FILOSOFIE DEL PRESENTE
PIERRE BOURDIEU
Che cos’è lo Stato? Un ‘fiduciario organizzato’


      
Pubblicate da Feltrinelli le lezioni tenute al Collège de France dal sociologo e filosofo transalpino sulle proprietà e le caratteristiche della forma statuale. Le innumeri prerogative che essa si attribuisce e il monopolio nei più svariati campi che essa assume (a partire da quello della ‘forza armata’) riposano su ‘una finzione collettiva riconosciuta come reale tramite la fiducia e che, per questo, diventa reale’.
      



      


di Sergio Toscano





Pierre Bourdieu (1930-2002)


La natura dello Stato: è il tema di alcune lezioni di Pierre Bourdieu[1] svolte al Collège de France per insegnare le sue analisi sulle proprietà dello Stato.

Le prospettive delle sue analisi sono molteplici per cui è possibile isolare talune proprietà, una delle quali è la cultura di Stato che si caratterizza per il suo essere universale e per il suo imporsi come cultura legittima.

 

Lo Stato è il punto di vista dei punti di vista, l’organo di nominazione di ciò che è legittimo, il depositario dell’universale offerto a tutti, della cultura universale in nome della quale “si possono eliminare senza rimpianti coloro che non la possiedono”[2] e dire la legge.

Ciò, come effetto di una credenza in una rete di finzioni.

 

Alla domanda “cosa sono le istituzioni”, Bourdieu risponde con le parole di Paul Valery: “fiduciario organizzato”; in altri termini, “una finzione collettiva riconosciuta come reale tramite la fiducia e che, per questo, diventa reale”[3].

 

In questo spazio di credenza, i mandatari di procure per il bene pubblico, in nome dell’universale e in virtù del misconoscimento dell’interesse privato, sono auto-legittimati a dire il bene pubblico, ad essere il bene pubblico, ad appropriarsi del bene pubblico: “nei paesi detti ‘socialisti’, i dignitari erano individui che, in nome della socializzazione dei mezzi di produzione, si appropriavano dei beni pubblici godendo, peraltro, di un privilegio senza precedenti – che rendeva assai bizzarri quei regimi – che consisteva nell’impadronirsi, in nome dell’abolizione dei privilegi, di beni pubblici quali le residenze, le tribune ufficiali, i media ecc. Da noi, il tutto è meno eclatante, ma non ci facciamo mancare le auto blu, le personalità ufficiali, le tribune ufficiali, le scorte ufficiali”.[4]

 

Il controllo sulla distribuzione dell’accesso alle risorse pubbliche è “fondamento e posta in gioco di lotte permanenti e i conflitti politici (maggioranza-opposizione) rappresentano la forma più tipica in cui si esprime il tentativo di modificare quella stessa distribuzione”[5].

 

Lo Stato, pertanto, si attribuisce il monopolio della violenza legittima e simbolica, imponendo la legge del disinteresse nella trattazione degli affari pubblici, dissimulando e misconoscendo specifici interessi privati per ottenere una legislazione favorevole, per difendere interessi di tipo corporativo, ecc.





Johann Smari Karlsson, Revolution, 2009


Luogo centrale dove, pure, si concentrano le risorse culturali, lo Stato, nell’ambito di un territorio, impone il punto di vista dominante che, in relazione alla verità ed al valore, possiede un’autorità di cosa giudicata, inappellabile, come la costruzione di una lingua ufficiale o dell’introduzione del sistema metrico decimale.

 

La formazione dello Stato rimanda, infatti, ad un processo di concentrazione di risorse di differenti tipologie come quelle connesse al capitale linguistico con il quale si ufficializza una lingua dominante “con contestuale squalifica delle altre lingue al rango di forme degeneri, deteriorate o inferiori”[6], stabilendo entro i confini di un determinato territorio quale lingua legittima debba considerarsi in vigore.

 

Lo Stato, altresì, garantisce le istituzioni che sono garanti dei titoli culturali, dei diplomi che distribuisce, i quali garantiscono il “possesso di una cultura garantita”[7], cultura che, essendo universale e, quindi, offerta a tutti “apparentemente unisce, ma in realtà divide” e che è un “formidabile strumento di dominio poiché esistono coloro che ne detengono il monopolio, un monopolio terribile dato che non si può rimproverare a tale cultura di essere particolare”[8].

 

Sul punto, può introdursi un’analogia con il fenomeno del digital divide: le condizioni di accesso al mondo digitale non sono in apparenza ristrette a pochi, in ossequio alle virtù democratiche e di libertà ma, di fatto, costituiscono un numero chiuso per chi vuole accedervi.

E, sul progetto di universalizzare le condizioni di accesso all’universale, con le sue lezioni Bourdieu offre ulteriori indicazioni su quali versanti bisogna cercare per mitigare la durezza del mondo sociale. 

 

 

 



[1] Pierre Bourdieu, “Sullo Stato”, Feltrinelli, 2013.

[2] “Sullo Stato”, op. cit., pag. 164.

[3] “Sullo Stato”, op. cit., pag. 65.

[4] “Sullo Stato”, op. cit., pag. 144.

[5] “Sullo Stato”, op. cit., pag. 65.

[6]  “Sullo Stato”, op. cit., pag. 163.

[7]  “Sullo Stato”, op. cit., pag. 163.

[8] “ Sullo Stato”, op. cit., pag. 164.




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