LUOGO COMUNE
EVOLUZIONI DEL WEB
Nel cyberspazio l’io privato si scambia diventando
‘res publica’


      
È uscito come ebook da doppiozero il saggio a più voci “Sociale, digitale. Trasformazione della cultura e delle reti” a cura di Bertram Maria Niessen. Una raccolta assai interessante e stimolante di interventi che approfondiscono la riflessione su alcune delle tematiche più diffuse nel dibattito circa il rapporto tra internet, gli individui e le nuove dinamiche culturali e collettive che si sono determinate. Con un occhio attento e dialettico all’eclissi della ‘privacy’ nel tempo dei social network, in cui ‘l’esserci’ in rete assume le forme più diverse che raccontano molto sui cambiamenti indotti dall’homo digitalis.
      



      

di Fabio Mercanti



Quando si parla di editoria dei nostri tempi e delle sue forme e soluzioni, non si dovrebbe mai fare a meno di sottolineare quanto le pubblicazioni digitali contribuiscano ad allargare le possibilità di fruizione di conoscenza. Sì, bisogna ammetterlo, quando si parla di “pubblicazioni digitali” si può intendere un po’ di tutto, un gran calderone dentro al quale troviamo una vasta tipologia di ingredienti: dal “self-publishing della vanità” alla versione in ePub del grande classico della letteratura, dal saggio breve di uno specialista al racconto dell’autore in voga al momento.
Ci sono poi pubblicazioni digitali che rappresentano delle vere e proprie risorse. Il saggio a cura di Bertram Maria Niessen
Sociale, digitale. Trasformazione della cultura e delle reti  1 (doppiozero, 2013, pp. 80, € 2,00 in pdf, ePub e Kindle su Amazon) è una di queste pubblicazioni.
Si tratta di una raccolta di saggi di studiosi dalle varie specializzazioni edita dall’associazione doppiozero  2 di Milano, molto attiva in ambito culturale, artistico ed editoriale con particolare attenzione alle nuove tecnologie.
Gli interventi si presentano ognuno come una stimolante riflessione su alcune delle tematiche più diffuse nel dibattito sul rapporto tra la rete, gli individui e le culture. Ciò che li contraddistingue è la prospettiva con cui tali tematiche vengono affrontate. Ad esempio si parla del pubblico dei media dal punto di vista di chi lavora in radio (quel mezzo di comunicazione che sembra tanto antico ma che è sempre molto presente nella nostra vita), oppure le possibilità offerte dal peer-to-peer e dall’open-access alla ricerca scientifica, e quindi come si siano sviluppati concetti giuridici per poter considerare secondo nuove e appropriate categorie i beni comuni digitali e le nuove forme di licenza d’uso. E da quest’ultima tematica iniziamo a incontrare i cari saggi presenti nel libro.


Maurizio Teli (sociologo esperto di beni comuni digitali e ricercatore presso la fondazione ahref  3) ci aiuta a comprendere la nascita e gli sviluppi delle forme di tutela delle proprietà di carattere collettivo. Si tratta di soluzioni che nel tempo hanno finito per coinvolgere diversi attori con forti implicazioni culturali ed economiche. È importante comprendere come i beni comuni digitali – definiti dall’autore «prodotti del lavoro della conoscenza disponibili in formato digitale che sono giuridicamente costruiti come beni condivisi tra un gruppo definito o definibile di persone»  4 – devono essere studiati in relazione alle possibilità dell’innovazione e come questi vengono interpretati e gestiti istituzionalmente. Poiché si tratta di beni della conoscenza e non di beni materiali o relativi a dei software (si parla infatti soprattutto di codice), non esistono propriamente dei confini naturali che limitino l’accesso al bene. Ripercorrendo il caso della licenza software GNU General Public License, e come questa sia strettamente connessa con la nascita dell’editor di testo EMACS, lo studioso propone un approccio non economicistico a tali questioni, ma piuttosto che tenga maggiormente conto delle «relazioni tra oggetti e persone» permettendo quindi la formazione di regimi legali in grado di tutelare queste spinte innovative che sono esigenze di sviluppo umano.





Dalla mostra "Macro" a cura di Giuseppe Salerno, Roma, 2010


I progetti open-source nati dalla collaborazione tra più soggetti sono alcune tra le realtà che hanno contribuito a caratterizzare l’odierna società digitale e a mutare alcune delle certezze acquisite nell’era pre-web sul modo di creare, produrre, condividere, socializzare, fare impresa, mettere a disposizione, vendere. E tutto ciò deve essere compreso in relazione a quegli «oggetti e persone» di cui parla Teli, e quindi delle possibilità e delle soluzioni. Ma questi principi che caratterizzano il web e quindi la nostra quotidianità così come la conosciamo oggi, possono riguardare anche la ricerca scientifica?

Questa è la domanda che si pone Alessandro Delfanti, concentrandosi sui processi di ricerca e comunicazione scientifica. L’accesso, la collaborazione, la condivisione, le licenze copyleft, tutto ciò che è 2.0, sono opportunità che possono riguardare anche la scienza e questa può solo beneficiarne, oppure è necessario porre delle limitazioni? Se il sapere scientifico che passa attraverso libri e riviste specializzate ha ormai un valore consolidato nella sua procedura di pubblicazione e condivisione, le nuove tecnologie sembrano cambiare alcuni paradigmi e possibilità di mettere a disposizione di altri i frutti della propria ricerca. E quindi avere maggiore libertà di accesso al lavoro della comunità scientifica.

Non si può negare che la scienza abbia sempre usato le innovazioni tecnologiche del proprio tempo per aumentare e migliorare le proprie possibilità (nella ricerca, nella scoperta, nella condivisione) e, come nota Delfanti, le soluzioni del web stanno cambiando le forme di produzione del sapere scientifico e inevitabilmente anche le istituzioni della ricerca scientifica. Le riviste, a cui si è fatto riferimento sopra, sembrano un sistema solido ma che non è più in grado di rispondere totalmente alle esigenze di ricerca dei nostri giorni.

Ci sono due questioni decisamente importanti sulle quali vale la pena soffermarsi ulteriormente, visto che anche Delfanti gli dedica particolare attenzione. La prima è che la comunità scientifica (di ogni scienza) ha comunque dei confini più o meno delimitati all’interno dei quali devono essere presenti almeno studi, ricerche, pubblicazioni e padronanza di un linguaggio specifico. Resta da capire quindi fino a che punto si può essere partecipi di questa comunità e chi può esserlo. L’altra questione, solo apparentemente slegata dalla prima, riguarda la relazione tra ricerca scientifica e le possibilità offerte dalla tecnologia e ci permette di costruire un percorso che in epoca moderna parte dall’invenzione della stampa, passa per i mezzi di comunicazione nati e diffusi tra il XIX e XX secolo, e arriva fino a internet e alle sue opportunità future.

Negli ultimi anni sono nati dei grandi archivi dove i ricercatori scientifici caricano i loro studi prima di inviarli alle riviste per addetti ai mestieri. Oppure vengono applicati i principi del copyleft a dati e conoscenze scientifiche. Si tratta quindi di modelli di condivisione possibili grazie all’innovazione tecnologica e culturale che questa comporta.

Rimandando a un articolo di Paul David  5, Delfanti sottolinea come «l’introduzione di un nuovo medium ha sempre accompagnato le trasformazioni delle modalità di produzione e comunicazione del sapere. L’affermazione della stampa a caratteri mobili, per esempio, è stata parte integrante della rivoluzione scientifica, rendendo possibile il passaggio dalle forme di comunicazione epistolare che caratterizzavano le prime comunità scientifiche moderne alla nascita di un sistema di riviste che ha ampliato la possibilità di circolazione, condivisione e controllo del sapere»  6.

Gli aspetti economici e del controllo sono quindi molto importanti, perché la cultura dell’open access permette agli scienziati di rendere disponibile il loro lavoro, senza dover passare per forza attraverso il vaglio degli editori scientifici. O forse anche questa, come l’idea(le) dell’informazione libera, è un’utopia? In ogni caso sono proprio le comunità scientifiche a proporre soluzioni di questo tipo, a gestire i propri canali di comunicazione creando quindi nuovi presupposti economici della ricerca e della diffusione del sapere.

Cosa avviene però quando questa apertura può generare l’intervento di soggetti non specializzati? Dove bisogna stabilire quel confine di cui si parlava sopra? Oppure con le nuove tecnologie stanno nascendo nuove forme e più livelli di condivisione del sapere scientifico? I livelli base potrebbero essere i blog o i forum dove ogni persona può fare domande a degli specialisti, far presenti alcuni “effetti indesiderati” dovuti all’assunzione di un farmaco, etc.

Delfanti parla di una scienza peer-to peer, di una «scienza aperta alla partecipazione», ammettendo alcune perplessità. «Tuttavia non è scontato che questi cambiamenti siano in direzione di modelli più democratici di produzione di sapere. Per esempio, le imprese sfruttano la partecipazione degli utenti per raccogliere dati e usarli a fini economici, con conseguenti problemi di privacy e anche di redistribuzione della ricchezza prodotta»  7.


Da un paio di anni a questa parte anche in Italia si è presa maggiore coscienza delle problematiche relative alla privacy riguardo l’utilizzo di motori di ricerca, social network, applicazioni, etc.

Quello della privacy è uno dei temi che ci riguarda più da vicino ma che è molto difficile da percepire nella sua interezza e complessità proprio perché spesso manca la consapevolezza da parte degli utenti delle proprie “azioni virtuali”. Si tratta quindi di capire cosa rendiamo pubblico, quali nostre azioni nella rete sono tracciabili e quali effetti hanno o possono avere sulla nostra navigazione e vita in rete e non. L’importanza della tematica richiede una continua attenzione da parte di figure professionali di diverso ambito e approccio. Ciò indica che si è passati dall’iniziale euforia degli entusiasti per tutto ciò che è free e open, a una riflessione più matura e critica  8.

Nella pubblicazione della doppiozero si occupa dell’argomento Vito Campanelli (sociologo dei media) nell’articolo Fine della privacy. Ingenuità e contraddizioni delle politiche di Internet, riprendendo alcune riflessioni di Evgeny Morozov, giornalista bielorusso che nel suo libro L’ingenuità della rete  9 mette in discussione alcune comuni convinzioni riguardanti internet. Prendendo in esame la Primavera araba o altri complessi eventi politici recenti, possiamo intendere la rete come uno strumento che libera, che ha fatto da catalizzatore per sentimenti diffusi ed eventi storici rilevanti. Senza sposare il cyber-ottimismo o la critica faziosa e cieca, Morozov sostiene che le tecnologie digitali non portano soltanto dei miglioramenti nella nostra vita e dei cambiamenti positivi nella società in cui viviamo, piuttosto possono essere degli strumenti di gestione politica e potenzialmente anche di sorveglianza. Già nel 1990 lo studioso americano Mark Poster parlava di partecipatory surveillance, in riferimento a quei sistemi in cui sono i cittadini che prendendo «parte attiva alla propria sorveglianza»: attraverso le proprie azioni (più o meno consapevolmente) permettono la costituzione di database ricchi di informazioni personali. E possiamo intendere quanto questo sia calzante oggi nell’era dei social network.

La morte della privacy annunciata da Mark Zuckerberg è ormai una citazione ricorrente ovunque, ma lo stesso fondatore di Facebook ci dice anche un’altra cosa: oltre a chiederci cosa vogliamo sapere sulle persone, chiediamoci anche cosa le persone vogliono far sapere di se stesse. Ogni bacheca Facebook potrebbe essere una risposta a questa domanda, dato che ogni individuo è presente in rete in maniera personale: alcuni postano decine di foto al giorno, altri usano link di diversa provenienza, c’è chi preferisce parlare di sé in un blog ad altri basta linkedin, … Forse questo modo diverso di essere in rete dice agli altri qualcosa di noi: dal nostro farci trovare, come e cosa vogliamo far trovare.

Lo scenario sarebbe quindi composto da individui che hanno una maggiore consapevolezza della propria presenza e delle proprie azioni in rete, e di altri che «hanno accettato l’idea che il proprio privato, nel momento stesso in cui è investito dalle dinamiche delle comunicazioni digitali, diventi pubblico e, in quanto tale, sia destinato a scambiarsi con frammenti di altri privati diventati anch’essi e alla stessa maniera res publica»  10.





Silvio Wolf, Sulla soglia, Pac, Milano, 2011


Quello della consapevolezza delle proprie azioni in rete è una delle questioni più importanti riguardo la nostra vita virtuale e non, poiché ha implicazioni di vario genere, culturali ed etiche. Riflessioni di questo tipo riguardano anche professionisti della comunicazione e non necessariamente solo gli utenti più sprovveduti. Nicola Bruno (giornalista e studioso del giornalismo), nel saggio Fast-forward e Rewind: l’informazione al tempo dei social media, riprende la vicenda che ha visto protagonista nel Maggio 2012 l’inviato Sandro Ruotolo. Il fatto è l’esplosione di un ordigno alla scuola Morvillo Falcone di Brindisi che provocò la morte della sedicenne Melissa Bassi. Ruotolo racconta dettagliatamente le attività di indagine attraverso Twitter e prima ancora di un comunicato ufficiale delle autorità parla di un colpevole, mostrandone la casa, la quotidianità. Peccato che sia innocente.

Si è parlato molto e ancora molto si parla della validità delle fonti quando si attingono informazioni dalla rete, e quindi della loro qualità, verificabilità e veridicità. La deontologia professionale dovrebbe togliere tali dubbi. Come valutare allora l’operato di Ruotolo? In fondo quanto scritto riguardo “il finto mostro di Brindisi” (come si legge su Il Giornale  11) non è apparso su alcun quotidiano o rete televisiva. Come considerare quindi i profili in rete dei giornalisti e i loro blog? Una certa professionalità, è presumibile sia presente ovunque dove il giornalista si trovi a fare il suo mestiere (in strada, in rete, in redazione) e quindi non solo in quegli spazi personali legati a una testata giornalistica.

Ponendo la questione dall’altro punto di vista, quello del cittadino impegnato, attivo, partecipe e giornalista improvvisato, bisogna chiedersi che valore abbia, quanto le due forme – il professionista e l’improvvisato – siano in concorrenza e cooperazione, e come l’uno in un certo senso finisca per emulare l’altro. Come insomma il cittadino si comporti da reporter professionista e come il giornalista iscritto all’albo cerchi comunque di attirare l’attenzione: Tweet first, verify later  12.

Bruno riprende questo e altri “fatti di giornalismo” per comprendere come cambia la nostra società anche nel modo di percepire il giornalismo e il ruolo del giornalista, e gli effetti sull’opinione pubblica di un giornalismo che segue fortemente l’imperativo social con la necessità di rendere tutto likeable, condivisibile, da retweettare, … Senza nostalgia per il giornalismo tradizionale e cartaceo, ma cercando di portare a maturazione una convergenza di mezzi e soluzioni.


Da almeno un decennio il mondo delle produzioni a stampa commerciali ha visto ridursi gli investimenti da parte degli inserzionisti, e quindi le entrate in pubblicità. Questi si sono spostati versi i nuovi media e forme di pubblicità per certi versi più potenti e che comunque permettono di comprendere meglio i risultati e gli effetti dei propri investimenti  13. Nei media tradizionali – spot di 30 secondi in tv o inserzione a fondo pagina del quotidiano – si può sapere quante persone transitano per un programma tv, ma non il loro grado di attenzione durante uno spot pubblicitario. E se questo piace o è interessante, lo spettatore non può far altro che ricordarlo e aspettare di trovare qualcuno con cui condividere questa esperienza. nei nuovi media invece gli inserzionisti possono valutare numericamente l’effetto del proprio spot (nel senso più vasto del termine) presso il pubblico, e ciò grazie all’interazione di questo.

Se i media sono cambiati è cambiato anche il pubblico e i suoi comportamenti e i criteri di analisi di tali comportamenti. Tiziano Bonini (studioso dei media e autore per la radio) nell’articolo Non esiste più il pubblico di una volta offre una interessante analisi sul come è cambiato il pubblico e il suo ruolo (e quindi come è percepito e studiato dalle aziende) nell’era digitale. Bonini tratta principalmente del pubblico radiofonico che si sta integrando molto con i social media, come altri media tradizionali.

Mentre il tradizionale modello economico delle industrie culturali del Novecento si fondava sull’attenzione – puntava quindi ad attirare l’attenzione per più tempo possibile e poter rivendere il dato agli inserzionisti – nell’economia del web si è passati alla ricerca della produttività: l’obiettivo è quindi quello di rendere più attivo e partecipe il pubblico, fargli compiere delle azioni. Ciò perché oggi l’attenzione vale relativamente meno e non necessariamente è convertibile in consumo. Inoltre, non contano solo i numeri (dei lettori, degli ascoltatori, dei telespettatori) ma anche la loro qualità.

Grazie alla tecnologia è possibile pensare ad annunci mirati a una parte di pubblico, magari più sensibile a una determinata tematica o prodotto. Poter comprendere quindi se questa nicchia di pubblico sia in grado di esercitare una qualche influenza presso altri gruppi di pubblico  14.

Si tratta di esperienze mediate tecnologicamente e che sono quindi caratterizzate da qualità proprie della tecnologia che le media. I nostri commenti, approvazioni o disapprovazioni (secondo le modalità specifiche dell’ambiente digitale) sono pubbliche e persistenti, ovvero non vengono cancellate, ma sono registrate e conservate. È ciò che lo studioso Danah Boyd definisce appunto persistenza. Altre caratteristiche peculiari sono la replicabilità (ogni tipo di contenuto è facilmente replicabile e quindi essere presente in diversi contesti della rete con grande rapidità), la scalabità (in riferimento alla capacità di diffusione di un contenuto e quindi la sua potenziale visibilità) e la capacità di essere sottoposti a ricerca (anche i commenti positivi o negativi rientrano nei risultati dei motori di ricerca)  15.

C’è anche un altro vocabolo che è molto utile per comprendere le dinamiche della rete: reputazione. Una reputazione che si costruisce ovviamente in base al lavoro svolto ai diversi livelli di ideazione e realizzazione di un prodotto (che può essere un programma radiofonico ad esempio), ma anche relativa a chi ne parla e come. Sottolinea appunto Bonini, «la reputazione e l’affidabilità di ogni singolo ascoltatore appartenente alla rete sociale che ruota attorno alla radio contribuisce alla reputazione generale di tutta la rete, e per la proprietà transitiva, costituisce anche il capitale reputazionale della radio stessa»  16.


Parlare di rete e comunicazione applicata a questioni culturali, economiche e sociali, implica inevitabilmente affrontare anche il ruolo e l’influenza dei social network. Ma quanto sono razionali, oggettivi e trasparenti i criteri di valutazione del valore di una piattaforma social? È un delle domande che si pone Adam Arvidsson (docente di sociologia ed esperto del rapporto tra forme economiche e nuovi media)  17, autore dell’intervento intitolato Dopo il free. L’economia etica salverà Facebook?, scritto d’apertura del saggio della doppiozero.





Franco Guerzoni, Antropologie, 1976-'78


L’era del web 2.0 e i suoi modelli di business, il peer-to-peer, lo streaming, l’open-source, il free di cui ci parlava Chris Anderson  18 e che tanto ci aveva entusiasmato, sembra costituire una realtà molto più fragile di quanto non immaginassimo. Anche perché si tratta spesso di sistemi che si basano su investimenti pubblicitari per poter garantire un servizio di base gratuito  19.

Per Arvidsson le possibilità del 2.0 e del social non sono però esaurite con un po’ di pubblicità infilata prima di un video o tra un post e l’altro, ma si stanno sviluppando delle realtà molto interessanti che si basano sulla creatività e le capacità innovative della gente, dando vita a una nuova etica economica. Gli startupper, gli artigiani smart, i makers, persone che usano le nuove tecnologie e che danno forma alle proprie idee nel garage sotto casa. L’autore definisce economia etica questo fenomeno di innovazione sociale «non perché sia necessariamente migliore o più buona rispetto ai modelli aziendali a cui siamo abituati, ma perché è basata su forme di produzione collaborative e motivate da una grande varietà di valori che vanno al di là dell’accumulazione materiale»  20. Si tratta inoltre di una economia che mette in relazione le persone tra loro come piccoli soggetti imprenditoriali, invece che le grandi aziende e istituzioni, basando i rapporti sulla fiducia tra le persone e le abilità individuali e collettive.

A livello produttivo questo modello economico potrebbe per certi versi ricordare hobbismo e fai-da-te, tanto per usare definizioni conosciute, con in più le potenzialità tecnologiche della rete (condivisione, collaborazione, crowdsourcing, e-commerce, …) e manifatturiere, come ad esempio le stampanti 3D di cui tanto ci parla Chris Anderson nel suo libro Makers  21.

È molto interessante seguire il percorso approcciato nell’articolo Do It Yourself. Dal garage alla costruzione della realtà da Bertram Maria Niessen  22 per comprendere come da una economia di stampo fordista e una produzione mainstream adatta per la maggioranza, si è arrivati a una realtà più variegata di prodotti e modi di comunicarli  23.

Non bisogna immaginare il fai-da-te (D. I. Y. abbreviazione dell’inglese do it yourself) unicamente come un passatempo o l’abilità di risolvere i quotidiani problemi tecnici di casa, ma un vero e proprio modo di fare e essere. Niessen riconduce il D. I. Y. al “fare da soli”, al creare e all’autoprodursi tipico delle bande punk nate negli anni ’70. E come non pensare alla nascita di Apple e Microsoft e poi Google negli ambienti socioculturali dei tecnici informatici che vogliono fare da soli, che si chiedono – come Brin e Page – se una certa cosa si può fare anche in un altro modo. Ci provano, e magari ce la fanno  24. Ma forse un esempio ancora più vivace è quello di Linux, il sistema operativo nato negli anni ’80 dalla collaborazione globale di programmatori.

Il mondo dei makers, di quelli che fanno le cose da sé e non solo per loro (e per il proprio giardino), è oggi composto da chi ogni giorno nel suo piccolo crea qualcosa, magari insieme a qualcun altro lontano chilometri, e trova l’approvazione di chi quella cosa la stava cercando oppure la scopre per caso; è composto da quegli «startupper che il lavoro non lo cercano perché provano a crearselo inseguendo un’idea innovativa. E artigiani digitali che hanno aperto una fabbrica di oggetti sul proprio computer. E innovatori sociali che stanno modificando le istituzioni»  25. 

Si tratta quindi di una realtà a più livelli che oggi trova terreno fertile nella dimensione fortemente (e forzatamente?) social della rete. Una realtà nella quale troviamo programmatori, piccoli imprenditori, progettisti da garage, artigiani e decoratrici che vendono i loro prodotti su Etsy  26.

È come se nella rete omologante e globalizzante si esaltino invece la creatività individuale, i prodotti per nicchie, una comunicazione sempre più personalizzata. Come se, mentre ci si perde nella rete, è l’individuo a emergere.

Nell’era della tecnica e della tecnocrazia, a muovere il mondo è quel bagaglio di tecniche che l’uomo porta con sé da millenni, con forme e modalità differenti e che da sempre ha condiviso e hanno contribuito alla sua evoluzione.





4 Maurizio Teli, Internet, la produzione di beni comuni digitali e la proprietà collettiva, in Sociale, digitale. Trasformazione della cultura e delle reti (a cura di Bertram Maria Niessen), doppiozero, Milano, 2013, p. 73.

5 Paul David, The Economic Logic of 'Open Science' and the Balance between Private Property Rights and the Public Domain in Scientific Data and Information: A Primer, Stanford Institute for Economic Policy Research, http://goo.gl/xwChO

6 Alessandro Delfanti, Scienza aperta nell’era dei media digitali, in Sociale, digitale. Trasformazione della cultura e delle reti (a cura di Bertram Maria Niessen), doppiozero, Milano, 2013, p. 52.

7 Ivi, p. 56.

8 Nei numeri passati ho avuto modo di affrontare l’argomento da diversi punti di vista, recensendo il libro di Eli Pariser The filter Bubble http://goo.gl/GrRGX e quello di Franco Bernebè Libertà vigilata cercando di capire meglio l’importanza dei “big data” http://goo.gl/MJkiC

9 Evgeny Morozov, L’ingenuità della rete, Torino, Codice edizioni, 2011. http://goo.gl/6tzbu

10 Vito Campanelli, Fine della privacy. Ingenuità e contraddizioni delle politiche di Internet in Sociale, digitale. Trasformazione della cultura e delle reti, doppiozero, Milano, 2013, p. 44.

13 Le soluzioni AdWords e AdSense messe a disposizione da Google sono in questo senso molto potenti.

14 Ancora una volta per un approfondimento si rimanda al nostro articolo sul libro di Eli Pariser The filter bubble http://goo.gl/GrRGX

15 Tiziano Bonini, Non esiste più il pubblico di una volta, in Sociale, digitale. Trasformazione della cultura e delle reti, doppiozero, Milano, 2013, p. 27. Il lavoro di Boyd si intitola Social network sites as networked publics: affordances, dynamics, and implications in Zizi Papacharissi, A networked self. Identity, community, and culture on social network sites, Routledge, London, p 39-58.

16 Ivi, p. 31.

17 Adam Arvidsson e Alessandro Delfanti (che abbiamo incontrato qualche riga sopra) sono gli autori del manuale Introduzione ai media digitali uscito quest’anno per il Mulino http://goo.gl/5PYLW

19 Oltre a Facebook si può prendere l’esempio di Youtube e i 20 secondi di pubblicità prima del video, o gli spot di Spotify inseriti dopo vari minuti di ascolto di musica, e così via.

20 Adam Arvidsson, Dopo il free. L’economia etica salverà Facebook?, in Sociale, digitale. Trasformazione della cultura e delle reti, doppiozero, Milano, 2013, p. 9.

23 Basta prendere come esempio la televisione: dai pochi canali per tutti della tv di stato, alla moltiplicazione delle tv private fino alla tv on-demand. Cfr. Bertram Maria Niessen, Do It Yourself. Dal garage alla costruzione della realtà, in Sociale, digitale. Trasformazione della cultura e delle reti, doppiozero, Milano, 2013, pp. 57-71.

24 Microsoft, Apple e Google tre aziende che hanno combattuto “guerre digitali” per il controllo di alcuni settori economici d’importanza chiave del nostro tempo, cfr. Charles Arthur, Digital Wars. Apple, Microsoft, Google e la battaglia per la conquista del web, Hoepli, Milano, 2013. Sulle differenze tra queste tre aziende si dovrebbe parlare a lungo, è importante però tener conto come Google (non considerando direttamente Android) più che offrire un hardware o un software o questi due insieme, offre un’esperienza.

25 Dal sito del libro Cambiamo tutto di Riccardo Luna uscito per Laterza nel 2013 http://goo.gl/Bt5Ul




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