PRIMO PIANO
SAGGIO CRITICO
L’algoritmo
di Merleau-Ponty


      
Sulla scia di poeti, scrittori e pensatori di ieri e di oggi, una ramificata prospezione filosofica sui rapporti tra linguaggio e mondo, tra segni scritti e realtà. Autore di riferimento è il filosofo francese e la sua “Fenomenologia della percezione”, ma integrata dalle riflessioni di Marx sul rapporto tra le macchine e il lavoro vivo e dalle considerazioni più recenti sulla natura multipla della rete. Dove il Web attraversato e plasmato dalle dinamiche del capitale viene a configurarsi come un ‘walled garden’ ovvero un sistema di tecno-piattaforme in cui una volta che si è entrati non si può più uscire (un giardino circondato da muri, appunto).
      



      


di Stefano Docimo

 

 

Fino a che punto è importante, quando il caos minaccia

d’irrompere, tracciare un territorio trasportabile ed elastico?

In caso di necessità, prenderò il mio territorio sul mio proprio

corpo, territorializzerò il mio corpo: la casa della tartaruga,

l’eremitaggio del crostaceo, ma anche tutti i tatuaggi che

fanno del corpo un territorio. La distanza critica è non una

misura, ma un ritmo.

 

(Gilles Deleuze - Félix Guattari, Il ritornello)

 

 

I Have a Nightmare

 

I Have a Nightmare...

ovvero che cos’è il mondo ‘percepito’?

mondo trasho? mondo marcio?

mondo folle? mondo immondo?

È l’invenzione del mondo che si riattualizza

di giorno in giorno, un mitoracconto

che presentifica la percezione reale, quasi razionale

di un mondo sempre irreale, transrazionale

Siamo assisi sopra un mondo di false certezze

o sprofondati nella ‘imondità’ di verità mai credibili

 

(Marco Palladini, Il mondo percepito)

 

 

Si può parlare di incubo, dunque, a proposito di questo mondo che si «riattualizza», come dice il poeta, anzi: "È l'invenzione del mondo... un mitoracconto | che presentifica la percezione reale, quasi razionale | di un mondo sempre irreale, transrazionale" come viene riportato in esergo, che la percezione attualizza in un Sempre di nuovo[1] dell'identico, in uno scenario temporale "di giorno in giorno" che degenera in follia, dal momento che "folle" sembra il macchinico perdurare d'un ologramma della creazione, che come la formula di Bartleby, pronuncia una frase corrispondente ad una 'diplopia ontologica' (M. Blondel), di cui "non ci si può aspettare la riduzione razionale dopo tanti sforzi filosofici, e di cui non si potrebbe trattare che di prendere intero possesso, così come lo sguardo prende possesso delle immagini monoculari per farne un'unica visione"[2]; nella sua 'agrammaticalità', la formula "sconnette" le parole e le cose, le parole e le azioni, "ma anche gli atti linguistici e le parole", come scrive Deleuze nella sua analisi[3]. Cos'è allora questa 'imondità' in cui siamo sprofondati, che il termine nella sua astratta ambivalenza ortografica scompone, lasciandosi dietro le sue spalle una divaricazione, un dubbio ortografico e ontologico, nel medesimo istante in cui viene lapidariamente pronunciato: "o sprofondati nella 'imondità' di verità mai credibili", di verità, anzi, 'inemendabili' ? Un capovolgimento, dunque, I Have a Nightmare ed una negazione insieme, in una liquidazione beffarda di quel I have a dream che Martin Luther King pronunciò il 28 agosto del 1963 al Lincoln Memorial di Washington al termine di una marcia di protesta per i diritti civili; anche se l'imondità nasconde ciò che non riesce a portare alla luce: una verità più difficile da dirsi, che necessita, appunto, d'uno 'straniante' mot-valise, che ne rappresenti al contempo l'apertura possibile. Sembrerebbe concedersi una vacanza che lo faccia assimilare di più a Bartleby[4], con la sua frase ben riposta: I would prefer not to, con cui Melville inventa una lingua straniera che corre sotto l'inglese e lo travolge: è l'OUTLANDISH, o il Deterritorializzato. "Ma se è vero che i capolavori della letteratura formano una specie di lingua straniera nella lingua in cui sono scritti, che ventata di follia, che soffio psicotico spira allora nel linguaggio?"[5] Non è l'imondità un vero e proprio mot-valise, né travolge l'espressività dell'invenzione linguistica, ma come le occorrenze bartlebyane I would prefer, PREFERISCO NON, che non sono, a rigore, né un'affermazione né una negazione: "Preferirei niente piuttosto che qualcosa: non una volontà di nulla, ma l'avanzare di un nulla di volontà"[6]. Con questa frase, scrive ancora Deleuze, "Bartleby si è guadagnato il diritto di sopravvivere, vale a dire di starsene ritto e immobile di fronte ad un muro cieco"[7]. Il termine palladiniano di imondità è talmente astratto da cancellare subito ogni similitudine con un altro termine, li cancella tutti nella memoria, all'istante, anche quelli che lo fanno assomigliare ad una negazione, mentre l'occorrenza ritornellante di quel I Have a Nigtmare... all'inizio di ogni strofa, chiude così: "C'è una pressione impressionante e io so | che sarò quello ke sarò oppure non sarò | (è l'ipotesi più verosimile o meno improbabile)"; come Bartleby che reclama il suo essere in quanto essere e nient'altro: "Non può sopravvivere che muovendosi continuamente in circolo girando su se stesso", proprio come un ritornello, che non si occupa d'altri che di se stesso "in una sospensione che tiene tutti a distanza. la sua strategia di sopravvivenza è preferire non collazionare, ma con questo anche non preferire copiare. La formula è a due tempi e non smette di rigenerarsi, passando per gli stessi stadi"[8].

 

 

Cerchie e gironi

 

Noi l’abbiamo un po’ dimenticato. Il filosofo moderno

è spesso un funzionario, ed è sempre uno scrittore; e la libertà

che gli è concessa per i suoi libri ammette una controparte:

ciò che egli dice entra immediatamente in un universo accademico

nel quale le scelte di vita sono attutite e le occasioni di pensiero

velate. Senza i libri una certa agilità della comunicazione

sarebbe stata impossibile, sicché non vi è nulla da dire contro

di loro. Ma alla fin fine essi non sono che parole disposte

in modo più coerente. Ora, la filosofia deposta nei libri

ha cessato di interrogare gli uomini. Ciò che vi è in essa

di insolito e di quasi insopportabile si è nascosto nella vita

decorosa dei grandi sistemi. Per ritrovare l’intera funzione

del filosofo bisogna ricordare che, sia i filosofi-autori che

leggiamo, sia noi stessi in quanto filosofi, non abbiamo mai smesso

di riconoscere come patrono un uomo che non scriveva,

che non insegnava, quanto meno da una cattedra di stato,

che si rivolgeva a coloro che incontrava per strada e che ha

avuto delle difficoltà con l’opinione pubblica e con i poteri statali.

Bisogna ricordarsi di Socrate.

 

(M. Merleau-Ponty, Elogio della filosofia)[9]

 

 

Sempre di nuovo, dunque, come recita il titolo del libro di Sandro Mancini su Merleau-Ponty e la dialettica dell'espressione, dove in una nota al testo in cui si dichiara che Merleau-Ponty delimita la propria analisi a ciò che egli chiama "idealità d'orizzonte", vale a dire a tutte quelle idee dove si dà "coesione senza concetto", lasciando da parte l'ambito della "idealità pura", ossia il sapere logico e scientifico, l'autore avverte la necessità di precisare che: "Tuttavia già in La prose du monde M.-P. si era misurato con l'idealità pura: sviluppando un'analisi fenomenologica del linguaggio formale dell'algoritmo, egli aveva mostrato come l'artificiosità di questo non arrivi fino ad annullare il legame insopprimibile con la parola parlante, che è in ultima istanza il suo livello fondativo. Così la «idealità pura» dell'algoritmo non è veramente tale, perché non introduce in un ordine separato dai linguaggi non formalizzati, ma ha solo un rapporto più mediato con la parola rispetto ad essi."[10] In una idealità meticcia, diremmo oggi, dal momento che, secondo Merleau-Ponty, è la profondità ad instaurare la dimensione dell'essere e, più precisamente: "sotto la profondità come relazione tra cose o anche fra piani, che è la profondità oggettivata, astratta dall'esperienza e trasformata in larghezza, si deve riscoprire una profondità primordiale, che dà senso alla prima e che è lo spessore di un medium senza cosa" come scrive ne Il mondo percepito[11]. A partire dal 1949 Merleau-Ponty intraprende un'analisi critica del potere che viene da certuni conferito all'algoritmo, come un dominio astratto della determinazione numerica, marcandone in tal senso l'illusorietà che in esso si nasconda una liberazione assoluta, come un riscatto dalla dimensione animale, "carnale" del corpo, arrivando a dimostrare come lo stesso linguaggio formale, nato per negare il proprio passato e quindi per ricostruirsi come algoritmo, resterebbe comunque attraversato in un legame chiasmatico con la potenza sorda di un linguaggio "indiretto", con l'operazione vivente che sosterrebbe gli stessi segni algoritmici, risultato, quindi, di una natura "seconda".

 

 

Commentarium exergalis

 

Ma perché essere qui è molto, perché sembra abbia bisogno

di noi tutto quello che è qui, l’effimero che

stranamente ci riguarda. Di noi, i più effimeri. Una volta

ogni cosa, soltanto una volta. Una volta e non più. E anche noi

una volta. Mai più. Ma questo

essere stati una volta, seppure solo una volta:

essere stati terreni, non pare sia revocabile.

 

(R.M. Rilke, Elegie duinesi)[12]

 

 

Dunque, una parola viene di fatto adottata, diviene parte del nostro lessico, se ne abbiamo uno: quindi spesa, scambiata, secundum legem mercati: per brevità, web. Prendiamo questo testo fuori cardine, si chiama esergo, sempre per brevità: sono le due porte che ruotano attorno a M. Teste, che in verità non esiste, almeno nella testa, se non in modo confuso. Fingendo l'apparenza d'una ghirlanda, d'un abbellimento o coronamento testuale, epigrafe si dice e suona come epitaffio, in realtà sono loro l'ingranaggio, la spinta produttiva, la forza motrice di questo macchinario testuale. O lo sono i libri e i pesi morti che si affollano sul tavolo. Apprendiamo dunque  che la parola si può adottare e in cambio sostenere il lavoro svolto in rete con una donazione: eh già, c'è di mezzo la faccenda dell'etimo, merce allettante e forse rara, che ha l'aria come della vendita all'asta d'un materiale impreziosito dall'aetas un tempo ritenuto perfino ostico, rivestito almeno d'una nobiltà tutta sua. È un ricominciare sempre dal primo giorno di una scuola sui generis, apparentemente senza accumulo, né esperienze. Non abbiamo accumulato niente: donc, nous n'existons pas, se non come passione. La materialità si vende a caro prezzo, ha dei costi esorbitanti: meglio svenderla a basso costo, magari con un algoritmo. L'immaterialità è quasi gratis, non c'è da riderne e forse è per questo che succhia la nostra vita, abbattendoci. Modo più rapido per circolare non esiste, nel mercato mondial. La formattazione automatica ti fa capire quando un periodo si vende meglio di un altro. Del resto, nel menu a tendina di Word, chi più ne ha più ne metta, dal controllo ortografico e grammaticale, alla correzione automatica, traversando folle oceaniche, o  se vi va, verdi praterie di thesauri, sillabazioni e dizionari o escamotagici conteggi di parole e sunti automat, buste etichette e creazioni guidate di lettere, proprio come se avessimo finalmente raggiunto il grado zero d'un interminabile anno zero. E che dire di Google o del salvataggio automatico di parole immagini e suoni, come se fossimo tutti scrittori pittori e musicisti, oppure fotografi o apprendisti sciamani, visibilità a cento gradi, come in un lavaggio forzato, in un non-luogo, per brevità Internet. Forse un testo non è mai esistito, solo il contesto esiste.  (M. Lunetta,  il “testo” che è sempre contesto di un dibattito che lo travalica, significa conflitto: ancora una volta, in un settore particolare che ha perso progressivamente incidenza e potere spirituale, lo scontro è tra idealismo e materialismo, questo enorme rimosso della storia del pensiero occidentale).





Berndnaut Smilde, Nimbus II - Cloud in a room, 2012


Giardini verticali, menu a cascata

 

Dunque:  ciò sia satis a dirti, che la tua

vocazione al precipizio non è rinunciante

o censurabile:  ma riposata, saggia, onestissima;

solenne anche, giacché tutta una vita

occorre alla consumazione della gran caduta;

et anche:  rationalissima.

...

Dunque:  io non nacqui; ma fu necessità

che seguissi le vicende di quelle vite,

di quelle cose che continuamente si aggiravano,

perplesse, attorno alla mia assenza.

 

(G. Manganelli, Hilarotragoedia)

 

 

Di tanta dovizia dovremmo arricchirci. Al contrario, c'è sempre un bastian contrario, la povertà sopravanza. Strano. Eppure siamo felici. Na-vichiamo, come neanche il vecchio Joyce, quello, per capirci, che inizia con: "fluidofiume, passato Eva ed Adamo, da spiaggia sinuosa a baia biancheggiante, ci conduce con un più commodus vicus di ricircolo di nuovo a Howth Castle Edintorni" del primo Schenoni (1982) che poi continua con "Nel nome di Annah Agnimazicordiosa, Sempreviva, Latrice di Plurabilità, aureolificato sia il suo evanome, venia il suo vegno, sia ratta la sua riolontà così in gelo come in guerra!" (2001), per poi scendere "A ogni occaso all'ora esatta di accendere i fanali e fino a nuovo avviso nel Teatrino del Parco Feenichts. (Bar e bagni sempre aperti, Sala Imbrogli al piano infero.) Eccesso: loggione, uno scellino; persone di qualità superiore, uno sciallino grande." (2004) e infine  "Che il timore del suo lucore nella tribalbalbuscienza si nasconda alle spalle della sorte della barra dei sordi ma che l'altore della sua lieta-vita dallo stammpunkto d'occhio di una sposa sia quando un manno che membra una montagna superando la distanza si apre un varco tra una linfa che mima la lenta vittoria che a lei piace oppure quell'orgoglio che spinge nel pantano il party supplica la gloria di una veglia ventre lo schema è proprio come la tua rumba rintorno al mi' giardino, tuttetesi, con percassa il proppo di un prompto per loro, era al momento o mai più nell'Etheria Deserta, come nei Sobborghi Più Grandi, con Finnfannfadulatori, rùrici o cospoliti, indisputa per molto o per un momento." (2011). Saltando quiolà si direbbe. Ma ritorniamo a quel paragrabo che Manganelli, traducendo Poe, icsa intitolandolo Storie del non nato e che precede la Documentazione detta del Disordine delle Favole. "Divenni così studioso della mia propria assenza, ed essendo insieme irraggiungibile dalla gravezza degli eventi, e partecipe lucido di tutte le angoscie dei vivi, ebbi modo di sviluppare una solidarietà intellettuale sottile e comprensiva, fantasiosa e capziosa". Si eclicsa, dunque e con humorale slancio si rilancia, in ebbrezza discenditiva: "All'Ade, all'Ade! Che significhi codesta mia totale discesa, mi è incomprensibile." Poi, nella Documentazione, ipotizza "che nei sobborghi dell'Ade si raccolga una sorta di opposizione cosmica, un comitato rivoltoso di ombre traversabili da un dito di bambino, ma terribili di odio e di amore; e forse il non nato sarà di costoro l'arma più tremenda, oppure, semplicemente, il capo". Rientramo un momento nel macchinismo tipografico del racconto di Poe Come si icsa un paragrabo, dove Scappefuggi Testatosta, direttore di "Tè bollente", saputo che in Alessandromagnopoli viveva un tal John Smith, che da molti anni ingrassava, dirigendo e pubblicando la "Gazette"...

 

 

Klout

 

Qui, vedi, ci vuole tutta la velocità

di cui si dispone se si vuole rimanere

in un posto. Se si vuole andare da

qualche parte, si deve correre almeno

due volte più veloce di così!

 

(Lewis Carroll, Attraverso lo specchio)

 

 

A volerci ben guardare dentro, l'algoritmo "al lavoro" è scritto in un linguaggio che, dai tempi di Turing ad oggi, ma forse anche a partire dal matematico persiano del IX secolo Abu Gia'far Muhammad ibn Musa al-Khwarazmi, autore, attorno all'825 d.C. di un influente testo matematico; anche se esempi di algoritmi risalgono all'antica Grecia (circa 300 a.C.), il più noto fra tutti risalente ad Euclide, questo lavoro richiede una serie di stringhe, nascenti da uno "sfondo" segnico similare alla fatica che dovette rappresentare la scrittura, nei suoi svariati caratteri. Ma nel libro recente di Ivana Pais, La rete che lavora, tale sfondo viene applicato al consenso ed alla reputazione, concetti questi derivati dall'uso e dall'abuso dei cosiddetti "social media", anzi leggiamo che "La reputazione è un capitale «di rete», non può essere acquistata, richiede un tempo significativo per formarsi, può essere distrutta in pochi istanti"[13]. Per questo, recenti studi su Facebook dimostrano che i commenti degli amici di un profilo, creano sistemi reputazionali al cui lavoro sottendono piattaforme basate su algoritmi, come appunto Klout: "nei siti di social network la reputazione tende a sostituire l'autorità. In assenza di altre credenziali, il valore espresso da Klout può rappresentare un segnale importante per chi lo assume come valido, soprattutto tra sconosciuti e nella fase iniziale di costruzione di un legame"[14]. La degenerazione consisterebbe in un crescente populismo, che raffigurerebbe una sorta di «tirannia della maggioranza» come viene evidenziato dall'autrice, che prescinde dalla qualità d'un prodotto, facendo leva su ciò che potremmo ancora oggi chiamare come l'azione congiunta "delle diverse valutazioni e della loro visualizzazione": un meccanismo pubblicitario, insomma, con il rischio di una "bolla della reputazione", è quello che è stato denominato «l'effetto Regina Rossa» o «la corsa della Regina», riferendosi al discorso della Regina ad Alice.[15]

 

 

Dunque, viviamo in un'epoca debole, dove debole è anche il "pensier"? Pareva ce ne fossimo dimenticati, intenti a leccarci le ferite. Qui entra in ballo la scrittura: non è essa stessa, e dall'origine, un qualcosa d'indubbiamente "immateriale", anzi "virtuale"? Certo, il passaggio conflittoso tra supporti cartacei – dai papiri egiziani ai codici, infine alla moderna forma libro, via via dalle dimensioni sempre più ridotte, fino al tablet – ci lascia ad intendere come la produzione degli oggetti segua l'inarrestabile corso dell'immaterialità. Ma che dire allora dei caratteri della scrittura alfabetica, della loro ridotta visibilità, rispetto alla maggiore rappresentatività della pittura rupestre, degli stessi  geroglifici, dei gesti o del nostro stesso corpo. Fino alla loro rappresentazione elettronica, che riduce ancora la loro consistenza materiale? È il mondo della merce, del denaro, delle transazioni finanziarie, della complessità materiale, del macchinismo e delle macchinazioni. L'artefatto ci avvolge e ci respinge nella medesima tratta istantanea, nel momento stesso in cui caratteri e stampa coincidono, la realtà si nasconde e si rende impossibile, infrequentabile e disastrata, come il gorgoglio d'una cascata sopra un fiume in piena, indistinguibile e incatalogabile. Ogni attitudine descrittiva presuppone una semplificazione, una scelta, uno spazio tra gli oggetti, un allineamento, una mise en abyme delle culture aborigene, dei suppellettili e della documentalità. Eppure, non possiamo farne a meno, scaviamo sotto le macerie, apriamo varchi, spalanchiamo l'abisso portandoci appresso pezzi di materia, come valvole intestine d'un mondo residuale, incapace di renderci, per endiadi multiple, caosmotiche plurivocità. L'oramai abusata citazione dal cosiddetto Frammento sulle macchine di Karl Marx, resta comunque centrale per il nostro modus existendi atque operandi, di questo finale di partita, o di questa dipartita dalla postmodernità, dal suo buio rupestre, dalla sua nudità stufaiola. L'incastonata modernità del processo produttivo, quale emerge, dunque, già nella prima metà del XIX secolo, in quel sistema automatico di macchine "messo in moto da un automa, forza motrice che muove se stessa; questo automa è costituito di numerosi organi meccanici e intellettuali, di modo che gli operai sono determinati solo come organi coscienti di esso", da Marx stesso sottoposto a critica, in cui "il lavoro si presenta piuttosto soltanto come organo cosciente, in vari punti del sistema delle macchine, nella forma dei singoli operai vivi; frantumato, sussunto sotto il processo complessivo delle macchine, esso stesso solo un membro del sistema, la cui unità non esiste negli operai vivi, ma nel macchinario vivente (attivo), che di fronte all'operaio si presenta come un possente organismo contrapposto alla sua attività singola e insignificante",[16] ben ci ragguaglia lungo l'asse del discorso e del suo successivo superamento, già ci fa rendere consapevoli di cosa un'espressione cara a Marx, le mort saisit le vif [17], vada a significare, una volta decontestualizzata. Se, infatti, aggiungiamo che "nelle macchine il lavoro oggettivato si contrappone materialmente al lavoro vivo come il potere che lo domina e come attiva sussunzione di esso sotto di sé, non solo in quanto se ne appropria, ma nello stesso processo di produzione reale (...) si presenta inoltre come una premessa rispetto alla quale la forza valorizzante della singola forza-lavoro scompare come qualcosa di infinitamente piccolo" e se "il lavoro oggettivato, a sua volta, si presenta direttamente, nelle macchine, non solo nella forma del prodotto o del prodotto impiegato come mezzo di lavoro, ma della produttività stessa. (...) In quanto poi le macchine si sviluppano con l'accumulazione della scienza sociale, della produttività in generale, non è nel lavoro, ma nel capitale, che si esprime il lavoro generalmente sociale", considerato tutto ciò, ed altro ancora, si arriva per successive approssimazioni ed analisi, compresa la question de vie et de mort riguardante "il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna", sino ad arrivare infine a quella "forza produttiva immediata", rappresentata dalla conoscenza, che Marx, con un'espressione felice chiama general intellect: "La natura non costruisce macchine, non costruisce locomotive, ferrovie, telegrafi elettrici, filatoi automatici, ecc. Essi sono prodotti dall'industria umana: materiale naturale, trasformato in organi della volontà umana sulla natura o della sua esplicazione nella natura. Sono organi del cervello umano creati dalla mano umana; capacità scientifica oggettivata." [18]





Carlo Bernardini, La materia è il vuoto (Castello dell'Aquila, 2010)


Walled Garden

 

La macchina del capitale, divenendo sempre più astratta, oltre ad aver allargato il proprio dominio all' intero corpo planetario, assumendo quella dimensione totale di mercato mondiale del denaro, le cui conseguenze oggi ognuno di noi sta scontando, ha anche marcato la sua potenza nel corpo vivo della forza lavoro, determinando una forma paradossale di nuovo capitalismo che, se da un lato imbriglia l'essere vivente in quanto produttore di ricchezza (lavoro cognitivo), dall'altro ne mortifica il valore attraverso forme salariali e occupazionali sempre più svincolate dalla vita stessa (precarizzazione). La contraddizione diviene ancora più acuta se si considerano più da vicino le moltitudini di soggetti coinvolti in sempre maggiore quantità, per nulla disposti a sottrarsi alla cattura consumistica di "oggetti sociali" che promettono una gratificazione narcisistica su ampia scala: si pensi al rapporto sociale sviluppatosi negli ambienti dei cosiddetti social network dove, abbandonata ogni reminescenza dei limiti posti dalla privacy, intenzionati invece a oltrepassarli, cittadini di tutte le età e da ogni parte del mondo si lasciano invasare dal guru di turno della Net Economy, genuflettendosi al volere dei più avveniristici mercanti di futuro. Infatti, così infuturati ci ritroviamo, alla fine di un secolo breve, di fronte ad una modernità solida, franata "in un disordine mondiale di natura poco chiara e senza che ci sia un meccanismo ovvio per porvi fine o per tenerlo sotto controllo" (Hobsbawm 1995); resosi riconoscibile, detto disordine, per una fuggevole extraterritorialità liquida, con programmi che ne accellerano la distopia e il nomadismo, tagliati "su misura della modernità liquida" (Bauman, 2000). Con abiti forzatamente tagliati su misura da espertissimi sarti, ma con sguardi fissi al vuoto di un sistema ultraliberista che ha messo in ginocchio l'economia americana e quella mondiale, fondata sulla colossale bugia della "guerra al terrorismo" (Chossudovsky, 2002); rafforzati nell'opinione opposta, che le relazioni umane, anche di tipo economico, sono troppo importanti per essere lasciate alla morsa dei mercati (Occupy Wall Street); tuttavia abbagliati dai rinnovati spiriti animali di un ancorché turbo capitalismo cognitivo; quali anguille o piraña, poco importa, in guisa di terrestri risalenti la catena evolutiva, con più o meno destrezza, in un amnio d'acque digitali, dacché: "il futuro vince sempre" come dichiara loro, in una recente intervista, il 48enne originario del New Mexico, Jeff Bezos, uno dei 30 uomini più ricchi del mondo. Fondatore della Amazon, sbarcata in Italia nel novembre 2010 (Amazon.it),  e quindi riplanata con il lancio di un lettore di ebook, detto Kindle; oltre ad una piattaforma di vendita per gli stessi libri prodotti e distribuiti per via informatica, più quelli self publishing, proclama, tra l'altro, brandendo il vessillo bifronte del futuro: "l'ecosistema che ruota intorno al libro (cartaceo, questa volta, n.d.r.) dovrà adattarsi al nuovo e per farlo bisogna sforzarsi di creare valore aggiunto"; anche se poi, alla primavera digitale si finisce inevitabilmente per sostituire un brusío, un rumore di fondo, di gruppuscoli addomesticati, o cerchie, sempre più risucchiati in aree geopolitiche ristrette, se non addirittura local-parentali, in cui la comunicazione soffre perlopiù di mancata dialettica conoscitiva; l'esatto opposto di quella terra promessa dagli apostoli della New Sincerity, sulle cui spoglie si viene chiamati, per confluire in un non-luogo dove si celebrano, au contraire, pacchetti stucchevoli di giaculatorie post-human: "pacchi" di elenchi emozionali, tra istinto e scaltrezza, rilasciati nel web 2.0 da un neo-spontaneismo di maniera, smangiucchiati in solitari angoli, quanto residuali, macchiati soltanto da afasica vaniloquentia e tracciabilità; anonime micro-narrazioni, che una letteratura sociologica postmoderna, posta a confronto delle nuove pratiche di total branding, riconosce come neo-totalitarie: un gioioso elemento di cattura del consumatore in vena di autopromozione, di spogliarelli verbali, naturalmente ad usum delphini. Nuove forme di proletarizzazione, dunque, dove "All'ambiguità delle nuove tecnologie corrisponde (...) l'ambiguità dei discorsi teorici e delle pratiche sociali" (Formenti, 2000); fine del sogno digitale "di un mercato globale liberato dalle oscillazioni dei cicli congiunturali e destinato a espandersi all'infinito sul ritmo del progresso tecnologico (Formenti, 2002); fine della pretesa univers"espressione usata per definire le piattaforme tecnologiche che impediscono ai clienti di uscire", p alistica della rete, impostata sempre più sul walled garden er non parlare della natura intrinsecamente anarchica di Internet, presto smentita dalla realtà dei fatti (Formenti, 2011). Anche la letteratura, dunque, quella sottoposta al reticolo mediale del "niente tace" consumistico, al flux de connerie narcisistico di un ibrido mediale da tabula in formato digitale, da ri-alfabetizzare con il tocco delle dita di una mano, per dir così "deterritorializzata", da una scrittura che effettua un doppio rimbalzo; dalle memorie fisiche delocalizzate, all'immateriale supporto di una tavoletta, ultima progenie di Uruk; dall'ombra di un libro, proiettata sullo schermo d'una tabula, alla volta dei mercanti là fuori, accecati dal troppo sole; ed al proliferare delle onde interpretative d'un pensiero fattosi sempre più debole, perché riflesso immaginario che nasconde e camuffa la realtà, eccoci dunque al motivo della rivolta: quel capovolgimento del reale come fonte di percezione esterna nel reticolo degli idola specus, transitati ora nel silicio: dove alle ombre riflesse nel fuoco, ovvero nella selce (pietra, roccia) preistorica, o nella pietra focaia, nonché in quegli stessi tessuti animali, comprese le ossa, le arterie le cartilagini e le cellule cerebrali, in ogni elemento bruto-terrestre-lunare (la Luna, per il 20% composta da silicio), prevalente perciò sulle forze della ragione; sempre che qualcuno ai margini, dai margini, insomma uno "schizo" (per dirla ancora con Deleuze e Guattari), non vi metta piuttosto un ordigno dentro, un congegno capace di forare "l'incubo della storia" perché vi risuoni un evento (Frasca 2005). Perché all'interno della cavea possa tornare a galleggiare, ben oltre quell'anfiteatro, ben oltre quel muricciolo, quel reticulatum rupestre che serve da schermo per nascondere la realtà, la paraprassia di un atto mancato.

 

 

Del povero Merleau-Ponty

 

 

“Ma tu conosci Merleau-Ponty?”. Questo era il titolo dell’articolo pubblicato da Enrico Filippini il 20 maggio 1981 su la Repubblica nel ventesimo anniversario della morte del filosofo e nella stessa occasione Le Monde parlava di Un grand penseur encore mal connu.[19] Allora il pensiero di Merleau-Ponty era ancora avvolto dall’oblio, un pensiero che si è riscattato con il tempo e che ha precorso i tempi, risultando ora quanto mai attuale. Oppure: "A dire il vero, un libro su Merleau-Ponty non avrebbe di per sé bisogno di giustificazione, data la scarsissima presenza di questo filosofo nel dibattito italiano successivo alla sua scomparsa. Ciò può essere anche effetto di quella «cattiva conoscenza» che pare si abbia di Merleau-Ponty, e non solo nel nostro paese (v.nota), ma è comunque imputabile alla invadenza storiografica di un altro asse, quello Heidegger-Sartre, che ha egemonizzato, e quindi ostruito, i pur non numerosi canali di penetrazione dei temi fenomenologici ed esistenzialistici in Italia. Nell'ultimo bilancio storiografico stilato sulla consistenza di queste due correnti filosofiche in Italia, Merleau-Ponty è pressocchè assente[20]. È stata soprattutto la divulgabilità del pensiero sartriano a non permettere, oggettivamente, una adeguata valutazione dell'autore della Phénoménologie de la perception"[21].

 

Sarà capitato di pensare, e più di una volta nella vita, alla smisurata capacità offerta da un manipolo di ventisei segni  che di per sé non significano nulla alle più svariate combinazioni linguistiche, di cui è intessuta la lingua sia parlata che scritta. L'opera omnia dell'umanità, almeno per quanto concerne la nostra area culturale è dipesa e chissà se continuerà a dipendere da questa tra le più straordinarie invenzioni dell'uomo: l'alfabeto fonetico. Dalla Commedia dantesca all'Ulisse di Joyce, da Shakespeare a Leopardi, ma anche da Spinoza a Derrida, ogni testo scritto che ha attraversato il nostro spinosissimo occidente, è partito e forse partirà ancora, da un insignificante quanto potente gruppo di segni: compresa la chiacchiera quotidiana che oggi è quella dei social network, naturalmente, e con sfumature diverse di senso. Perchè "Voilà longtemps qu'on parle sur la terre et le trois quart de ce qu'on dit passent inaperçus", dice allora Mereau-Ponty: "Le dialogue, le récit, le jeu de mots, la confidence, la promesse, la prière, l'éloquence, la littérature, enfin ce language à la deuxieme puissance l'on ne parle de choses ni d'idées que puor attendre quelqu'un, les mots rèpondent ò des mots, et qui s'emporte en lui-même, se construit au-dessus de la nature un royaume bourdonnant er fiévreux, nous le traitons comme simple variété des formes canonique qui énoncent quelque chose". Esistono dunque nell'espressione linguistica, come in quella sonora o cromatica, delle formule esprimibili in un linguaggio matematico, che ne regolano la funzione combinatoria, in un contesto pressocchè illimitato. Ma allora, dove si crea il significato, ciò che trascina al suo interno sensibilità e intelletto e lo getta all'esterno di tali segni, come anche avviene nel pensiero matematico, ben evidenziato da Merleau-Ponty, quando scrive che "Il nostro obiettivo non è mostrare che il pensiero matematico poggia sul sensibile, ma che esso è creatore, e lo si può vedere proprio e persino da una matematica formalizzata"[22]. I segni scompaiono, non appena si aprono ad un significato, per poi ritornare subito dopo, quando si tratta di costruirne uno nuovo[23]. È la crudeltà del linguaggio, così come ci appare, che per aprirsi ogni volta al mondo, divora la materialità dei suoi stessi segni. Ma potrebbe anche darsi che, proprio grazie alla loro materialità, il significato, o ciò che percepiamo come tale, resti talmente ammaliato dalla gravità del segno, che invece di lasciarsi evaporare verso l'alto, preferisce ricadere verso il basso, dove risiede la loro imperturbabile datità sociale. Il codice liquido dell'espressività continua la sua corsa alluvionale superando le barriere del già detto, istituendosi sempre di nuovo.[24] Ad esemplificare, Merleau-Ponty richiama il sole disegnato dai bambini di Piaget, che porta al suo centro la parola "sole", come se la nostra lingua ritrovasse al fondo delle cose una parola che le ha precostituite. E se la lingua è la scienza nei suoi primi passi, l'algoritmo rappresenta la forma adulta del linguaggio[25]

 

                                                                                                                                                                    

La visione cieca [26]

 

Le immagini ricevute dalla retina

vengono elaborate anche in regioni

del cervello diverse dalla corteccia

visiva, e una delle regioni più oscure

che hanno parte in quest’elaborazione

si trova nella parte inferiore del lobo

temporale. Pare che D. B. possa avere

fondato le sue «congetture» su informazioni

fornitegli da questa regione temporale.

L’attivazione di queste regioni non aveva

come conseguenza la percezione diretta

cosciente, e non di meno l’informazione

era in qualche modo presente, come

rivelò la correttezza delle «congetture»

di D. B. In effetti, dopo un certo addestramento,

D. B. riuscì a ottenere un grado limitato

di consapevolezza in reazione a queste regioni.

 

(R. Penrose, La mente nuova dell'imperatore)[27]

 

 

Dunque ci sarebbe un'eccedenza, all'interno stesso del linguaggio, per una strana quanto miracolistica predisposizione, che lo renderebbe ossessionato da se stesso e al tempo stesso aperto ad un significato. [28] Dal momento che il linguaggio, dal monologo interiore al dialogo, ha a che fare con parole suscitate da altre parole, cioè con se stesso: ciò che lo legherebbe a un significato, risulterebbe da una sorta d'intenzionalità sociale (Searle), o meglio d'abitudine, di convenzione. In un certo qual senso il linguaggio volta le spalle al significato, la cosa sembra non riguardarlo[29]. Imparentato a de Saussure come a Lévi-Strauss (quest'ultimo, anzi, gli aveva dedicato Il pensiero selvaggio[30]), per Merleau-Ponty il mondo è definibile come "lo stile universale di ogni percezione possibile": sarà dunque tale "poetica percettiva", come evidenzia Tiziana Colusso, "lo stile poetico (immaginativo-linguistico) peculiare che presiede alla costituzione del mondo-testo. In tal modo il campo percettivo peculiare – e il campo sensorio ad esso legato – diventano funzioni del testo, forze produttive del testo e dal testo stesso prodotte, rese visibili."[31] Del resto, come avvertiva lo stesso Roland Barthes: "Paradossalmente, non è quindi nel campo della sociologia che si troverà lo sviluppo più fecondo della nozione Lingua/Parola, bensí nel campo della filosofia, con Merleau-Ponty, che probabilmente è stato uno dei primi filosofi francesi a interessarsi a Saussure, sia per aver ripreso la distinzione saussuriana sotto forma di opposizione fra parola parlante (intenzione significativa allo stato nascente) e parola parlata ("patrimonio acquisito" per opera della lingua, che ricorda molto il "tesoro" di Saussure), sia per aver esteso l'originario concetto saussuriano, postulando che ogni processo presuppone un sistema[32]: si è così elaborata una opposizione particolarmente feconda nella Storia[33]. Ma anche, nell'evidenziare come "Al centro del processo percettivo, che sarebbe quindi qualcosa di formato e non un insieme di dati «bruti» sui quali interverrebbero poi i processi della memoria, del sapere, del giudizio, Merleau-Ponty pone il corpo proprio, ossia il corpo di chi percepisce, e che costituisce il vero fulcro del sentire: è attraverso il corpo che viene orientata la visione, anche quando si tratta di ricostruire mentalmente un luogo immaginario"; la Colusso ritrova quello che le servirà in seguito da orientamento per la sua analisi strutturale, principiando da quel testo fondativo, che raccoglie i due scritti ab origine di Merleau-Ponty Le primat de la perception et ses conséquences philosophiques; précédé de Projet de travail sur la nature de la perception (1933) e La Nature de la perception (1934). Di un "primato della Gestalt", soprattutto per quanto concerne i risultati dell'indagine scientifica, condotta da J. Piaget, sui primissimi passi dell'ingresso dell'ingresso del bambino nel mondo della realtà, parlerà qualche anno dopo il Fabro (1941): "In particolare, Helen Frank osservò che i bambini presentano, in grado notevole, i fenomeni della «costanza percettiva». Un bimbo di 11 mesi che era stato abituato a scegliere la più grande fra due scatole, poste l'una accanto all'altra, continuava a fare esattamente la sua scelta anche quando la scatola più grande veniva distanziata tanto da offrire una immagine retinica inferiore ad 1/15 dell'immagine retinica data dalla scatola più piccola che restava più vicina: ciò che corrisponde al rapporto 3:1 in favore della scatola più piccola (Koffka K, D, 88)". La nozione di presenza, richiamata allora dal saggio di Tiziana Colusso: "l'insistenza sulle nozioni di presenza, di esperienza, sulla percezione intesa come «sistema delle prese sul mondo» orientato dal corpo-punto di vista", riesce nell'intenzione di creare un corto circuito testuale, strutturato a doppio chiasma: "Il nostro tentativo è quello di ricavare dal discorso del testo uno «sfondo» percettivo peculiare, che il testo indica dentro le sue «trame» linguistiche e semantiche in maniera più o meno manifesta"[34], in una sorta di poetica implicita che prende in esame due testi-campione: La cognizione del dolore di Gadda e Portrait d'un inconnu di Nathalie Sarraute. Se nella figura epistemologica del chiasma, come con chiarezza terminologica spiega un'altra studiosa di Merleau-Ponty, Roberta Lanfredini: "l'unione di mente e corpo è un dato primitivo, originario, non ulteriormente scomponibile. Il termine richiama sia la figura retorica del chiasmo (quella particolare struttura della frase o verso in cui si verifica un incrocio di parole come la lettera χ dell'alfabeto greco sembra evocare), sia il termine ottico del chiasma (il punto in cui i due fasci di fibre dei nervi ottici, dirette ai due opposti bulbi oculari, si incrociano al centro in un punto dietro i bulbi)[35], ecco che l'analisi strutturale in senso merleau-pontyano, condotta dalla Colusso sui due testi di letteratura forte, la spinge a rovesciare in una prospettiva critica "molto differente" da quella, poniamo, di un Richard, che si tinge d'un interesse del tutto particolare, andando a pescare in quell'area della critica testuale, oggi in disuso, volta all'individuazione di quello che egli definisce come il «paesaggio personale» dello scrittore, le «coordinate personali di un soggiorno»[36], da leggere, secondo quanto scrive ancora Colusso "in filigrana attraverso le figure del testo. In questa maniera il testo diviene una sorta di «museo» dell'immaginazione materiale di un autore, all'interno del quale orientarsi per portare alla luce ricorrenze e fantasmi in gran parte inconsci"[37]. Per resistere nell'immanenza del «campo percettivo» generato dai due testi presi in esame, che non rimandano a nessun «paesaggio» al di fuori di ciò che viene definito come mondo-testo. Usando le parole di Robbe-Grillet, scrive l'autrice, "potremmo dire che si parte dalla fondamentale accettazione del testo come di un «monde matériel», (...) ossia realtà materiale e autonoma, irriducibile difforme rispetto ad altre realtà che si trovano al di fuori di essa. Il campo percettivo del testo è venuto nella nostra ricerca a costituirsi come un'impronta caratteristica che informa l'organizzazione della materia testuale lungo una direttrice complessa, in tre livelli fondamentali: quello della singola «immagine», più direttamente legata alle scelte stilistiche particolari (livello della pagina, per così dire); quello della struttura dell'intreccio e dei meccanismi narrativi e infine quello delle scelte generali di poetica."[38] Per poi individuare nel deformante, l'impegno programmatico della poetica gaddiana: «Tendo ad una brutale deformazione del temi che il destino s'è creduto di proponermi come formate cose ed obbietti: come paragrafi immoti della sapiente sua legge»[39]. Dal «theatron del divenire» gaddiano, a la «gangue du visible» sarrauttiana, il gioco sembra farsi e spendersi, lungo una prospettiva reticolare infinita, dove «L'ipotiposi della catena delle cause va emendata e guarita con quella di una maglia o rete: ma non di una maglia a due dimensioni (superficie) o a tre dimensioni (spazio-maglia, catena spaziale, catena a tre dimensioni), sì di una maglia o rete a dimensioni infinite»[40]. E dove le «images visionnaires» sarrauttiane tra regno animale, vegetale e minerale, segnano appunto un «campo» caratterizzato dall'«indistinction de l'universel» che è la materia privilegiata dell'indagine del romanzo. Così, concludendo questo suo saggio giovanile, la scrittrice Tiziana Colusso trova un'amalgama, diremo una connivenza strutturale tra la «metamorfosi» e il trapasso fra livelli biologici di Portrait d'un inconnu, e quel principio della «deformazione» fisiologica del divenire gaddiano; a parziale conferma dell'esposizione che Merleau-Ponty fa dell'esperienza percettiva: «D'une manière générale, il faut dire que la perception porte plutôt sur des rélations que sur des termes isolées»[41].





Del deformante

 

 

Il est en face de quelque chose qui n’est pas

encore et que seul il peut réaliser, puis fair

entrer dans sa lumière.

 

Si trova di fronte a qualcosa che ancora

non è, e che esso solo può rendere reale,

poi far entrare nella sua luce.

 

(Marcel Proust)

 

Matière et memoire definisce il carattere

dell'esperienza nella durée in modo che

il lettore deve finire per dirsi: solo il poeta

può essere il soggetto adeguato di un'esperienza

consimile. Ed è stato infatti un poeta a mettere

alla prova la teoria bergsoniana dell’esperienza.

 

(W. Benjamin)

 

 

Di tali avventure del deformante, dopo "La fascinazione prodotta dalla nozione platonica di eidos (...) le avventure della «forma» sembrano piuttosto divenute, in modo quanto mai esplicito e insistito, le avventure della deformazione. Ecco infatti il «manifesto tecnico» dei pittori futuristi, datato 11 aprile 1919, sottolineare subito che «per la persistenza della immagine nella retina, le cose in movimento si moltiplicano, si deformano, susseguendosi, come vibrazioni, nello spazio che percorrono». Ecco, pochi anni dopo, George Braque sintetizzare: «i sensi deformano, la mente forma». Ecco appunto Francis Bacon caratterizzare la pittura di Pablo Picasso – e implicitamente anche la propria – in termini di «forma 'organica' che si riferisce all'immagine umana ma ne è una completa distorsione». Ancora, ecco Paul Klee proporsi, nella conferenza significativamente intitolata Sull'arte moderna, «di mostrare come l'artista assai spesso giunga a una 'deformazione' [Deformation], che si direbbe arbitraria di ciò che appare in natura» A concluderlo, ecco allora, in ambito extrapittorico, Michel Butor qualificare «esercizi di deformazione» non solo la propria opera, ma addirittura tutta la letteratura e l'arte del XX secolo, compresa la struttura musicale della «variazione perpetua».[42] Sarà per questo che anche Tiziana Colusso si richiama, nel saggio citato, oltre che naturalmente a Merleau-Ponty, obbligatoriamente diremo anche a Henri Bergson, La perception du changement, "conferenza tenuta ad Oxford nel 1911, e pubblicata in Oeuvres, Paris, Press Universitaire de France 1963: «Le rôle de la philosophie ne serait-il pas ici de nous amener à une perception plus complète de la rèalité par un certaine déplacement de notre attention? Il s'agirait de détouner cette attention du coté pratiquement intéressant de l'univers et de la retourner vers ce que, pratiquement, ne sert à rien» (ivi, p. 1372). Questa torsione del pensiero dovrebbe permettere secondo Bergson di riconoscere l'implicita potenza della virtualità, di quel «champ immensément vaste» (ivi, p. 1372) dove vengono ritagliate attraverso «cernite» e cesure le nostre conoscenze attuali."[43] Deformazione e riconoscimento, dunque, sono i cardini su cui poggia soprattutto la Recherche proustiana, focalizzata dall'ampio saggio di Mauro Carbone, ed eccoci allora al bal de tête, come lo stesso Proust lo descrive: "Un teatrino, ma in cui per riconoscere nelle marionette certe persone conosciute in passato bisognava leggere a un tempo su più piani, situati dietro di esse e che davan loro una certa profondità, e che costringevano a uno sforzo mentale ogni qualvolta comparivano davanti quei vecchi pupazzi, giacché bisognava guardarli a un tempo con gli occhi e con la memoria".[44]

 

 

Homo est brutum bestiale

 

 

Scampagnata alla Merleau-Ponty

(sul motivo di Alli Castelli)

 

Di Sartre farneticante

su drammi esistenziali,

raccogli l’interessante

in quadri strutturali.

Le regole percettive

tu fondi ora e qui:

chi è che fa così?

Merleau-Ponty!

 

La nuova ontologia

tu fondi con coraggio,

la feno menologia

ti apre a questo ingaggio.

 

Il senso di questo corpo

di cui vivo ogni dì

chi, chi mi restituì?

Merleau-Ponty!!

 

(U. Eco, Il secondo diario minimo)

 

 

Nel prefare La verità del gatto[45], così si esprime Umberto Eco: "Per scrivere occorre una sana ottusità, una decisione di autocastrazione. Certamente Filippini non si sentiva di essere ottuso e gli ripugnava castrarsi. Perciò aveva scelto per lungo tempo il silenzio, interrotto da qualche prova, per lo più privata"[46]. Ma nel primo Autoritratto si legge: «Guarda il mio gatto, scemo: è la filosofia, perché non parla. A proposito di Nietzsche, Heidegger ha detto: Alla fine della metafisica sta la frase: homo est brutum bestiale..."».[47] Se non fosse che, nel post scriptum di questa scrittura autofagica, nelle ultime righe di un testo come pochi oggi se ne hanno, viene lasciato cadere un Post Scriptum con una citazione da Barthes, che sembra aggiungere un'ulteriore insicurezza nel lettore: «La verità: ciò che è lì accanto. Un monaco domandò a Chao-chou: "Qual è l'unica e l'ultima parola della verità?" Il maestro replicò: "". Io non scorgo in questa risposta l'idea banale secondo cui un non ben definito partito preso d'un tacito consenso generale è il segreto filosofico della verità. Semmai avverto che, opponendo bizzarramente un avverbio a un pronome ( a quale), il maestro risponde a lato; egli dà una risposta da sordo ....» (Roland Barthes)[48]. Filippini aveva delle antenne sensibilissime, ricorda Tabucchi in una intervista sul Corriere della Sera[49], e come potrebbe non esserlo stato in quella spelunca sepulcralis [50] dove scriveva e leggeva Kant, ma non solo. Per lui la scrittura "era il momento della sincerità globale,[51] dato che si trattava di mettere in gioco tutto se stesso e, con se stesso, il fatto di come per lui fosse così difficile scrivere, trascinato e dibattuto come lui era tra modelli, opinioni, possibilità diverse".[52] Ma, soprattutto, con quel senso di colpa, inscritto nel corpo stesso dello scriba, consapevole di aggirarsi nel potenziale rivoluzionario di quei segni; ma con l'anima d'inchiostro[53]. Dunque ritratti, istantanee a futura memoria, scritture del disastro. Come questo Autoritratto del 5 aprile 1981 che Filippini, dedicandolo ovviamente a se stesso, pone beffardamente in apertura d'un libro di ritratti e che a sua volta lo ritrae, cadenzato da quel "Poi... Allora..." che non risparmia una bordata tranciante contro quella "voluttà di conformismo" culturale, (v. appiattimento sull'esistente, sua volgarità, cit. Flores d'Arcais) ma che suona soprattutto come autocondanna, inscenata dalla figura dell'organizzatore "pubblico-privato" di «dibattiti», in un teatrino della crudeltà che riguarda ancora i media, come le retroguardie provinciali dell'oggi:

 

«Hai mai letto Lutto e malinconia?» «Eh?» «Leggilo, e poi, almeno per il momento, tienici dentro un piede e tieni fuori l'altro...»

«Fuori dove?»

«Non ho capito!» "L'organizzatore non ha capito. Come faccio a spiegargli quel che non ha capito... Ha in mente cose sociali, ha in mente acculturazioni, ha in mente emancipazioni e liberazioni, ha voglia di andare a casa, desidera lottare, gli piacciono le associazioni culturali, gli vanno le Teorie, ha sentito parlare del Desiderio, legge le riviste, va alle mostre d'arte, conta sui dibattiti suoi e altrui, è un intellettuale che non ha da fare e a cui sembra di dover far tutto, si sente responsabile, conta sulla laicità, ha fiducia nel discorso, non sa che le parole sono sinonime del loro contrario, non sa di essere soggetto alla forza di gravità, non sa da che parte tira, vorrebbe estorcerti un segreto... Gli si potrebbe rispondere con una citazione: «È troppo chiaro, e perciò è difficile vederlo ». Contro l'opacità della menzogna, la verità della scrittura: un odio di classe rovesciato, forse quello che traspare con molta violenza in una celebre intervista di Robert Stromberg al grande scrittore francese Louis-Ferdinand Céline: "È una sensazione stranissima, andare a trovare Céline. Céline il terribile! Céline l'oltraggiato! Céline il capro espiatorio! Céline il Fou! Céline vive a Meudon, ai margini di Parigi. Vive in una casa del diciannovesimo secolo in legno e malta di tre piani con sua moglie Lucette Almanzor e circa una dozzina di cani, ad occhio e croce. Sua moglie, dice, è la proprietaria della casa". Infine, la terribile domanda: «Sta scrivendo?» e la risposta altrettanto terribile: «Sì, sì, sto scrivendo… Devo vivere, così scrivo… No! Lo Odio! L’ho sempre odiato… è la cosa più terribile da fare, per me…non mi è mai piaciuto, ma sono bravo a farlo… non m’interessa per nulla, quello che scrivo – ma devo farlo. È tortura, è il lavoro più duro al mondo».[54]

 

Il chiasma della scrittura. Il fatto è che funziona proprio così: nel mentre il potere dice la verità mentendo, la letteratura sembra mentire per affermare invece la verità.

 

 

Scuola di Francoforte

 

 

Di queste città resterà: il vento che le attraversa!

La casa rallegra il mangione: è lui che la vuota.

Sappiamo di essere effimeri

e dopo di noi ci sarà: niente degno di nota.

 

Nei terremoti futuri io spero

che non si spenga il mio virginia per l'amarezza,

io, Bertolt Brecht, sbattuto nelle città

dai neri boschi, nel grembo di mia madre, in tenera età.

 

(Bertolt Brecht, Libro di devozioni domestiche)[55]

 

 

"I suoi baffi neri spiccano in qualche fotografia di gruppo..."[56] che va ad aggiungersi alla galleria di Interviste e ritratti raccolte ne La verità del gatto, un ritratto post-mortem, come del resto lo stesso Filippini aveva...





Emanuela Fiorelli, Io, 2012, cm. 55x80x12, plexiglass e filo argentato su vinile


Ancora Bartleby

 

 

Francesco Muzzioli ha articolato in un pamphlet sull’esercizio della critica come Quelli a cui non piace (Meltemi, 2008) dove si legge: “Secondo la ragione cinica la critica non serve, ed è chiaro perché. In una letteratura interamente gestita in termini di mercato, la critica altroché non serve, ma non ha senso neppure: per le esigenze promozionali serve piuttosto la pubblicità, e la pubblicità non può mai essere ‘negativa’ (non può neppure prevedere di esserlo), né prendere alcuna distanza. È discorso o immagine-discorso tutto interno al suo prodotto. Neanche spiegazione e neppure curatela, ma iperbolizzazione e teofania della merce, questo l’unico discorso sul testo che interessa alla logica imperante; tanto meglio quando evita di entrare nel vivo, anzi, quando non sa neppure di cosa parla e si presenta come puro richiamo, buono à tout faire. Nella prospettiva del commercio, la critica non serve, questa è la verità: non serve nel merito, in quanto l’industria culturale non abbisogna di conoscere il valore (l’unica vera valutazione – ritiene la mens utilitaria – la dà il pubblico, e prima ancora di leggere: la classifica valida per i suoi rendiconti è quella delle vendite), semmai deve prevedere l’accoglienza subitanea e lo scalpore repentino, avendo l’assillo di smerciare al più presto possibile, non restino i prodotti a pesare per inerzia d’immagazzinaggio. E non serve nella sostanza: il mercato non ha bisogno di trovare dall’altra parte ‘spiriti critici’, cerca consumatori di bocca buona che si entusiasmino a comando di fronte ai fenomeni del momento  (e debbono avere, perciò, scarsi strumenti di decodifica e la memoria più corta che mai, per non addurre inopinati paragoni). Allora precisiamo: la critica non serve, ma serve, eccome, la diminuzione della criticità”)[57]. Ma allora, si chiede Muzzioli, dandoci subito una risposta: chi cambierà il mondo? Semplice: Quelli a cui non piace.[58]

 

 

Igitur

 

 

Un point de vue, dal momento che per cominciare, occorre pur sempre un artificio retorico, in pratica una finzione: ce lo impone la scrittura stessa, nel suo cammino vorticoso, quasi veritiero. Ma ce lo impongono anche quei dati immediati della coscienza, messi in luce da Henri Bergson, che sin dalle prime righe della Prefazione al suo Essai[59] del Febbraio 1888  fa notare come il linguaggio esiga che tra i suoi oggetti si stabilisca la medesima discontinuità che poniamo per gli oggetti materiali[60]. [Questo non riusciamo a farlo tanto bene, come avrebbe voluto Cartesio che nelle Meditazioni metafisiche teorizza quella separazione tra dati sensoriali che inducono al falso] scrive Paul Ricoeur, nel suo Étude sur les  "Méditation Cartésienne" de Husserl[61].

 

Far saltare il banco, cominciando da questa scrittura. Mostrarne lo scheletro, come nella simpatica foto di... Bloccare il meccanismo, dunque l'algoritmo.

 

 

L'involtino mediatico

 

 

Strappare la rete, provocandone smagliature. Cominciare col disubbidire al diktat del gusto corrente: una smagliatura di stile, certo, una stonatura nel coro di voci plaudenti.

Sbrogliare dunque la matassa, contro coloro il cui interesse consiste nell'imbrogliare le carte, magari urlando, minacciando ecc...

 

 

 

 



[1] Cfr. Sandro Mancini, Sempre di nuovo. Merleau-Ponty e la dialettica dell'espressione, Mimesis ed.

[2] Cfr. Francesco Colli, Alessandro Prandoni, L'essere a due facce. Filosofia e ontologia nell'ultimo Merleau-Ponty, Mimesis, 2002, p. 254.

[3] Cfr. Gilles Deleuze, Giorgio Agamben, Bartleby. La formula della creazione, Quodlibet 1993, p.17

[4] Cfr. H. Melville, Bartleby lo scrivano, Feltrinelli, Milano 1991.

[5] Deleuze, op.cit., pp.!4-15.

[6] V. supra, p.13.

[7] Id., p.13

[8] Cit. p.14.

[9] L' Elogio della filosofia è il testo inaugurale della lezione tenuta da Merleau-Ponty al Collège de France II il 15 gennaio 1953. Cfr. trad. it. a cura di Carlo Sini, 2008 SE, postfazione di Carlo Sini, p.79. Exergo, ivi pp.39-40.

[10] Sandro Mancini, Sempre di nuovo cit., p.103.

[11] Cfr. Maurice Merleau-Ponty, La fenomenologia della percezione, trad. di Andrea Bonomi, Bompiani, IV ed. ottobre 2009, p.353. Parte seconda, Il mondo percepito. La teoria del corpo è già una teoria della percezione, pp.275-474.

[12] Cfr. trad.it. di A. Lucia Giavotto Künkler, in R.M. Rilke, Poesie, a cura di G.Baioni, commento di A.Lavagetto, Einaudi-Gallimard,1995, vol.I, p. 95.

[13] Cfr: I. Pais, La rete che lavora. Mestieri e professioni nell'era digitale, Prefazione di Tiziano Treu, 2012 EGEA (v. cap. 2 "La reputazione ai tempi di Klout"), p.40.

[14] Id., p.43.

[15] Id. ,p.44.

[16] Cfr. K.Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica 1857-1858 Volume II, trad.it. di Enzo Grillo, by La Nuova Italia Editrice, Scandicci (Firenze); prima ed. in "Paperbacks Classici, pp. 390-391

[17] Cfr. K. Marx, Il Capitale. Critica dell'economia politica, a cura di Eugenio Sbardella, LIBRO PRIMO, parte prima, avanzini & torraca editori, prima edizione 1965, p.3

[18] Cfr. K. Marx, cit. pp.390-403

[19] Vedi, a proposito, G.Invitto, Merleau-Ponty. filosofia esistenza politica, Guida editori, Napoli 1982, n.2 Un grand penseur encore mal connu, è l'articolo di C. Delacampagne  con cui « le Monde » del 2 maggio 1981 apriva la sua pagina letteraria dedicata a Le retour de Merleau-Ponty.

[20]  Cfr. Aa. Vv., Fenomenologia ed esistenzialismo in Italia,  a c. di G. S. Invitto, Lecce, 1981. In particolare, ci permettiamo di rinviare alle pp. 6 - 7 della nostra premessa.

[21] Ivi. Si segnala, di qualche anno precedente quella di Merleau-Ponty, l'opera di Cornelio Fabro, La fenomenologia della percezione, Vita e Pensiero, Milano 1941. Prima edizione delle opere complete, 2006, vol. 5 a cura di Christian Ferraro; dove, sia La structure du comportenment2, Paris 1949 che Phénoménologie del la Perception, Paris 1945 entrano, comunque, a far parte degli studi sulle rivendicazioni della «Gestalttheorie». In tal senso vengono richiamate alcune osservazioni di Merleau-Ponty, quali «La forme est donc non pas une réalité physique, mais un objet de perception, sans lequel d'ailleur la science physique n'aurait pas de sens, puisq' elle est construite à propos et pour le condonner» (Merleau-Ponty, M. A. 155), vedi n.74. O ancora: «Ce n'est pas parce que le comportement est plus simple qu'il est privilégié, c'est au contraire parce qu'il est privilégié que nous le trouvon plus simple», trad. it. Maurice Merleau-Ponty, La struttura del comportamento, a cura di Marcello Ghilardi e Luca Taddio, p.161: "Ogni comportamento non privilegiato verrà stimato dal soggetto un comportamento difficile e imperfetto. Ma cos'è che conferisce ai comportamenti privilrgiati il loro privilegio? Da cosa viene il fatto che vengano considerati come «i più semplici» e i «più naturali», e che diano un senso di equilibrio e di facilità?".

[22] MERLEAU-PONTY Maurice, L'algoritmo e il il mistero del linguaggio, in La prosa del mondo, Roma, Editori Riuniti, 1984, p.132. "Notre but n'est pas ici de montrer que la pensée mathématique s'appuie sur le sensible, mais qu' elle est créatrice et l'on peut le faire aussi bien à propos d'une mathématique formalisée" (Édition Gallimard, 1969, p. 177).

[23] Mais cela même est la vertu du langage: c'est lui qui nous jette à ce qu'il signifie; son triomphe est de s'effacer et de nous donner accès, par delà les mots, à la pensée même de l'auteur, de telle sorte qu'après coup nous croyons nous être entretenus avec lui sans paroles, d'esprit à esprit. Les mots une fois refroidis retombent sur la page à titre de semples signes, et justement parce qu'ils nous ont projetès bien loin d'eux, il nous semble incroyable que tant de pensèes nous soient venues d'eux (sottolineatura nostra). Cfr. Science et expérience de l'expression, in La prose du monde, pp.16-17

[24] Cfr. Maurice Merleau-Ponty, id., Le fantôme d'un langage pur, p.8 "Une langue, c'est pour nous cet appareil fabuleux qui permet d'exprimer un nombre indéfini de pensées ou de choses avec un nombre fini de signes, parce qu'il ont été choisis de manière à recomposer exactement tout ce qu'on peut vouloir dire de neuf et à lui communiquer l'évidence des premières désignations de choses".

[25] Id. , p.9 "C'est dire aussi que la langue est commencement de science, et que l'algorithme est la forme adulte du language".

[26] cfr. Roger Penrose, La mente nuova dell'imperatore. La mente, i computer e le leggi della fisica, BUR 2006; Cervelli reali e modelli di cervello, cap. 9. p.489 e sgg.

[27] In qualche misura complementare alla «visione cieca» è una condizione nota come «negazione della cecità», nella quale un soggetto che in realtà è del tutto cieco insiste nel sostenere che ci vede benissimo, sembrando essere visivamente cosciente di un ambiente che è in realtà solo inferito! v. Roger Penrose, op. cit. p. 490 (*).

[28] Cfr. Maurice Merleau-Ponty, La prose du monde, Éditions Gallimard, 1969, p.162: "Le mystere est que, dans le moment même le language est ainsi obséde de lui-même, il lui est donné, comme pour surcroît, de nous ouvrir à une signification." (v. L'algorithme et le mystère du language)

[29] Ivi, p.161: "En un sens il tourne le dos à la signification, il ne s'en soucie pas."

[30] Cfr. Claude Lévi-Strauss, Il pensiero selvaggio, Il Saggiatore S.P.A. 2010, pp. 9-10 "Il nome di Maurice Merleau-Ponty figura nella prima pagina di un libro di cui le ultime sono invece riservate alla discussione di un lavoro di Sartre; da questo fatto non si deve però dedurre che io abbia voluto contrapporli l'uno all'altro. Coloro che nel corso degli ultimi anni hanno avvicinato tanto Merleau-Ponty quanto me, conoscono parte dei motivi per i quali era naturale che questo libro, in cui sono sviluppati liberamente certi temi del mio insegnamento al Collège de France, gli fosse dedicato.Lo sarebbe stato comunque, se fosse ancora in vita, a continuazione di un dialogo il cui inizio risale al 1930, quando, presente Simone de Beauvoir, ci incontrammo in occasione di un corso pratico di pedagogia alla vigilia della docenza. E, poichè la morte ha voluto strapparcelo, che questo libro resti almeno dedicato alla sua memoria, come testimonianza di fedeltà, di riconoscenza e d'affetto".

[31] Cfr. Tiziana Colusso, Il testo come campo percettivo. Portrait d'un Inconnu di Nathalie Sarraute e La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, I Quaderni di Gaia. Rivista semestrale di letteratura comparata e di cultura transdisciplinare, n.4, 1991, Carucci ed. La percezione e la parola, p.13 .

[32] M.MERLEAU-PONTY, Phénoménologie de la Perception, 1945, p.229 [trad.it. di Andrea Bonomi, Il Saggiatore, Milano 1964, p.269].

[33] M.MERLEAU-PONTY, Eloge de la Philosophie, 1953 (trad.it. di Enzo Paci, Paravia, Torino 1958].

[34] Cit.,p.13

[35] Cfr.Roberta Lanfredini, La mente, il corpo, la carne. La fenomenologia e il problema del sentire, in Humana.Mente - Issue 14 - July 2010, p. 62.

[36] Cfr. Jean Pierre Richard, Proust e il mondo sensibile, Milano, Garzanti 1976, p.7 (v. T. Colusso, op.cit. p.21).

[37] Op.cit., p.13

[38] Op. cit., pp.13-14

[39] Cfr. Gadda, Tendo al mio fine, dapprima scritto dall'autore - così dichiara in una nota T. Colusso (cit., n. 27, p. 22) -  in risposta ad un questionario proposto nel 1931 dalla rivista «Solaria» ad alcuni scrittori; da noi consultato in introduzione a Il castello di Udine, Torino, Einaudi 1975, pp. 13-17.

[40] Cfr. Gadda, Meditazione Milanese, Torino, Einaudi 1974, p. 79 (Colusso cit., p. 15).

[41] Op.cit., p.15.

[42] Cfr. Mauro Carbone, Una deformazione senza precedenti.Marcel Proust e le idee sensibili, Quodlibet studio, seconda edizione 2010, Capitolo terzo, Deformazione e riconoscimento. Proust nel "rovesciamento del platonismo" (1. Avventure della deformazione), pp.75-76.

[43] v. Tiziana Colusso, op.cit., p. 21 (n. 13).

[44] M Carbone, op.cit. Capitolo terzo (4. Un riconoscimento senza somiglianza. Il bal de têtes di Proust, p.96 e nota: "Des poupées, mais que pour les identifier à celui qu'on avait connu, il fallait lire sur plusiers plans à la fois, situé derrière elles et qui leur donnaient  de la profondeur et forçaient à faire un travail d'esprit quand on avait devant soi ces viellard fantoches, car on était obligé de le regarder en même temps qu'avec les yeux avec la mémoire"(M. Proust, Le temps retrouvé, cit., p. 231, trad.it., p.258, corsivo mio).

[45]cfr. Enrico Filippini, La verità del gatto. Interviste e ritratti 1977-1987, a cura di Federico Pietranera. Introduzione di Umberto Eco,  Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino 1990.

[46] Ivi, Un inviato un poco speciale, p.IX

[47] Ivi. Autoritratto, p. 6

[48] Ivi. p. 8. La citazione, tratta da Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso. Traduzione di Renzo Guidieri, 1979 Giulio Einaudi editore, Torino, p. 210 (Titolo originale Fragments d'un discours amoureux, 1977 Édition du Seuil) così continua «...egli dà una risposta da sordo, dello stesso genere di quella che diede a un altro monaco che gli chiedeva: "Dicono che tutte le cose siano riducibili all' Uno; ma a che cosa l' Uno è riducibile?" E Chao-chou rispose: "Quando vivevo nel distretto di Ching, mi feci fare una veste che pesava sette kin" ».

[49] cfr. Paolo Di Stefano, Metti una sera a cena con Nanni e Kant, Corriere della Sera, 18 settembre 1996.

[50] cit., p.VII.

[51] Cfr.  Giorgio Manganelli, La letteratura come menzogna, alla raccolta di saggi e articoli, comprensivi di un arco di tempo che va dal 1955 al 1967, ed.Feltrinelli, Milano 1967. In tempi più recenti si è avuta una nuova edizione con il medesimo titolo, presso la casa editrice Adelphi, Milano, 2004.

[52] cit., p. IX.

[53] cfr. Mario Lunetta, Autoritratto con Acrostici, Roma 1987: "N ei giorni che viviano, noi, qui, scribi/ O nirici dall'anima d'inchiostro". Ora anche in Resistenze, Antologia di scritture polispoietiche, a cura di Marco Palladini, 1992 Edizioni Scettro del Re, p.103.

[54] "Parlando con Louis-Ferdinand Céline, intervista di Robert Stromberg comparsa sulla celebre rivista statunitense Evergreen Review nel luglio 1961. (cfr. "Céline: L'uomo bianco è destinato a scomparire", Rinascita. eu ).

[55] Cfr. trad.it. di Roberto Fertonani, 1964 Einaudi editore, p.231

[56] cit. Si tratta delle riunioni del Gruppo '63, a cui Filippini, ricordato a otto anni dalla morte, partecipava.

[57] Cfr. F. Muzzioli, v. La ragione cinica e i diversi fastidi della critica, pp. 11-12 in op.cit.

[58] Id., Dalla critica alla criticità, p. 66.

[59] Cfr. Henri Bergson, Saggio sui dati immediati della coscenza, 2002 Raffaello Cortina Editore, Trad.it. di Federica Sossi. Premessa di Pier Aldo Rovatti.

[60] Cit. "Ci esprimiamo necessariamente con le parole, e pensiamo per lo più nello spazio. In altri termini, il linguaggioi esige che tra le nostre idee stabiliamo quelle stesse distinzioni nette e precise, quella stessa discontinuità che stabiliamo tra gli oggetti materiali. ", p.3

[61] In  "Revue Philosophique de Louvain." Troisième série, Tome 52, N°33, 1954. pp. 75-109.




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