LE VIE DEL RACCONTO
BRUNO CONTE
 

Favola dell’opera unica

 

Un pittore era in miseria, in quanto aveva talento inventivo, e il talento inventivo non era di moda. Così pure di conseguenza era astioso e rifugiato in se stesso.

Era anche divenuto molto esigente nei confronti di se stesso, essendo ormai il suo pubblico un critico pubblico di se stessi.

Avendo distrutto vari quadri che non lo convincevano, dopo vari disegni tratteggiati e maturati in mente, venne a compiere un quadro che lo soddisfaceva. Rappresentava un tondo cespuglio di foglie.

Andando a spasso per un abituale giardino del suo quartiere, trovandosi di fronte al cespuglio che oscuramente aveva ispirato la sua opera, vide che la sommità del cespuglio era animata da qualcosa. Era un uccellino, o un calabrone? Ma no, era soltanto una piuma che con il vento emergeva e si nascondeva. Era tuttavia un elemento che necessitava, nel suo misterioso suggerimento, alla complessione dell’immagine.

Riprese quindi il dipinto. Era difficile però dare la sensazione di una aggiunta animata eppure inanimata. Ne venne fuori un accenno di piccolo volatile, che non andava bene, e andò dilagando in un grande astratto volatile a penne spiegate, che si trasformò in un quasi istrice irto a cespuglio.

L’immagine era ormai compromessa, e aveva già stancato. Non era da trasformare in una densa collina notturna sotto la luna?

Il pittore guardava la sua opera e, meditando sulla figura, ovvero sulla pittura, che era la vera anima del lavoro essendo la figura un pretesto, aveva l’idea di una soluzione successiva.

Volendo risparmiare sul costo e sull’ingombro di un’altra tela, dato che la pittura scorreva bene sulla precedente e che l’immagine già fatta in un certo senso accoglieva in sé la nuova, continuava a dipingere, di quadro in quadro, sulla stessa tela. Così il monte si spianava in paesaggio, e dal paesaggio si ergeva l’ombra di una torre, e la torre prendeva le sembianze di qualcuno di spalle, controluce.

Il pittore guardava il suo quadro finito, sfinito, lo assorbiva per alcuni giorni e, quando l’idea veniva a riprenderlo, si rimetteva al lavoro.

Così invecchiava il pittore, lavorando sporadicamente, con sempre maggiori pause di sonnolenza.

E un giorno, quando era giunto stremato ed energico solo d’intolleranza, capitò nella sua tana, indirizzato da non so chi, un personaggio influente nel mondo dell’arte. Vide il quadro, di fronte, un po’ da lontano, se ne congratulò. Si potrebbe fare una mostra antologica? Sì, è questa, nello spessore di questo blocco!





Bruno Conte, Favola dell'opera unica, 2013


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Scultura interna

 

Suggerimento per un impresario scultore con sostanziosi mezzi operativi e prestigiose relazioni internazionali: la scultura interna. Storicamente non è una novità, pensando alle chiese di Etiopia, alle architetture di Petra, ai vari ipogei di varie epoche scavati nel tufo e nella roccia. Ma si considera qui un oggetto contenuto e isolato  rispondente a un individuale animo attivo.

All’esterno un blocco, diciamo nella costituzione ideale di una pietra calcarea, biancastra, che si può consumare,  divenendo liscia come un solido sapone. Blocchi pesanti, quasi inamovibili, da stare all’aperto, in mezzo a un prato. Blocchi quadrangolari, magari uno cilindrico, semicilindrico, accessibili nell’interno per un esiguo ingresso. E l’interno può accogliere un osservatore, o due, o tre, in un’opera della massima dimensione, ma l’idea è per uno, per sentirsi solo tra sé e sé, nel tanfo umido, nella penombra a cui l’occhio deve assuefarsi, al cospetto dell’ambiente scultoreo stringente, semplice e tuttavia complesso per la semplicità di uno squilibrio poco concepibile a un primo approccio e irraggiungibile per qualche piega, per qualche contrangolo, per qualche ulteriore sprofondo.

Lo stile è preistorico antistorico, impegno di una natura oscura che ha formato l’ambiente nelle sue costruzioni, prominenze e affondamenti. Ma non è uno stile organico da grotta bensì uno stile architettura razionale primitiva compressa cieca.

Varie occasioni si materializzano negli interni: da un angolo si erge un parallelepipedo sghembo – un pilastro quadrangolare diviene in alto capovolto piramidale – attenzione a una slittante depressione laterale – quasi una scala, che ingrandisce in scalini fuori misura, dilatati infine in una lastra che si estende, si aggira e si confonde – in mezzo, quasi un altare, ma irregolare – da una segreta fenditura uno spiraglio di luce lambisce un dorso oblungo - gigantesche ginocchia emergono da una parete – una scala è a fatica scalabile, entrando in alto in un secondo piano sotto il cielo soffocato di una concava lunetta scavata in cerchi concentrici.

Si può inoltre progettare una produzione non in pietra, se si vuole con effetto pietra, in legno tamburato, che appunto ha il difetto di suonare a tamburo, ma movibile, collocabile in interni, anche in appartamenti.

Ecco questa stretta e alta cabina in cui la signora collezionista ama entrare sentendosi compressa conturbata dalle prominenze dell’interno.

Dove è andato il signore collezionista? Lo si cerca. Lo si trova dopo molti giorni, secco, nel recesso della grande scultura del soggiorno.





Bruno Conte, Scultura interna, 2013





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