LETTERATURE MONDO
MEMORIE PARIGINE
Tra ‘mostri sacri’
e miti fasulli, la vita
che continua
sulla Rive Gauche

      
Un flusso di ricordi anche dissacratori sugli ambienti culturali e letterari della capitale francese tra il Maggio ’68 e gli anni Settanta. Passando da Lacan a Foucault, da Althusser a Roland Barthes, da Sartre a Philippe Sollers, allora giovane leader del gruppo di “Tel Quel”, al grande antropologo Levi-Strauss. Ben più simpatico, umano e democratico era Jean Pierre Faye, direttore della rivista “Change”, a cui collaborava la poetessa Danielle Collobert, suicida a soli 38 anni, oggi reputata una autrice ‘cult’.
      




   

di Carlo Carlucci

 

 

Il maggio ’68 a Parigi. Mitico maggio di rottura totale con la storia. Ma poi?

Mi trovavo a vivere a Parigi in circostanze diciamo estreme (1973-1974), un figlio piccolo, Vieri, ricoverato (leucemia), morto nel novembre. La condizione personale, l’esposizione quotidiana al dolore certamente acutizzava la sensibilità, la drasticità dei giudizi. Ricordo un freddo mattino al Luxembourg, di settembre, con “Le Monde” fra le mani che mi dava la notizia terribile del golpe di Pinochet e dell’immediata repressione. Certo fu brutto, passare le giornate inenarrabili nell’ospedale dove si moriva e pensare alla morte procurata, alle torture. La necessitudo del male in certo modo procurato, gratuito di fronte al male e alla morte necessitata dalla malattia.

Terminato il permesso di poter stare accanto al mio Vieri – dalle 12 alle 20 – restavano le lunghe nottate trascorse a camminare, a pensare, a rimuginare per le strade di Parigi. Incontri fugaci, alcuni indelebili come quello in Rue Mouffetard con un algerino. Quando, poco più che un ragazzo, aveva visto suo zio abbattuto dai calci dei fucili da alcuni soldati francesi era passato alla lotta armata. Poi, raggiunta finalmente l’agognata indipendenza, ecco che nelle vie abitate dai francesi, nelle ville e villette erano cambiati i cognomi francesi sostituiti da quelli arabi. Per quello, solo per quello tanta morte, torture, sofferenze? Allora aveva preso la via dell’espatrio, a Parigi per l’appunto. E a Parigi si trovava quando esplodeva l’oramai famoso maggio 1968. “Eravamo 10.000 nella Piazza della Bastiglia quando si mossero i carri armati di De Gaulle… Sai quanti siamo rimasti quando i carri armati si sono fermati a pochi metri da noi? Qualche centinaio appena, tutti dileguati gli altri… E allora? Allora non importa. Dove il destino ti mette, là devi lottare, fino in fondo”. Come si chiamava quell’oscuro eroe? Non lo vidi più, ma lo vedo ancora gesticolare nella notte, appoggiato al banco vuoto del piccolo mercatino africano,

E sempre in Rue Mouffetard o forse in Place de Contrescarpe due o tre giorni dopo il golpe in Cile vidi un manifesto che mi lasciò stordito e perplesso, gli Inti Illimani con i loro Chants de proteste au Chili. Poi mi resi conto: la rapidità del golpe li aveva sorpresi durante una tournée in Francia e li aveva trasformati in esiliati e così…

Per altre ragioni dopo la scomparsa di Vieri mi ritrovai a vivere a Parigi e vivere la Parigi dei cosiddetti intellettuali. Sarebbero quasi le comiche non fosse che dietro quel paravento delle soirées, dei cafés, c’era una ferrea, silenziosa, dispotica, uniformante, talvolta piccina volontà omologante. E questa volontà era incarnata nelle figure carismatiche, intensamente egotiche di allora (e forse andando indietro nel tempo, agli albori ci poteva stare un Breton, ci stava senz’altro un Picasso e, bien sûr, Sartre): Lacan, Foucault, Althusser, Roland Barthes col condimento di Philippe Sollers, allora il giovane che col gruppo di “Tel Quel” animava e non poco la Rive Gauche.  

 

Un altro Mostro Sacro era l’antropologo Levi-Strauss, scomparso pochi anni fa; ma non lo mettiamo nel mazzo semplicemente perché era diverso: non tendeva come gli altri a  fare, come aveva fatto Sartre, l’apripista, il caposcuola indiscusso, carismatico. Levi-Strauss non mescolava pensieri nebulosi col caleidoscopio Marx-Freud, non declinava marxismo, psicanalisi e maoismo, non coniava alla Barthes titoli ad effetto come il piacere del testo o Il grado zero della scrittura.

Un promettente giovane antropologo, Lucien Sebag, indotto a declinare anche lui, nell’unico libro pubblicato, Marxismo e strutturalismo, autore di due pregevoli studi sugli indiani Pueblo e sugli Ayorè del Chaco settentrionale, si era tolto la vita nel 1965, poco dopo la pubblicazione del suo libro con la dedica: “a Judith. Questo libro che mi aveva accompagnato in tutti gli anni Settanta mi è stato recapitato giorni fa in alcune casse lasciate da mia sorella alla vigilia d’una mia partenza per il Nicaragua. Grazie a internet, digitando il suo nome e facendo click, ho potuto sapere tutto di lui in pochi minuti. Judith era la figlia preferita di Lacan, della quale Sebag si era innamorato. E oggi Judith è la suprema sacerdotessa della scuola psicoanalitica che fa capo a Lacan. Sebag era in analisi dal Maestro il quale, come spesso accade da Freud in su, voleva anche possederlo fisicamente. In questo stressante interludio, dopo un primo tentativo in cui, sparandosi, si era soltanto ferito alla testa, nella stessa nottata riuscì a portare a compimento il suo proposito. La vita del Lacan psicoanalista pare fosse costellata di questi suicidi che oggi possiamo tranquillamente definire indotti. Ma la maledizione, se così si può chiamare, di quella psicanalisi (della psicanalisi tout court) continua, senza suicidi si spera, con la Gran Sacerdotessa Judith: di padre in figlia, insomma.

Oltre i nomi ricordati vi erano le galassie in certo modo minori dei collettivi, come erano chiamati allora, legati alle grandi case editrici e alla relativa rivista. “Change”, diretta dal ben più simpatico, umano, democratico Jean Pierre Faye... Situazioni ben lontane da “Tel quel” e, ancor più, da quei tormentati e tormentosi mostri sacri. Mostri sì, magari; ma sacri per chi? Certo per tutta una folla adorante di epigoni, oggi  dissolta.





Danielle Collobert (1940-1978)


Danielle Collobert faceva parte della redazione di “Change”. Era bella e molto tormentata… Faye aveva saputo accogliere e raccogliere attorno a sé un gruppo vario, eterogeneo di giovani, magari torturati come Danielle ma senza la spocchia terribile di quelli di “Tel Quel”. Lei vestiva un po’ all’esistenzialista, jeans e giubbotto di pelle. Nulla sapevo e nulla mi disse delle sue trascorse esperienze, dei viaggi innumerevoli, del suo impegno durante la guerra in Algeria. Avevo letto qualcosa, Il donc, nella collezione di “Change”: un testo difficile, bello e ossessivo... Io stesso vivevo allora una vita estremamente difficile, senza baricentro alcuno: né avevo la sufficiente calma per affrontare prove che mettevano o potevano mettere a repentaglio un assai precario esistere. Ricordo una serata con lei in un bistrot in St. Germain, mi confessava il suo disagio per un educazione ‘comunista’ (i suoi erano stati attivi nella Resistenza) affine alla rigidità di un’educazione cattolica. Questo mi rivenne alla memoria tre anni dopo, quando seppi che si era suicidata il giorno del suo trentottesimo compleanno… La credevo cancellata nell’oblio e invece scopro, grazie ad internet, che è diventata una venerata poetessa cult.

Un amico un po’ sui generis, napoletano, animava certe serate sulla Rive Gauche. Devo infatti a lui l’introduzione nel milieu letterario. In una di queste serate dal titolo altisonante: La critique italienne face à “Tel Quel”,  nel pomeriggio mi annuncia che, preso da un appuntamento galante, si sarebbe assentato e che dovevo prendere il suo posto. Ma la critique italienne,  domando io, ci sarà? L’amico me ne dà assicurazione e subito si dilegua. Lo scontro-incontro si sarebbe svolto nei locali di una libreria che era un revival della mitica Shakespeare and Company. Il pubblico era quello delle grandi occasioni, fatto quasi di tutti giovani. I critici italiani, pochi, si erano mimetizzati tra la folla: restavo io, allora come ora, sconosciuto e finalmente, di fronte a me, Sollers e gli altri, vestiti con giubbotti o lunghi impermeabili chiari, prendono posto. Ne avevo passate tante coi medici dell’ospedale dove era stato ricoverato mio figlio che affrontare quei nomi sacri non mi incuteva nessun timore. E quindi tutto filò via liscio. Poi ci fu l’invito dell’addetto culturale dell’Ambasciata d’Italia e lì riconobbi gli italiani che non avevano proferito parola. Splendida accoglienza, splendida casa, splendidi vini, splendidi vassoi d’ogni ben di dio.

Poi, sul finire, ecco un altro imprevisto: uno del gruppo, ubriaco, comincia a vomitare sui tappeti lamentando il suo amore per il Capo. Al che, Sollers, con un cenno, raduna i suoi e si eclissa insieme a loro alla chetichella. Restiamo io, il gentilissimo anfitrione con la moglie e il malcapitato ubriaco. Decidiamo di portarlo a un taxi, ma niente da fare: appena il taxista si rendeva conto delle condizioni del cliente se ne andava infuriato. Una scenetta comica due italiani che si preoccupavano di un francese ubriaco, tra l’altro membro (scaricato) del collettivo di “Tel Quel”, e nessun francese all’orizzonte. Per farla breve, io sul sedile di dietro della Porsche dell’ottimo dottor Caruso placcavo l’esagitato seduto sul sedile anteriore mentre l’amico anfitrione guidava. Tanto per concludere, dovetti passare la notte sul divano, supplicato dalla moglie, mentre ogni tanto l’esagitato si alzava e veniva verso di me mormorando frasi sconnesse, tipo che gli insidiavo la moglie. La mattina dopo, col tizio ridiventato impeccabile, prendemmo il caffè e poi, insieme, il metrò.

 

Jacques Bertoin, poi editore di Lieu Commun, una casa editrice che negli anni Ottanta osò infrangere l’egemonia commerciale e l’egemonia, ferrea anch’essa, dei super intellettuali, precoce scrittore poco più che ventenne aveva presentato un inedito, Steeple chOSe, a Marcelin Pleynet, braccio destro di Capitan Uncino Sollers. Aveva Pleynet una bella barba e due occhietti furbi furbi. Ecco cosa rispose dopo avere visionato il manoscritto: “… Mi sembra che il lavoro sulla lingua non risponda come dovrebbe dell’elaborazione formale – ovvero che dall’unità minimale all’insieme un enorme lavoro, ci sembra, rimanga da fare, un lavoro che liquidi resti di scrittura vecchia la cui fiction contrasta il carattere avanzato dello sviluppo formale della vostra scrittura”.

Una decina di giorni dopo, così la conclusione della lettera di risposta di Bertoin: “Non è che il mio progetto sia incappato su delle aderenze di linguaggio ma siete voi che vi siete rifiutato di considerare che possa magari essere diverso dal vostro… Speravo in un incontro…Ora so, invece, che voi state dietro il vostro stand e che non vendete i miei prodotti. Copritevi, l’inverno si avvicina!

Roland Barthes lo incontrai perché il mio amico napoletano mi ci portò. L’amico non era proprio una cima come linguista, ma ci sapeva fare diabolicamente bene coi mostri sacri. Parlava un francese impeccabile ed aveva il dono di riprodurre la sintassi e il lessico di qualsivoglia mostro sacro. Interloquiva sapientemente con Barthes, intessendo una sintassi di frasi ellittiche mentre Barthes annuiva e lo seguiva. Ero allibito. Fossero state reciproche improvvisazioni musicali, ma dialogavano di nulla e sul nulla. Ad un certo punto persi la pazienza e interruppi quel duetto dicendo semplicemente che, in quanto italiano, soffrivo di determinati condizionamenti: la lingua ufficiale, la lingua parlata, il dialetto…Non l’avessi mai fatto: il Maestro si irrigidì e poi fu preso da collera incontrollabile e disse che a lui interessava solo la lingua di sua madre e delle sue zie e che dovevo andarmene immediatamente, che non voleva vedermi più. Povero Barthes! Conservo ancora l’edizione del suo Il grado zero della scrittura, e a distanza di tanti anni ho provato a rileggerlo: uno zero assoluto. Ma di un mostro sacro.





Philippe Sollers


Torniamo a Pleynet e Sollers visti di recente in brevi filmati di You Tube. Gli occhietti furbi di Marcelin ora ottantenne sono diventati quasi buoni, come si preparasse da bravo nonnetto alla possibile dipartita e forse forse cercando di riparare, pentito, ai torti fatti e soprattutto alla presunzione egotica che sempre lo ha accompagnato. E Sollers? Beh geniale come tutti i grandi trasformisti: ostentando la solita, suprema sicurezza del dire illustrava qualcosa del suo ennesimo libro (trentesimo? Quarantesimo?) ambientato a Venezia, una fiction su Stendhal, un flusso ininterrotto di frasi esposte con la sua solita, brillante sicumera. Ma gli occhi erano come spenti, senza luce alcuna. Ma come, sul finire  di un’esistenza che ha attraversato funambolicamente quasi sessantanni di vita parigina, dopo tutte le giravolte anche rivoluzionarie, o soprattutto rivoluzionarie, sperimentali all’ennesima potenza, lui che aveva inneggiato alla trinità Marx-Freud-Mao. Stendhal oggi? Come se l’astro incomparabile di un Mallarmé l’avesse appena sfiorato, o meglio come se la via ineluttabilmente indicata dal grandissimo profeta della modernità si fosse irrimediabilmente persa nei meandri di queste menti certamente brillanti e certamente… confuse? confondenti? fine a se stesse? Sollers, divorato da una grossa ambizione, oramai lievemente ottenebrato funambolo, si appresta all’ultimo giro di pista nel favoloso circo Rive Gauche…

  

Una riprova di questo ferreo esclusivismo dei mostri (sacri), che tutto sommato è a far data da Breton, è fornita dalle vicende di tanti stranieri attirati dal fascino e dal mito di Parigi vissuti quasi sempre estranei al ristretto e in certo modo provinciale milieu della capitale. Gli esempi potrebbero essere infiniti, da Paul Celan al suo conterraneo Gherasim Luca che i giovani da un decennio a questa parte stanno scoprendo, morti entrambi suicidi nella Senna. Loro come tanti stranieri ed estraniati, superbamente soli. Tutti, dal mitico Marquez al grande poeta nicaraguense Carlos Martinez Rivas – se ne potrebbe fare un elenco infinito – hanno subito l’attrazione di questa caput mundi. L’unico, veramente ospitale – lo affermo da testimone oculare – è stato Jean Pierre Faye con la sua rivista “Change”. Gli altri parigini Doc sembravano troppo presi dalla propaganda per se stessi, imperatori e dittatori di una capitale degli scrittori e dei poeti del mondo tutto... Il tempo a poco a poco sa rendere giustizia. Gli italiani, quelli che contavano allora, da Calvino a Eco, a Parigi erano di casa. Lo stesso Gruppo ’63 sembrava, per certi versi, una diretta emanazione di quei cenacoli esclusivi e radical-chic.

Certo dopo la guerra venivano a galla malesseri, orrori e questi continuavano a mietere vittime. Danielle Collobert,  Lucien Sebag per esempio? Forse sì. E Sartre? Non fu lui, dopo Breton, ad imporre un mito ferreo e in certo modo assoluto, ma di che cosa? Dell’intellettuale-scrittore-filosofo-teorico? Certo, complice il Partito di cui Sartre in certo modo si serviva (e serviva), molte falene erano attratte. Un Partito unico depositario della Verità assoluta o quasi. Con Sartre si inaugurava l’era dei Mostri Sacri. Sartre segnò un epoca, era il maître à penser di una certa intellighenzia. Di certo il cambogiano che era a Parigi, che grazie all’influenza di Sarte si iscrisse al PCF e che subì il fascino e i dettati del Maestro, quel cambogiano divenuto poi famoso nel mondo con l’acronimo Pol Pot, forse da Politique Potentiel, di certo dicevo non si deve a Sartre quel massimalismo che lo indusse al terribile genocidio del suo popolo: ma qualche piccolo dubbio resta.   

Quel massimalismo che dominava dentro la sinistra pretese di cavalcare la meteora che fu il ’68 e, termine un anno, in Italia la sinistra agevolò l’opera di snaturamento di quell’accadimento misterioso, pacifico e intensamente poetico che aveva toccato i cuori giovani del mondo.

Eliane Bourget: era concièrge  in uno stabile in Rue Notre Dame des Champs dove alloggiai per un periodo. A pochi passi da dove aveva abitato Hemingway. Una via lunga e tranquilla che attraversava Rue Vavin e sfociava nei pressi della Closerie des Lilas, altro luogo mitico. Carlo Muscetta dimorava poco distante, sul viale che dava sui giardini del Luxebourg dove lo andavo a trovare spesso la sera… E la portinaia  assai gentile, Eliane? Scriveva poesie su Parigi, utilizzando un po’ di sapiente argot. Alcune di queste erano musicate dal marito, povero chansonnier in qualche bistrot di infimo ordine. Di quel periodo accanto a qualche copia di “Tel Quel”, di “Change” (cui collaboravo), di qualche libro mi sono rimasti di Eliane Bourget due plaquettes: En plein air dans Paris e Fleurs inutiles. Non me ne sono mai separato. Certo tentai timidamente, fra quei superletterati d’avanguardia, di vedere se potevo in qualche modo introdurla: mission impossibile. Oggi, a distanza di quasi quarant’anni, queste rime semplici, certe conclusioni naives, ancora mi parlano e mi ‘dicono’ tanto, come Saint-Germain-Des-Près. Una chiesa illustre in quanto ha dato il nome al famoso Boulevard, famoso per gli esistenzialisti, ma una chiesa semplice e piccola. Nessuno che si sia sentito in dovere di spiegare, ad esempio, perché si chiami Saint Germain dei Prati. Nessuno tranne questa poetessa-portinaia: De la vaste et claire prairie / Qu’était le bon vieux Saint-Germain… Era la piccola chiesa di un villaggio alle porte della città: Saint-Germain-des-Prés est bien triste / Car on vient de le proclamer / – Oh l’affreuse publicitè! – Quartier existentialiste!... La poesia è del 1950, quando Juliette Greco lanciava la moda.





Claude Lévi-Strauss (1908-2009)


Qualche anno fa se n’è andato Levi-Strauss,  personaggio che aveva dominato la scena parigina, ma immune dal narcisismo ossessivo dei vari Lacan, Barthes e compagnia bella. Nell’ultima intervista concessa, sulle soglie della scomparsa, l’intervistatrice chiedeva all’antropologo illustre, autore del grande classico Tristi tropici (una rievocazione della sua esperienza d’anteguerra presso una popolazione primitiva in Brasile), che cosa pensasse del mondo attuale…. “Vede,” rispondeva io sono nato e mi sono formato in un mondo che contava un miliardo e seicento milioni di abitanti. Oggi ci avviciniamo alla soglia dei dieci miliardi… non capisco più niente”. Una dichiarazione di resa incondizionata da parte di un intellettuale sincero, onestissimo a differenza dei suoi colleghi Mostri Sacri, il fondatore dell’antropologia strutturale, il quale aveva trascorso tutta la sua lunga vita (e qui valgano alcuni suoi titoli: Le strutture elementari della parentela, Il pensiero selvaggio, Mitologiche – ben quattro volumi , Razza e storia, L’origine delle buone maniere a tavola) a indagare sull’uomo. Tutta una vita  a comparare civiltà primitive ed evolute, a cercare di trovare nessi e raccordi, dall’oriente all’occidente. Una grande mente non ottenebrata che alla fine si arrendeva: Non capisco più niente

Jacques Bertoin, già ricordato a proposito di quelli di “Tel Quel”, dal 1974 ai primi anni ottanta diresse la mitica libreria La Hune  a St. Germain, situata tra i due caffè letterari Aux deux magots e Flore. Una piccola rivincita sulla spocchia dei vari Pleynet… Su quella tolda, La Hune appunto, li fece sfilare tutti (o quasi), Levi-Strauss compreso, in occasione via via dell’uscita di un loro libro. Un grande giro di giostra. Un giorno, ricordo, mentre ero assorto davanti alla vetrina della libreria contemplando i titoli, mi si affiancò un ometto altrettanto assorto, con uno sguardo penetrante, che emanava intensa energia. Ci volgemmo a guardarci un attimo: era Mitterand, non ancora divenuto Presidente.

Bertoin, l’amico della vita, viaggiatore instancabile, cooperante in Africa, nel Cile di Allende, poi editore di successo con Lieu Commun (dopo La Hune), scrittore e giornalista, responsabile d’ambasciata della diffusione del libro a Rabat in Marocco e poi a Vancouver attraversava lieve e impareggiabile il mondo. Due mesi dopo la sua ultima visita per quello che in realtà sarebbe stato il suo commiato definitivo da me e dalla Toscana etrusca (che egli amava oltre ogni dire), mi ritrovavo a Parigi perché un attacco di cuore improvvisamente se l’era portato via… Percorrevo a piedi dalla Gare de Lyon e i luoghi noti fino al cimitero di Montparnasse, sua ultima dimora. Finita la cerimonia funebre, ridiscendevo sempre nei tragitti impareggiabili: Rue Vavin, il Luxenbourg, Boulevard St. Michel, L’Ile de la Citè con Notre Dame. E lì un tramonto di indicibile bellezza…

 

Sul Lungosenna, nel giorno in cui la lievità, la grazia, la generosità di Jacques  aleggiavano sopra Parigi mentre le sue spoglie erano state rese alla terra (ac pulvis rediebis), coppie di giovani estatici suggellavano il fatto che quella vita misteriosamente imprendibile, indicibilmente bella, in quello stesso hic et nunc, quella vita continuava, misteriosa e come sempre assoluta.

 




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