SPAZIO LIBERO
CINEPRIME – “LA PARTE DEGLI ANGELI”
In Scozia all’insegna del ‘Ken Loach touch’


      
L’ultima pellicola del prolifico cineasta britannico è un ritorno ai toni della commedia sociale dolce-amara, che aveva connotato “Riff Raff” e “Piovono pietre”. Il film è una fiaba realista di solida sceneggiatura e interpretato come sempre da attori non professionisti, che racconta la parabola di redenzione di Robbie, un giovane condannato a 300 ore di lavori socialmente utili, il quale grazie a un paterno sorvegliante scopre di avere un particolare talento nella degustazione del whisky.
      



      

di Enzo Natta





Colpo di timone dopo l’alto tasso drammatico di L’altra verità, penultimo film di Ken Loach, che poneva al centro dell’attenzione l’Iraq, l’ambigua figura del “contractor” e il lavoro sporco dei mercenari. Sterzata brusca, dunque, e ritorno ai toni della commedia dolce-amara, così come era stato per Riff Raff e Piovono pietre.

Subito un chiarimento sul titolo: La parte degli angeli. Nel processo di distillazione del whisky il due per cento dell’alcol evapora, ma invece di disperdersi nell’aria è aspirato dalle narici degli angeli, che se ne inebriano, volteggiano più del solito e prendono sotto le loro ali protettive i “poveri di spirito”. Una naturale legge di compensazione, che riequilibra in tal modo uno scompenso piuttosto vistoso fino a conferirgli i toni di una giustizia celeste che si combina con la lotta di classe. Una colorita leggenda, ovviamente, sulla quale in Scozia tutti sono pronti a giurare e sulla quale gli inglesi ridono di gusto. Ma c’è anche chi di questa burla spassosa apprezza lo spirito poetico, come Ken Loach, che del buonumore scozzese e della sua inseparabile componente di allegra follia è da sempre un ammiratore. Come testimoniano film come My name is Joe e Sweet Sixteen,  per l’appunto girati in Scozia.

Il sipario si alza sui quartieri popolari di Glasgow. Si comincia con le presentazioni dei personaggi, “schede” filmate che passano in rassegna alcuni giovinastri finiti davanti al giudice del Tribunale distrettuale. Una banda di sfigati condannata a scontare 300 ore di lavori socialmente utili. C’è l’ubriacone che cammina sui binari della ferrovia, la ragazza cleptomane, il fuori-di-testa sorpreso a cavalcare il cavallo di bronzo di un parco. E poi c’è Robbie, che fa subito da calamita, uno di quei ragazzi che – come dice l’ex avvocato Paul Laverty, storico sceneggiatore di Ken Loach – “in vita loro sono stati più sgridati che ascoltati”.

Robbie risente di gravi carenze affettive che lo zavorrano pesantemente. Risucchiato da una faida familiare diventata ereditaria, proiettato nel vago di un futuro incerto, è confinato in una dimensione identitaria non sostenuta da alcuna speranza di integrazione nel consesso civile. Per lui l’affidamento ai servizi sociali è soltanto l’ultima pratica da sperimentare. Ma con scarse prospettive di recupero.

A questo punto ecco che sulla strada di Robbie e degli altri tre compagni di sventura spunta una figura paterna, Harry, il sorvegliante incaricato dal giudice di seguire il quartetto. Harry è un uomo che ha perso il lavoro e la famiglia, che sente una forte nostalgia del focolare domestico sì da trasformarsi in un “talent-scout” della redenzione umana e da ritrovare un sentimento paterno che sembrava irrimediabilmente compromesso. Un’indole generosa spinge Harry a occuparsi dei suoi ragazzi anche nei giorni festivi. Un po’ per sottrarli alla noia del “week-end”, un po’ perché a causa dell’ozio non finiscano per cacciarsi in altri guai, un fine settimana Harry imbarca la banda dei quattro su un vecchio furgone e la porta a visitare una distilleria di whisky nelle Highlands. È in quella circostanza che i “suoi” ragazzi scoprono che cosa sia la “parte degli angeli” e che Robbie rivela una naturale tendenza alla degustazione del whisky, premessa di una rara predisposizione a un palato di sopraffina qualità. Che gli consentirà di architettare un “travaso” tale da cambiare radicalmente il corso della vita. Senza comunque venir meno a un atto di solidarietà nel confronto dei soci.   

Premio della Giuria al Festival di Cannes, La parte degli angeli è una fiaba realista, che, come tutte le favole, affida la sua morale a un personaggio in grado di assumere il ruolo del messaggero incaricato di recapitarla. E questo personaggio è proprio il vecchio Harry, inconsapevole tramite della grande occasione che si sta profilando ai suoi ragazzi e che la spiccata intelligenza di Robbie saprà cogliere al volo.





Un'immagine di La parte degli angeli (2012), regia di Ken Loach


Tutto l’impianto del film si impernia su connotati profondamente radicati nel tessuto sociale scozzese, primo fra tutti il problema della disoccupazione giovanile, che in Gran Bretagna ha oltrepassato la quota del milione e in Scozia si è trascinato di padre in figlio fino  coinvolgere addirittura la terza generazione. Su questi dati raggelanti, come un “deus ex machina” risolutore del problema cala all’improvviso il mondo stravagante e bizzarro della produzione di acquavite ottenuta per fermentazione e distillazione di avena o d’orzo, un mondo popolato di curiosi adepti, di fan divisi fra autentici cultori del liquore e “parvenu” che non esitano a sborsare somme favolose pur di aggiudicarsi un’asta. Di primo acchito l’ingresso di Robbie e dei suoi amici in questo consesso suona come una  stridente intrusione del tutto fuori luogo, ma ben presto si rivelerà un cavallo di Troia dove Robbie  interpreterà il ruolo di Ulisse.

La parte degli angeli riflette in pieno la pratica del modello-Loach, secondo il quale ci sono tre regole fondamentali da rispettare perché un film possa funzionare: una sceneggiatura di garanzia (e qui entra in scena Paul Laverty, una vita da mediano che frugando nelle piaghe del sociale riesce sempre a rinvenire la storia da raccontare); personaggi credibili e messi perfettamente a fuoco; attori non professionisti che sappiano restituire l’autenticità del reale per il semplice fatto di averla vissuta sulla propria pelle. Come Paul Brannigan, che interpretando il personaggio di Robbie concede un bis della propria esistenza.  

Infine c’è il compito forse più difficile, che tocca esclusivamente al regista: generare adrenalina per “infiammare” gli attori. E qui, alle regole, Ken Loach fa seguire un paio di raccomandazioni. Prima: girare il film in sequenza, di modo che gli attori possano entrare nel personaggio e non lasciarlo più sino alla fine, senza quelle distrazioni che si registrano inevitabilmente quando si gira secondo un ordine non narrativo e non cronologico. Seconda raccomandazione: restar fedeli alla vecchia abitudine del regista che sta incollato all’operatore (mentre oggi, con il digitale, può anche starsene in un albergo a chilometri e chilometri dal set).

Il risultato di tutti questi canoni seguìti rigorosamente alla lettera è La parte degli angeli, film di alta intensità drammatica e con un forte concentrato di umanità che si combinano con punte del miglior humour britannico senza mai trascurare la mediazione della qualità, elemento indispensabile perché sentimenti, senso della solidarietà e alta percentuale d’ironia possano fondersi, ma soprattutto risultare convincenti.

Coprodotto dai fratelli Dardenne, che nelle sue pieghe hanno rinvenuto temi e motivi tipici del loro mondo poetico, La parte degli angeli dispensa allegria decontratta e piglio sobrio alternando il tono godibile della commedia leggera (c’è una scena spassosa, nell’apice della degustazione-momento della verità, che fa il paio con quella di Nino Manfredi e Gigi Ballista in Straziami ma di baci saziami di Dino Risi) a quello aspro e duro del dramma a sfondo sociale senza mai perdere lucidità e senza far avvertire il cambio di marcia. E anche questa è leggerezza di tocco.

                                                                                            




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