SPAZIO LIBERO
ROBIN D. G. KELLEY
Know Monk!
Per conoscere
il genio
di Thelonious


      
Pubblicata da Minimum Fax una ponderosa biografia del pianista afro-americano, un autentico gigante del jazz del ’900. Un libro che fa chiarezza e giustizia anche sulle molte leggende metropolitane concernenti le sue stranezze e bizzarrie. È vero che il musicista soffriva di disturbo bipolare, ma piuttosto che contribuire ad alimentare il ‘monklore’ è meglio concentrarsi sulla sua musica, sulla sua straordinaria carriera durata quarant’anni, collaborando con figure come John Coltrane, Sonny Rollins e Art Blakey.
      



      

di Cosimo Ruggieri

 

Il genio è quello che più  somiglia a se stesso.

Thelonious Monk

 

 

La mia ‘prima  volta’ letteraria con Thelonious Monk è stato con il libro di Geoff Dyer Natura morta con custodia di sax del 1991,un libro che il pianista Keith Jarrett definì ‘attorno’ al jazz piuttosto che ‘sul’ Jazz. La mia ‘seconda volta’ è stata più recente con il libro uscito nel 2009 di Robin D. G. Kelley Thelonious Monk storia di un genio americano tradotto da Marco Bertoli, edizione Minimum Fax (Roma 2012, pp. 806, € 22,00).

Robin Davis Gibran Kelley è un professore di storia in  diverse importanti università americane, si è sempre interessato alla musica jazz sin da piccolo e Thelonious Monk è sempre stato  uno dei suoi musicisti preferiti. Per scrivere questo libro ha fatto ricorso alla sua passione per la musica jazz e soprattutto al suo mestiere di storico usando fonti diverse come lettere, dischi, interviste, registrazioni, bootleg, legandole tra loro con una narrazione molto scorrevole. Kelley  si è sempre interessato a Monk, perché c’erano così tante storie sul suo comportamento e tanta confusione circa la sua musica. Ci sono vari motivi per cui è necessario leggerlo, ad esempio su Monk i giornali e molti critici hanno scritto resoconti esagerati circa le vicende della sua vita.





Purtroppo la sua bizzarria non era del tutto inventata, infatti soffriva di disturbo bipolare che aveva iniziato a manifestarsi durante gli anni Quaranta e a peggiorare durante gli anni Sessanta, quando era nel pieno del suo successo e finalmente cominciavano ad arrivare  i riconoscimenti che gli erano stati negati sin dall’inizio della sua carriera. Ad aggravare la situazione inoltre ci furono anche cure scadenti.

È un libro da leggere perché si fa chiarezza su Monk  che viene descritto finalmente per quello che era realmente ossia un essere umano complicato ma intelligente, cordiale, generoso, a volte intrattabile, con le sue passioni, i suoi dubbi, le sue speranze, e non con i tanti odiosi luoghi comuni che purtroppo costellano la sua vita e la sua musica. Luoghi comuni  raccontati anche da moltissimi critici come veri, quando invece si trattava di falsi miti o di leggende metropolitane a causa delle quali Monk ha trovato difficoltà nell’affermarsi; dicerie con le quali, a volte, si stronca la carriera di un musicista o che semplicemente riducono un musicista a tre quattro immagini o a stereotipi. Questo vale non solo per la musica jazz, ma anche per tutti gli altri generi musicali, molte volte i musicisti vengono “idealizzati” e ci si dimentica sbrigativamente della loro umanità che è intrinseca alla creazione della loro musica. Kelley ha raccolto molti aneddoti sulla vita di Monk, alcuni non di prima mano, raccolti magari nel corso di una conversazione, aneddoti che molte volte finivano con la frase “Monk era fatto così”, oppure che erano spesso strutturati come una barzelletta “La sapete quella su Monk…”.

Tuttavia lo sforzo di Kelley è di far prevalere la verità sulla leggenda, ha voluto descriverne le “eccentricità” come una protezione della sua sfera privata: “un elemento spettacolare, un tratto umoristico, un atto di resistenza verso a quelle che Monk percepiva come prevaricazioni da parti di impresari e proprietari di club”. Secondo alcuni critici il libro di Kelley ignora o sottovaluta i comportamenti insoliti di Monk, non si addentra ad esempio sugli abusi di alcol e droghe. Ma Monk non era solo “monklore”, infatti in quarant’anni di attività non ha mai mancato un ingaggio e ci ha lasciato fantastiche composizioni musicali. Purtroppo il “monklore” spesso – e anche troppo – lo sovrasta. Per dirla con Shakespeare “il bene che gli uomini fanno muore con loro, il male spesso gli sopravvive”.





Thelonious Monk (1917-1982)


In questo pregevole libro non vi è solo la storia di Monk, ma della famiglia di Monk, delle persone che gli gravitavano intorno, del jazz della città di New York e dell’America. Questa di Kelley è tra le più belle autobiografie di musicisti jazz dopo quella di Quincy Troupe su Miles Davis intitolata Miles, l’autobiografia edita da Minimum Fax e quella su John Coltrane di Lewis Porter intitolata Blue Trane, la vita e la musica di John Coltrane edita sempre da Minimum Fax. Uno dei suoi  mantra preferiti  era “devi sempre sapere”, a cui aggiungeva che la parola know, sapere, era Monk al contrario con la M capovolta. Per illustrare la sua tesi mostrava un anello con la scritta MONK decorata di diamanti  che metteva sottosopra nel caso qualcuno non capisse “Always Know!

Quindi resta solo Know Monk!

 

 

 

COLONNA  SONORA

 

Thelonious Monk - Alone In San Francisco

Thelonious Monk - The Columbia Years (1962-1968)

Thelonious Monk - The Complete 1957 Riverside Recordings

Thelonious Monk - The Complete Blue Note Recordings

Thelonious Monk - Brilliant corners

Thelonious Monk with John Coltrane

Thelonious Monk - At the five spot

Thelonious Monk - Art Blakey & Thelonious Monk

Thelonious Monk and Sonny Rollins

 

 

 




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