che in un libro dal titolo Eroi di carta (Manifestolibri, 2010), lo definisce appunto “eroe di carta”, capace di costruire il mito di sé senza controllare il senso logico delle storie che racconta. I cinesi congelati nei container ? Una emerita sciocchezza che Saviano si è bevuto! Questo, in molti passi del libro, è il sunto critico di Dal Lago. Saviano eroe di carta quindi, permeabile a chissà quali ragioni per aver scritto di camorra. Tralascio, per decenza, ciò che nei talk televisivi, cosiddetti di approfondimento, si dice di Saviano, fino a essere diffamatorio. Chiunque abbia interesse a conoscere i livelli di questa tensione divisiva, vada pure su YouTube a scoprire chi ha affermato che Roberto Saviano «fa la vittima della sua scorta[2]». Adesso che Saviano torna in libreria con l’ultimo lavoro documentale e giornalistico, dal titolo Zero Zero Zero (Feltrinelli, Milano 2013, pp. 444, € 18,00), vorrei sul serio accantonare quanto circonda la sua figura (Saviano la star, Saviano il puro, Saviano l’eroe, Saviano l’infame, Saviano il mondadoriano, ecc.) e concentrarmi, come se nulla avessi mai ascoltato prima, solo sulla scrittura di Roberto Saviano. Perché se è vero che ci si interroga su Saviano, ci si interroga soprattutto su come egli scrive, perché prima di capire le storture del video e la potenza dell’immagine, quindi come Saviano appare in televisione e nei giornali, è come egli scrive che determina dibattito. A lui i suoi tic, a lui il malumore di non essere apprezzato abbastanza, a lui la lotta con il quotidiano, con la reclusione e con l’evasione improvvisa, a lui i suoi fantasmi.

Si può incominciare col dire che Zero Zero Zero non è Gomorra (Mondadori, 2006). Gomorra è un testo d’esordio e in quanto tale è più interessante. In Zero Zero Zero si evidenzia una sorta di amplificazione semantica. La scrittura diventa inclusiva, comprensiva di una parte che si fa tutto: una metonimia del senso e del significato. Stavolta ad essere protagonista della narrazione non è solo la criminalità e l’organizzazione sul territorio, ma ciò che la rende potente: la cocaina! Zero Zero Zero è un libro-inchiesta sulla merce più venduta nel mondo. Un libro che documenta “storie” e che insieme ad esse racconta, in maniera intimistica e autobiografica, l’esistenza di chi scrive e vive quelle storie. Il termine specifico è docu-fiction: narrazione documentale, giornalistica, che in sé adotta metodi letterari. Tra questi c’è “la confessione”, l’autobiografismo che si intride della materia per cui si determina il processo d’inchiesta. Saviano dimostra di essere maturato, di sapere sul serio a cosa va incontro, ma è il modo in cui lo scrive che determina sostanza letteraria. «Mi chiedo da anni», scrive Saviano, «a che cosa serva occuparsi di morti e di sparatorie. Tutto questo vale la pena? Per quale ragione? Ti chiameranno per qualche consulenza? Terrai un corso di sei settimane in qualche università, meglio se prestigiosa? Ti lancerai nella battaglia contro il male, credendoti il bene? Ti daranno lo scettro di eroe per qualche mese? Guadagnerai se qualcuno leggerà le tue parole? Ti odieranno quelli che le hanno dette prima di te, ignorati? Ti odieranno quelli che non le hanno dette, quelle parole, o le hanno dette male? A volte credo sia un’ossessione. A volte mi convinco che in queste storie si misura la verità. Questo, forse, è il segreto. Non segreto per qualcuno. Segreto per me. Nascosto a me stesso. Tenuto in disparte nelle mie parole pubbliche. Seguire i percorsi del narcotraffico e del riciclaggio ti fa sentire in grado di misurare la verità delle cose.[3]» Da questo brano si evince che la scrittura di Roberto Saviano è autoreferenziale, nella misura non narcisistica ma interrogativa, quindi civile. Una scrittura che scatena, mentre informa, mentre riferisce i numeri e i proventi delle mafie, i muscoli della logica letteraria. L’obiettivo è rendere il lettore conoscitore di vicende di cui non sa nulla, renderlo sostenitore morale di chi scrive. Non è solo fidelizzazione letteraria o poetica, ma è capacità comunicativa che ogni scrittore deve possedere, con l’aggiunta pericolosa che scrivere, in questo caso, non rimane un atto commerciale. Scrivere per Roberto Saviano significa andare oltre il passaggio dell’informazione e della trasmissione letteraria, significa violare l’intimità: entrare con decisione nella stanza del lettore, scuoterlo, trascinarlo fuori dalle sue scarse certezze mentre è chiuso nel suo mondo. Il testo in sé non assume nessun valore se non determina un’affiliazione di credo, di possibilità di cambiamento. Informare non è l’unico scopo di Saviano. Lo scopo è informare per cambiare. La letteratura si mette a disposizione della politica e della società; il giornalismo si mette a disposizione della politica e della società, il che significa informare sul serio, raccontare sul serio fatti e storie che maggiormente sono negate. Questo modo di scrivere, di relazionarsi, di sommare la scrittura giornalistica alla tecnica letteraria, è un modello “famelico” che cattura l’attenzione del lettore. Il linguaggio è tutto. E se la poesia ha poco spazio per dire, poco tempo sintattico per spiegare, il romanzo, l’inchiesta, il docu-fiction, ha la possibilità invece di allargare l’orizzonte della discussione fino a livelli parossistici, di entelechia semantica, occupando lo spazio della pagina con il senso definitivo di esondazione, di confronto diretto, di escatologia. Saviano, giustamente, parla di “ossessione”. Un critico discute di questa ossessione. Saviano sostiene che occuparsi di criminalità, di scavare nel pozzo di storie che sembrano impossibili, di scoprire la ferocia, la violenza, significa assaggiare qualcosa che ti avvelena. Chi denuncia è costretto a calcolare il peso degli sguardi. La forza di denunciare non è più dire, ma fare. Fare, perché le parole sono qualcosa che si mastica. Fare significa progredire, fare significa esporsi, fare significa stancarsi, fare significa diventare un “mostro”. Fare significa capire che non è il cambiamento l’obiettivo, ma informare a dovere, così che tutti sappiano che può essere possibile contribuire. Tornando al libro e ai suoi riscontri con la realtà, tutto ciò si palesa efficacemente nella scrittura di Saviano.





Roberto Saviano


La finanza genera crisi, la crisi genera assenza di limiti, l’assenza di limiti genera cocaina. La droga che dà subito conforto, che ti assiste, che ti sta vicina mentre lo Stato è assente. La droga che ti fa scoprire di nuovo la vita, che con le donne ce la fai eccome, che cancella solitudine e sofferenza. Questa è la logica del mondo moderno che mai pensava di dover fare i conti con la crudezza del capitalismo più efferato, un mondo che ha bisogno di una droga che risolva i problemi. Si traffica in coca prima che l’Occidente scoprisse d’essere debole, di vivere in una “bolla”. Questa merce proviene, infatti, dai paesi che conoscono la povertà più crudele, più disumana, più drammatica (Colombia, Messico, Brasile, Venezuela, Perù); paesi che sanno, perché l’hanno imparato sulla loro pelle, che la fame è il più potente alleato del crimine. Quando si ha fame non si ruba carne in scatola, cose che non mangeresti neanche se avessi la possibilità di comprare senza problemi, ma si ruba caviale, roba che conta, si affondano le mani nei commerci più redditizi, nei traffici più lucrativi. Il traffico della cocaina esplode per sanare povertà indicibili, per trasformarsi in potere, in sfarzo, in lusso, in ferocia e in bestialità, per convincere che anche il diseredato può scegliere, che non è vero che tutto è perduto. Molti paesi sono ormai delle narcoeconomie. Il loro Pil è il prodotto dell’illecito. Si traffica cocaina per dare ai figli un futuro che non sia così incerto, così nero, ma bianco. Bianco come la polvere che muove miliardi di dollari al mese e milioni di dollari al giorno. Questo è il capitalismo più forte che esiste, e questo capitalismo è narcocapitalismo: un’intricata rete di capitali illeciti che derivano quasi unicamente dal commercio mondiale di cocaina. Questo capitalismo si veste con abiti di chi non sfila per strada inutilmente, solo per farsi vedere, ma sfila con abiti che sono scivolosi, imprendibili. Abiti di chi comanda. Questo è la coca. È un sistema di scambio così lucrativo che ormai regge il mondo, un sistema che rifornisce di liquidità le principali banche del pianeta. Il capitalismo dei grandi cartelli della droga entra nei caveau. La City londinese, ad esempio, cuore del “big bang finanziario”, dell’esplosione dei titoli tossici e dei derivati, lascia entrare capitali illeciti nelle casse delle banche affinché queste possano riacquistare altri derivati, produrne a loro volta e dispensare titoli tossici e hedge fund a quantità. La crisi favorisce i grandi cartelli colombiani e messicani della cocaina. Favorisce ogni organizzazione criminale e in Italia la più forte è la ’Ndrangheta. Potente, spietata, politica, la ’ndrangheta dispone di capitali che se solo fossero redistribuiti sul territorio risolverebbero i problemi di disoccupazione. Le organizzazioni criminali sono le uniche a non conoscere crisi, capaci di poter trovare 180.000 euro in mezz’ora e girarli a banche, finanziarie e imprese fallite. Il narcotraffico prosciuga ogni cosa: industria, Stato, banca, impresa, ordine sociale, fino ai singoli territori in cui è presente un cartello. La ricchezza è solo dei narcos e dei politici e finanzieri corrotti. Le bande dei narcotrafficanti pretendono che i loro soldi fruttino come l’oro, che diano altro capitale. Pur di averlo e pur di concederlo in prestazioni economico-finanziarie, queste organizzazioni, ormai para-governative, sono capaci di esercitare qualunque violenza, di commettere qualsiasi crimine, sono capaci di torturare chiunque abbia pensato di tradire e di non pagare, di violentare prima di uccidere, di torturare come boia medievali, perché la ferocia dei narcos dev’essere chiara, deve rimanere indelebile. La ferocia dei narcos colpisce chiunque ritenga di poter scardinare il loro potere. I narcos, dunque, uccidono altri narcos, così come uccidono politici, magistrati, banchieri, cosche rivali e singole persone. I narcos sono come il giudizio universale, con la differenza che il loro non distingue, non separa, non scinde il bene dal male, amalgama tutto, inghiotte tutto, divora qualsiasi cosa. Il compito dei narcos è di giocare la partita più redditizia che esiste, in cui non si fanno prigionieri, in cui si è consapevoli di essere spietati. La ferocia è qualcosa che si insegna, il male si costruisce con metodo, il male si somministra come una medicina che cura piaghe profonde e dalla cui dipendenza è difficilissimo tirarsi indietro. Questo è in sintesi Zero Zero Zero. Libro-documentale, libro-inchiesta, ma anche libro-racconto, di narrazione, di sfogo autorale, perché Saviano non dimentica di offrire la parte migliore di sé, quella più esaustiva e anche più antipatica, in cui egli s’immedesima coi fatti e registra, come un sismografo, il livello di esondazione degli stessi. Tutto nella scrittura di Saviano è calibrato per esplodere, per scatenare reazione, per trovare la chiave che apra la porta di una realtà impensabile oppure lontanamente ipotizzabile, definire le proporzioni di un problema tumorale, per cui scrivere diventa dramma della soluzione. A tal proposito si può tornare alla scrittura di Saviano, alla sua sintassi, alla sua logica. In qualità di narratore egli non ha il gusto e l’impellenza dell’artificio letterario. Saviano non è Gadda, non è Bontempelli, non è Moravia, non è Calvino. Saviano non è uno scrittore, diciamolo subito! Saviano racconta con precisione ciò che non bisogna mai dimenticare, ma azzera la letteratura, cancella la funzione di artificio e di finzione e va diretto al tema, stendendo sulla pagina una sintassi lineare, un lessico ordinario. Se si accenna alla letteratura nei testi di Saviano è perché essa emerge come spinta morale, introspettiva e giornalistica. Se Saviano può dirsi impropriamente scrittore è perché non si risparmia, perché la scrittura coincide con la vita. Edificante è il brano in cui afferma: «Mi è capitata la vita del fuggiasco, del corridore di storie, del moltiplicatore di racconti. La vita del protetto, del santo eretico, del colpevole se mangia, del falso se digiuna, dell’ipocrita se si astiene. Sono un mostro, com’è mostro chiunque si è sacrificato per qualcosa che ha creduto superiore. Ma conservo ancora rispetto. Rispetto per chi legge.[4]» Questo brano spiega che c’è un sodalizio inestricabile tra Saviano e il lettore. Saviano non è un oracolo, bensì un discepolo della legge morale. In termini kantiani, tutta l’azione letteraria di Saviano si misura nell’imperativo morale. È questo il rispetto che ha per chi legge. Un rispetto pattuito, che dà modo di essere “presente” perché si viene letto. Saviano è un narratore che si legge benissimo senza vocabolario. Il che non significa che si pratica una scrittura semplicistica, al limite dell’ovvio, ma diretta, rapida: significa che Saviano ha capito, come Leopardi e Penna, che la cosa più difficile è scrivere chiaro, in maniera responsabile. Dentro questa linearità, dentro questo lessico comune, dentro questo “lessico famigliare”, come avrebbe detto Natalia Ginzburg, sono evidenti anche quelli che possono essere definiti “i denti” di una scrittura che strappa, che morde. Saviano, nonostante la linearità, la semplicità lessicale e grammaticale, scrive “coi denti”. Questo è l’aspetto interessante, critico. Scrivere “coi denti” significa che egli afferra nuovamente il boccone che già aveva morso in precedenza, riprende sempre tutto, ricomprende ancora una volta il già detto, ricostruisce nuovamente l’impalcatura del lessico. Questi denti sono personalissimi, sono prerogativa autorale di “mettersi in mezzo”. Non ci sono nel testo elucubrazioni semantiche, figure retoriche complesse. I “denti” di Saviano sono forma idiomatica, diretta, collettiva, forma del linguaggio interrogativo capace di colpire il passante: un linguaggio frutto di ricerca giornalistica, di collazione documentale-giudiziaria, sorretto dall’autobiografismo. In Saviano c’è la doppia fusione tra vicenda e autore, ed è il passo che avvicina questo modello alla letteratura tout court. Scrivere per Saviano significa informare quanto deformarsi dall’interno, tenere in tensione lessico e narrazione. Ecco un esempio:

 

«Come è noto, Lehman Brothers aveva investito somme ingenti in quei subprime che non erano nient’altro se non la trovata per rivendere come redditizi titoli d’investimento i mutui immobiliari che moltissimi sottoscrittori non riuscivano ad onorare. Profitto fatto sul debito. Quando il gioco ha spezzato la corda, un sacco di persone che si erano comprate casa in quel modo finiscono sul lastrico. E soprattutto, per quella volta, si è deciso che poteva fallire anche la banca gonfiata di aria fritta. Non appena si scatenano le conseguenze catastrofiche di quella decisione, tocca correre al salvataggio di tutte le altre banche e società assicurative che hanno agito, chi più e chi meno, come Lehman Brothers. Però anche il soccorso degli Stati non è che un tampone d’emergenza per un sistema che si regge su quelle dinamiche. Il nodo è che per produrre la loro immensa ricchezza gonfiandosi la pancia, le banche avrebbero bisogno di ingerire una quantità sufficiente di cibo solido, di cui possono essere in grado di liberarsi nel momento in cui qualcuno, sotto qualsiasi forma, i soldi glieli chiede. È il problema della liquidità. L’alchimia della finanza contemporanea si basa sulla transustanziazione del danaro dallo stato solido a quello liquido e gassoso. Ma quella solido-liquido continua sistematicamente a non essere abbastanza. Nell’Occidente avanzato hanno chiuso le fabbriche e i consumi sono stati alimentati grazie a forme di indebitamento come carte di credito, leasing, rateizzazioni e finanziamenti. Chi possiede invece i maggiori profitti ricavati da una merce che bisogna pagare tutta e subito? I narcotrafficanti. Non solo loro, certo. Ma i soldi veri delle mafie possono fare la differenza perché il sistema finanziario continui a reggersi in piedi. Questo è il pericolo. […] il 97,4 per cento degli introiti provenienti dal narcotraffico in Colombia viene puntualmente riciclato da circuiti bancari di Stati Uniti ed Europa attraverso  varie operazioni finanziarie. […] Il riciclaggio avviene attraverso un sistema di pacchetti azionari, un meccanismo di scatole cinesi per cui i soldi contanti vengono trasformati in titoli elettronici e fatti passare da un paese all’altro. Quando arrivano in un altro continente sono pressoché puliti, e sono soprattutto irrintracciabili. Così i prestiti interbancari sono stati sistematicamente finanziati con i soldi provenienti dal traffico di droga e da altre attività illecite. […] Trecentocinquanta miliardi di dollari: i guadagni del narcotraffico sono superiori a un terzo della perdita del sistema bancario denunciato dal Fondo monetario internazionale nel 2009 e non sono che la punta emersa e inutile dell’iceberg verso il quale ci stiamo dirigendo. Le banche, divenute padrone dell’esistenza di moltissimi, capaci di condizionare i governi degli Stati anche più ricchi e democratici, si trovano a loro volta sotto ricatto.»[cit. op. a p. 290]





Questo è un frammento, assai consistente, in cui Saviano riesce a spiegare in maniera semplice il meccanismo complesso della finanza mondiale. Il meccanismo di quella che si chiama impropriamente “crisi” e che invece è rapina. Aspetti del sistema che sono quotidiani, che sembrano distanti dalla vita reale delle persone e che invece la condizionano enormemente. Saviano descrive come il narcotraffico a sua volta influenzi la finanza, che è il tema principale del libro. Per spiegare questo sistema non compaiono termini complicati, difficili, perché Roberto Saviano non è uno scrittore che deve fare ricerca sul linguaggio. Il linguaggio è già scritto, si potrebbe dire; il compito di Saviano è stanarlo, è ricreare una dialettica che dalla base affronti scientemente il flusso semantico di argomenti che si ritengono ampiamente sviscerati. Saviano non è scrittore nella misura letteraria di storie narrate per animare i cuori e indurire i cervelli, ma lo è nel corpo a corpo che ingaggia con la realtà che respira attraverso la scrittura. Non c’è finzione, ma soltanto documentazione. E il verosimile, punto essenziale di fiction, è la parabola che porta a compimento il racconto come verbo, come voce. Zero Zero Zero, in virtù di questo, è un testo che può essere benissimo letto come l’estensione di un capitolo di Illecito. Come trafficanti, falsari e mafie internazionali stanno prendendo il controllo dell’economia globale (Mondadori, pp. 364, € 16,00, Milano, 2006), scritto da Moisés Naím. L’estensione del capitolo in cui il giornalista e scrittore venezuelano affronta il tema del traffico della droga: «Droga, un business senza pari». C’è un altro punto, però, su cui il critico deve riflettere: sia in Naím che in Saviano è vivo un allarme interrogativo, sociale, impellente. La scrittura giornalistica di Moisés Naím rimane ordinata, in superficie, senza nessun affondo personalistico ed emotivo, con un impianto narrativo che è cronachistico e anche morale, ma non c’è in esso nessuna deformazione del soggetto-scrittore. Nella sostanza, non c’è coinvolgimento. Naím è freddo, Saviano è caldo. Naím è professionale, Saviano è ossessivo. Naím è prudente, dedito ad un lavoro di comunicazione, Saviano è imprudente, dedito a un lavoro di moralizzazione. Naím è stato ministro dell’Industria e del Commercio per  il Venezuela ed Executive director della Banca Mondiale, Saviano è stato diverse volte ospite in televisione di Fabio Fazio. Uno vive sotto scorta, l’altro no. Non è un raffronto moralistico, ma la costatazione che il giornalismo si fa con ruoli differenti e alcuni sono più esposti. La divaricazione tra gli stili, anche giornalistici, scaturisce dal fatto che c’è chi scrive per informare, e chi scrive per informare e introdurre un coinvolgimento più esteso. Il lettore infatti non è lo stesso. Il lettore è uno che fugge, che preferisce non intromettersi. Se le mafie proliferano è perché, tra le tante cose, la società preferisce non immischiarsi. Leggere, sapere, conoscere e poi non fare nulla è, nell’assurdo, il punto che regge una inetta volontà di cambiamento. La fidelizzazione tra Saviano e il lettore è presente solo nella scrittura. Questo aspetto ha calato Saviano in un dibattito politico e intellettuale che in Italia non si registrava dai tempi di Pier Paolo Pasolini, con i toni della diatriba, del “pro/contro” Saviano anche nel settore della critica. La “soluzione-Saviano” più attendibile e che, forse, è opportuno sottoscrivere è quella suggerita da Aldo Busi[5]: Saviano non è uno scrittore, giusto!, però ci ha messo la faccia e va rispettato per questo. Che poi il mondo, le cose, l’economia, la cultura degli uomini e la loro coabitazione possano realmente cambiare è tema che supera, forse, la stessa nozione di ciò che può definirsi “impegno civile”. Saviano alza sempre il tiro, ha bisogno di determinare shock e incredulità: più il lettore non crede, più Saviano rende tangibile la materia che affronta. Chi legge Saviano assiste anche alla rappresentazione della criminalità non solo come anti-Stato, ma come insieme di figure, di attori, che sanno benissimo qual è la parte da recitare. Lo stile narrativo di Saviano oltre ad essere informativo, giornalistico, di cronaca, è soprattutto dell’immersione. Immersione nella grammatica del crimine, retto non da un “io” asettico, ma da un “noi” collettivo che è divisivo – noi e loro – quindi in quel noi c’è l’io di Saviano che assimila la semantica delle narcoeconomie e che deforma emotivamente se stesso. Saviano infastidisce anche il critico che s’infervora perché questa non è letteratura ma solo giornalismo, qualcosa che non ha codice, che non ha canone. D’accordo, la scrittura di Saviano non è letteraria in senso compiuto, perché non è ricerca di linguaggio, non è invenzione di storie dal nulla, dal profondo di quel pozzo che si chiama anima e ispirazione, ma è letteratura come disamina, immersione, in termini luziani, nel magma del mondo, ed è letteratura come racconto ricco di documentazione, di inchiesta, di reportage giornalistico e di “tagli”, ovvero di ferite che appartengono alla vita dello scrittore. La scrittura di Saviano genera una posizione d’invadenza, produce opinione radicale, di scopo, di riconoscimento. Essa si pone non in maniera artificiosa, incanalando nella pagina il traffico delle storie e delle parole, ma si pone in maniera arbitraria, quindi obbligatoria e civile, dirigendo con forza viscerale le logiche del narcotraffico.





Sebastian Piras, Pistola, 2011


Saviano riconosce che il nemico principale della sua scrittura e della sua esistenza è egli stesso. Questo fa molto letteratura! In Zero Zero Zero Saviano è più maturo rispetto a Gomorra, soprattutto perché è costretto a definire i confini della sua “azione” entro i limiti della mera fruizione mediatica. Egli si addossa tutte le responsabilità per aver scatenato il terremoto mentre ai lettori va il suo rispetto. L’abisso, dunque, produce mostri. È questo il punto su cui riflettere, il fatto che Saviano discuta su come è accolto un “mostro” nella società. Il brano più edificante di Zero Zero Zero è quello in cui lo squarcio intimistico sa restituire, con tutte le pennellate del “caso umano”, il sunto di una maturazione che invade ugualmente la stanza del lettore. Saviano fa i conti con una larga maggioranza convinta che la colpa è di chi denuncia il reato e non di chi lo commette. Il narcotraffico non è un argomento da monopolizzare, non esiste un uso esclusivo del racconto delle mafie, il crimine non ha un unico proprietario, però è altrettanto vero che non tutto ciò che è cronaca è vissuto dalle voci che lo raccontano. La fenomenologia della scrittura di Saviano resta in parte retorica e in parte intimistica, sicuramente non vuole risparmiarsi anche nelle critiche a sé, trovare uno spazio per svincolarsi da questa logica del male come struttura indefettibile del mondo. Una poetica che può dare ragione a Roberto Saviano. Così, dopo il successo di Gomorra, in questo secondo libro egli conferma le proprie ragioni di uomo ossessionato da questi argomenti. Scrivere si trasforma in tormento della soluzione. Come eliminare il narcotraffico? Forse non c’è altra soluzione che legalizzare la cocaina. Saviano in questo modo afferma perché è lui e non un altro scrittore che centra il tema, che determina dibattito. Il punto semantico è invadere la stanza del lettore, è sporcargli il salotto con storie di sangue e di vendetta reali. Capire Saviano significa capire che così come esiste un giornalismo coinvolto, moralizzante, esiste anche una letteratura disposta a cedere parti di purezza e di stile per un coinvolgimento maggiore di chi scrive. La letteratura d’inchiesta, il prodotto docu-fiction, si confronta con realtà che sono sostanza brutale di un coro di voci facente parte di un modo specifico e integrato di abitare il mondo.

 

«Quando tutto ciò che hai intorno inizia a riguardare questo tipo di riflessione. Quando inserisci tutto nell’universo di senso che hai costruito osservando i poteri del narcotraffico. Quando tutto sembra avere senso solo dall’altra parte, nell’abisso. Quando succede tutto questo, allora sei diventato un mostro. Urli, sussurri, gridi le tue verità, perché hai paura che altrimenti svaniscano. E tutto quello che hai sempre visto come felicità, passeggiare, fare l’amore, stare in fila per un concerto, nuotare, diventa superfluo. Secondario. Meno importante. Trascurabile. Ogni ora ti appare incostante e vana se non dai energie alla scoperta, allo stanare, al raccontare. Hai sacrificato tutto non solo per capire, ma per mostrare, per indicare, per descrivere l’abisso. Valeva la pena? […]

Per me è troppo tardi. Avrei dovuto mantenere le distanze che non sono riuscito a tracciare. È quello che dicono spesso i giornalisti anglosassoni: non farsi coinvolgere; avere uno sguardo terso tra sé e l’oggetto. Non l’ho mai avuto. Per me è il contrario. Esattamente il contrario. Avere uno sguardo primo, dentro, contaminato. Essere cronisti non dei fatti ma della propria anima. E sull’anima, come sul pongo, come sulla plastilina, imprimere gli oggetti e le cose che si vedono, così che resti un calco profondo. […] La certezza me la porto dentro senza troppe compiaciute malinconie: nessuno ti avvicina se non per ottenere un favore. Un sorriso è un modo per abbassare le difese, una relazione ha il fine di estorcerti danaro o una storia da raccontare a cena o una foto da presentare a qualcuno come scalpo. Finisce che ragioni come un mafioso, fai della paranoia la tua linea di condotta e ringrazi il popolo dell’abisso per averti insegnato a sospettare. Lealtà e fiducia diventano due parole sconosciute e sospette. Intorno hai nemici o approfittatori. Questo è oggi il mio vivere. Complimenti a me stesso.» (cit. op. pp. 434-437)

 

 

 



[1] «L’urlo di Saviano nasconde il senso d’impotenza», di M. Palladini, gennaio 2008: www.retididedalus.it

[2] http://www.youtube.com/watch?v=yMvdaO6KzW8: Vittorio Sgarbi sulle mafie e su Roberto Saviano – L’ultima Parola - 04/06/2010

[3] Zero Zero Zero, di R. Saviano, p. 93, Feltrinelli, Milano, 2013.

[4] Ibidem, p. 437

[5] «Non è uno scrittore, è un giornalista, sarebbe come dire che Cristina Parodi è Marilyn Monroe. Io l’ho difeso oltre ogni limite sin dall’inizio, il suo impegno civile non si discute, poi è un ragazzo in motorino e io sono così apprensivo... Mi sembra di avergli riconosciuto il minimo. Uno che legge professionalmente, se si trova sotto gli occhi Gomorra vede un salto di stilemi perché di stile non ce n’è ogni dieci pagine. C’è troppa gente che c’ha messo le mani, lo senti e lo vedi, è zeppo di ripetizioni, è stato editato malissimo.» (per leggere tutta l’intervista http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/non-uno-scrittore-un-giornalista-sarebbe-come-dire-che-cristina-parodi-marilyn-monroe-io-21107.htm)




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Primo Piano

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006