LUOGO COMUNE
DAVIDE DALMIGLIO
Una poesia sarcastica
per un cambio
di prospettiva


      
È da poco uscito presso Robin Edizioni “Matrici” il nuovo libro in versi del 37enne autore romano. Una raccolta suddivisa in quattro sezioni in cui la scrittura si fa tagliente e ironico sismografo della condizione del soggetto contemporaneo e la cui dimensione disarmonica sembra voler riflettere il puzzle esploso della quotidianità e della socialità odierne. Pubblichiamo, qui, la prefazione critica al volume e, in coda, una nutrita selezione di testi.
      



      

di Francesca Fiorletta

 

 

Altre Matrici

 

Leggendo questa raccolta poetica in cinque fasi, la prima parola che mi viene in mente è, senza dubbio, ricerca. L’autore perpetra infatti una continua indagine sul senso, logico e ontologico, grafico e subliminale, della scrittura e del mondo, attraverso un interessante percorso compositivo, non certo didascalico, bensì squisitamente esperenziale e dialettico.

 

La prima sezione del libro, o Prima Matrice appunto, esplora attentamente e con la dovuta ironia la condizione comune dell’uomo di oggi, colto con diligenza nel suo inevitabile e indefesso rapportarsi alla realtà circostante.

I passaggi attuati dal soggetto, seppure in forma quanto più possibilmente oggettivata, secondo la poetica di Davide Dalmiglio, si rivelano, in prima istanza, nella loro basilare funzione di Tentativi di sopravvivenza. Una sopravvivenza, per altro, che viene ben tratteggiata e sviscerata nei suoi molteplici aspetti, partendo intanto dal dato sociale (– un’atomica così non si vedeva da anni –, After the bomb), per arrivare quasi subito al dilemma più strettamente tecnico e artistico (Scritture senza palpiti accelerati, Scritture) e poi, sostanzialmente, alle varie tipologie di approcci umani (Noi umani, niente da spartire con altre razze provinciali, Verricello).

 

La Seconda Matrice sembra invece sobbarcarsi un compito quasi volutamente antitetico al continuum ideologico della raccolta, ed è proprio la scrittura stessa, qui, a mettere in gioco un rapido ma sensibile cambio di prospettiva.

Non è più il soggetto, già in via di frantumazione ma ancora miracolosamente integro, anzi direi fortemente avvinghiato alla sua stessa integrità residuale, non è più il soggetto, dunque, a rivolgere il suo sguardo, sempre sarcastico e mai indolente, verso la società contemporanea, bensì è proprio il mondo circostante, adesso, che prova a prestare orecchio agli slittamenti continui dell’agire umano (Ti aggrappi a tracolla, sacca monospalla e mano palanca, Datore).

 

È ancora il claustrofobico orizzonte lavorativo, la smitizzante precarietà politica e polemica, l’andamento faceto e diluito della comunicazione di massa a risaltare in primo piano nella poetica intelligente e affilata di Davide Dalmiglio, che si applica altresì in una spiccata sperimentazione linguistica, volta alla scomposizione di un senso estetico ormai quasi pacificato, il quale pretenderebbe di farsi specchio, ahinoi, dell’odiato non sense sottocutaneo che sempre attanaglia la civiltà tutta.

 

Rimandi formali e sonori, ancora, sono riscontrabili nella Terza Matrice, a proseguire il tentato cammino di ricomposizione, esistenziale e stilistica, della figura stessa dell’autore, attraverso la messa in rilievo delle parti, oggettive e oggettuali, più minuziose, che andrebbero così a comporre il puzzle esploso della quotidianità odierna. Ecco spiegate, dunque, le ossessive pulsioni motorie verso l’alto e verso il basso, le sfaccettature prismatiche dei tessuti e dei colori, la voluta altalenanza della metrica e l’esegesi militante del corpo nudo (mentre giro il torso, mezzo busto da vero fusto sgambato, Mattino).

 

Vuol farci credere che annaspi, l’autore, in un’apnea acquosa di parole e suoni, alla ricerca febbrile di una qualche forma di equilibrio procedurale, la quale sembra poi essere raggiunta, quasi per atto di sfida, solo nella Quarta Matrice, atto conclusivo ma per l’appunto non ultimo della raccolta poetica. Qui la scrittura si ricompatta, i versi si allungano, assecondando un ordine metrico più tradizionale, meno spericolato, tendente a una narratività che è essenzialmente un’ipotesi ragionativa, prima che una pratica dell’esposizione (lo strillone in tagli urla macellato fra le benne dei passanti / il pascolo dei naviganti in punta di dita, fino al re di pietra, Koiné).

 

Dunque, ricapitolando, viene da chiedersi: a quale tipo di consapevolezza conduce, finalmente, la visuale prospettica di un soggetto assolutamente non integrato nei confronti di una società che, al contrario, si riconferma decisamente integralista, pur nel suo laconico generalismo di ritorno? Ebbene, la risposta poetica di Davide Dalmiglio è, intelligentemente, fuor di Matrici. L’ultima sezione, non a caso, funge proprio da effettivo Colluttorio, in quanto assolve doverosamente all’igienica funzione del disvelamento della sintassi e della logica, messe pure efficacemente in campo in tutto il libro.

 

L’autore prende sì coscienza di sé, ma soprattutto si riappropria dell’impossibilità perdurante di dar vita ad un unicum, poetico e ontologico, che possa essere utilizzato come perenne scudo etico e sociale, come armamentario statico e canonizzato, allo scopo di affrontare la lotta, pure inesausta, contro una precarietà che è già insita, essa stessa, nella natura umana. È brillante e paradigmatica la visione del mondo che ne resta, quella di un universo, cioè, grottesco e miniaturizzato, analizzato ai raggi x e poi ancora rimodellato stilisticamente dal lavorio attento di una scrittura tagliente e disarmonica, in grado di scucire e disvelare, da ultimo, i più infimi brandelli della contemporaneità (Lungo il viale, nel crocicchio brulicante e sfavillante qualcuno ancora se la ride, The new way of life).

 

***





Davide Dalmiglio, Matrici, prefaz. F. Fiorletta, Robin Edizioni, Roma 2013, pp. 84, € 10,00

 

 

Tagli

 

Generazione in tagli che interroga i suoi santi e bestemmia i custodi

angeli&secondini nella dieta a “zona” delle buste paga dimagranti

in Cina lo fanno H24, Banzai Kamikaze negli spruzzi della contraerea

tra le mitragliette a manovella, nastri e cartuccere a pollici opponibili

 

E noi in divisa, fashion e parodia sessantottina installazioni di piazza

lancio plastico e incendiario, lotta carsica, contro un tunnel e una trivella

che scava ricordi e tracce  – I servizi d’ordine di una volta, signora mia –

la rete, il consenso dell’Autonomia e la direzione ostinata dell’Anarchia

 

I rami intanto si affollano, licenziano colli farciti a frotte nei cappi scorsoi

ripieni di giugulari e spine dorsali, allevate al karakiri delle linee produttive

sfilettate a bisturi nel “rompete le righe”: il collare a strozzo del “Cazzi tuoi”

i comizi, le scritte arricciate al bacio – cioccolato con aforismi da krumiro

 

la fine del mondo tondo, insert coin, cuore di feritoia per un frisbee di ritorno

nella truffa del catalogo d’ogni riga, non basta sparare dritto a caccia di matrici

fra incendi di seconda mano per vendere secchi e cronopuntati ad orologeria.

È l’ora del tè, fra pentiti a tempo indeterminato e l’ultima grottesca strage di stato

 

 

Tentativi di…

 

Tentativi di (ri)lancio, di fuga in bici o in astronave nel sartiame

arrampicato a dorso sulle colline romane, fra argani fitti e rampe

aquiloni senza più zampe, spiaggiati, arenati sul prato disalberato

 

Tentativi a largo degli ammassi stellati, città sorvolate a satellite

spazio eroso, tunnel di fuga, razzi per bucare grattare l’atmosfera

in rotte autarchiche di lancio, a bordo missile con carburante fissile

 

Tentativi di fuga nei rottami compressi, dispersi a bordo parabola

mentre il cielo, il gelo si specchia nella vasca ottusa di un bidè

fuma nel contrasto serale, frulla nei sogni seriali di un consommè

 

 

Scritture

 

Scritture senza palpiti accelerati, tritate a sabbia in un rene

il cuore è salito, volato su in soffitta, sotto la volta cranica

strana coppia di fatto, che mente, dai tempi del modernariato

 

Scritture senza scrittori, tagliate a coratella da saltare in padella

estranee ai Master lavasciuga, al chiacchiericcio piallato in stireria

format, pozioni lenitive nel ricettario glabro di Fra Indovinello

 

Scritture senza piani, eterni, quinquennali o giornalieri a cottimo

parole eversive e antidepressive, disorganizzate e disorganizzanti

scritture non organiche, extra glaciali, semplicemente  inorganiche

 

 

Visto in Tv

 

Ti stimo, odoroso come un rosmarino

speziato a rade e caravelle, umide celle

– Visto in tv –, apparso, risorto a Malibù

scolpito e sconfessato al Tg di mezzodì

 

Accorro contropalco, attento al dettaglio

mi sogno allo specchio, gonfio di petto

vengo per guardare, rimirare e strabuzzare

l’ultima dance room del Tuo divo tour

 

Ti adoro, denso e intenso come un alloro

Fascio&muscoli, gang&oro, targhe&lampade

provo e riprovo la prova, lo show al provino

presenzio arenato fra il pubblico televisivo

 

Trabalzo fra imbuto e fossato, il trono laccato

aspetto, fremo in panchina l’ingresso decisivo

il multi livello, il catering del buon bocchino

ti sposo, ti lascio, ti amo, ti smerdo in tv

 

 

Datore

 

– Ti capisco/comprendo/ intuisco… c’è sempre l’affitto –

Ti aggrappi a tracolla, sacca monospalla e mano palanca

ganascia da vento che assicuri terra e ripudi ogni guerra

inflitto tra clavicola e vertebre – parlami, racconta di te –

 

Le raffiche strappano grida, senza zavorra, nichel mensile

fuscello/frasca/ramoscello, o semplice giovane fronda

ascolta, correggi e impagina il mantra da lontra unta

redatto in redazione, Mac solidale, artefice culturale

 

Un lavoro di magia/stregoneria/putteria, o puttaneria?

slaccia la barba salata, le lacrime paternali&padronali

– non allungare lo sguardo – oltre le mura d’impresa

 solidale macelleria intellettuale, capannone editoriale

 

 

Pesce al mattino

 

Armi, arti di seduzione di massa, attache da nassa

rete da pesce, tunnel innescato a circuito chiuso

acceso/spento, spinto dritto&allenato fino in fondo

incluso, predicato, invocato, adorato e allentato

 

Alla fine della radiosveglia c’è un leone alla teglia

tuffato nel caffèlatte, strapazzato come un bue

divelto, estratto a forza dalla sua seduta mattutina

martellante, suadente canzonetta radiotelevisiva

 

Bocca unta alla griglia, resti, brani&branchie di triglia

tra il cuscino e il lavello, il pigiama alle caviglie.

Ci siamo promessi, accordati eterno e saldo amore

mio pigro, rugoso, invertebrato impostore

 

 

Mani in alto

 

Mostra le mani e filtra la folla in questa follia festaiola

gambe sode a vapore, nel neon liquoroso di mensole blu

nel guscio piombato, insonorizzato ad arco di cantina.

Alza i gomiti, stramba lo sguardo acquoso da prua a poppa

 

sfoca i corpi, gli occhi, evita risse gelose, carne, camice

naufragate in forma di polipo alle colonne di un soppalco.

Attento ai ganci distratti, agli arpioni maldestri delle dita

scivolano alla vita, alla seta da ballo e alla sete indurita

asportano calze, borse, fasce, maglie e reggitutto

 

Un albero nudo, “rami in alto” in questo cemento sterrato

insinua mestizia, l’allegria da spogliarello metodista

sfuma lo sforzo relazionale, la sciarpa chiusa, melange

acciambellata alla barba, alla pelle arrossata dalla luce

irritata al tessuto specchiato del doppio whisky smaltato

colletto fumigato, annerito a tabacco da sinistra a destra.

Al bar è fiorito ogni frutto sugoso, cola ogni succo dai polsi

 

a strappi nel filare nodoso, inquieto fra le casse e il bancone

fascino pezzato, o forse soltanto un vestito sbagliato

 

 

Calcinacci

 

Porte scardinate a doppia mandata, alla fine delle pozze

specchiate della strada c’è una scala che sfotte, porta

sfortuna, intreccia sorrisi fra le nocche convesse a rughe

i respiri aperti a frotte, e la roulette sul letto a tamburo

ci urta e spinge in strappi giocosi, pieghe a dorso di mulo

a scardinare le soglie, l’intonaco sfarinato secco dal muro;

è il cuore, che va in rima con carriole di calcinacci ad ore

 

 

Verbale

 

Il verbale imbucato a cruna sul tergivetro antipioggia

è lavoro da sarta, impermeabile sottile di plastica e carta

sopra il sedile, sdraiati, stesi ad occhio di fanale, la busta

scimmiotta un saluto, come un tergicielo e smacchia nuvole

mentre la pioggia tangenziale bolla anche i pantaloni scuri

bagna le ginocchia da lucida panca, scalando il marciapiede.

 

L’acqua pendola a vento e, a mezz’aria, ti piove dentro

mentre la tenda verde di perline piange sempre ad architrave

fa il verso a Pollicino, in una zuppa di molliche che bagna

il vapore, il sudore verbalizzato dell’ausiliare, impiegato

segugio allineato che scova uno pneumatico a bassa pressione

distratto, sanzionato oltre l’asfalto verniciato

 

 

 

 




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