LETTURE
FRANCESCO GIULIANI
      

In cerca di Melisenda

 

Foggia, Ed. del Rosone, 2013, pp. 343, € 22,00

    

      


di Sergio D’Amaro

 

Carducci ‘alpino’ alla ricerca di Melisenda

 

Esiste tutta una letteratura che è rimasta incantata da vette alpine e appenniniche, opportunamente virate sul sublime, da Mann a Rigoni Stern, da Tasso a Buzzati. È una letteratura che respira iperurani platonici e cieli concimati di altezze stupefacenti, addossati ad anime stanche di realtà orizzontali. Non c’è epoca che non ne risulti davvero scarsa, anzi una siffatta disposizione attraversa trasversalmente grandi peccatori e candide stoffe di eremiti.

 

Giosuè Carducci arriva a respirare balsamiche abetaie e cime perennemente innevate ad un’età che nell’800 era notevole, quella dopo i sessanta. Ultimi anni del secolo, quelli in cui comincia a consumarsi la candela sempiterna di un invincibile progresso e avanzano sempre più dubbi estenuanti. La generazione del vate toscano ha cavalcato l’onda del Risorgimento, facendosi trasportare più volte in pericolosi vortici retorici e in gonfie glorificazioni degli scudi. Lui, Giosuè, si definiva ‘scudiero dei classici’ e sembrava destinato a rimanerlo fino all’ultimo suo giorno, finché non incontrò le vette dell’amore per Annie Vivanti e quelle eccelse di tonificanti vacanze in stazioni climatiche da vip, quali Courmayeur e Madesimo. Lo fece a più riprese nell’ultimo decennio, comprendendo simbolicamente l’anno del centenario leopardiano (1898) che gli ripeteva quanto fossero gratificanti voli poetici addestrati all’idillio del Recanatese: e cioè lampi lirici di intenso bagliore emotivo, emuli modernamente del flash fotografico geloso dell’istante inimitabile.

  

Nacquero cinque notevoli gemme: Mezzogiorno alpino, L’ostessa di Gaby, In riva al Lys, Sant’Abbondio, Elegia del monte Spluga. Dall’analisi che ne fa il critico Francesco Giuliani con lo scrupolo filologico che lo contraddistingue, analisi consegnata al volume In cerca di Melisenda, si deducono inedite acquisizioni su quel periodo particolare della vita di Carducci, scampato nel 1885 ad una grave malattia che non atterrò certo la sua tempra leonina. Di fronte alla natura diversa della montagna, favorita in prima persona nelle sue escursioni dalla regina Margherita in veste di totale avanguardista, il poeta resta felicemente illuminato volgendo più spesso lo sguardo (diventato più romantico, più ‘leopardiano’) ad intense introspezioni e prospezioni sentimentali, a più sciolti flussi linguistici.

  

È un Carducci felicemente in riposo, dopo impegnativi anni da docente nella sua Bologna e di molteplici iniziative in cui il suo nome sempre più altisonante viene coinvolto. Viaggia e soggiorna con la Vivanti, scrive al fido Severino Ferrari dettagliate relazioni epistolari dei suoi spostamenti, dei suoi tour de force in veste di trekker ante litteram, levatacce e spartane colazioni comprese. “Nitido il cielo come in adamante / d’un lume del di là trasfuso fosse, / scintillan le nevate alpi in sembiante / d’anime umane da l’amor percosse”. Si aprono, come questa, altre finestre di un decantato lirismo, ‘squarci di dorata fantasia’ (come li chiama Giuliani), miracolose sospensioni esistenziali. Finché giunge l’ora dell’idillio più alto, l’elegia elevata al Monte Spluga, dove Carducci si raccoglie come in un ultimo approdo a garantirsi serenamente la più totale delle disillusioni, la meditazione più alta su un destino laico, certo, ma imparentato a religiosi richiami di assoluto. La sintesi ideale di tutto sarà quel Jaufrè Rudel, romanza che trattiene il mito di Melisenda (da cui il titolo del libro) alla cui ricerca il poeta rimane impegnato, avvinto all’ultimo sogno, all’ultima illusione, al di là dello spazio e del tempo.




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