LETTURE
CARMELO PIRRERA
      

Il regno

 

Torino, Genesi, 2013, pp. 84, € 11,50

    

      


di Stefano Lanuzza

 

 

Favola in falsetto medievale

 

Reminiscenza di miti nordici e mediterranei nel breve romanzo metastorico-satirico, tutto all’insegna d’una mossa e pieghevole affabulazione, è Il Regno del siciliano Carmelo Pirrera, narratore elegante, sornione, umoroso, attento ai terribili e insieme patetici clamori, oltre che della Storia con iniziale metafisica, di una società ‒ quella moderna e contemporanea ‒ notomizzata e osservata con ironico distacco, doloroso disprezzo e intermittente partecipazione attraverso i tòpoi e il filtro d’una inattualità ‘ricostruita’.

 

Favola in falsetto medievale, con appena accennate metaforizzazioni mimetiche dei cicli arturiani e del Tristano riccardiano, d’ogni Stato concentrazionario la cui fine annunciata e sopravvenuta è sempre spaventosa, Il Regno racconta la mediocre quanto atroce vicenda di un re-sciaboletta, nano nel corpo e nell’anima, che finisce male come non quasi tutti i re, e della Corte che lo circonda, ‘corte dei miracoli’ dove balenano pugnali e si distillano veleni. Mentre soavi risuonano liuti e nacchere, e con regine torri alfieri e cavalli infuriano, a supporto d’un tragicomico, grottesco teatrino dei pupi, tetri fondali di battaglie.

 

Luogo di regine fedifraghe (di torri rovinanti, alfieri spleenetici e cavalli azzoppati, di infanti bastardi, consiglieri segreti e congiuranti, di maestri d’armi e arcieri infidi, di baroni, duchi, camerieri e ambigui diaconi, di damigelle allegre, giullari, teatranti e menestrelli parassiti, di cardinali incestuosi, papi guerrafondai, crociati sderenati e streghe ciarlatane), il Regno di Guglielmo il Nano, marito debitamente cornuto ‒ al pari del re Marco tristaniano ‒, di Costanza, incostante e avvenente principessa normanna di alta statura, è anche reame del Paradosso e dell’Assurdo, i due aspetti salienti di quanto può definirsi la realtà-senza-verità che tutti ci aduggia.

  

In siffatto Regno può accadere che, per miserevole opportunismo, si possano servilmente tessere lodi sperticate quanto ipocrite del Re Nano, uomo gretto e meschino in vita, incapace d’una pur minima regalità. Può succedere che un innocente venga dichiarato colpevole della morte violenta dell’inutile re e impiccato, come si suole, sul far dell’alba; che il tiranno, tra altre vessazioni, imponga una peregrina “tassa sui sogni” ‒ senza discriminare tra sogni a colori o in bianco e nero, casti od osceni ‒ echeggiante l’attuale canone televisivo, balzello sull’alienazione del popolo teledipendente; che ricompaia il fantasma del re nano ad ispirare al suo buffonesco scrivano ‒ un dagherrotipo del pennivendolo ‒, una filastrocca apocalittica in cui i virtuosi muoiono per il trionfo dei disonesti e dei ladri, che si distingueranno in “ladri buoni” e “ladri cattivi” e si giudicheranno tra loro (ladri giudici di altri ladri, con quel che può risultarne); che la Storia, tramandata e decantata come maestra di vita, si riveli, oltre che “ostinata e parziale memoria” oppure “specchio dove ognuno legge se stesso”, soprattutto una “buffonata”.

 

Comunque, sigla o sigillo di tutto il libro non è la Storia decaduta in buffoneria, bensì, più propriamente, la Storia come crogiolo dell’entropia e d’un irrimediabile caos.    

Con una scrittura spigliata e, a dispetto della materia narrata, lontana da ogni aulica solennità, dalla sostenutezza epico-eroica dei cicli carolingi e delle Chansons de gestes (relativi alle imprese di Carlomagno e dei Comites palatini Orlando, Rinaldo, Astolfo, Ugueri, Ulivieri…) e dalle fantasie brettoni modellate su Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda, Pirrera indica l’occasione di rivedere con occhi antichi, ossia disincantati dinanzi all’attualità, l’inquietante ‘età di mezzo’ che stiamo attraversando.

                                                                      




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