SPAZIO LIBERO
BIENNALE D’ARTE 2013
Un Leone d’oro
a Maria Lassnig
e Marisa Merz


      
La direzione della 55a Esposizione Internazionale veneziana ha deciso di conferire il premio alla carriera a due importanti figure di lungo corso. La 93enne artista austriaca ha lavorato per oltre sessant’anni sul corpo e l’autoritratto dando luogo ad una ‘personale enciclopedia dell’auto-rappresentazione’. L’82enne artista torinese, vedova di Mario Merz, pur dialogando con i protagonisti dell’arte povera, ha saputo tracciare un suo peculiare percorso che ha esplorato lo spazio domestico e intimo. Il doppio premio è anche un significativo riconoscimento alla creatività femminile.
      



      

di Gabriella De Marco





Maria Lassnig, Woman Power


I due Leoni d’oro alla carriera della 55a Esposizione Internazionale di Arte della Biennale di Venezia 2013 sono stati assegnati, come alcuni quotidiani hanno annunciato con una certa   prevedibilità,  alle  due signore dell’arte” Maria Lassnig e Marisa Merz.

 

Tra le motivazioni del prestigioso conferimento si legge  che Lassnig è stata premiata perché per più di sessant’anni ha lavorato sulla rappresentazione del corpo e dell’individuo attraverso una serie di autoritratti che hanno dato origine a  una “personale enciclopedia dell’auto-rappresentazione”  che ha fatto della sua ricerca visiva uno strumento di auto-analisi. Ancora, tra i motivi  che hanno  orientato la scelta sull’artista austriaca vi è la constatazione che “a novantatre anni Lassnig rappresenta un esempio unico di ostinazione e indipendenza che merita di essere celebrato (…)”.

 

Per quanto riguarda, invece, il  riconoscimento alla carriera di Marisa Merz, il cui esordio risale agli anni Sessanta con una mostra tenutasi nel suo studio torinese, questo è dettato, anche, dalla sua capacità di aver lavorato, pur nello stretto dialogo con gli artisti dell’arte povera, su temi individuali quali la riflessione sullo spazio domestico e intimo.

 

Forte è la tentazione, dunque, da parte mia,  nel commentare quello che sicuramente nel percorso  di ogni artista è un punto di arrivo ambitissimo di non incorrere nello scivolone della connotazione di sesso, evitando, perciò, ogni commento sull’arte al femminile. Posto che esista – sul piano delle poetiche   un’arte al femminile.





Marisa Merz, Senza titolo (museo Madre di Napoli)


Tuttavia, se  il versante  delle scritture al femminile ha sempre suscitato  in me qualche  perplessità  sul fronte storiografico e non indiscutibilmente sotto il profilo delle innegabili specificità, è altrettanto vero che la presa d’atto  di  quella che, per  usare espressioni di un tempo passato, posso definire come  “la condizione della donna in Italia, oggi” m’induce, in contraddizione  con quanto ho appena affermato, a felicitarmi, in modo particolare, per la scelta operata dalla Biennale di  Venezia. Scelta che, probabilmente, nella proposta del curatore Massimiliano Gioni, e nulla togliendo alla qualità del lavoro sia dell’artista austriaca sia dell’italiana, ha cavalcato l’onda di un comune sentire allineando, così, gli orientamenti  culturali  degli addetti ai lavori  con gli  umori e i desideri di una sempre più consistente  parte della società contemporanea.

 

Certo, non è la prima volta che un Leone alla carriera è conferito dalla prestigiosa istituzione internazionale veneziana ad una personalità femminile dell’arte: basterà ricordare, a riguardo, Agnes Martin (1997),  Louise  Bourgeois (1999) e ancora Carol Rama (2003), Kruger (2005) sino nel 2009, Yoko Ono.

 

Non è, dunque, considerati sia i precedenti appena ricordati sia il percorso immaginifico di Lassnig e  Merz, una questione di quote rosa. Un aspetto, questo, a mio avviso mortificante per chi è forte del proprio lavoro, come nel caso delle due artiste omaggiate; al contrario, si tratta di un’attestazione di autorevolezza – da parte della Biennale – alla ricerca visiva, alla carriera, di due significative protagoniste dell’arte attuale.





Maria Lassnig, Decadimento fisico


Un’indicazione importante, quindi, innanzi tutto, come è ovvio, sia per le due artiste, pur così diverse tra loro, sia, sotto il profilo del costume, per le donne, forse finalmente stanche di essere considerate, nelle ipotesi migliori, brave, affidabili, inappuntabili professionalmente ma, nella sostanza,  raramente“ geniali”.

 

Non posso sapere, certo, se Marisa Merz e Maria Lassnig abbiano apprezzato, e apprezzino,  l’insistenza (compresa la mia) sulla natura identitaria di questo premio tutto al femminile o se, invece, abbiano provato noia se non rassegnazione, di fronte a quella che, probabilmente, deve essere stata una costante  critica che  ha accompagnato la loro ricerca come  quella di altre grandi personalità del Novecento, da Frida  Kahlo a Nevelson, da Bourgeois a Niki de Saint Phalle. Un’invariante  che  indugiando sull’essere donna, può aver sacrificato il  commento approfondito sulla ricerca artistica anche laddove questa, come nel caso di Merz, Bourgeois, Kahlo e de Saint Phalle, ha visualizzato  gli archetipi femminili.

 

Cionostante, pur nella consapevolezza dei limiti di un simile approccio, questo è un rischio che ogni tanto bisogna correre proprio in considerazione del lungo percorso creativo delle due artiste appena premiate e che permette, proprio perché costellato, anche, da notevoli riconoscimenti internazionali sia istituzionali sia di mercato, di salutare i due Leoni d’Oro come una buona notizia e non solo sul versante dell’arte. E questo sino a quando le donne dovranno conquistarsi, ancor più degli uomini, il diritto, come avvertiva Virginia Woolf,  a possedere ”una stanza tutta per sé”.





Marisa Merz, Vogue





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