SPAZIO LIBERO
SCENARI
La Poesia Visiva
nella terra
di nessuno


      
Una riflessione in chiave critico-teorica sull’attuale impasse della pratica poetico-visuale giunta a un punto di neutralizzazione, anche per via della dissoluzione della sua forza immaginativa. C’è come una anestetizzazione di questo linguaggio artistico in cui è subentrata una fase di stanca per eccesso di valorizzazione di orme già percorse. Forse oggi una ripresa può passare per le forme metropolitane dell’arte del lettering e del writing, filtrate attraverso il wildstyle o wildlife che possono essere condizione di ricerca di codici di libertà sensibile e non solo di sguardo. O anche attraverso la modalità dell’installazione che, a differenza della performance, si pone come artistica costruzione mobile in grado di stabilire creative simbiosi con l’ambiente.
      



      

di Carmen De Stasio

 

 

è raro riscontrare nella lettura del tempo la nausea da consapevolezza culturale. Ancor più raro è avvertire l’oppressione dell’esperienza poiché la forza esercitata dalla creatività agisce per precludere la via all’imbastardimento e all’impoverimento del linguaggio artistico.

Le motivazioni sono molteplici e i campi di azione – per meglio dire – di annegamento, sono anch’essi molteplici e riconducono a una matrice pressoché condivisa, ovvero l’alienazione del mezzo comunicazionale nell’evidente disgregazione dell’abilità di riflessione, di discernimento e di distribuzione delle culture. Un dato che inquieta e lascia la sospensione dell’opinione a vagare nelle strettoie di un territorio distinguibile nella sua ecletticità, nella fenomenica inclinazione all’accoglienza di un tutto nel tutto come arricchimento. E dunque, come mai si parla di esaurimento in tempi in cui la globalità dovrebbe essere la residenza di un generale cammino umano fattosi carne viva per via di un ampliamento delle possibilità concesse dall’estensione flessibile dei codici comunicazionali?

Tenterò in questa sede di avviare una riflessione sulla sostenibile condizione ibernante della poesia visiva in ragione di due opportunità: l’una confluente in un vero e proprio scioglimento della medesima. L’altro in grado di mantenere un barlume di opzione affinché con il disgelo si assurga ad un rinsavimento e/o a una ripresa, con l’evidenziazione di zone d’ombra.

Contemplata come esperienza sintropica del pensiero tendente ad acquisire le motivazioni di ordine culturale, progressivo, sociale in tutte le sue forme, la poesia visiva è sostenuta da versatilità. Specchio e rappresentazione apodittica di un procedimento connaturato nel fare = esplorare per ambire a territori rientranti in quella metaflessibile categoria che é la dimensione complessa del reale nella sua unità. Una situazione che reca la variabile di nuovi equilibri e distoglie dallo sventagliamento di passatistiche condizionanti incapaci di coabitare lo stesso luogo.

La realtà é il vissuto sentito. Della società attiva fanno parte situazioni come uomini e soggetti che partecipino attivamente al proprio processo. Ciò che emerge é un programma alla base del quale la storia scardinata, cesellata, frammentata e studiata nelle sue particelle infinitesimali, dà sostegno a panorami dai quali attingere per procreare nuovi orizzonti. In questo il mezzo tecnologico nel suo insieme è idrovora che registra voci e trattazioni di ogni genere; è imprinting all’accrescimento che dispone al sapere.

Quando la poesia visiva esplose come fenomeno coadiuvato da estrinsecazioni di carattere tecnologico-scientifico, alle quali si accompagnava una diversa modulazione intenzionale ed economica, la capacità del sapere ebbe accesso a stadi superiori di uno spazio sollecitato da più fronti a essere al passo. Ciò decodificò la necessità di avere come risultanza l’amplificazione del territorio mentale e giustificò una crisi affinché fosse facilitata l’implementazione ontologica di situazioni e ordini ambientali in un’interdisciplinarietà dello stesso sapere nelle sue ramificazioni. Si trattava di progetti d’integrazione dei campi esplorati e ancora esplorabili, che conferivano unitarietà a quel progetto che ancor oggi è possibile attestare come riferibile ad un meta-avanzamento. La validità e il riscontro risiedevano nella fruibilità e nella determinazione visiva di uno stato di cose. Erano spunto, traino per la conoscenza di contenuti che miravano a esser intesi come parti funzionali della realtà e, dunque, atti a ricostituirla.

In questo scenario dalle esplicitazioni multiple la dimensione cibernetica appariva generativa di un nuovo flusso dell’esistere basato sull’integrazione-interazione. L’uomo e i mezzi, insieme alle strategie adattive, si disponevano a elaborare piani strutturali futuristici, la cui attendibilità s’incastrava con ricerche inter-agenti in ciascun ambito dell’umano esperibile.

L’arte fu investita di un ruolo capitale perché in grado di incanalare il percorso delle abilità di lettura dei codici socio-culturali che accompagnano l’uomo nel suo (bi)sogno di confrontarsi per essere ed essere per costruire – negli interspazi – se stesso.

Superate le fasi di acquiescenza dei toni e della richiesta di conferme, quella che inizialmente appare stravaganza, sia per i materiali che per le tecniche e le strategie utilizzate per dare incisività al passaggio, assomma nel sé il soggetto di espressioni che pregiudicano la visualizzazione del nuovo anziché il rinnovamento e, quindi, traccia una risposta non già ad un’avventura da interrompere nella concettualizzazione della storia e del passatismo imitativo e autoreferenziale e si esplica nella sua accezione di extra variabilità su infrastrutture ambientali, che in ogni caso attengono alla realtà così come si presenta. In confluente ma non presuntuoso transito.

Il ruolo che a suo tempo aveva marcato la predominanza della tecnologia in progress testimonia allo stato attuale (mentre scrivo potrebbe essere già preistoria) un’acquiescenza della creatività, assorbita nella natura dell’esser uomo a scapito dell’uomo in divenire. Quest’idea trasla in una comunità in essere con un inquietante concetto di Second Life non come specularità del movimento cibernetico, quanto – per molte parti – fraintendibile risposta da visualizzare su uno schermo che raggranelli ciò che resta del sogno di scolpire l’immagine del sé in un tipo di attuazione vissuta al di là di un velo che assorbe l’ambiente con i suoi elementi costitutivi. È questo il segno inequivocabile di una Second Life mistificata dall’appiattimento che non prova né rappresenta l’acme del processo di germinazione, ma assesta un piano bustrofedico che proclama se stesso oltre se stesso in uno stato immutevole oltre l’immutato.





Gabriella Di Trani, Im Mortale, 2013


Tutto ciò – affermato in un soffio veloce come il tempo che spinge oltre le costrizioni – impone la deflagrazione di meditazioni che sembrerebbero rischiarare un luogo smaterializzato dalle congruenze e dalla cosiddetta grammatica di un significato che mal si conforma con l’atmosfera che vibra contro i sintagmi di un asfittico buio. L’acquiescenza dell’immaginazione, come se tutto il conoscibile fosse dominante sull’idea che ancora possa essere visualizzato, conduce a inerpicarsi sul muro reso viscido dall’usura e dall’usurpamento reiterato di una poesia visiva che ha tracciato la sua rotta. È l’uomo dinanzi a se stesso che integra costantemente quanto ha generato senza assumere le connotazioni di ciò che ancora potrebbe costruire. Condizione che allinea all’idea la materializzazione di una fuga finanche dalla natura stessa di poesia visiva nel forzato prolungamento di un sogno estirpato alla fonte, deperito per incuria e collettizzato per inerzia. La popolarizzazione ha spodestato la mutevolezza e l’osmosi di potenzialità accrescitive in funzione di un condizionamento che, avvenendo in reciprocità, ha reso instabile l’occasione di incidere nuovi terreni incolti dai quali concepire un’alfabetizzazione originale e integrata di lessemi inter–attivi.

Probabilmente la paura avanzante – che culla l’uomo in attesa della fine inesplorata – ha portato a definire piani di azione simili a meteore conturbanti che, anziché riportare a uno sconvolgimento partecipativo, accompagna la degenerante rassegnazione che incancrenisce la prospettiva trascinata con la vita in essere. Il bios batte, ma si fatica ad ascoltarlo. Una fuga scolpita nell’aria. Sotto minaccia impellente, lo sbandamento apre a una sospensione cui non corrisponde la fase di superamento, di ripensamento, di crisi come disponibilità alla trasformazione. O alla traslazione dei contenuti. L’incertezza denobilita e smobilita quello che secondo Lorenz è l’uomo nel suo essere culturale, ovvero in evoluzione.

La snaturalizzazione della poesia visiva – che colloco a una postazione intermedia tra l’espressione più avvincente delle potenzialità coniugate con la tecnologia e i linguaggi del tempo variabile – sembra esser giunta a un punto di non ritorno, ma anche a un punto che annulla lo zero del luogo teorico di azione. Motivo che mi spinge a pensare all’ibernazione come fase necessaria. A generare il valore della poesia visiva sono state nel tempo le variabili reali che hanno arricchito il bagaglio esperienziale con sostegni mobili, con un codice diversificato nella qualità di omocentrismo culturalizzante. Orbene, sovente il soggettivismo aliena l’essere–divenire in favore di una concomitanza e risucchia l’oggettivo nelle proprie maglie, andando ad alimentare la propria impetuosa forza restringente.

Ciò detto, urge evidenziare la funzione coinvolgente della poesia visiva, culturalmente riscontrabile nell’immediata valutazione sintetica di regole linguistiche tracciata dalla Singlossia: il movimento singlottico, lungi dall’essere considerato un avvenimento intellettuale concluso, si ricompone come concepimento di pensiero itinerante all’interno dei circuiti esistenziali con frammentazioni integranti e passaggi che esorbitano dalla cronistoria retroproiettiva portando alla coincidenza tra territori umani esistenziali e una contemporaneità che si lega all’afflato prospettico.

Nella prospettiva futureale è esemplare l’opera di Ignazio Apolloni, autore-artista singlottico-storico per aspetti riferibili alla propensione a rendere il logos intrinseco di ambiti in continua estensione, che assemblano il conoscibile nell’unità di dati in un procedimento anti–seduttivo.

Occorre tracciare il limite tra l’etica autentica della natura e un’estetica riportata troppo semplicemente a un’esteriorità che va a contaminare il luogo delle essenze. Eppure, si può realmente parlare di autenticità in una tendenza all’integrazione che interpreta una chiusura piuttosto che condurre all’interazione?

Se si riporta il tutto all’idea di crisi delle sfumature e delle nettezze, la risposta è nella sospensione della possibilità di stigmatizzare la libera forza esplorativa di ulteriori solchi, là dove il solco è stato già enunciato e a cui gioverebbe la ritrasposizione logica di nuove concordanze, di nuovi accorgimenti non soltanto tecnici. Il problema sussiste nel momento in cui si va a consolidare l’idea di autenticità in un tratto ideologico, così annichilendo se stessa e trasferendo il punto d’interesse sulla parola finita. Una coincidenza che esaurisce se stessa con un marchio di obsolescenza nell’anomala aderenza di sfumatura e frantumazione; perifrasi di una proposizione pre-esistente e sulla quale agire con una correzione che, in ogni caso, contribuirebbe solo ad ulteriore confusione.

Sebbene esposta nei toni catastrofici, questa mia affermazione trova accoglimento nella pratica, poiché molto spesso viene attribuito un valore erroneo di creatività ad una sperimentazione che disperde la vivacità del significato essenziale e riduce a semplice rifazione non sempre ritmata da linee di congiunzione tra l’idea e la sua attualizzazione. Il campo vasto della generazione difettibile–perfettibile sembra esaurirsi a seguito del mistificante e solo verosimigliante recupero di suoni esistenti e, pertanto, sperimentati, che apre all’agguato di un coveraggio dell’ovvio. E invece proprio nell’ovvio-cover si ritrova l’anello di congiunzione tra il progresso dell’autenticità visiva e il nulla che ristagna nel timore di accostarsi al nuovo. Ben poco peso aggiunge la somiglianza a ciò che si possiede. Dunque, è opportuno pensare – non senza inquietudine – che, nella sincope delle concomitanti, l’uomo, anziché arricchirsi, ruoti intorno a se stesso con una forma di ritualismo di ripresa tonale.

L’assenza di un programma distorce addirittura il riflesso nello specchio per assenza di spazi o per la presenza di spazi svuotati che manifestano un’assolutezza respingente. Stretta in un territorio che comprende comportamenti e affermazioni di uno stile che ricalca le sembianze dell’essere attualizzante, la spazialità rischia di tradursi in un egotismo poeticoartistico che incancrenisce il rigoglio del contenuto e dell’idea in simbiosi con il contenuto. L’insidia è nella contraffazione delle prospettive dominate pressoché esclusivamente da proclami che sottintendono sensibilità di cui investire il (proprio) teorico territorio. Da qui la fine, il precipizio in un senso di dovere che amplifica il pensiero libero riducendone tuttavia la portata e che giova alla transumanza nell’ipotetico territorio dell’esser altroaltrove cui appigliarsi per sopravvivere.

Aggrappati allo scoglio di una paradossale legge di sopravvivenza, si finisce per condurre una tematica avanzante per riassuntive citazioni, per aggressione come vittoria e, allorché si cerca di riesumare l’idea convincente di poesia visiva, si cade nella contraffazione del senso stesso di unità, confondendo la dignità dell’essere divenire e il progetto di eticità reale nella misura di legameintreccio con la realtà postulabile. Oltre a ciò, dedicando il tempo alla ricerca della motivazione eziologica, si rischia di vanificare la prospettiva entro il perimetro di un faro di visività che si allontana nell’ombra del possibile; incatena il passato rifiutandone, per frammentaria deduzione, la costruzione mobile, scatenando una lotta cervellotica contro la disarmante disaffezione al divenire e dunque al sé potenziale.





Giovanni Fontana, tavola verbovisiva da Questioni di scarti, 2012


Denominatore comune della poesia visiva nelle sue estrinsecazioni è la criticità che, da azione costruttiva ha assunto la forma di un modello che esilara in un momento. La galvanizzazione delle coscienze, delle azioni liberanti è, in altri termini, deliberatamente contraffatta dall’offuscamento reiterato di fenomeni meccanici ammorbanti con il crescente disboscamento delle proiezioni in favore di una santificazione che risuona come sentenza di eccitazione a unico sistema.

Probabilmente non si è disposti a cercare un pubblico partecipe oppure è subentrata una stanca per eccesso di valorizzazione di orme già percorse. Ancora molto c’è da fare. In fondo io stessa parlo sovente di poesia visiva intendendo la possibilità che ha un’opera di rappresentarsi come immagine confluente di vari linguaggi comunicanti oltre il paravento. Eppure nel sistema di comunicazione l’ambiguità di lettura e la sospensione di letturainterpretazione, oltre che pregiudicare la creazione di una nuova specie, spremono fino all’aridità anche il sostegno a una potenziale recrudescenza di quella malattia che rende tale l’uomo e che si riconosce nell’unione dei trascorsi significativi metamorfizzati nella pluridimensione accrescitiva.

È nel presente che si costruisce la storia. Si è anche in funzione di ciò che è stato e questo sovente si dimentica.

Uno dei problemi che corrispondono all’anestetizzazione della poesia visiva risiede nel salvataggio indiscriminato antiontologico come cura alla perdita di memoria, ma che contempla paradossalmente la dissoluzione della forza immaginativa. Con l’elusione della contaminazione si addolcisce sicuramente l’horama, ma ne soffre la possibilità di collocare una sostanza multigenetica concordante per immissione. Quanto avviene rammenta il refrain di una filastrocca che limita la comunicazione al grado minimo della polemica deformante specchio di quella critica ironica di cui si è edotta la poesia visiva. In questa direzione si muoveva la poesia visiva originale, con l’ambizione di incontrare – se non accedere, addirittura – alla cosiddetta filosofia di vita che non ha valenza universalmente oggettiva, ma assorbe le pulsioni dell’ogni tempo in una sinderesi a territorialità interferenti. Orbene, ciò cui si assiste – nel vero senso della parola, così come annunciato nell’introduzione – è una sorta di ostruzion(ismo) dell’eventualità di stilare programmi significativi nei quali la sostanza delle metamorfosi coincida con un lavoro di ricerca nell’interminabilità innata dell’uomo che spinge verso situazioni fronteggiate secondo due tendenze: l’una dominante e l’altra passiva, giudicabile come non azione e, dunque, non essere. Da qui il pericolo devastante d’impoverimento di un progetto che ristagna sulle proprie radici, si blocca sul nascere e pregiudica la permanenza dell’idea. La sedimentazione di questa realtà porta a pensare alla stilizzazione di una già menzionata Second Life che, oltre ad appartenere all’esplosivo mondo del virtuale in grado di suscitare il sogno e un sogno realizzabile perché supportato da modelli da interpretare, in molti casi virtualizza il programma stesso con la materializzazione solecistica del non pensiero che deforma l’azione in assistenza passiva.

In questo modo i sedimenti di cui si compone il terreno e che in forma simbolica si possono reclutare come basi pratiche dell’agire, vengono resi inutilizzabili in un luogo sterilizzato di ogni funzione costruttiva. Quale il problema fondante, se non un’inefficace gestione indagativa di quei sedimenti, applicata nella riluttanza a conferire giusto valore a tranche di situazioni sceverate da una certa agiografia e mantenute come icone immutabili. La sacralità sobilla quei movimenti dell’essere che mal scoprono le potenzialità di una ripresa comunicazionale rispetto a linguaggi che, al contrario, dovrebbero preludere e non precludere al discernimento. E dunque nel disordine e nella sovrapposizione è l’ulteriore problema, per il quale occorre un tempo di ripensamento piuttosto articolato affinché si possa porre la base per un’evoluzione della poesia visiva. Vale appesa a un filo una poetica di immagine che riporti al senso di sostanza e non esalti il medium come oggetto.

Confondendo l’inconsistente timore di una sovrapposizione surrettizia di criteri adottati in tempi diversi dal proprio, si è pensato di discostarsi da una tematica che tuttavia mancava dei termini per dare una qualificazione innovativa rispetto ad una progenie di sollecitazioni che comunque sono parte del patrimonio ambientale. Nella riduzione dell’interesse verso tenute precedenti, il poeta promotore di un’arte cosiddetta visiva permea di similare novità un terreno già solcato, con il risultato di depauperare l’eventualità prospettica, trascinando un’inconsistente performance derivativa di canoni già assunti in una realtà a denominazione differente, perturbata con il suggerimento di un’immagine mentale soggettiva. In questo contesto si evidenzia la frequente fuga dal significato eclettico del termine soggettosoggettivo, in clima aperto con diverse elaborazioni – probabilmente legate ad una disfunzione linguistica eccessivamente riduzionista – che per un verso dispongono l’inferenza del pensiero soggettivo con suadenti e affascinanti concertazioni che agiscono nell’orizzontalità; per un altro verso chiariscono il ruolo del soggetto come particella attiva per sé e la comunità quindi come imprinting ad un atto partecipato e coerente con la varietà policontenutistica dei linguaggi del reale e del futureale (termine mediato dall’omonima canzone degli Iron Maiden) che assorbe la componente critica e prepara a un adeguato lessico, a una sintassi in continua re-impostazione.

L’implementazione tra le due definizioni spesso incoraggia la confusione e la falsificazione prospettica, alla quale lo stesso Ignazio Apolloni risponde con la caratterizzazione di poesia visuale, che personalmente traduco in prospettiva univisiva e monofocalizzata.

La dilagante ascesa del fenomeno ormai acquisito della poesia visiva manifesta nel suo acme la necessità di svoltare rispetto a una tendenza orientata allo scopo di ridestare a nuova vita un sistema composto su incisiva motivazionale e montante della penetrabilità, dell’interazione e della cooperazione. Una dimensione ordinativa che predispone il Come in sinergia al Cosaobiettivo, ampliamente evidenziato nell’opera di Apolloni. Non attenendosi alle frange di alcuna scuola di pensiero, Ignazio Apolloni incide uno stile metamorfico e meta-inventivo che si distanzia dall’intraprendere un’esclusivistica direzione sorda ai richiami intromissivi allo scopo di rappresentarsi come arte attualizzante e globalizzante.

La rottura con l’etica complessa nelle sue molteplici rappresentazioni fertilizza la non coltura della prospettiva poeticovisiva e avvizzisce la sostanza generativa del movimento di pensiero. Al contrario, deriva proprio dall’abolizione delle distanze tra territori tematici per induttiva evoluzione la credibilità di atti linguistici distintivi come etero genetici. Uno stato in essere che concede ai tempi intimi-esperienziali di accedere alla comprensione dei medesimi linguaggi e alla loro interpretazionefruizioneinvenzione, l’assenza della quale produce un risultato duplice: l’uno marcatamente repulsivo, l’altro decisamente contemplativo.

La catalogazione per passare a schemi di riferibilità non ha ragion d’essere in uno spazio pressoché occupato da tutte le possibili inter-invenzioni che ne motivino il processo. Si è all’impasse e giudicare l’opportunità di addensare movimenti appartenenti a una storia che non sia più la stessa immancabilmente comporta la riflessione su una nuova geografia emancipata rispetto a blocchi di tendenze che, se concepite nella reiterazione temporale, perdono di giustificazione e divengono territorio di asfissia storica. L’economia lessicale agisce sul bisogno di concatenare un concetto a un assioma caratterizzante e l’influenza della forza dilagante comporta la chiusura di eventuali ulteriori apostrofi che concedano nuove discriminanti e suggeriscano torsioni su luoghi mentali diversi, con un ritorno di indipendenza ancorata alla concezione mutevole, mutante e, in sé, mutuante, dell’arte affinché risulti il più possibile vicina al mondo, perché è dal mondo la sua provenienza.

Sbarazzatosi delle finestre indicative e, soprattutto, decodificati i settori accreditati nell’immediato, la realtà che apparenta il vissuto con il divenibile appare una sinestetica riflessione che conduce a sovvertire regole da teatro demodé e scivola non senza agguati verso una nuova formulazione che stabilisce i toni di metropolizzazione dell’area condivisa e condivisibile. Un’intonazione che qualche anno fa si era affacciata sobriamente ammettendo a ruolo nuovi linguaggi artistici liberi da strutture mediative. Mi riferisco all’arte del lettering e del writing, passando per il wildstyle o wildlife che, a dispetto del proprio nome, è condizione di ricerca di codici di libertà sensibile e non solo visiva. Tra quelle impalcature si realizza l’incastro tra parola rispondente a una neo-alfabetizzazione e l’impianto scenico che compatta le due abilità. Sono dunque queste tendenze intricate e creare la situazione nodale del passaggio da un’arte poetico-visiva a un’arte che unifichi la prospettiva su tematiche relative a un periodo di sedimentazione e di osservazione per accedere a compulsioni che manifestino l’epoca culturale di riferimento, non sempre coincidente con quella temporale.





Claudio Spoletini, Il collezionista (3), 2012


L’area urbana, dilatata oramai in metropoli, offre l’opportunità di riconsiderare l’importanza di una sollecitazione empatica che crei coerenza e coesione senza sbilanciamenti e mistificanti strategie. Diventi arte totale o, appunto, metropolitana. Centro pulsante e al contempo radiante.

Esiste un collegamento di reciprocità funzionale, che concede lo sguardo a una nuova opinione sul ruolo dell’essere come animale sociale, non già come colui che vive all’interno della comunità, né solo come soggetto di un intero nucleo, ma come egli stesso porzione di città legata ad altri spazi di relazione e di intersezione. La poesia visiva, in questo senso, manifesta il suo stato di esaurimento e di inefficacia poiché conclama un essere-parte di un sistema concluso nelle sue intraprendenze e nelle sue argomentazioni serrate in nostalgico sguardo. Di altro s’investe il luogo metropolizzato per emancipazione del passo: esso segue una direttiva identificativa che congiunge il tratto che separa il soggetto dall’oggetto mediante una coincidenza a sostegno dell’imparzialità prospettica da cui pervenire a risultati che nell’esattezza mutevole conferiscono legittimazione all’azione stessa. Ciò detto sostiene l’opinione secondo cui elementi prodotti dalle innovazioni rientrino in uno scenario fenomenologico tale da essere investiti anch’essi di un ruolo ben preciso, evitando la connotazione di logica dell’appartenenza quale intrico staticizzante, sebbene se ne paventi il pericolo. In tale consesso, anche quelle parti definite come accessorie acquisiscono un ruolo fortificante e funzionale alla conciliazione effettiva con la quotidianità, rientrando nel patrimonio (efficace e sintetico) della nuova condizione metropolitana.

Dunque, il difficile sembra esclusivizzarsi nella declinazione della parola posseduta – seppur rinnovata nelle intonazioni – con una nuova alfabetizzazione che richiami in sintono la maniera di invenzione futureale. Nella ripetitività alfabetica è infatti tutto il problema: esaurite le sollecitazioni provenienti dal luogo della poesia visiva, la parola rischia di essere asettica, di estremizzare la monotematicità, di contrarsi su se stessa nell’inaridimento iconico.

Opera compiuta. Scultura finita che si coniuga più o meno con l’ambiente ma incapace di generare ambiente.

La costante modifica del panorama subisce continuamente delle modifiche, talora prendendo una forma plastica e divenendo essa stessa plastica duttile, manipolabile in un’interazione che elimina la distanza tra arte e vita, diviene rottura e totalità e attiva processi assimilabili a una nuova infanzia con richieste pressanti di prova. Tutto ciò si spiega per derivazione: infatti, nonostante la permanenza sul fondo di una traccia intenzionale dell’idea, è dal tratto contemplativo cui cede tutto ciò che nel tempo assume la posa di un’icona che derivano la finzione e la successiva rottura tra l’artista e il mondo, racchiuso in una gabbia esterna in una controversia imprigionata nell’unilateralità, in un urlo che disturba, diviene rumore stonato e stroncamento di ascesa.

Questo il motivo che mi spinge a pensare a una nuova poesia che da visiva salpi per un innovabile orizzonte teorico – almeno per il momento – a carattere installativo. Il motivo risiede nel fatto che l’installazione, a differenza della performance, è artistica costruzione mobile in grado di stabilire sensibile simbiosi con l’ambiente; decisiva per porzioni significative in sé ed efficaci per il tutto. Configurabile in quanto generativo di diverse amplificazioni in base alle proprie dominanze intellettive.

La straordinarietà dell’installazione risiede in un’energia che, più che sollecitare il movimento, si realizza mediante il movimento che acquista pertanto uno spessore strategico co-ordinato con quella che Sartre aveva chiamato la lunga rivoluzione. E invero di una corrente a getto continuo di rivoluzione si tratta, con un’attenzione particolaristica a un panorama che metabolizza l’instabilità per accreditare la meta-concezione dell’installabilità come valore conseguito nella rappresentazione del manipolabile.

In conclusione si può affermare che è dal gap generato dalla sclerosi di una parola alfabetizzata secondo un canone consunto che emerge tutta la tensione di una progressione meta-codificante non più attendibile. L’unità tra un solco in mosaicizzante moltiplicazione delle dimensioni possibili da accreditare nel rinnovativo contesto e un linguaggio malfermo su codici sperimentati manifesta la sua precarietà nell’accoglienza di una non-lotta traducibile in impedimento e in luogo di incomunicabilità. Evidente è lo sforzo di generare stili di cambiamento con una genuina partecipazione che però vede i protagonisti agire su due fronti distanti, taluni a margine di una periferia e altri compresi in un centro che limita se stesso. Invero, un’azione che possa dirsi efficace consta di una concentrazione degli sforzi, di un equilibrio dei punti di percezione sulla variabilità territoriale nell’accezione tanto globale che minimale.

Quanto appare è in chiaroscuro con una parte rivelata e una porzione incognita da costruire e che, a sua volta, vive la duplice dimensione di solitarietà e aggressività; lo stato dell’apparenza roboante; l’urlo muto di Jimmy e di Alison in Look back in anger.

La radice è da scoprire. In un lungo attimo il male provoca nausea e occorre spostare il punto di pensiero per evitare la recrudescenza della negatività. Anche l’arte poetico-visiva manifesta dunque il volto inaridito da una crudezza che anticipa la rassegnazione in un’idea che falsifica la libertà, estirpa gli occhi dalla parola che, quindi, nella sua solitudine, si disintegra.

Per evitare che il dolore sovrasti la bellezza, la ricerca e l’esplorazione di una dimensione la cui bellezza consista in altre innovabili coincidenze comportano necessariamente una condizione in transito di ibernazione, che sconfigga il deperimento della percezione nella metafora di una dimora disabitata da abbandonare per non fertilizzare rabbia e moltiplicazione di attese disordinate. Una terra di niente e di nessuno che, accanto alla balcanizzazione dell’azione attuale, ridicolizzerebbe ciò che è stato e che è stato invenzione.

 




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