FILOSOFIE DEL PRESENTE
SCRITTURA-MANIFESTO
E MODERNITÀ – 2
Quell’‘impossibile’ oggetto
del desiderio


      
A partire dal libro di Maurizio Ferraris sul “nuovo realismo” si è innescato nel panorama filosofico italiano un vivace dibattito in cui sono intervenuti, tra gli altri, due autorevoli figure come Gianni Vattimo ed Emanuele Severino. Con il teorico del ‘pensiero debole’ che rimprovera l’esegeta dell’eternismo parmenideo di prendere eccessivamente sul serio i ‘nuovi realisti’ e il secondo pronto a replicare che Gentile col ‘suo idealismo estremo e soggettivistico’ era assai più radicale dei pensatori postmoderni. A margine si colloca uno scrittore arguto come Walter Siti che discetta sul realismo dell’anti-abitudine, come uno squarcio negli stereotipi della mente.
      



      


di Stefano Docimo

 

 

(Parte seconda)

 

I

 

 

Night! Night!

 

 

Infinite sono le interpretazioni possibili del Finnegans Wake, ma neppure il più selvaggio dei decostruzionisti può dire che esso racconta la storia di una contessa russa che si uccide

gettandosi sotto il treno.

(U. Eco, Di un realismo negativo)

 

 

Se esiste solo il presente, allora l’Olocausto non ha mai avuto luogo.

Credo che questo sia l’argomento più forte che si possa addurre

a favore del realismo rispetto al passato. Si potrebbe riprodurre questo ragionamento

a proposito della percezione: se la percezione

non conta e contano solo gli schemi concettuali, allora ogni evidenza può essere negata.

(M. Ferraris, Esistere è resistere)

 

In questo senso il reale ha sempre la natura del trauma,

ovvero quella di una contingenza imprevedibile che rompe

l’argine rassicurante e il sonno routinario della realtà e

che espone il soggetto a una imprevedibilità anarchica.

Il reale interrompe traumaticamente la necessità della realtà.

(M. Recalcati, Il sonno della realtà e il trauma del reale)





Alessandra Spranzi, Nello stesso momento, 2012, carta fotografica su alluminio


Le citazioni poste in esergo rimandano a Bentornata realtà. Il nuovo realismo in discussione[1], un testo che si avvale dei contributi di Akeel Bilgrami, Mario De Caro, Michele Di Francesco, Umberto Eco, Maurizio Ferraris, Diego Marconi, Hilary Putnam, Massimo Recalcati, Carol Rovane, John Searle; un testo coevo al Manifesto del nuovo realismo di Maurizio Ferraris[2], anche se quest'ultimo lo precede di otto mesi, almeno nella fase di stampa. La mossa filosofica è stata accompagnata da interventi e polemiche dello stesso Ferraris[3], tra cui vale la pena di soffermarsi. Ad esempio, sul dibattito innestato da Emanuele Severino Il senso del Nuovo Realismo[4], a cui Gianni Vattimo rimprovera, in una lettera al direttore, sempre a proposito dei «nuovi» realisti, di far loro "l'immeritata gentilezza di prenderli sul serio"[5]. Per giunta, da questi ricambiato "facendo dire al povero Kant che i fenomeni, per essere tali, devono aver dietro delle «cose in sé» (ogni fenomeno la sua cosa; multe, colapasta, sciacquoni, ecc.); e siccome questo è impossibile (lo era soprattutto per Kant, che non avrebbe mai parlato di cose in sé al plurale), multe, colapasta e sciacquoni non sono fenomeni, ma essi stessi cose in sé".[6] L'impudenza di Severino sarebbe dunque quella di accettare il dialogo con "simili interlocutori", di prenderli, appunto, sul serio, con argomentazioni eterne, dal momento che "le sue ragioni sono sempre le stesse (del resto lui non se ne preoccupa: «Ogni cosa è un essere eterno», dunque anche il suo discorso sull'incontrovertibile)".[7] Severino, nell'intervento citato, a proposito del «nuovo realismo», si richiama a ciò che "fa diventar reale la dominazione del mondo da parte della tecnica ‒ destinata a questo dominio nonostante altre candidature, ad esempio quella capitalistica, politica, religiosa, e anche se la tecno-scienza (ma non solo essa) non è ancora in grado di prestare autenticamente ascolto alla filosofia"; a quel nucleo essenziale del pensiero filosofico del nostro tempo, attorno al quale insiste il silenzio della cultura.[8] Ed è proprio quel nucleo a cui si richiama Severino a mettere in luce che "ogni Limite assoluto all'agire dell'uomo, cioè ogni Essere e ogni Verità immutabile della tradizione metafisica, è impossibile; e dicendo questo non solo autorizza la tecnica a oltrepassare ogni Limite, ma con tale autorizzazione le conferisce la reale capacità di superarlo. Non si salta un fosso se non si sa di esserne capaci, e quel nucleo dice alla tecnica che essa ne è capace".[9] Il silenzio, invece, sarebbe calato su Giovanni Gentile "la cui radicalità è ben superiore a quella di altre pur rilevanti figure filosofiche, di cui tuttavia continuamente si parla", e proprio tale silenzio costituirebbe, secondo Severino "un elemento frenante, «reazionario», rispetto alla progressiva emancipazione planetaria della tecno-scienza". Il riferimento, insieme all'appunto rimarchevole sull'assenza del nome di Gentile, che "ben prima di Heidegger, e con maggior nitore... aveva già mostrato (rendendo radicale l'idealismo hegeliano)" l'insostenibilità «della concezione metafisica della verità» è infatti al libro di Vattimo intitolato, guarda caso, Della realtà. Fini della filosofia: "In sostanza ‒ egli argomentava ‒ per sapere se l'intelletto corrisponda alla cosa, intesa come «esterna» alla rappresentazione che l'intelletto ne ha, è necessario che il pensiero confronti la rappresentazione dell'intelletto con la cosa, la quale, quindi, in quanto in tale confronto viene ad essere conosciuta, non è «esterna» al pensiero, ma gli è «interna»."[10] Risponde Vattimo: "Come i suoi maestri neoscolastici dell'Università cattolica, Severino riconduce tutto a Gentile e al suo idealismo estremo e soggettivistico. Sono loro che gli hanno insegnato a preferire Gentile a Croce: più facilmente riducibile ad absurdum... Se questo è l'esito del pensiero moderno, è chiaro che bisogna tornare agli antichi, e agli eterni: Parmenide, alla faccia di ogni esperienza vissuta di storicità, libertà, cambiamento."[11] E se Vattimo viene accusato da Severino di prendere troppo "alla lettera" un appunto di Nietzsche "in cui si annota ‒ probabilmente per studiarne il senso ‒ che «non ci sono fatti, ma solo interpretazioni» e che «anche questa è un'interpretazione», ossia una prospettiva che si forma storicamente e che quindi è revocabile, sostituibile"[12], la risposta, anche in questo caso, non si fa attendere: "Se io, con Nietzsche (e Gadamer e Heidegger; ma anche Marx critico dell'ideologia), dico che non ci sono fatti ma solo interpretazioni, e anche questo è un'interpretazione, Severino sostiene che anch'io (e i sunnominati) pretendo di fare un'affermazione metafisica e incontrovertibile. E perché? Lo dico, qui, ora, leggendo cosí la mia condizione ed eredità storica. La leggo cosí e non altrimenti. Ah, ecco, il principio di non contraddizione da cui dovrebbe discendere la verità incontrovertibile dell'eternismo severiniano. Che poi questo vada a braccetto con il «realismo» dei banalizzatori di Kant con cui egli dialoga può solo far da tema a un racconto patafisico. Oltre alla confutazione del pensiero moderno identificato con Gentile, il discorso di Severino (qui e sempre) si riduce tutto al vecchio argomento antiscettico: se dici che tutto è falso, pretendi che la tua tesi sia vera. Dunque... Ma c'è mai stato uno scettico che si sia «convertito» sulla base di questo giochetto logico-metafisico?"[13]. Ed anche un po' logoro, se vogliamo, se consideriamo la polemica stringente e "severiniana", tutta giocata nelle pieghe del ragionamento vattimiano, condotto nelle pagine di quel suo recente attestato sui fini della filosofia, che sin dall'Introduzione dispiega la propria armata incontrovertibile intorno al tema della "dissoluzione dell'oggettività o della stessa realtà, cominciato con le prime enunciazioni del «pensiero debole» all'inizio degli anni Ottanta (...) a Glasgow invece l'avversario da battere mi sembrava già (e oggi più che mai) il ritorno all'ordine che nella cultura, non solo filosofica, si è fatto sentire in questi ultimi anni ‒ effetto forse dell'11 settembre? della lotta contro il terrorismo internazionale? della crisi finanziaria che sembra si possa vincere solo con un «nuovo realismo»: pagare i debiti, lavorare di più e con salari più bassi, stringere la cinghia? ( ... ) Il risultato non è un volume di divulgazione filosofica per il grande pubblico; ma nemmeno solo documento di un percorso teoretico che si rivolga esclusivamente agli addetti ai lavori o addirittura solo ai biografi ‒ miei o del pensiero debole. Come si vedrà nello svolgimento dei capitoli e nel dispiegarsi dei temi, il significato dell' itinerario che qui si presenta è anch'esso, come il titolo complessivo dell'opera, un paradosso, che potrei riassumere così, riprendendo anche uno dei temi, quello delle virgolette, su cui si sofferma uno dei capitoli di Glasgow: dalla «realtà» alla realtà. In effetti, come ho cercato di chiarire anche con l'aggiunta, in appendice, di alcuni testi scritti nel corso degli stessi anni, il proposito iniziale di prendere congedo dalla realtà «data» ‒ ponendo anzitutto il problema del come del suo darsi ( ... ) in direzione di una consumazione dell'oggettività in quanto effetto del dominio ‒ si è via via concretato in una forma di secondo «realismo», che riconosce le difficoltà di una tale presa di congedo."[14] Ma ecco gli risponde Severino con un'altra controargomentazione: "Se Vattimo, che condivide la critica heideggeriana alla verità come corrispondenza, su questo punto è inconsapevolmente d'accordo con Gentile, invece un filosofo tedesco, Markus Gabriel sostiene ora un «nuovo realismo» (che peraltro condivive con molti altri) al quale forse rinuncerebbe se conoscesse Gentile. Egli non è d'accordo con Heidegger, né quindi con Vattimo, ma è d'accordo con Maurizio Ferraris (non più allievo di Vattimo), che presenta in Italia il libro di Gabriel Il senso dell'esistenza (Carocci, 2012)".[15] Come si vede, per gli appassionati del genere, si profila un dibattito acceso in campo filosofico, che non si limita a questi brevi accenni, tutto da approfondire. Nel libro di Gabriel appena citato, infatti, "vi si sostiene subito un «argomento» che conduce alla tesi seguente", sempre secondo quanto sostiene Severino: «C'è qualcosa che noi non abbiamo prodotto, e proprio questo esprime anche il concetto di verità» (pagina 21). L'«argomento» è che, una volta ammesso che «noi produciamo qualcosa, noi però non produciamo il «fatto» consistente nell'essere produttori di qualcosa — il «fatto» che dunque è indipendente da «noi», Gabriel lascia indeterminato il significato di quel «noi» (sebbene egli interpreti in modo a volte condivisibile l'idealismo tedesco). Ma "l'idealista e quell'idealista rigoroso che è Gentile risponderebbe che, certo, questo o quell'individuo non producono il «fatto» consistente nella produzione umana di qualcosa, e tuttavia questo «fatto» è pensato (anche da Gabriel, sembra) e, in quanto pensato, non può essere, come invece questo libro sostiene, una «realtà indipendente» dal pensiero, ossia da «noi» in quanto pensiero."[16] Ecco, invece, la risposta inusuale in quanto a ritualità, quasi ai limiti della deferenza, di Maurizio Ferraris a Severino: Perché la multa è una cosa in sé:[17] "E adesso veniamo agli eventi, cose come gli uragani o gli incidenti d'auto. Che spesso sono imprevedibili. L'irregolarità, ciò che disattende i nostri dati e attese, è la più chiara dimostrazione del fatto che il mondo è molto più esteso e imprevedibile del nostro pensiero. Come nel caso della sorpresa, che ‒ se non si è pessimisti, e soprattutto se si è fortunati ‒ può anche essere bellissima. Per esempio, non prevedevo che un grande filosofo (che considero non un fenomeno, ma una cosa in sé: una persona con caratteristiche insostituibili e indipendenti dal mio pensiero) come Severino decidesse di intervenire sul realismo con tanta ampiezza e profondità. Lo ringrazio di nuovo, e spero che trovi questa risposta soddisfacente, o almeno tale da aprire un dialogo". Entrando più nel merito della "svolta trascendentale" del pensiero, avviata da Kant e realizzata da Gentile, che Severino rimprovera al nuovo realismo di non tenere in giusto conto, Ferraris rileva come tale svolta ci ponga in uno stato di perenne contraddizione: il risultato è uno "strabismo divergente" che mentre ci pone nella vita di tutti i giorni come dei "realisti ingenui", dall'altro ci costringe a pensare come degli idealisti, per cui "nulla esorbita dal nostro pensiero". In ciò consisterebbe quella deriva postmoderna dell'idealismo gentiliano, che ritiene tutta la realtà come socialmente costruita. In tal senso, Ferraris riconosce che Severino "ha perfettamente ragione nel notare che i postmodernisti non hanno riconosciuto il loro debito nei confronti di Gentile".[18]





Alessandro Cannistrà, Fumo solo, 2010, fumo su tela, cm 80x60


II

 

 

Ontologie invisibili

 

 

Quando dico dunque che ogni visibile è invisibile, che la percezione

è impercezione, che la coscienza ha un “punctum caecum”, che vedere è sempre vedere più di quanto si veda non si deve intenderlo nel senso di una contraddizione Non si deve immaginare che io aggiunga al visibile perfettamente definito come in Sé un non-visibile (che sarebbe solo assenza oggettiva) (cioè presenza oggettiva altrove, in un altrove in sé) Si deve comprendere che è la visibilità stessa

a comportare una non-visibilità Nella misura stessa in cui vedo, io non so quello che vedo (una persona familiare è non definita), e ciò non vuol dire che non ci sia qui niente, ma che il Wesen in questione

è quello di un raggio di mondo tacitamente toccato Il mondo percepito (come la pittura) è l’insieme delle vie del mio corpo, e non una moltitudine di individui spazio-temporali L’invisibile del visibile.

È la sua appartenenza a un raggio di mondo

(Maurice Merleau-Ponty, Il visibile e l'invisibile)

 

 

Costruito come un vero tunnel, per la precisione traforo del Monte Bianco, Il tunnel delle multe di Maurizio Ferraris[19] si avvale della finta neutralità dell'ordine alfabetico delle lettere, dalla A come Autovelox alla Z come Zuhandenheit, finitimo a quell'area setacciata dal Roland Barthes di Miti d'ggi,[20] di cui conserva la sagacia destrutturante del catalogo; sebbene, tra le fonti denunciate dallo stesso autore, raggruppate in tre modi fondamentali: il mito, l'illuminismo, e il catalogo, andrebbe a collocarsi comunque la Bustina di Minerva di Umberto Eco: "Sì, succedeva, la bustina di Minerva era consona alla filosofia, la nottola di Minerva, purché si trasformasse l'appunto in un breve articolo. Eco ha ricordato (ed è un'esperienza comune per chiunque si occupi di filosofia e scriva sui giornali) che contrariamente a quello che molti possono pensare, quegli interventi brevi non sono la ricaduta di libri più ponderosi e pensosi, ma, al contrario, la prima manifestazione di idee, che forse, in seguito, avranno uno sviluppo più esteso, ma che per l'intanto si mettono , come un bonsai".[21] Del mito, dunque, «vecchio come il cucco», Ferraris affida ad Achille Campanile in una nota, la prima battuta:

 

"Stavo pensando ‒ gli disse ‒ al Colosseo. Che roba! Dev'essere vecchio come il cucco". "non credo ‒ replicò il pensatore. ‒ Il cucco deve essere anteriore". "Vediamo, ‒ fece l'altro ‒ le prime notizie del cucco si hanno nel 1200"[22]

 

La procedura seguita comporta l'afflusso vertiginoso di dati e citazioni, richiami alla saggezza popolare e a quella filosofica, aperitivi in vista di abbuffate nella giungla del quotidiano, dove l'essere si annida, anzi si mostra in tutta la sua nudità; talmente visibile che la sua ontologia resta del tutto fuori portata, invisibile. Ciò che Umberto Eco, più volte riesumato in tali Quisquilie e quiddità, ha chiamato, con una sorprendente metafora narrativa la Vertigine della lista[23], che con Archi, 2 Flauti, 2 Oboi, 2 Fagotti e 2 Corni in re, ne introduce l'Aria mozartiana. L'Allegro ferrarisiano si aggira invece tra Oggetti consuntibili, dove "Con questo neologismo potremmo designare quei tipi di oggetti, oggi sempre più rari, destinati alla consunzione, e che la prevedono: al termine del processo, sono «vissuti». Ad esempio, le cartelle di cuoio erano fatte per invecchiare, diversamente dagli zaini di plastica, che si buttano via dopo relativamente poco tempo perché la plastica non regge all'usura con eleganza"[24]; Oggetti contraffatti, reperibili "a carrettate in un apposito museo parigino, il Musée de la Contrefaçon, che sta al 16, rue de la Faisanderie, aperto dal martedí alla domenica, dalle 14 alle 17.30, ingresso gratuito per i giornalisti e i disoccupati (, proprio cosí)" dove "Si mettono a confronto 350 oggetti con la o le contraffazioni. Ciò che, spiega il dépliant, di rado accade nella vita reale"[25]; Oggetti esotici, dove la mesta ironia di Ferraris si lascia percorrere dalla vasta gamma dei sanitari, fino alla loro chiave di volta: l'asse del cesso "un accessorio tabú, ma che in effetti ha tanti volti, anche tecnici"[26], a ricordarlo è proprio L'ingegnere in blu,[27] in una lettera a Gianfranco Contini "con tanto di illustrazione autografa"[28]; fantasmagoria barocca, allestita in altre occasioni dal Gaddus, come lo stesso Arbasino ricorda: «Devo arricchire, devo studiare, devo aiutare al mio paese, devo costruire i gabinetti per le donne della Cartiera, ma lontani da quelli per uomini, perché i “muchachos” si dilettano di sconvenienti esibizioni»[29]. Ma anche:

 

[…] il vaso di Pandora s’era rivelato inopinatamente pieno de’ più impressionanti donativi che una simile cornucopia possa promettere, nei suoi momenti di espansione e di reversibilità del ciclo. I tentativi di medicazione e di soccorso erano prontamente intervenuti da parte della Signora: ma primamente la catenella le si era strappata nella rappezzatura più eccelsa quasi presso la scatola ad acqua: secondariamente poi aveva tentato con brocche e catinelle. In terzo luogo con un ferro e del fil di ferro: una specie di pratica illecita nei riguardi del bizzarro utero della latrina. Ma fu qui il dissesto, chissà quale ingorgo c’era! ché, invece di purgarsi, il vaso tremendamente rigurgitò. Fu questo rigùrgito a darle il colpo di grazia: a consentirle di «sentirsi male» in piena regola. [30]

 

La lista, o meglio il catalogo degli Oggetti,  continua,  a questo punto, con gli Oggetti parlanti, ed a introdurli abbiamo di nuovo una citazione da Umberto Eco: la realtà è «Qualcosa che ci prende a calci e ci dice “parla!” o “parla di me” o ancora “prendimi in considerazione”».[31] Quegli Oggetti, come le opere d'arte, che fingono di essere Soggetti: "Trattando della Fidanzata Automatica"[32], spiega infatti Ferraris "ho proposto la categoria delle cose che fingono di essere persone, e ho sostenuto che le opere d'arte ne sono l'espressione tipica".[33] Con la mestizia tipica del compilatore, con intelligenza tassonomica e lontano da ogni, sia pur lieve vertigine, prosegue la redazione[34] dell'elenco-lista-catalogo, dal momento che "il primo compito di una ontologia del quotidiano è dunque una fenomenologia degli oggetti di uso comune"[35]. Non scordandosi di assumere, nel duro compito che lo attende, la citazione di uno che di realtà s'intendeva; ma non solo per catalogarne l'ontologia seriale, quanto per rovesciarne la matrice ideologica e antropologica in un progetto comunista:

 

Il segreto della forma di una merce sta dunque solo nel fatto che tale forma ridà agli uomini come uno specchio l'immagine delle caratteristiche sociali del loro proprio lavoro, come proprietà sociali naturali di quelle cose, e perciò ridà anche l'immagine del rapporto sociale tra produttori e lavoro complessivo, facendolo sembrare come un rapporto sociale tra oggetti che esista al di fuori di loro. I prodotti del lavoro, tramite questo ‘quid pro quo’, divengono merci, cose sensibilmente soprasensibili, ossia cose sociali. Proprio come l'impressione luminosa di una cosa sul nervo ottico non è impulso soggettivo dello stesso nervo ottico, ma forma oggettiva di una cosa esterna all'occhio. Ma nel vedere avviene veramente la proiezione della luce di una cosa dall'oggetto esterno su un'altra cosa, l'occhio; è un rapporto fisico tra cose fisiche. Al contrario la forma di merce e il rapporto di valore dei prodotti di lavoro in cui essa è rappresentata non ha proprio niente a che fare con la loro natura fisica e con le relazioni tra le cose che ne seguono. Quello che qui prende per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto tra cose è solamente il determinato rapporto sociale che esiste tra gli stessi uomini. Quindi, per trovare un'analogia, dobbiamo immetterci nelle nebulose regioni del mondo religioso. Qui i prodotti della testa umana sembrano essere dotati di una propia vita, figure indipendenti che sono in rapporto tra di loro e con gli uomini. Così accade per i prodotti della mano umana nel mondo delle merci. Questo è quel che io chiamo feticismo, che si attacca ai prodotti del lavoro quando vengono prodotti come merci, e che perciò è indisgiungibile dalla produzione delle merci.[36]

 

La vastità della citazione lascia certo supporre che quella di Marx sia stata una delle fonti, se non la principale, del nostro – almeno per quella sezione del Capitale[37]giustamente evocata per la potenza dell'analisi, come per la fascinazione dello stile. E se la scrittura è un laboratotio d'idee, dello stile necessario alla loro affermazione ed al loro reciproco uso, non vediamo come sia possibile prescindere, parlando di realtà, da ciò che risulta essere la sua principale forza produttrice ad esempio merce, lavoro, denaro tanto da far risultare impietoso il paragone con Marx, che al contrario metteva a nudo il meccanismo produttore di tale realtà, cosÍ come la conosciamo. Oltre ad aver mostrato cosa si celava dietro le apparenze, dietro l'inganno di ciò che viene ancora oggi chiamata natura umana, la densità e la complessità del linguaggio marxiano offre altresì la riprova che dentro quel metodo di lavoro si nasconde proprio quella realtà, di cui oggi si ricomincia a parlare. In questo senso ha ragione da vendere Ferraris: verrebbe la voglia di dire, appunto. "Postmoderni, ancora uno sforzo!". Il fatto è che dietro l'illusione di progredire, il mondo della bassa modernità pare piuttosto regredito ad una grottesca, se non tragica pre-modernità. Altro che trasformazioni, altro che cambiamento: in realtà siamo stati già superati da quelli che, secondo una progressione cronologica, sono venuti molto prima di noi. Questa la ferita profonda inferta a milioni di esseri umani. Il loro urlo è anche il nostro.





Francis Bacon (1909-1992), Col tempo


Problema doppio

 

 

Aveva ragione Picasso, inseguire la realtà

nella sua informe infinitezza è un compito

impossibile oltre che inesauribile: la descrizione

di un tavolo può occupare anche cento pagine,

dipende dal livello di ingrandimento e dalla

matematica dei frattali; pensiamo a cosa

succede se vogliamo descrivere un'anima,

o un'ascesa finanziaria, o una lite amorosa.

(Walter Siti, Il realismo è l'impossibile)

 

 

Con la leggerezza che merita, il puzzle ferrarisiano non varca la superficie bidimensionale del foglio, trascorrendo nel tunnel senza uscita degli oggetti sociali, che non conosce verticalità, pur riconoscendo che "Da questa tassonomia restano certo escluse entità psichiche come i sogni, i desideri, le speranze, i sentimenti, le emozioni", dal momento che "Un mero oggetto psicologico, che non viene comunicato a nessuno, per esempio un mio desiderio di cinque minuti fa o il mio sogno dell'altra notte, è troppo instabile per costituire un oggetto; io stesso potrei convincermi di non aver avuto quel desiderio, o modificare involontariamente il sogno".[38] Di segno opposto, se non attiguo all'intervento di Recalcati, le note correlate di Walter Siti, spingono anch'esse, con il loro realismo dell'anti-abitudine[39] a sporgersi, come da un “parapendìo”, lungo l'asse obliquo di una realtà non reificata.[40]

 

 



[1] A cura di Mario De Caro e Maurizio Ferraris, 2012 Giulio Einaudi editore.

[2] Editori Laterza, 2012 Gius. Laterza & Figli SPA, Roma-Bari. Finito di stampare nel mese di febbraio 2012.

[3] Cfr.Rassegna Nuovo Realismo | Labont, Since 1999, Laboratory for Ontology, Department of Philosophy, University of Turin, Via Sant'Ottavio, 20 - Torino, www labont.it.

[4] Sul Corriere della Sera, La Lettura, 16.9.12

[5] Cfr. G. Vattimo, Quando i filosofi si confrontano con lo scetticismo, Corriere della Sera del 21.9.12.

[6] Id.

[7] Id.

[8] Cfr. E. Severino, Il senso del Nuovo Realismo cit.

[9] Id.

[10] Id.

[11] G. Vattimo, Quando i filosofi si confrontano con lo scetticismo cit.

[12] cit.

[13] cit.

[14] Cfr. G. Vattimo, Della realtà. Fini della filosofia, 2012, Garzanti Libri s.p.s, Milano. Prima edizione digitale 2012.

[15] v. supra.

[16] v. supra, E. Severino, cit.

[17] v. la Repubblica, martedì 18 settembre 2012.

[18] Cit. M. Ferraris, Perché la multa è una cosa in sé.

[19] M. Ferraris, Il tunnel delle multe. Ontologia degli oggetti quotidiani, Einaudi 2008

[20] R. Barthes, Miti d'oggi, Einaudi 1974.

[21] Cit. Quisquilie e quiddità, p.235.

[22] Cit., p.270, n.71. A. Campanile, dialoghetto tra lo Scienziato e il Pensatore, In campagna è un' altra cosa (1931), Rizzoli, Milano 1999.

[23] U. Eco, Vertigine della lista, Bompiani 2009: "Leporello.Madamina, il catalogo è questo |Delle belle che amò il padron mio;| un catalogo egli è che ho fatt’io;| Osservate, leggete con me. |In Italia seicento e quaranta;| In Almagna duecento e trentuna;| Cento in Francia, in Turchia novantuna;| Ma in Ispagna son già mille e tre.| V’han fra queste contadine,| Cameriere, cittadine,| V’han contesse, baronesse,| Marchesine, principesse.| E v’han donne d’ogni grado,| D’ogni forma, d’ogni età.| Nella bionda egli ha l’usanza| Di lodar la gentilezza,| Nella bruna la costanza,| Nella bianca la dolcezza.| Vuol d’inverno la grassotta,| Vuol d’estate la magrotta;| È la grande maestosa,| La piccina è ognor vezzosa. |Delle vecchie fa conquista| Pel piacer di porle in lista;| Sua passion predominante| È la giovin principiante.| Non si picca - se sia ricca,| Se sia brutta, se sia bella;| Purché porti la gonnella,| Voi sapete quel che fa.Lorenzo Da Ponte, Don Giovanni.Nell’Iliade appaiono due modi di rappresentazione. Il primo si ha quando Omero descrive lo scudo di Achille: è una forma compiuta e conchiusa in cui Vulcano ha rappresentato tutto quello che egli sapeva e che noi si sa su una città, il suo contado, le sue guerre i suoi riti pacifici. L’altro modo si manifesta quando il poeta non riesce a dire quanti e chi fossero tutti i guerrieri Achei: chiede aiuto alle muse, ma deve limitarsi al cosiddetto, ed enorme, catalogo delle navi, che si conclude idealmente in un eccetera. Questo secondo modo di rappresentazione è la lista o elenco.Ci sono liste che hanno fini pratici e sono finite, come la lista di tutti i libri di una biblioteca; ma ve ne sono altre che vogliono suggerire grandezze innumerabili e che si arrestano incomplete ai confini dell’indefinito. Come mostra questo libro e l’antologia che esso raccoglie, la storia della letteratura di tutti i tempi è infinitamente ricca di liste, da Esiodo a Joyce, da Ezechiele a Gadda. Sono spesso elenchi stesi per il gusto stesso dell’enumerazione, per la cantabilità dell’elenco o, ancora, per il piacere vertiginoso di riunire tra loro elementi privi di rapporto specifico, come accade nelle cosiddette enumerazioni caotiche.Però con questo libro non si va solo alla scoperta di una forma letteraria di rado analizzata, ma si mostra anche come le arti figurative siano capaci di suggerire elenchi infiniti, anche quando la rappresentazione sembra severamente limitata dalla cornice del quadro. Così il lettore troverà in queste pagine una lista di immagini che ci fanno sentire la vertigine dell’illimitato."

[24] Cit. p. 146.

[25] Cit. p. 147.

[26] Cit. p. 149.

[27] Cfr. A. Arbasino, L'ingegnere in blu, Adelphi 2008.

[28] Op. cit. p.149 e n. 38 a p.268: "C. E. Gadda, Lettere a Gianfranco Contini a cura del destinatario, Garzanti 1988". «Io dovrei occuparmi (teoricamente) della luce, dell'energia, dei termosifoni, delle latrine, dell'acqua e del gas di questo Stato. Se una latrina si intoppa sono io che devo correre. Sto costruendo la centrale Elettrica e Termica dello Stato» (p. 34) . Si ricorda che tra i compiti che Gadda svolse in Argentina per la Compañia general de Fósforos ci fu anche la costruzione del «gabinetto per le donne della Cartiera» (Gadda 1984a: 95).

[29] v. supra, A.Arbasino cit., p.152.

[30] NDL1 164-65, in Gadda 1995: 244-45. Varianti alternative: a esuberanza e controespan< sione> b quando il ciclo diventa irreversibile, in EJGS Monographs, vol. 1, EJGS 1 / 2001, L'incendio di via Keplero, n. 11.

[31] M. Ferraris, op. cit., p.151

[32] Cfr. Maurizio Ferraris, La fidanzata automatica, Bompiani 2007.

[33] Id. p. 151.

[34] Così, in fondo, è nata la scrittura.

[35] Id.. p. 238

[36] Cfr. K. Marx, Il capitale, a cura di Eugenio Sbardella, libro primo – parte prima, Traduzione dal tedesco di Ruth Meyer, avanzini & torraca  editori, giugno 1965, p. 69. L'ampia nota, nel testo ferrarisiano, si trova in Op.cit., p.271, n. 82, dove si fa riferimento alla precedente edizione di D. Cantimori, Il Capitale, Editori Riuniti, Roma 1964, vol. I, pp. 105 sgg.).

[37] v. supra, «4. il carattere di fetccio della merce e il suo segreto» p. 67.

[38] Cit. pp. 252-253.

[39] Cfr. Walter Siti, Il realismo è l'impossibile, nottetempo 2013, p. 8: «Il realismo, per come lo vedo io, è l'anti-abitudine: è il leggero strappo, il particolare inaspettato, che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale».

[40] Id., p.79.




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