LUOGO COMUNE
DIARIO D’AUTORE (32)
La mia? Una lunga storia di sottrazione all’archivio


      
Note e noterelle a profluvie lungo il filo di un dismemorare che aiuta a rammentare (quasi) tutto. Memorie sollecitate da una copia ritrovata della rivista Il Frontespizio del 1939, in cui Papini salutava (sciaguratamente) nel Duce il garante della pax europea… E poi schidionate di ricordi musicali rammentando la scomparsa dei tenori Salvatore Licitra e Vincenzo La Scola e di tre maestri della bacchetta come i direttori Wolfgang Sawallisch, Colin Davis e Bruno Bartoletti. Si accumulano i libri in arrivo, come quelli filosofici di Roberto Bertoldo e Adriano Accattino, ma soprattutto sta arrivando a compimento la curatela editoriale dell’opera omnia di Giambattista Marino. Qualcuno se ne accorgerà?
      



      

di Marzio Pieri

 

 

DISMEMORAR SIGNIFICAR PER VERBA

 

 

I  La memoria (e credo bene lo dicesse il Croce) è fatta per dimenticare. Mi richiama, ma non è bene chiedermi perché, un’altra sua affermazione categorica: i giovani hanno un solo dovere, quello di crescere.

 

Allora io chiedo: ‒ vale il contrario, dunque e per forza? La dismemoria è fatta per rammentare.

 

Se dico mariomonti se lo ricordano in cinque. Breve la vita felice di Francesco Macombri.

 

Mezzo secolo fa erano in voga i libri – i titoli dei libri – preceduti da una preposizione: Nel magma, Dall’inferno, Pour Marx (Althusser), Pour Gramsci (Macciocchi). Pubblicai dunque un Per Marino.

Non vorrei confusione di nomi né di date: era il 1975. Ignazio Roberto Maria Marino, pro tempore nuovo sindego de roma, aveva appena venti anni.

 

Del resto mi avvedo che il mio nome è scomparso perfino da wikipedia. So che una voce che mi riguardava (non da me compilata e del resto subìta) era stata sotto processo. ~ Del resto un errore di fatto c’era: si parlava di migliaia di libri in dotazione dell’Archivio Barocco, mentre sono soltanto centinaia. L’Anonimo redattore non era della mia cerchia sennò non gli sfuggiva quell’errore marchiano. Ci sono robe ghiotte, questo sì. ~ Studiano scandalizzandosi (di poesia non intendono acca) i processi e le carcerazioni e la rapida damnatio memoriae di cui fu oggetto il Cavalier Marino, questo berlusconi (non oso dire questo pasolini) della letteratura!, e séguitano ad avvalersi dei medesimi metodi inquisitoriali e padroneschi.

 

Tanto oramai siamo tutti dei Quondam.

 

~ Invidio i morti e solamente con loro mi cambierei.

 

~ Del resto non faccio del Marino il fondamento della mia immortalità.

 

Ora diranno che sono matto cionco da cancellare, ma sono loro che non riconoscono le provenienze. Citare è ribaltare.

 

Qui si ribalta il passato.

 

II  Trovo su un barroccino una copia del Frontespizio (marzo 1939 ‒ xvii), è il numero 3. In quei mesi, m’immagino, mio padre e mia madre mi misero in forno. Trenta anni dopo venni via dalla città sovr’Arno, con l’accusa ronzante d’essere un papiniano.

 

Lo sarei stato, coetaneo di Lui?

 

Dicono che facevo polemica; oggi vorrei mi dicessero dove sono andate a finire le loro idee di quei tempi. Neoverghiani (chiedevano un giuro di fedeltà antidannunziana), pseudogramscisti in fila indiana. Gramsci in galera ci era andato da solo e n’era uscito per morire non per salire in cattedra qualsivoglia. “Hanno ammazzato giovanniverga / fascista prefascista / vendetta sì vendetta / farem di chi non ci-sta---”

 

III  Su questo fascicolo Papini piangeva Pio XI Papa Romano ed esaltava nel Duce il salvatore della pace europea. Lo si vide il 1° di quel settembre. Il Lungimirante.

 

Finse E Chiavò Per Tutti. Non sarebbe stato l’Ultimo. Il nome transitò dalla riserva dei diminutivi (–ini) a quella degli accrescitivi (–oni). La concorrenza in ani, in illo, in etta (per quello che monti o conti) fu sbaragliata a opera di un ano.

 

IV  Nella medesima sede, il germanista e musicofilo Rodolfo Paoli (il suo Debussy fu il primo libro ‘scientifico’ che ebbi, in dono da un parente che lo aveva fabbricato da artigiano tipografo, ero poco più che bambino, mai ascoltata una nota di Debussy, piangevo a Ridi Pagliaccio, mi divertivo con Papà Pacifico; e il bel saggio era tutto inzeppato di lettere nell’originale francese, quando io leggevo ancora mon dieu e mon vieux, sillabando, e i più alletterati dintorno pronunciavano, al caso, mon diù e mon viù in rima coi cessi pubblici del gabinetto viessù) schermeggia ad armi cortesi col cattolico Tirinnanzi sulla liceità o no della poesia ermetica. Nella pagina precedente, si cita prima Ingres ‘italiano, latino, classico’ (magari si sarebbe trovato d’accordo lo Strawinsky di Pulcinella, parapergolesiano e petrarchista) e poi Libro e Moschetto ‘settimanale dei Guf’:

 

“Visto così nelle sue linee generali, il surrealismo francese non può, oggi specialmente, dar luogo ad equivoci... Chiaro specchio della decadenza artistica, spirituale e politica della Francia, lontanissimo da tutto ciò che è concezione latina ( ... ) dell’arte (vale a dire, nettamente antifascista nella sua essenza costitutiva), questo surrealismo, rivelatosi con un profilo nettamente ebraico e bolscevizzante, non può che essere catalogato nel patologico ‘museo degli orrori’”.

 

Entartete Kunst! Un mio sodale tradusse: costolette alla tartara. Col tè. (Il Marino, poeta barocco, propugnò un ‘poema di pace’, che terminava esaltando Luigi il Tredicesimo, noto alle corti d’Europa per vitio nefando, come massacratore di Ugonotti).

 

V  L’anno prima, il ’38, Paoli aveva tradotto per la Morcelliana un teologo tedesco contrario all’ossessione della razza–nazione dei nuovi Cavalieri dell’Apocalisse. Ma il 2 marzo del ’39, in concomitanza col Frontespizio 3 da cui attingiamo, salì al soglio pontificale Pio XII, i ridottissimi margini di resistenza cattolica furono risucchiati come in un vortice.





Emilio Vedova, Absurdes Berliner Tagebuch


VI  La perla letteraria del fascicolo è comunque la traduzione in prosa del Naufragio del Deutschland del gesuita Hopkins (il più grande poeta gesuita dai tempi del tardo–barocco Lubrano) a cura di Sergio Baldi. Ma il particolare più ghiotto è celato nelle ultime pagine, dove Lo Gnorri Speziale (seppi un tempo chi stava, dietro questo pseudonimo, ma non riaggalla più, per me) piazza tre o quattro tiri magistrali, Uno, il ‘magismo in Seminario’, contro l’abuso di magicherie da parte di don Cesare Angelini (se ne ricava che il Frontespizio era fascista e cattolico ma NON democristiano) “detto il ghiotto dei colori”. Uno contro un altro che oggi dice qualcosa – non di buono – ai soli sorci di biblioteca o ramazzatori di panchette: “Nel corrente mese di marzo il poliedrico oratore Paolo Arcari parlerà il giorno 10 a Roma sui Misteri della vita, il 13 a Trani sulla Poesia sacra del Seicento,” (ognuno riconosce i suoi!), il 16 a Voghera sulla Rotta di Roncisvalle e quella di Waterloo, il 21 a Rovigo su Aleardo Aleardi, il 25 a Trapani sul Poverello di Assisi, il 29 a Frosinone su Medioevo, Rinascimento, Illuminismo, Nazionalismo, e Neotomismo”.

 

Altro che Severino o Plácido Domingo, cui toccò il dono dell’Ubiquità.

 

VII  Sempre lo Gnorri: “Luigi Russo e Giuseppe Villaroel, criticati per ragioni letterarie, hanno accusato i loro critici e consorti di disfattismo politico. Luigi Russo e Giuseppe Villaroel, ovvero i Vespri Siciliani”. Almeno i versi il poeta catanese li sapeva tornire, in una loro ombra profumata di miele fino al disgusto. Luigi, fiero ingegno di critico, fu sempre più del giusto occupato a mutar di casacca. All’anima della fierezza. Quando predica bene, per esempio nell’intervallo fra Mussolini e Stalin, e galleggiava in una piscina di mezzo, ancora mi sedurrebbe. Ma il suo De vera religione non è mai stato ristampato da Einaudi. Non sarà piaciuto al Togliatti.

 

VIII  Si spense Luigi Russo a Marina di Pietrasanta l’agosto del 1961. Avevo appena saltato il primo esame d’italiano in programma con Walter Binni. Si spense Villaroel a Roma il 1968. Era l’ora che mi raggiungessi, gli disse Angiolo Silvio Novaro; gli avevan dato l’estrema unzione con l’Olio Sasso, tanti anni mai prima. Chissà glie l’avesse predetto, la pioggerellina di marzo, che nemmen la feluca (il buffo cappello degli Accademici d’Italia) riesce a donarti un minuto di più, una volta suonata la campana.

 

IX  Ma dove vado a parare. Ecco, la posta, pure piuttosto renitente o latitante, ammucchia sui miei mucchi di libri altri mucchi di libri. Poeti, pensatori dell’arte, psicologi, neofenomenologi, romanzieri. Io, amici miei, quanto vi sono grato, ve lo dico arrossendo: non sono più all’altezza di tanta grazia. Leggo e i motivi di consenso sono parecchi; in genere anzi più di quelli eventuali di dissenso. Ma è chiaro! io non credo che il vero stia di dentro. Questi che pensano a me, come a un lettore e a un amico, mi fanno il dono delle loro esperienze, dei loro ‘veri’. Ma sono, io, oramai, come una cassapanca sfondata. La mente è desta, il cuore non più. Mi interrogo ma non batto all’unissono.

 

~ Forse è questo essere morti? Tirare il calzino, a paragone, sarà l’ombra di un gesto già mille volte provato. Da bambini, quanto ci piaceva giocare a fare il morto; distesi per le terre, con una voluttà (a nostra perfetta insaputa) deragliante da altre divisioni, da altre partizioni della vita.

 

Che abbaglio fu voler sostituire la natura – insensibile a noi se non nella misura in cui ne facciamo parte carnale, frammenti di un midollo che non teniamo ma è desso che ci tiene – con la storia, pretesa sensibile, giudicabile e rationale.

 

La mia fu una lunga vicenda di sottrazione all’archivio.

 

X  E intanto, i resti del ‘mio’ mondo sono sfumati, io credo, fino all’eccesso. In pochi mesi, sono mancati tanti (per restare a una parte del ‘mio’ mondo) musicisti e cantori che ammirai, che amai, a volte addittura che vidi nascere alle loro carriere e alla gloria. Il tenore Licitra, l’ultimo Trovatore alla Scala, con Muti, s’è ammazzato cadendo da una moto, su cui viaggiava con la fidanzata. Il tenore La Scola è mancato d’un colpo in Turchia. Lo vidi quasi debuttante, a Parma, in un diverso debutto, quello operistico (omissis) di Franco Battiato, con Genesis. Era il 1987. Da qualche anno gravitava, facendosi riconoscere, intorno al teatro di Parma. Stava a Pavarotti, con onore, come Battiato stava (con più imbarazzo) a Stockhausen.

 

XI  Belliniano, per esser di Sicilia, e donizettiano, per aver voce duttile e amorevole, un poco al gusto delle lumìe di Sicilia. Riusciva bene nel primo o nel meno selvatico Verdi; i Lombardi, la Traviata, Un Ballo in maschera. Non era un Manrico e nemmeno un Radamès, benché Harnoncourt se ne giovasse per una sua Aida discografica tanto fuori dai canoni areniani da restare per me la più bella del secolo. Fu un Ernani dei più lirici in una produzione del Festival della Valle d’Itria, quando se ne occupava (credo) ancora il severo e un poco troppo ciociaro (scambiava il serramanico con la spada) Rodolfo Celletti. Una compagnia che ci fece sognare, il disco riascoltato non conferma ogni pregio di cui ci beammo ma dice bene perché ci beammo. Quattro giovanissimi, allora, di voci non imponenti. Il mio ricordo teatrale dell’Ernani si legava a quello dei miei diciassette anni, al Maggio musicale fiorentino. Venne Mitropoulos e parve quasi che l’appena precedente esecuzione da lui diretta a New York fosse valsa da prova generale delle indimenticabili serate fiorentine. Del Monaco, cui l’abuso di Otelli stava accorciando la gamma più esposta in alto ma intanto arricchiva il personaggio romanticissimo di vibrazioni forse mai ascoltate prima, contrapposto a un Boris Christoff torrenziale e straziante (“Io... l’amo; al vecchio misero solo conforto è in terra...”) e a un Bastianini straripante e cavalleresco, a contendersi una Anita Cerquetti che dovevi ascoltare solo a occhi chiusi, elefantiaca ch’era – e nevrotica. Cantava straziando un fazzoletto bianco, non il fazzolettone sinhal di Pavarotti, proprio un asciugamani da terrificato sudore. Ma dio, come cantava. Fu a tempo a incidere un unico disco di arie, per l’allora eminente ditta Decca, con Gavazzeni direttore, preparavano anzi una Norma. Poi la tensione primaria, l’impossibile concorrenza d’immagine con la pur declinante Callas, e una grottesca e cruda (dicono ancora lingue bene informate superstiti) vicenda coniugale per colpa di un marito iperdotato ebbero la meglio.

 

XII  La ascoltai come Gioconda, come Abigaille, come Elvira, come Amelia insuperate; intendi l’opera eponima di Ponchielli, il Nabucco, l’Ernani, un Ballo in maschera. In questo e nella Gioconda facendo compagnia col piacentino Gianni Poggi (il mio primo tenore ‘dal vero’, impavido a ogni bis o tris richiesto a voce di popolo), col senese Bastianini, con una star d’anteguerra come Ebe Stigliani. Mi sfuggì la sua Norma (in Boboli, come il Nabucco) e ne sentii il racconto da Franco Cardini, che abitava in Serumido, sotto le mura di quel giardino di Proserpina: scende dalla collina un cocchio a cavalli con sopra due antichi romani, uno, lunghissimo di statura e di fiati, si sbraccia e impreca contro i nemici Galli. Venite qui se avete coraggio, o bischeracci, o galli. Allora quelli (il coro,  immagino grottesco in pelli e corna, in anticipo sur fraggello de dio di Abatantuono, Castellan & Pipolo) si avvicinano a musoduro. Il tenore (era il giovane Corelli, bellissimo e goffissimo come sarebbe stato fino alla fine; bello, si dice a Firenze, lungo & bischero, col lampo degli acuti sbaragliacampo) smette di ettoreggiare (diciamolo all’inglese, si potrebbe tradurre braveggiare), girano il cacchio e scacchiano. Girano il cocchio e scocchiano. Senza Alessandria d’Egitto.

 

XIII  Chi non ha mai ascoltato la Cerquetti, il suo O re dei cieli, da un’opera di Cherubini che vidi al Maggio Musicale (accanto a me, pativa le pene dell’inferno il mio nonno materno, che amava l’Opera ma solo se fosse la Fedora o i Pagliacci; e l’antico Politeama era ancora fatto di gradinate come allo stadio, si affittava un cuscino ma si restava scomodi). La voce sale, sale, sale, sale.  A tortiglione, a turbiglione, a pinnacolo. Cherubini non era dunque solo il nome del locale conservatorio. E chi non ha mai ascoltato i racconti a viva voce di Franco Cardini. Oggi li identifico con una giovinezza, la mia, che poco vissi. Non scriverò questa storia.

 

XIV  La Compagnia dei Giovani (in quell’Ernani della Valle d’Itria) annoverava la Dessì, tuttora in carriera, è questione di palle e di orgoglio; e tre più o meno novizî, almeno per quel repertorio tanto fantastico quanto micidiale. Erano il parmigiano Pertusi, che avrebbe dato il meglio di sé a Rossini e a certo teatro francese, massenetiano, il baritono Coni, perugino, lui allievo del Celletti (Perugia è terra di baritoni, ricordo Mario Sereni, voce tonda e educata, buono interprete e fraseggiatore, una carriera quasi tutta all’estero; o l’anche televisivo Mario Petri, basso-baritono, fu il Macbeth di Muti – in teatro, sostituito in disco da Sherril Milnes, The Man from Downers Grove, in Illinois – e quando la voce, stata straordinaria, cempennò, passò ai film di pirati dove spiccava la sua figura snella ed erculea, un Sandokan prima di Kabir Behdi!) e finalmente La Scola, allievo a Busseto del verdiano Bergonzi. Un verdiano che rischia il dialetto e spesso non capisce quello che per libretto deve dire, ma verdiano che più verdiano non si può. Sembrava rispuntasse il sol dell’avvenire melodrammatico: invece era appena subentrato il crepuscolo.





Fabio Civitelli, La valle della luna


XV  Lascio ai ricordi, in me incarnati anche in strati profondi, di vezzeggiarmi. Genesis di Battiato, dove bene figurò il tenore esordiente La Scola, mi richiama ad altra opera contemporanea promossa al Regio di Parma, un Ubu Re di cui fu regista Giorgio Belledi, teatrante valoroso, educatore di attori, troppo umano e troppo remissivo per uscire indenne da quella giungla. In trecento metri di strada potevi incontrarne due, di Giorgio Belledi: l’altro, storico fondatore della Feltrinelli parmense, pittore con ossessioni, temperate dalla fiducia di star dalla parte giusta. Suo padre era stato uno degli ultimi anarchici carducciani del borgo. Lanciava battute rifritte come se le inventasse lì per lì.

 

XVI  Vedo ancora un magnifico torso di cignale arrostito allo spiedo precipitare ruzzolando ai piedi del gran tavolo di un castello col quale mi dissero alcuni andasse identificata la ‘vera’ Canossa. Volle il Porco inchinarsi come dovette inchinarsi l’imperatore Enrico? Qui non c’erano papi ai quali genuflettersi. La padrona di casa che altro poteva fare? Come novella Matilde, raccattò la testaccia fuggitiva, la sistemò sul piatto di portata e la servì agli ospiti.

 

XVI  Fu una bella serata, allietata da altri due incidenti. L’ultimo fu che nell’uscire per tornarcene a Parma, sul prato tenebroso antistante il castello, un noto giornalista (e notorio omosessuale) tamponò, da fermi, la mia macchinuccia, che quando ancora (arrivando per la cena) ci si vedeva un poco, sul prato, s’era coperta di rossore in mezzo ai bolidi lucenti di ospiti ben altrimenti dotati di begli sghèi. O icché tu fai, gli dissi; m’hai inculato la macchina. Le gentili signore non me l’avrebbero mai perdonata. Stavo digià scavandomi la fossa.

 

~ Il peggio era accaduto mezz’ora prima. Di colpo, mi offersero di rifondare un mitico foglio degli anni Cinquanta, stampato sulla Gazzetta di Parma. Non ne avevo mai visto una pagina e chi me ne aveva parlato non era sempre degno di credito. A ogni parmigiano quel che cade dal cielo pare una ricottina quando invece è una cacca di piccione. Ma non mi sarei tirato indietro. Gli anni in cui mi venni formando avevano scoperto una formula passepartout: la disponibilità. Chiesi solo – unica condizione – di non figurarne come unico responsabile, sentendomene indegno e forse anche incapace. Si sarebbe formata una redazione, conoscevo dei giovani di valore. Certo si andava a grattare il tafanario del mito e a vestire le toghe di personaggi – ancora presenti e vivi o da un bel pezzo scomparsi – com’erano stati Attilio Bertolucci, non ancora fattosi romano, Francesco Squarcia e il mitico Colombi Guidotti.

 

XVII  Si era ammazzato in macchina, una brutta mattina di gennaio, come un James Dean. Penso a come dei fluidi misteriosi uniscano oltre monti ed oceani le giovinezze del mondo. V’era, non fece nulla per mascherarlo, in Colombi Guidotti, del Pavese (Cesare taccio). L’autore del Grammofono (uscito postumo, insieme con la ristampa di titoli localmente mitici come Impazienza e Vogliamo svagarci, ripubblicato dieci anni fa da quell’imbroglio gestional–cultural–provinciale del MUP, Monte Università Parma, Biblioteca scrittori parmigiani – voluto da un rettore sempiterno e che, salvo costui, ha visto finire in tribunale e anche in galera l’intera classe allora egemone nella città di Tanzi/Parmalat) anticipò di pochi mesi la scomparsa del mitico attore. Tutto si consuma in due/tre anni e tre film: 1954-55 Gioventù bruciata (Rebel without a cause, di Nicholas Ray), 1955 La valle dell’Eden (Kazan), 1955-56 Il Gigante, di George Stevens (uscito postumo alla scomparsa del grande Jimmy). Sullo sfondo, una omosessualità (di Dean) dichiarata almeno per sfuggire al servizio militare e un difficile amore con l’attrice Pierangeli ( Domani è troppo tardi).

 

XVIII  Morire per Danzica va bene. Ma morire per la Pierangeli. Magari per sua sorella, la Marisa Pavan, che faceva l’indiana (in qualche western), con le treccine e le gonnelle corte.

 

(Una brutta battuta: me ne scuso. La mia traccia esteriore è macchiata da una serie di brutte battute. Dicono che avrei venduto mia madre per non risparmiarmene una. Ma mia madre non l’ho venduta. Dicono che senza quel vizio avrei fatto più lieta carriera. Il vizio è stato dunque una via di salvezza).

 

XIX  Nel 1954 vedemmo tutti Fronte del porto. Non notai (allora) la musica di Bernstein. Non compresi (allora) il velen dell’argomento: il potere deviato dei sindacati. Nulla sapevo del senatore McCarthy, finalmente trombato quell’anno. Finiva anche la guerra di Korea. Da Marlon Brando mi aspettavo una prova maiuscola e fui accontentato per eccesso. Era il trionfo dell’Actor’s Studio. Questo non toglie che oggi il film di Kazan sia uno dei miei prediletti.

 

XX  Da un anno (ne avevo tredici, quattordici) cercavo di darmi una immagine: avevo provato quella dell’andar per le strade con una spalla più bassa (alla Monti, alla Ossola) piegata dal peso di sapienti cartelle e di precoci responsabilità. A quelle vere (la scuola) cercavo di adeguarmi senza entusiasmo. La colpa è mia o dei cantanti? (si chiese Verdi dopo il fiasco della Traviata).

 

L’altra immagine, che scacciò la prima, era tirare in avanti il labbro inferiore. Marlon Brando mi aveva conquistato col suo Marcantonio del Giulio Cesare (Mankiewicz 1953). La frangetta tirata in su la fronte mi faceva somigliare un poco troppo a mio zio Adolfo in arte Führer. Ne avevo gli isterismi, poi placati dalla stanchezza.

 

XXI  Stanco, stanco. L’anima ho stanca, come canta Maurizio di Sassonia nell’Adriana Lecouvreur. L’aria è così bella che, a non saper la trama, si può anche ignorare che si tratta, in fondo, di una scusa ben giocata per mollare una amante fattasi troppo ingombrante, fra trame politiche e gelosie sessuali. I versi sono di un carducciandannunziano irredentista, Arturo Colautti, nato a Zara (nel 1851) da un padre friulano. Era un’anima bella, sempre all’opposizione. Scacciato dai territorii dell’Impero, non è che avesse trovato grandi accoglienze a Milano e nel rimanente d’Italia. Pagava tutto in moneta contante. Si era un poco rimpannucciato col successo della Fedora di Giordano (1898), primo grande successo di Enrico Caruso. Chi ha orecchi buoni traode, nella celeberrima Amor ti vieta (varizioni sul ‘credo’ di Francesca: Amor che a nullo amato amar perdona...), la risacca del Tristano. Leggo che s’era laureato a Vienna “maxima cum laude”. Il più convinto lettore di Colombi Guidotti s’era fermato al “cum laude” a Bologna, sponganizzandosi. Lasciamo i morti seppellire i morti.

 

XXII  Anni fa, mi chiesero dalla Scala un saggio sull’opera verista in occasione di una Lecouvreur rimasta negli annali recenti di quel teatro. Non certo a opera delle mie paginette. Fu allora che cercai notizie del Colautti. Ma qualche anno dopo, per una ripresa dello spettacolo della quale nulla seppi (i teatri smisero presto di ritenermi un ospite gradito, come accade a chi sempre congiunge con la musica la verità), il saggio fu ristampato e i soliti amici caritatevoli mi dissero, fingendo sgomento e riprovazione: Paolino Isotta ha scritto sul suo giornale ‘quel cretino di marzio pieri’. Ma come, ma perché; cosa gli avrai mai fatto; e che farai. Risposi: Trist’Ano è Iss’, otta! Assentirono senza capire.

 

XXIII  Al letto di morte del Colautti (venne a mancare a Roma, mentre dava ogni gocciola di sangue per la causa dell’interventismo) sedé perfino Cesare Battisti.

 

XXIV  Entro l’anno dovrei vedere conclusa l’edizione completa da me avviata nove anni fa per la Finestra di Marco Albertazzi delle opere tutte di Giambattista Marino. Ignota alla italianistica ufficiale, che anzi ne lamenta (l’avessero fatta altri) la latitanza. se la vedano loro. La posta in ballo è deprimente: pareggiare il Marino alle sorti di carne da tesi. Non sanno leggere (scrivere, dioneguardi) ma le redini, a forza di stringerle, gli si son radicate nelle mani.

 

XXV  E mostruosamente.

 

XXVI  Ma la Finestra, non solo per dovere di regione, ha anche dato grande impulso alla ristampa delle opere del Battisti, quelle geografiche e quelle militari. Ha ristampato sontuosamente gli Atti dei Processi Battisti Filzi Chiesa. Ne avevate avuta notizia?

 

Stamani, invece, accampa sul televideo la notizia che ci siamo perduti d’infarto un altro cantante o rock o pop o metallary sound. Ho appena visto e udito enricoletta sullo schermo domestico varare il neologismo efficientamento. Vento in poppa e aria in prode.





Wolfgang Sawallisch (1923-2013)


XXVII  Ci siamo perduti in un mese tre direttori d’orchestra come Sawallisch, come Colin Davis e come il nostro Bruno Bartoletti. Non ne ho visto far cenno dalle tv. Non erano la povera francarame, scatenatrice di isterismi a comando, o qualche kant’autore con la borsa a sinsitra (refuso troppo bello per doverlo correggere) e il cuore a destra. Bartoletti tenne a battesimo, senza saperlo, il mio esordio di spettatore operistico: Rigoletto con Poggi, Protti, un basso tedesco (Otto von Rohr?) a gargarizzare Sparafucile. Lessi lodata sul giornale, la mattina dipoi, la precoce istintiva verdianità di quel caro ragazzo di Sesto Fiorentino, venuto alla scuola di Gui e come fido maestro sostituto. Avevo notato, di fatto, così novizio com’ero, certi barriti degli ottoni, certi cataclismi delle batterie, il lirismo dei fiati, il respiro cardiaco dei contrabbassi. Non v’era il controfagotto e nemmeno oficleidi o bombarde.

 

In una decina d’anni Bartoletti sarebbe passato da quell’espressionismo anomalo che sapeva far percepire in Verdi, all’echt Expressionismus del Wozzeck, della Lulu, dell’Angelo di fuoco e del Naso (più para–surrealista che espressionista) del più ribaldo Šostakovic, quasi imposti nella retriva Firenze dall’utopismo fattivo di un direttore artistico come Roman Vlad (chi ne voglia sapere di più, legga il ‘racconto autobiografico’ di Vlad, Vivere la musica, edito per Einaudi due anni fa). Per ragioni logistiche il Naso andò in scena alla Pergola e vi lascio immaginare l’onda di suono che Bartoletti scatenò nel celebre intermezzo per sole percussioni. Varèse, Andrejessen, macché. Ma Firenze – nemo propheta in patria – cominciò a fargli intorno terra bruciata, finì che troppo presto si ricordò di lui il gran nemico dei direttori ‘di sensibilità’. Si salvò dall’infarto ma non fu più lui, non l’ho mai riconosciuto nella sua veste seconda di rappresentante ufficiale della antica scuola direttoriale italiana.

 

XXVIII  I primi due furono invece grandi saggi da sùbito, con loro il passato musicale europeo non solo era una immensa riserva ma anche un campo di riscoperte e di nuove energie. In Sawallisch si poteva ammirare una sorta di nuovo patto fra Wagner e Brahms e quel Wagner disimbarbarito (come già da Bruno Walter, stato assistente di Mahler, poi un po’ infedele come ogni assistente, e, in congiunzione epocale, dal più ispirato Karajan) non ne riusciva però sminuito. Rimanderei, chi desideri chiarirsi, ai Maestri cantori diretti dal maestro monacense, e ovviamente alle sue sinfonie di Brahms, ma anche a mirabili Verdi (il Macbeth) e Rossini (il Mosè). La musica stoppava le preclusioni e dechiavistellava i preconcetti. Così toccò a un musicista britannico, Colin Davis, la sorte di rinnovare l’ascolto del prima declassato Berlioz.  Fu la sua strada al ‘sir’; e, siccome la corona britannica fa tanti sir quanti un pontefice santi, dopo di lui, fra tanti, hanno promosso quasi ancora col latte sui labbruzzi a cavalier della corona il Beato Toni Pappano, che prodiga sue grazie al monastero romano di Santa Cecilia. In una intervista Bartoletti (ma parlava di sé) disse che non c’era nulla di male nel fatto che il Pappano arrivasse alla gloria dopo una formazione anche lui di maestro preparatore. Povero Bruno, a lui non toccò forse nemmeno una commenda di questa repubblica.

 

XXIX  Mirabile il Mozart di Davis, del quale cogli l’eco perfino in un Trovatore raffaellesco, in un Ballo in maschera tutto in pastello, benché sgraditi ai verdiani del sasso. Fluttua sul Trovatore l’ombra del Don Giovanni, sul Ballo quella delle Nozze di Figaro (certo il paggio in gonnelle che in Verdi si chiama Oscar è nipote del paggio in calzamaglia, ‘farfallone amoroso’, delle Nozze, che a nome fa Cherubino) o anche del Flauto magico. Ascoltai il mio primo Brahms di Sawallisch nell’orto cespugliuto d’una bicocca, antico castellaccio diroccato, nelle campagne intorno a San Casciano; non s’era ancora messo in buona vista il cosiddetto Mostro di Firenze.

 

Mi ci avevano recluso perché passati i miei primi trent’anni lo sforzo per trasformarmi da cultore di lettere freelance a professore d’università mi aveva reso fiacco di nervi e, cosa mai accadutami, perplesso e tremebondo. Stavo nell’orto e da un transistorino fuggivano le note del più misterioso musicista della fine Ottocento. Beata solitudo la m’avrebbe dovuto guarire. E morivo di noia.

 

Per Davis, fu la scoperta del suo Roméo et Juliette berlioziano a innamorarmi per sempre. Integrale, non (come si usava al risparmio) senza i cantanti nel primo e nell’ultimo episodio della ispiratissima partitura. Fu uno dei primi dischi che mi procurai, in anni in cui dovevo guardare anche al ventino di resto, e i dischi costavano oro.

 

Vedo dalla finestra della mia prima casa di Parma mia moglie che torna arrancando nella neve (quasi una novità, e ostile, per noi venuti da terre meno meteosevere) e porta in dono per le future feste di Natale una busta coi Meistersinger di Karajan, registrati a Dresda e offerti a prezzi un poco convenienti nella campagna strenne.

 

~ Seduto in macchina aspettando l’uscita dei bambini dall’asilo, Stefania, allontanatasi con una scusa, torna con l’Attila di Verdi, appena uscito per la Philips (la casa discografica di Davis, ma qui con un diverso direttore, fattivo e meno ispirato).

 

~ Scendevo dall’ultimo piano dell’antico palazzo dei gesuiti, dove stette per poco sotto i tetti l’istituto del quale mi ero trovato a far parte – fu in quelle aule che incontrai la prima volta Sereni, poi Spatola, venuti a far lezione ai miei studenti; poi si andava da Aldo il Matto, nell’Oltretorrente barricadero, a far buona cera con cibi da doversi vedere l’uomo in faccia e bottiglie da festa della cuccagna – e trovo la mia famigliuola sul cancello dell’università. In dono per me i dischi del Macbeth di Abbado, arrivati quella stessa mattina. I dischi, i dischi... A Parma avrei avuto altrimenti poco sangue da bevere.

 

XXX  Ma sopravvissi. Facemmo il nuovo Raccoglitore, c’erano il mio Armando Marchi, bello come un bel dio, che ci ha lasciati troppo presto e ce ne resta un senso di ingiustizia, il giovane Cremonini, figlio di un sindaco eccezionalmente onesto in quella città di marpioni, e c’era il giornalista Paolo Pedretti, col quale montammo con entusiasmo i primi fogli del paginone. Mi fece conoscere la pittura di Hopper. Una sera lo aspettavo a una cosetta sul Tasso, messa da un mio allievo che poi non tenne le promesse, abbagliato da scorciatoie dalle quali non ritornò. Ne avevo scritto il brogliaccio, così alla galeotta. Aspettai invano Pedretti, la mattina mi dissero ch’era morto la stessa notte. Soffriva di cuore, la moglie, una infermiera polacca, non poté fare nulla per salvarlo. Noi facemmo quel Raccoglitore secondo, del quale perfino al giornale hanno poi perduta notizia. Io, l’avevo intuìto, servivo da parafulmine. Prima dell’ordine di partenza, fummo invitati alla villa di uno zio di Armando, stato in gioventù scrittore praticante e ardente cinèfilo, in compagnia di Malerba. Fummo ammoniti solennemente e nemmen senza qualche sottolineata braveria che la letteratura non è solo fatta di squisiti versi e leggiadri sentimenti (l’obiettivo da battere era Attilio Bertolucci), mi chiedevo con chi il Padrino credesse di parlare. Ma cosa gli obiettavo, il cedolino del mio stipendio di fresco ordinariato? Nessuno ci credeva, meno che altri, io. Un collega mi disse, sull’autobus: ora dovresti cominciare a darti un poco di tono, qualche abito di buon taglio, il pettinino sempre in tasca, una sbirciatina ogni tanto allo specchio. Da come le cose poi andarono, vi sarà chiaro in che conto seppi tenere così perfetto consiglio.





Esther Stocker, In Defence of Free Forms, 2011


XXXI  Dirò la prossima volta di alcuni libri dei quali avrei voluto scrivere. Ora sono da ieri su (Roberto) Bertoldo, un suo nuovo e sorprendente libro di pensiero, Istinto e logica della mente (Una prospettiva oltre la fenomenologia), per la Mimesis Edizioni (Milano–Udine). Un libro che non mi riesce collocare nella cultura italiana ufficiale o scolastica, oppositivo e non consolatorio, antiumanistico e antigrammaticale. A quella bastano e avanzano i Meridiani e gli Adelphi. Vecchi riti, vecchi miti. La medesima editrice del saggio di Bertoldo mi fece avere or non è guari due libri di Adriano Accattino, altro scrittore-filosofo, parti di un progetto fantastico, che ne prevede 32, di libri, e s’intitola Un salto nell’alto. Certo non è lo stesso che il salire in politica del quondam mariomonti, anche perché Accattino e Bertoldo sanno benissimo (a differenza del montimario) di che cosa trattano (mariomonti il fanciullo malavvezzo di un presidente che andava sotterraneamente preparandosi al primo ‘bis’ nel ruolo nella infelice storia della repubblica), si calano nel pozzo e non si tengono a feste solamente di coriandoli. Leggerli non mi è facile, bisognerebbe averci il talento di aver del tempo mentale continuativo, che crudelmente mi manca. Via, via! il telefono impronto, il pc con le mail persecutorie, le visite, le scritture che poi segnano il passo, come questa, gli amici, e anche i nemici, che non mollano... Forse perché stentai il primo mio pane universitario insegnando estetica, con sdegno dei colleghi filosofanti e gioia degli studenti che accorrevano (agì a mio sgravio l’animo del free lance), oggi mi è anche più difficile andare a fondo in pagine di filosofia, dove il pensiero è elaborato in masse, fatto avanzare a divisioni, rinvigorito in riprove costanti. Lo confesso, ripeto, arrossendo fin dietro le orecchie. Sul tavolino aspettano di essere riletti, uno a fianco dell’altro, L’Età della ragione, di J-P Sartre, e Il caos, di J-R Wilcock. Ma insieme col grave saggio filosofico, Bertoldo mi manda in dono una Cecilia di Benjamin Constant, da lui tradotta in perfetta eleganza di stile. Mentre all’esterno tutto del tutto frana, catacombe e retrovie preparino la riscossa. Non tutto è già detto. Quando smetto di crederci smetto anche di scrivere. Male o bene che sia sarà solo per me, salvognuno.

 

XXXII  Ci sono poi le nuove poesie di lucrezi (mimetiche, un libriccino minuscolo, per le edizioni oèdipus di Mariano Bàino, Salerno) con quella strana agilità di eugenio nel muoversi fra le memorie dei classici scolastici, letti bene, e provocazioni del jazz, di cui è buon cultore ‘in prima persona’, il che significa sonandolo, e ci sono i Versi  d’attesa del misterioso Savino, ossia Giovanni Benocci da via) Monterinaldi, il IX libro del suo ciclo degli Anni solari (edizioni Il Gazebo). Ieri arrivò il numero speciale de L’illuminista, Italo Calvino negli anni Sessanta; un vero libro di 600 pagine, ma a me posson bastare le prime cinquanta, sullo sperimentalismo di Calvino, mirabile ricognizione di Walter Pedullà in più decennii di scritture letterarie, ormai a me pare sganciato da una ‘eredità Debenedetti’ fattasi insieme pesante e limitatrice. Il più grande dei nostri ultimi contemporaneisti. Né mi riesce, per ora, mantenere la promessa fatta da tempo a un amico gallerista e scrittore, Mauro Carrera, venuto a rinnovare l’aria culturale di Parma, di tornare con lui e per lui su Jean Cocteau. Ne ha appena montata una mostra a Parigi (J. C. et les mots) insieme con Elena Fermi. Non mi valga di scusa: ne sanno tanto più di tanti (e certo di me) e ne scrivono con tanto appassionato valore che a me sembrerebbe di essere il gallo che proclama La gallina ha fatto l’uovo. L’Uovo Cocteau risplende e io debbo accumulare di nuovo in me quel calore di diaccio che me lo fece amare al primo incontro. Per me vale una terna Marino–Strawinskij–Cocteau (in perfetta quaterna, poi, Arbasino) e su questa non credo di sbagliarmi. Ora però, da troppi anni tirato in altre direzioni, mi mancano – e sarebbero loro a decidere – les mots. Quando ad essi, nel vicino 1963, Jean-Paul Sartre intitolò il suo bellissimo libro autobiografico, sùbito tradotto per il Saggiatore da un francesista (e belliano) come il grande Luigi De Nardis, se davvero l’avessero letto, ci si risparmiava la già allormai supervacanea neovanguardia, uscita dalla caverna maternale tutta rusposa e arida come un nato di dieci mesi. Di cose invece a me non molto familiari, i saggi scelti di Virgilio Dagnino (Sestri Ponente 1906–Milano 1997), economista e patafisico, presidente di istituti di credito e ‘spin doctor del primo Bettino Craxi’. Craxi primo, secondo, terzo... come i tre o quattro stili di Beethoven. Lo cura per Marsilio Gabriele Locatelli, unitosi in matrimonio con una mia studentessa dei buoni tempi antichi. Forse mi fermerò al solo titolo ma è di quelli che lasciano una cicatrice: Chi ci salverà dall’idea di salvezza? Basterà, caro Locatelli, aver conosciuto da vicino anche uno solo degli uomini della salvezza o della provvidenza.

 

XXXIII  ma non vorrei tornare a ricoletta.

 

 

IN-CORRIGENDO, IN CAUDA


A mezzanotte. Mi accorgo dal telegiornale che il popolare infartuato di cui si piange 
oggi la scomparsa non era un canterino ma l’attore di un serial, mi pare si chiamasse Pandolfini o Gandolfini. Recitava nei Soprano’s, per cui avevo pensato a un gruppo rock. Dice che tutti gli volevano bene, perfino io, si vede, che non ne avevo mai sentito parlare. Colgo il destro per una piccola giunta. Giorni fa la mia banca, dalla quale ebbi un mutuo senza che mi facessero difficoltà, mi chiese il piacere di presenziare alla presentazione, in una sua sede quasi avveniristica, verso l’uscita da Reggio, di un libro su come si fa a risparmiare con un po’ di criterio. L’autore, un simpatico professore bolognese, quanto a sede universitaria, divideva il libro in due parti, una con qualche pretesa filosofica (si parte dal contestare Cartesio e non starò a piangere) e un bel modo di rendere utile e alla mano il discorrere con filosofia. Bertoldo è avvisato. L’ultima parte era una serie di consigli pratici, già da me ascoltati e qualche volta perfino utilizzati senza frutti constatabili nelle due, tre, quattro crisi sistemiche da me e dai miei coetanei vissute. Non sprecate l’acqua per lavarvi i denti. Basta una volta al giorno e se si utilizza una bacinella ci si lavano in tutta la famiglia. Proprio come i precetti della chiesa: Lavarsi il viso una volta al giorno ed anche i piedi almeno a pasqua. Nel peggiore dei casi c’è il dentista. Tenete i caloriferi (o i refrigeratori) né troppo alti né troppo bassi. Spengete il computer quando non lo usate ma a riaccenderlo costa esattamente quello che hai sparagnato nello spegnerlo. Se lo yogurt è scaduto, non leggete il cartello; alla peggio si va al pronto soccorso, ch’è gratis. Per tenere la rotta, devi saper distinguere fra lo spreco e il rifiuto. Obiettai che in certi altri settori meno spende chi più spende. Per esempio chi studia studia poco (e male) se non fa incetta di libri, di sperimenti, di assaggi in consapevole esorbitanza. Mi aspettavo dunque dal consigliere arguto una serie seconda: Come risparmiare nelle arti morali. E aver riconfermato un presidente della repubblica che da un anno faceva il ceccotoccamiabsit a me calix istae rielectionis ‒ fa parte dello spreco o del rifiuto? Ridacchiò, non rispose. Il breve cenno di plauso che seguì alle mie parole si spense nel generale imbarazzo. E poi, fra tre minuti, passava l’autobus su una linea poco servita.




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