TEATRICA
FESTIVAL ZOOM – SCANDICCI

Vivere la scena
‘qui e ora’


      
La rassegna organizzata dalla compagnia Krypton al Teatro Studio ha ospitato gruppi dell’ultima leva della ricerca teatrale. Si sono segnalati in particolare due spettacoli. “Col Tempo” scritto e interpretato da Alessandra Di Lernia per la regia di Salvo Lombardo attraversa l’immaginario di una giovane donna nei vari suoi deliri erotici, feticisti, musicali, letterari e idiosincratici. “HEAVEnEVER” del duo vicentino Fagarazzi & Zuffellato è una performance catafratta su alterazioni della mente e realtà, paradisi artificiali psicotropi e utopie psico-politiche. A latere della manifestazione una tavola rotonda in cui si è dibattuto sullo stato non entusiasmante della critica teatrale nazionale.
      




      

di Eleonora Felisatti

 

 

Se perfino dalla satira televisiva ai giovani viene negato il futuro[1], la riflessione sul ‘qui e ora’ diventa l’unica possibile, per non rischiare di cadere nel tranello dell’infruttifera “dietrologia”.

La locuzione latina ‘hic et nunc’ è presa in prestito dalla direzione artistica del Festival Zoom con l’intento (forse) di allontanarla dalla concezione esistenzialista. C’è un segnale del fatto che gli addetti ai lavori vogliano sottrarre un certo tipo di teatro e la sua critica all’inesorabile fine profetizzata per l’essere umano. La frase secca, spuria, diretta, non era, a Scandicci, una puntualizzazione del fatto che la performance abbia una caratteristica ben precisa, ma è elemento fondante anche, e soprattutto, dell’indagine delle compagnie che condividono il palcoscenico dimezzato del Teatro Studio. Se la finitezza di spazio e tempo dell’uomo, come dello spettacolo dal vivo, potrebbero rappresentare un limite, l’urgenza di Krypton Teatro è, invece, quella di affermarle come punto fermo, punto di forza, o magari anche punto esclamativo. La performance si muove su quelle coordinate e, dunque, è giusto che il pubblico e la critica ne apprezzino e valorizzino tali caratteristiche, così come è importante che gli artisti ne sfruttino al meglio le potenzialità e, possibilmente, che si concedano una riflessione su come preservarle.

Il “qui e ora” di benjaminiana memoria, ritorna ad essere uno degli strumenti del teatro degli anni Duemila e lo si vede dall’ensemble di lavori andati in scena in quella che, da ormai un ventennio, è la roccaforte del gruppo di ricerca teatrale Krypton. Nei giorni di maggior affluenza al Festival il programma includeva alcune “giovani” compagnie italiane che hanno presentato chi lavori già rodati, chi lavori nuovissimi e chi lavori ancora in fase di “studio”. A pensarci, si può immaginarla come un’istantanea dello stato dell’arte del percorso di ogni compagnia, nuova o consolidata. Ma è anche dettaglio di una fotografia più grande, ovvero di quella con cui si misura la “terza critica”[2]. Soffermandosi alla prospettiva delle compagnie coinvolte c’è, forse, la manifestazione di una riscoperta del proprio bagaglio, e del proprio percorso artistico in modo che esso si renda punto di partenza solido per una riflessione su quello che è il presente di “quel certo teatro italiano”.

Particolarmente interessanti si sono rivelati Col Tempo e HEAVEnEVER, rispettivamente di Clinica Mammut e Fagarazzi & Zuffellato.





Clinica Mammut: Alessandra Di Lernia in Col tempo (2012)


Nel primo[3], il regista Salvo Lombardo orchestra il contenuto del testo scritto dall’attrice in scena, Alessandra Di Lernia, condensando gesti e pensieri di una donna comune su un cubo di pochi metri quadrati. L’attenzione è tutta canalizzata sulla protagonista, che si rifugia e si auto-imprigiona in questo spazio, solo idealmente ristretto e delimitato. Dietro, in realtà, ci sono una dozzina di ferri da stiro, messi in verticale come aguzze punte di una cancellata. L’unica barriera in scena è metafora di una recinzione all’interno della quale il mondo esterno non può e non deve entrare, ma crea anche un’alcova che, per quanto isterizzante e a tratti avvilente, finisce per rappresentare lo spazio in cui la donna può essere completamente se stessa. La sua fantasia galoppa in tutte le direzioni e si porta dietro il pubblico, nei suoi deliri erotici, feticisti, musicali, letterari, rivelando la confortevole sensazione che i nostri pensieri più intimi, in fondo, sono più comuni di quanto non crediamo. E il fatto stesso metterli in scena li rende anche un po’ meno patologici di quanto non sembrino in solitudine. Col Tempo, valorizzando l’aspetto della condivisione a teatro, rubando pensieri, parole e gesti all’intimità li rende meno pesanti. E si ride, a tratti di un riso amaro ma si riesce a guardare l’altro e se stessi con maggiore ironia e leggerezza. In un meccanismo paradossale che solo l’empatia dello spettacolo dal vivo restituisce. In questo lavoro, poi, il gesto è volutamente impregnato di tanti altri gesti precedenti, come a portare testimonianza del teatro anteriore e contemporaneo, che ha forgiato e colpito l’immaginario di Clinica Mammut (ma anche del suo pubblico) fino ad arrivare qui, ora.

Si parte dal distaccamento (o forse completa immersione) dalla realtà, e si attraversa l’esperienza personale dell’individuo, anche nel percorso del duo Fagarazzi&Zuffellato, che al pubblico di Scandicci hanno proposto una fase di preparazione del loro prossimo lavoro HEAVEnEVER[4]. Dopo sei mesi di lavoro in un Centro di Riabilitazione Psichiatrica,[5] è comprensibile che ci s’interroghi sugli stati della mente, nel loro confronto tra la “normalità” e la manipolazione di essa tramite sostanze psicotrope. Dietro l’assunzione delle quali si presume esserci la ricerca proprio dell’alterazione della percezione del presente. Esse non sono un antidoto al passato, né una prospettiva di cambiamento del futuro. Esistono per una volontà di vivere il suddetto ‘qui e ora’ in maniera altra.

Interessante è la direzione che hanno intrapreso i due performers per mettere in scena la dicotomia aspettativa/effetto. La mimesi non colpirebbe abbastanza a fondo, l’esagerazione romperebbe l’empatia col pubblico che, in prima persona, ha contribuito a fornire ipotetici stati artificiali tramite la compilazione di appositi bigliettini anonimi raccolti nel foyer la sera precedente alla performance. Viene, così, dapprima stabilito un legame: lo spettatore si crea delle aspettative che vengono più o meno disattese dalla resa scenica, e allo stesso tempo attende una proposta diversa dalla sua idea elaborata dai due performers. Ma poi, i due artisti non si rendono disponibili a creare lo specifico “paradiso artificiale” di ogni singolo spettatore. Ipotizzano, piuttosto, delle utopie, quei mondi ideali che arte e filosofia hanno ampiamente esplorato da sempre. Fagarazzi e Zuffellato materializzano e distruggono queste utopie in un susseguirsi continuo di scene che non evolvono mai in nulla di reale, né di verosimile. Si ritorna sempre alla realtà nuda e cruda: il sangue che sgorga dalla bocca è mostrato come materiale scenico, le convulsioni da anfetamine sono talmente simulate che possono essere interrotte al solo richiamo di una voce e, sullo sfondo, si posso leggere dei dati scientifici, a testimoniare che cosa gli esperti hanno riscontrato in laboratori e centri di ricerca. Non a caso è la pubblicazione scientifica, la dispensa di verità per eccellenza, che rivela il lato più crudo dell’assenza di contatto con la realtà, ma è poi solo l’arte performativa che può metterla in scena.





I-Chen Zuffellato e Andrea Fagarazzi in HEAVEnEVER (2012 - ph. Filippo Meneghin)


Al Festival non è mancato un momento d’incontro, che, sempre all’insegna del tema, ha incanalato il pensiero dei dodici critici[6] che sedevano intorno alla tavola rotonda, sulla situazione proprio della critica italiana. Il tranello dell’autoreferenzialità c’era e, in effetti, qualcuno c’è cascato. In diversi hanno esposto la propria esperienza e non si sono spinti oltre la visione personale. L’approccio poteva non essere per nulla infruttifero, ma è sull’intento che si è un po’ vacillato. Non tutti si sono concessi una riflessione per il futuro (forse anche questo in linea con il tema del Festival?). Non tutti hanno avanzato proposte. Non che sia necessario, ma viene da chiedersi se la critica abbia effettivamente bisogno di auto-analisi tanto approfondite. Deve ripensarsi? O deve proseguire sui suoi passi? Già in apertura il direttore Giancarlo Cauteruccio aveva, in un abbozzo d’intenti per la giornata di riflessioni, auspicato una maggiore interazione tra critica e artisti. Non tutti, al tavolo, erano completamente d’accordo, ma quello che emerge chiaramente è il bisogno di allontanarsi dalla volontà di “coltivare ognuno il proprio orticello” e, ancor di più, di “richiudersi in una torre d’avorio”. E, a tal proposito, è stata ipotizzata una lettura della figura del critico come “facilitatore”, che tramite le sue competenze specifiche richiama l’attenzione del fruitore sugli aspetti di maggior interesse dell’opera d’arte.

In un involontario brain-storming sugli aspetti da valorizzare nel lavoro del critico proprio la televisione è stata tirata in causa, con i suoi format e scivoloni di stile. E non è stato risparmiato nemmeno il mondo delle imprese, preso ad esempio nella sua fase più spietata, ovvero la selezione del personale, al quale è stato imputato lo sfruttamento della creatività. Accostare queste sfere della società al teatro è rischioso, ma anche in questo caso può essere produttivo rivendicare la “paternità” della creatività come qualcosa che viene, se non generato quantomeno allevato all’interno del teatro (e di altre sfere della cultura). Come qualcosa che il teatro protegge e nutre, per quanto possibile, come fonte primaria e inesauribile dei propri frutti, ma di cui anche altri settori hanno evidentemente bisogno.

La valorizzazione del ‘qui e ora’ diventa, quindi, molto significativa, sia come autoriflessione sui propri mezzi evitando di ragionare su ciò che non c’è piuttosto che su ciò che c’è, su ciò che non si è piuttosto che su ciò che si è. Ma anche come cambio di prospettiva, come punto fermo, propedeutico ad un successivo movimento, come affermazione dello stato cui si è arrivati con i propri mezzi e strumenti specifici.

 

 

 

 



[1] Maurizio Crozza, in Crozza nel Paese delle Meraviglie, su La7, puntata del 16 novembre 2012, ha aperto il programma con un monologo di riflessione sui recenti episodi avvenuti durante le manifestazioni in occasione dello sciopero generale del 14 novembre; all’interno del suo discorso la parola ‘futuro’ è stata ripetuta più volte col fine paradossale di negarne l’esistenza. Si è voluto prendere ad esempio un programma televisivo di satira, condotto e pensato da uno dei comici più seguiti della televisione italiana per sottolineare come il clima di sconforto e l’abbattimento della progettualità, tipica della natura umana, abbiano ormai pervaso anche il medium più “leggero” (la televisione) e anche nella sua forma più “scanzonata” (la trasmissione comica).

[2] Il termine è stato ormai sdoganato da alcuni critici che hanno partecipato alla Tavola Rotonda di cui sotto. 

[3] Col Tempo è un monologo che rappresenta l’esordio della neonata compagnia romana sia come formazione composta da Salvo Lombardo e Alessandra Di Lernia, che come ruolo di regista per Lombardo, che ha alle spalle un percorso da attore e danzatore.

[4] All’interno del Festival Zoom HEAVEnEVER è stato presentato al Festival Zoom di Scandicci come ‘studio in anteprima nazionale’.

[5] Andrea Fagarazzi e I-Chen Zuffellato hanno svolto un progetto della durata di sei mesi all’interno del Centro di Riabilitazione Psichiatrica Arcobaleno di Arzignano, in provincia di Vicenza, che si è concluso con la presentazione dello spettacolo Kitchen of the Future, il 1° settembre 2012 alla serata conclusiva del Festival B.Motion di Bassano del Grappa (VI).

[6] Nel “gruppo dei critici” includo anche il Direttore del Festival, Giancarlo Cauteruccio, e l’assessore alla Cultura della Toscana, Ilaria Fabbri, e Pietro Gaglianò, storico dell’arte contemporanea e curatore della sezione Zoom Arte, che erano presenti e sono intervenuti alla tavola rotonda.




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