LETTERATURE MONDO
JORIS-KARL HUYSMANS
L’apparente libertà
e vera solitudine
del dandy-travet

      
“Nella corrente” (1882), storia quasi crudele del depresso impiegato quarantenne Jean Folantin, è un libro interessante, anche perché segna il passaggio dello scrittore francese dal naturalismo dei romanzi “Marta” (1876) e “Le sorelle Vatard” (1879) alla sperimentazione simbolista che culmina in “Controcorrente” (1884) e “L’abisso” (1891), che sono tra i modelli letterari del decadentismo europeo. Tra l’altro nello ‘spleen’ dell’avvilito protagonista possiamo quasi leggere i prodromi dell’esistenzialismo sartriano.
      




   

di Stefano Lanuzza                

 

                     

 

 

 

È l’anamorfico specchio d’uno stato d’animo oppresso dal disagio la Parigi deturpata e priva d’attrattive descritta da Joris-Karl Huysmans (1848-1907) in Nella corrente (1882), storia d’un travet, flâneur e dandy mancato che segna il passaggio dell’autore dal naturalismo dei romanzi Marta (1876) e Le sorelle Vatard (1879) alla sperimentazione simbolista culminata in Controcorrente (1884) e L’abisso (1891), tra i modelli letterari del decadentismo europeo. [Stampata a Bruxelles dall’editore Kistemaeckers, è dell’inizio del 1882 la prima edizione di À vau-l’eau, titolo qui tradotto Nella corrente a denotare certa corrispondenza contrappuntistica col più noto Controcorrente. Fra le poche testimonianze riservate a Nella corrente all’epoca della sua prima uscita, si ricorda una recensione di Guy de Maupassant pubblicata da “Le Gaulois” il 9 marzo 1882. Sono invece numerosi, a partire dalla fine dell’Ottocento, gli studi su Huysmans: firmati, tra gli altri, da L. Bloy, P. Valéry, A. Breton, F. Livi, J. P. Richard, L. Descaves, R. Fortassier, M. Fumaroli, P. Waldner, D. Mortier, D. Millet, P. Jourde, J. Borie. Particolarmente utile per la conoscenza della vicenda umana e letteraria di Huysmans è il fascicolo monografico dedicatogli dai “Cahier de la Tour Saint-Jacques”, maggio-giugno 1959].

 

È scialba, intristita quanto l’eroe in sedicesimo della narrazione – il depresso Jean Folantin, adombrante l’impiegato al Ministero degli Interni Huysmans, la Parigi che dal 1853 al 1869 viene stravolta nel suo antico assetto a causa della ristrutturazione attuata, in nome d’una rinnovata funzionalità metropolitana, dall’urbanista Hausmann (quasi un omonimo del romanziere) su incarico di Napoleone III.

La costruzione dei boulevard, dei madornali casermoni destinati ad abitazioni civili, delle moderne stazioni ferroviarie, degli immani padiglioni dell’Esposizione Universale del 1855, dei Grandi Magazzini rigurgitanti di merci e presi d’assalto dai nuovi consumisti mutano definitivamente la fisionomia della città: che infine appare ‘americanizzata’ e non tanto dissimile – osserva Huysmans – da una “bieca Chicago”.

Insomma, è pressoché finito il tempo della dilettevole Parigi postrivoluzionaria e letteraria, quella dei Passages tra cui il mitico Passage Choiseul dal 40 di rue Petits Champs al 23 di rue St. Augustin, dei cinematografi Panorama frequentati da Chateaubriand, del Palais Royal fatto palcoscenico della balzachiana commedia umana intorno alle “illusioni perdute”…

 

Estraniatosi dalla città che va mutando volto, Folantin, quarantenne calvo e precocemente invecchiato, vestito fuori moda e claudicante a causa d’un infortunio occorsogli nell’infanzia, trascina una monotona esistenza tra il modesto appartamento di scapolo e l’umile impiego burocratico: vagabondando nel tempo libero per vecchie stradine, recandosi periodicamente ai bagni pubblici e sempre tornando a rintanarsi nel proprio quartiere di residenza sito nel VI arrondissement sovrastato dalla chiesa di Saint-Sulpice. Per lui, ogni studiato percorso nei vetusti quartieri popolari parigini si perde in un reticolo di vicoli e nel gurgite di kafkiane ‘tane’-trappola.

Perennemente afflitto dal pensiero d’organizzarsi i pasti quotidiani e alla ricerca di qualche buon ristorante non troppo costoso, Folantin soffre dell’ipocondria e dei medesimi disturbi psicosomatici e alimentari – dispepsia, anoressia – di Huysmans, assiduo frequentatore, talora disappetente e più spesso disgustato, delle trattorie poste nella rue Saint-André-des-Arts.

Al pari di Folantin, cui attribuisce le proprie abitudini di flâneur, di collezionista un po’ feticistico del bric-à-brac e frequentatore delle bottegucce antiquariali, dei robivecchi e delle bancarelle di libri usati disposte sui Lungosenna, Huysmans proietta nel cibo un dandistico sentimento di impurità, disfacimento, putrefazione. Il suo riottoso desiderio d’innocenza è l’altra faccia d’una esasperazione psichica invincibile. La sua misantropia e il suo desiderio di solitudine sono tradotti in condanna della modernità e in un disgusto del mondo che precedono l’interesse per l’occultismo e il successivo raccoglimento mistico, quale monaco trappista, nel convento benedettino di Ligugé (intensa testimonianza della sua conversione è il romanzo In cammino del 1895, caratterizzato da uno stile barocco fuso con le asprezze del realismo naturalistico).





Joris-Karl Huysmans


L’ambiente in decadenza riverbera in Folantin una coazione solipsistica sconsolata e senza riscatto. Gli scambi con gli altri? Sono puramente fortuiti, formali oppure segnati dall’indifferenza, dalla malafede, dall’estraneità, da deprimenti conflitti, da un mortale sentimento d’offesa (si veda l’episodio del diverbio nel quale Folantin viene umiliato dal suo capufficio) e dalla frustrazione (il fallimentare incontro con la prostituta al termine del racconto).

Desolata, mortificante e senza prospettive di riscatto risulta l’autoemarginazione di Folantin, che trascorre i suoi giorni abbandonato ai flussi venefici d’una ora erratica e ora claustrofobica autoreferenzialità. 

Pur cosciente che il proprio stato non sia dissimile da quello di tanti non integrati, egli vuole restare fuori di qualsivoglia contesto e lontano anche dai propri simili: mai a proprio agio nel sistema, egli è una monade che in quanto tale non può vivere se non gravitando nello spazio d’una irrisolta solitudine da dandy irrealizzato.

Così, quando rivede casualmente il compagno di trattoria Martinet conosciuto tempo prima, trascorso un moto iniziale di confidenza, Folantin si scontra ben presto col banale modo di vivere e i gusti volgari dell’interlocutore. Perciò, temendo d’esserne invischiato e inasprire la propria già scadente situazione, abbandona i vaghi propositi di rinnovare le amicizie o farne di nuove e si congeda con modi quasi bruschi.

Riguadagnato lo sterile eremo interiore dove addestra il proprio difficile individualismo, verifica come i rapporti umani, inevitabile causa di dipendenza, possano opprimere ogni volta la libertà personale. Godersi questa libertà – pensa, talora grettamente – è anche poter disporre d’un letto tutto per sé: e potersi stendere tra le lenzuola senza preoccuparsi d’avere accanto un donna da soddisfare anche quando si vorrebbe solo dormire.

 

Folantin, uno che crede nella bellezza ma è consapevole di non poterla attingere, non appare mai quel che s’intende un vero dandy capace di salvarsi al riparo del proprio edonismo psicologico. Perciò, in preda a continue contraddizioni, non fa che compiangersi per la sua cronica indisponibilità di denaro e per una ventura celibataria che – riflette accorato e come arreso – lo priva d’una moglie, di figli, delle dopotutto sopportabili preoccupazioni familiari.

Antinomico ideale è la dandistica vita solitaria per chi, pure pensando di poterne godere, allo stesso tempo ne scevera e deplora certe aride gradazioni…

Un modo per subire ulteriormente le conseguenze dei suoi spossati dissidi è quello per il quale Folantin non riesce, alfine, a evitare, una sera, d’accompagnarsi alla prostituta che, dopo avergli scroccato la cena, lo conduce in uno squallido appartamento intrattenendolo nel più frustrante rapporto mercenario. Ha ragione Schopenhauer – pensa. Non c’è modo di sfuggire al fato e non ha senso ricorrere alla volontà, spesso causa di danno, opponendosi a quella sconfitta che è la vita.

Non gli resta, così, che abbandonarsi: andare alla deriva e nella corrente. Dopotutto, è quanto gli riesce meglio ogni volta che il reale gli rivela l’impossibilità d’ogni speranza o scampo.





Piccolo protagonista d’una vicenda scevra di veri eventi (raccontata da Huysmans senza la minima finzione di stile e tuttavia in una lingua compatta e penetrante), Folantin non ha la malizia gaglioffa e paradossalmente salvifica dei “vieux garçons”, gli “scapoli” (Les célibataires , 1934) dell’omonimo romanzo di Henry de Montherlant (1896-1972); né la tagliente capacità critica del Roquentin protagonista della prima opera narrativa di Jean-Paul Sartre (1905-1980), La nausea (1938): di cui Nella corrente assurgerebbe a ideale antefatto. Inoltre, l’intermittente anelito dell’avvilito Folantin a quelli che il personaggio femminile Anny della Nausea chiama “momenti perfetti” s’esaurisce ai tavoli di pessime trattorie, ove ogni pasto replica frustrazioni alimentari sempre uguali.

Nondimeno, proprio dal misero e mite Folantin oppresso da uno spleen che soffoca il respiro (“Nella sua malinconia, è di una crudeltà orribile” scrive in proposito Zola a Huysmans in una lettera del 17 gennaio 1882) vediamo emergere i prodromi dell’esistenzialismo sartriano: che, nell’individuo solitario e isolato, nel dandy ridotto a inerme travet, sperimenta l’angoscia produttrice d’una forse possibile rivolta contro lo stato di cose.

 

Delineando il carattere del Des Esseintes di Controcorrente in una prefazione redatta vent’anni dopo la stampa di questo romanzo irritante per molti, ma caro ai dandies e ai postmoderni, Huysmans ricorda d’avere immaginato un Folantin ‘altro’: non mediocre ma  raffinato, colto e, certo, ben più ricco; che, da vero dandy, ravvisa nei piaceri della ‘vita estetica’ la migliore alternativa ai disagi della quotidianità, della massificazione imperante e dei “costumi americani”.

Allora il più noto e impegnativo Controcorrente finisce per apparire una ripresa ‘rovesciata’ di Nella corrente: senza il modesto Folantin non ci sarebbe il suo fraterno e fastoso ‘doppio’ Des Esseintes, dunque…

Il protagonista di Nella corrente (un uomo inerme che per Rousseau, fenomenologo del solipsismo, è l’uomo isolato) soggiace al proprio destino non potendo metamorfosare nell’‘artefatto’ (‘fatto ad arte’) dandy che scampa al sistema rifugiandosi nelle squisitezze d’una vita tutta ‘mentale’: in un luogo di libertà che, per Folantin, è, invece, quello della più angustiata solitudine.     

                                                                                                                                    

 

 




Scarica in formato pdf  


   
Sommario
Letterature Mondo

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006