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RAPSODIE EMILIANE
Se io sono
il convitato di pietra


      
Prosimetro fluente di fine-inizio anno, facendo slalom tra incontri universitari e vecchi allievi, tra concerti musicali e una nuova traduzione di Virgilio, tra i versi di Maria De Lorenzo e quelli di Maria Benedetta Cerro. Insieme agli affanni familiari, ai guizzi della gatta, agli auguri che tardano dei cari amici, al ricordo di poeti morti, agli equivoci che insorgono nello scambio di messaggi conviviali: ‘Sempre duro mi fu farmi capire’.
      



      


di Marzio Pieri

 

12.12.12

xii.xii.xii

 

Non scelgo cosa scrivere (e credo neanche tu),

scriviamo quello che possiamo, quello che dobbiamo.

Mauro Carrera

 

(volevo scriverne)

(ed una settimana è già passata )

(la mattina, a parma: non proprio una rimpatriata)

(mi avevano, in incognito, organizzato un incontro, una

[lezione]

a studenti che non conosco che non mi conoscono)

mi batteva nella testa il monito

di attilio bertolucci parli d’altro :

(altra volta: Io sono il convitato di pietra)

la mia pietra si sciolse come cera

divagai così di collo in collo

altro parlando: (tenerezza

di quei ragazzi educati alla pazienza)

(l’anti-cristo: io sono un uomo paziente)

il mio discorso non ha inizio né fine

alla torre sapegno il professore

brunogermano mi odiò quanto sia possibile

il testo deve chiudersi

(ma già contini: quod non erat

demonstrandum)

siede morgex (pronuncia con l’accento

sull’ultima, francese) bello e, forse,

già forte arnese, o meglio fortino

preservativo fra la roccia e il cielo

(traversammo il paese, un micro-canyon

di porte chiuse qualche botteguccia

abitanti: nessuno

il sole repentinoincompatibile

di una mostra di frutti, in loco esotici )

mi ero perduto in una selva oscura

capivo che la storia è una parola

vana, forse di là era passato il Professor Braudel

la geografia ritardò di un anno la mia laurea

non sapevo risolvermi a ‘dare’

l’ultimo esame del carro

quando non fu più un obbligo

burocratico l’ebbi naturaliter

nel mio povero astuccio come sempre

ci fosse stata diede spazio ai suoni

ai colori ai silenzi ai tremori

alle ansie ai barbagli (spero solo

non anche alle speranze ai lutti ai rutti)

al vaniloquio della mente il mio

discorso non finisce perché tessuto di cose non di nomi

di fame cruda non di melodìa

lo so, lo so che risulto increscioso

o troppo o troppo poco, non mai chiaro

non mai in regola con quello che da me ci si aspettava

dimmi deluso amico con qual dritto

ma la mattina a parma era stata cordiale

quei ragazzi mi avrebbero ascoltato

anche se avessi appena compitato

l’abecedario era la sinfonia

degli addii ora uno se la filava

e un altro e un altro ancora

a mezzogiorno e mezzo (semifuoco)

si era come la ‘santa gesta’ di fort apache

finiti in buca attorno alla bandiera

ma sopravvissi A casa mi aspettava

(in ritardo postale, editoriale?)

dono d’Autore il nuovo

Virgilio alluminato da alessandro fo

un illustre, un magnanimo... Virgilio

dissi e dimenticai la poesia

non è nulla se non dona l’oblio

di tutto il resto dalla concorrenza

alla valedizione universale

dunque obliai l’infesto

duca e maestro al ghibellino o guelfo

sempre fuggiasco e onninamente ingrato

Annibal Caro Pussino Berlioz

vedi che sono retroverso musica

pittura e il verso gloria della lingua

calma ‒ melanconia ‒ ritorno al caos

(in estetica: ‘classico’, ‘romantico’, ‘espressionista’)

salgono urli dalla strada

non ci badate berlusconi monti

cuorenapolitano è solo un clacson

che grida disperato per le notti

una tv lasciata troppo alta

da un utente distratto insonnacchiato

il volerli ascoltare è bassa voglia

(dite: la Storia; ma si fa in cucina:

la musa abita più delle mansioni

(green mansions) reservatae

i lavandini incrostati dei sottopiani

il water con le insalate a bagno

i gabinetti senza finestrino...)

ove vai ove stai povera Musa

musino di gattina

museo no grazie, meglio un trovarobe

intanto il mio Virgilio, stato doppio

nella mia età non epica (lo leggo

nel suo latino arcadico poi elessi

il divino Klossowski a dargli voce

con altro vello ora sarà alessandro

fo ad esser terzo fra cotanto senno)

ma il .xii.x.3. non era ancora finito

da una scomoda panca di loggione

la giornata ebbe a chiudersi al concerto

Rameau Mozart Beethoven Hammerklavier

sotto le dita di un morgante russo

a Leningrado nato quando ancora

leggevo il vittorioso debuttante

in concerto che io preparavo i primi

esami in piazza San Marco quando la facoltà

di lettere e filosofia nobile nome

trasmigrò in una sede anche più scomoda

tabularasa di tutte le storie

che dell’antica gravavano i còppi

di Leningrado anticipò il destino

troppo nobile nome per le prove

di restaurazione generale

ora è Sanpietro-purgo manca solo

una via della Conciliazione

che vuol dire dei fasci laterani,

fasciati laterizi------ No! diceva

col suo torso di statua non sgrossata (Gilels? altro Titano,

da me ascoltato al cinema-teatro Odeon-già Savoja

allato a Palazzo Strozzi

l’anno dell’alluvione il Comunale inagibile

noi si ascoltava da poltroncine ancora tutte umide

come un concerto a Venezia di palombari o affogati

nel fondo della Laguna)

un bandinelli un ammannato un pietrotacca

Grigorij Sokolov e, come nulla fosse,

(non si sentivano più neanche le solite tossi

nevrotiche di quelli che s’annoiano

e dalle fauci scacciano la piccola morte)

era il rogo dei libri cattivi dei manuali

a vànvera dei non pensati

pensieri delle frasi fatte come buon

appetito, salute!, buona fine

e buon principio quando la mia mano

casta di sangue corre allo yatagan

così la linea era naturalmente

invertita

Rameau ist der Dichter

la 106 di Ludwig è come i cantos

o l’eneide o la vegghia di fingallo

ma senti nel frattempo ci è passato

Joannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus in arte Amadeus

tutte le grazie della gente nuova...

Era la notte e qui ramò Rameau.





Federico Fellini, da Il libro dei sogni (Rizzoli, 2007)


Rosario di chi scivola in postfazione

 

‒ mi dà pena la lunga malattia di stefania, mia moglie

            da più di mezzo secolo: i compagni

            di liceo (mi chiedevo questa notte

            saranno tutti vivi? allora lo erano

            piuttosto a mezzo) amavano il nomignolo

            per me di ‘casta diva’, per lei ‘storia

            di una monaca’... si sbagliavano

            come sempre si sbagliano i ‘moderati’

‒ mi dà pena la grave malattia di maria borsellino,

            la grande poetessa maria de lorenzo

            festeggiata su l’avvenire da massimo onofri

(apro una parentesi... qualche verso a Maria... una ristampa...

 

 

Maria, il nostro mondo non è più quello.

Pietosa fu la mina che uccise Giaime,

gravosa l’eredità d’impegno che ci lasciava

 

Non molti ebbero l’animo di assumersela

(in fondo basta solo, per chi crede

nel mondo e solo a quello

 

una ritaratura del linguaggio)

 

ma tu fra i pochi fra le anche più rare

che salirono l’erta con le spalle

gravate di quel sacco di certezza

 

tu desti ‒ non so più s’è il verbo dare

o destare, ma bestia

che sono! è il verbo essere

 

desti non spento fuoco non corrotto sangue

e forza d’occhi

interezza di lingua irrevocabile

 

a chi marciava insieme e si sviava

a chi veniva dopo già assonnato

a chi

 

non da compendi e rètori ha imparato

la lezione che in limine ti piacque.

 

Il resto non importa.

 

****

 

Sarà l’inesorabile nenia della mammana

che strappa da questi tuoi versi ogni tentazione

di sciogliere dalla / (colla)

 

poesia

 

il vero la sua ganga inesorabile

Il qui pro quo della parola lo conoscesti

sùbito, questo le dà quel tuo colore brunito

 

Come l'obolo dimenticato dal Traghettatore

in un’orma fangosa, nel sudore

di staccare il legnetto dalla sponda

 

Finti suggelli, cadenze d’inganno

proponi non mai losco a chi, sì, trae

gioia

 

dal varcare con cautela umana

i tuoi prati

 

ma solo tuo è il segreto

di offrirli pettinati

e scarruffati

dici gliòmmero e so che intendi cubo

 

Hai ritrovato, in te, per altri, sola,

la parola di dio, dunque sei sola

ma bene accompagnata per l’eterno

 

Perché la carne è che si fece verbo

e il verso di cui, come tatuaggio,

porti screziata la gaetta pelle

 

è l’ordine minuscolo ma necessario

che non ‘smonta’ l’alogico

ma ne preserva l’urto seminale

 

noi che per grazia di dio non siamo angeli

ripete inesorabile la nenia

che venimmo da terre assai lontane...

 

in principio erat syllaba

in principio

 

In principio

 

 

 

(maria non poté mettermi le ali, Sono un poeta?

NO; che cosa faccio?---vivo--- e, intanto, intento, (:) chiudo la parentesi)

 

‒ mi dà pena l’età della mia schizzo

            la gattina che in questa casa di cemento e cartone

            è come il guizzo, ancora, di feste mobili

            di galoppate al ritmo del guglielmotell

            di un mondo (era illusione) che (ma è vero)

            non aveva disimparato a ridere

‒ mi dà pena la morte dell’uomoma non ne disconosco la giustezza

‒ mi dà pena la gente che si dia pena per cose che non valgono la pena

‒ mi dà pena, mi danno pena

            gli amici che non hanno voluto la bicicletta

            perché non hanno imparato a pedalare

            (il contrario, frequente, è più corrivo)

‒ mi dà pena la scuola, ostaggio di potere e negligenza

            ergastolo di poveri mutando

            solo di poco i nomi e le sconfitte

            (sarà poi vero come favoleggiava

            Platone cima di genio e privilegio

            che le anime alla cassa del luna-park

            si scelgono sua sponte il cartellino

            della vita futura, copia di copia?)

‒ mi dà pena la menzogna

            planetaria domestica quotidiana

            vergine di notturni orrori

            di appestate reminiscenze?

 

 

O dongo dongo dongo

nulla tengo e poco dongo

o dongo !!!

o dongo !

oh! (don... go....................................................................

 

 

L’opposto della congiura

 

Mi arrivano doni, specialmente di libri di poesia

(non si sa mai, poeti sconosciuti

(a me) si passano indirizzari come salvagente

o io-ce-provo, di prima mattina

con scrupolo cancello i messaggi dei venditori di telefonini

di quelli che mi esaltano vincitore di uno sconto speciale

di amazon che si preoccupa da tempo non mi sente

dei bottegai di vecchi libri usati cui non resta

che offrirmi il panchettino e andarsene loro a ramengo

delle imprese benefiche in cui distinguonsi

le signore borghesi di poco affare

portano il cuore d’oro meglio d’una guepière

di chi protesta per i treni guasti

per l’aria irrespirabile letale

per i maestri di religione che debbono aver la licenza del parroco

per i nostri eroi che riusciranno

a riportar la ghirba dalle nuove crimee

ma intanto votano sempre chi ce li manda

chi mette a frutto i ‘sette’ dei calzoni

della ‘costituzione democratica’

di chi inquina di chi incassa di chi ci rende

più deboli e imbecilli di minuto in minuto...

Cecidere manus, mi cascano le nari.





Claudio Spoletini, Buone feste 2012


Mi chiedo perché tàrdino, quest’anno,

gli auguri di Luisito, in bella grafia

la busta sempre ornata di francobolli nuovi di zecca

presi apposta alla posta per gli amici,

con una scarpinata quotidiana poi fattasi difficile,

bisestile;

e tace ormai da un pezzo anche giuliano mesa.

Tentano di supplire discendenti,

legali eredi o solo d’affezione,

stentano a farsi una ragione di quel non taciuto

che mi strinse a due onori della poesia,

dell’esserci. “Ora Giacosa è morto,

scrisse Puccini: e non si può rifarlo”.

Più vicina alle fonti della vita

(non tanto scritte, è difficile leggerle

sfregando zolfanelli brevivividi

nel nero permanente di cantine che ne han viste di tutte)

so che m’intende meglio la badessa di vico boldone

ma non mi scrive più.

 

C’è del dissenso operativo, in giro.

Non solo (ed è fortuna

grande) poesia. Convertire l’IMU

sulla casa in balzello per chi ne scrive ancora

senza pensare al Nobel ma provando

allo specchio mamma son arrivato primo.

Ho sfogliato con gioia calma

come carte da trarne la ventura

i libri non poetici (ma poi vallo a dire)

di Papotti geografo (si laureò con me

sulla valle del Pado e fu un bel premio

per chi, l’ho detto, era tanto geografo son io

quanto assistente in pectore di von Braun)

ora è un autore Einaudi con Aime l’antropologo

di Casalini storico della pedagogia

sul cursus gesuitico a Coimbra

rarissima escursione di un ragazzo

della via Paal in orti non botanici

di Luana-Calamity fra le scuole della ‘Frontiera’...

vadino, vadino le loro falci lunate

i pedagogisti da ministero delle pompe funebri

selezionino una eletta di burocratichetti loro pari...

Sì, pari sono: ma non han la lingua.

I miei amici più giovani ripartono da zero.

 

Oggi, in genere, preferisco le poetesse ai poeti.

Anche le attrici sono più brave, non c’è partita.

Il rischio è il manierismo della replica (la Streep

la nuova Davis, la Kidman un misto angelicodiabolico

come Novak, la Roberts un po’ la Hepburn)

Uno ‘Specchio’ (tardivo) per la Frabotta,

un premio romano, sono un inizio di resipiscenza

dopo un venticinquennio di bassa melina

di premi con ricambio di contropremi

di catene di santantonio di nobili effati?

A guardarla di sguincio la Frabotta

potrà sembrare un Sanguineti in gonne:

e non sarebbe poco, solo che quel che differisce è il più.

Posso dire il passaggio dall’occhio (id/vid) al tatto?

M’indugio sul nesso segreto Thing/Think,

Dinge/Denken... DENG! Ci sei?

Batti tre colpi.

In ogni donna è un san Tommaso (quello

del dito nella piaga)

                         all’uomo è negato il parto, anche in idea.

 

Amica di un amico anche lui resosi uccel o fior di bosco

(ma in casa mia, chi entra ne fronteggia

un enorme telero dono suo

che mesce la battaglia di paolo uccello

all’urlo e ai mascheroni di guernica)

mariabenedettacerro

mi fa dono del suo la congiura degli opposti

un libro ben pensato ben verseggiato

capisci che costei legge poeti

non sol si mette in pelago

legato con solidità perduta

svariante di figure preraphaelite

insomma le un dieci

sospendevo la lode (non un premio,

un nodo)

solo perché capisco la sicura

corrispondenza dei modelli

metafisica e preraffaellismo

come riesco a leggere dannunzio

o i suoi nepoti mentre gira un disco

di Debussy o Sciarrino...

restava una domanda: ‒ a che mondo guarda

questa donna da fare innamorare

un marioluzi o un cino da pistola?

Mi ha risposto con versi sui Re Magi,

mandati per augurio

a una colletta di corrispondenti.

Sono arrivati, e d’alto sentire,

lessèmi filosofici al posto delle anfore dei garofani

delle chincaglierie che Salammbò

dimise in uno stipo una mattina che facevo il conto

dei morti

ammazzati, ascoltando la tv.

Ho ancora in mente il Nobel per la pace

che brandisce la testa di Bin-laden,

suo quasi omonimo (la Storia

sarebbe un Anagramma approssimato, un asor-rota, un sator arapaho?)

fatto scannare per aprirsi un varco

alla rìelezione (con dieresi, prego).

Il mondo brucia, non c’è cristo che tenga.

 

 

non ho creduto mai agli eterni ritorni

ammetto qualche imbroglio nei fili dell’archivio

uno si dice eppure l’ho già visto

ma è fatto della stoffa

dei sogni come il vestito dell’imperatore

scendevo lungo il viale goccioloso

di un poco di nevischio q. b.

e da qualche chiesuola dei sobborghi

si mette in marcia il carillon noioso

ùn-pappà, ùn-pappà > ‘parigi o cara’

sbotto a presa di ritmo qualche raro

viandante sgrana gli occhi stupefatto

al motivo che torna

all’infrazione al buon costume d’uno che canta in strada---

A casa troverò il telefono da disoppilare

del tubetto mellifluo degli auguri

dei ‘buon anno’ canditi sottovetro

dei ‘vi-ricordo’ dei ‘cari saluti’

sul tavolino della posta aspetto

il telegramma di trasferimento

la S.V. è invitata a presentarsi a questo ufficio

partenze non si richiedono formalità

né visti tutto è digià sul conto

cosa conta

che torni o che non torni e poi in eterno

 

(Loda i miei versi mariabenedetta,)

 

Caro Marzio, grazie del tuo bel testo (originale, questo sì).

Mi piace “il telefono da disoppilare”,

“il tubetto mellifluo degli auguri”, l’immagine “d’uno che canta in strada…

parigi o cara’, l’idea della partenza (ogni anno pensata come sparizione

fino a feste finite). Le tue parole come “stoffa dei sogni”

si lasciano desiderare e lasciano pensare.

Buona giornata.

 

come si loda un consigliere scomodo

e lo si apparta. Incauto, le rispondo

quando sarebbe meglio stare ai primi danni:

Cara Ben., la stoffa dei sogni è shakespeare, i versi, nell’insieme, montale, diffidente come me della poesia. i numi ci insegnan la modestia (questo è boito). tutto ritorna perché nulla torni. O quadri.

Sempre duro mi fu farmi capire. Buon Anno, ai vivi, ai morti.

 

 

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Maria De Lorenzo, La tenue vita, postfazione di Nino Borsellino, Roma, Fermenti. Collana Nuovi Fermenti/Poesia.

Maria Benedetta Cerro, La congiura degli opposti, Faloppio (Co), LietoColle.

Bianca Maria Frabotta, Da mani mortali, Milano, Mondadori, Lo Specchio.

Marco Aime-Davide Papotti, L’altro e l’altrove. Antropologia, geografia e turismo, Torino, Einaudi, PBE.

Cristiano Casalini, Aristotele a Coimbra. Il Cursus Conimbricensis e l’educazione nel Collegium Artium, Preface J. W. O’ Malley S. J., Postfazione Francesco Mattei, Roma, Anicia ed.

Luana Salvarani, Sunday School Literature. Letture e formazione dei giovani americani ai tempi della Frontiera, presentazione di Francesco Mattei, ibidem.

Jean Cocteau le joli coeur, a cura di Mauro Carrera ed Elena Fermi, Edizioni dell’Uroburo, Parma 2008.

 




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