LETTURE
MARIA GRAZIA MARAMOTTI
      

 Arabeschi di luce


Pasian di Prato, Campanotto Editore, 2009,
pp. 144, € 12,00

    

      

di Dante Maffia

 

 

Di Maria Grazia Maramotti si sono occupati i più prestigiosi poeti e i più illustri critici del secondo Novecento, come Mario Luzi, Maria Luisa Spaziani, Walter Mauro, Emerico Giachery, per fare soltanto alcuni nomi, che unanimemente hanno messo in risalto la forza del suo canto, la sostanza profonda della sua spiritualità, il dato rilevante di una poesia che sa essere a un tempo leggera e contundente, priva di orpelli, autentica.

Eppure la poetessa non disdegna nessun argomento e anche in quelli più spinosi e attuali mette la sua passione per entrare in simbiosi con il mondo, per non restare ai margini del cammino umano che corre veloce verso mete ogni giorno più ardue.

Da qui il suo accanito combattimento con i residui dell’insipienza, con le ombre che vorrebbero assegnare al mistero una dimensione ristretta, un passo claudicante. Lei non ci sta e perciò apre i versi a ragioni superiori in cui l’armonia ritrova la sua duttilità e la sua forza per diventare monito e invito, viaggio e culmine di una “missione”.

Viene voglia di citare tantissime pagine del libro per significare con le prove il senso della dolcezza delle immagini e anche l’incisività delle stesse che non appaiono come arcobaleni per poi sparire, ma come coltelli che incidono il sentimento e danno la parvenza del divino in scatti di luce, anzi in “arabeschi di luce”, per restare ancorati al titolo.

I versi hanno la raffinatezza delle coplas di Machado e la leggerezza delle composizioni orientali, eppure sanno divincolarsi dalla sintesi per afferrare le problematiche più scottanti e più eccelse. Ciò deriva dalla posizione intellettuale e ideale messa in atto da Maria Grazia che cammina senza volgersi indietro alla ricerca della verità, affannosamente spinta a entrare nella dimensione della saggezza che vuole i giorni come tanti granelli di sabbia che si accumulano e aprono spazi di memorie, di attese, di conquiste.

Si legga Nella voragine dell’io per rendersi conto della presenza del “brancolante enigma” che regola il mondo e si vada da una pagina all’altra liberi di ripercorrere le composizioni senza obblighi di successione e si avrà la misura della circolarità del dettato espressivo della Maramotti che ha saputo tessere una vertiginosa catarsi senza puntare alla fatica della piramide da scalare, ma servendosi della piazza larga dell’anima, denudata e offerta come dono a Dio, e quindi agli uomini che possono arrivare a Dio attraverso la poesia.

Si comprende, quindi, come la poetessa sappia essere una sottile psicanalista nell’infrangere le regole dei percorsi risaputi e nell’avviarne di nuovi e inediti.

“La parola incespica // e si strozza / sulle corde roche / della lamentazione” dice a un certo punto la Maramotti, ma non è il suo caso, ella sa andare oltre la lamentazione, oltre la preghiera intesa all’antica maniera, per collocarsi all’imbocco di una strada in cui vivono gli elementi del peccato e del perdono in un muto scambio che incita a seguire il cammino per arrivare al Divino.

Ma se volessimo sintetizzare con una definizione Arabeschi di luce dovremmo semplicemente dire che si tratta di un libro d’amore con connotazioni che arrivano dal paradiso terrestre, un paradiso terrestre che si avvale di finissime annotazioni che travalicano l’io per farlo diventare universo comune. Infatti “Tutto era dinanzi a noi, / ignoto e nuovo / mentre un desiderio forte… / di non più baluginare / ma d’essere…”.

Da sottolineare che il libro è tradotto, testi a fronte, in inglese e in spagnolo in modo che la poesia della Maramotti può entrare agevolmente nell’interesse anche di lettori, poeti e critici di altre culture e mi pare che ciò sia stata una scelta ben fatta perché davvero questa poesia ha valenze spirituali che appartengono all’universale.




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