PRIMO PIANO
CHIOSE SU MANZONI
Perché
il matrimonio davvero
non s’ha da fare


      
Un’arguta e assai brillante controlettura dei “Promessi sposi” dove si dimostra che, alla luce della teodicea profonda dell’autore e del suo tracciato psico-letterario, questo è un libro radicalmente contrario alla istituzione matrimoniale. Tutti i personaggi principali, per i motivi più diversi, sia nobili che ignobili, sono dei celibatari o dei senza famiglia, solo alcuni personaggi minori sono degli affamigliati e, in genere, ritratti negativamente, con disprezzo o duramente puniti. Insomma, alla fine si può dire che Don Rodrigo è lui: don Lisander.
      



      


di Cesare Milanese

 

 

Intanto si sa che l’autore ha dato inizio a tutto ciò che nel suo romanzo succederà, mandando in giro, a mano armata per il mondo, i suoi bravi: notoriamente “uomini di mondo”, a minacciare curati per dissuaderli dal loro “intento” di maritare coloro che si sono promessi di diventare sposi.

Giacché c’è da saperne i perché, il primo di questi perché si può saperlo subito perché lo si capisce subito.

Se quel matrimonio, che “non s’ha da fare”, fosse invece fatto, ecco che tutto il romanzo, interamente fondato sull’effetto protratto e continuato dell’ingiunzione a non essere fatto, verrebbe a mancare della ragion necessaria a essere il romanzo che è.

A sposi sposati, non più pertanto promessi, il romanzo, come difatti succederà, finirà; anzi, il romanzo, non ci sarebbe mai stato se il loro matrimonio non fosse stato tanto a lungo e tanto aspramente proibito e avversato.

A matrimonio osteggiato avvenuto, il romanzo, infatti, non soltanto finisce come racconto di un mondo, finisce del tutto come mondo e si estingue così anche tutto l’afflato di vita, di cui si era sostanziato.

Non c’è suo lettore che, in conseguenza di questa fine da estinzione di vita, non sia preso da un profondo senso di scoramento, a causa della percezione di disillusione che ne deriva.

Il lieto fine da convenzione, con cui il romanzo si conclude (i due promessi sposi, dopo essere stati infelici, diventano felici perché finalmente sono diventati sposi effettivi) è, per l’appunto, un lieto fine da convenzione: un lieto fine d’apparenza.

Ma non lo è per niente, un lieto fine, nella sua vera sostanza, venendo questo, piuttosto, a costituire la fine stessa del romanzo nella sua vera essenza: una fine, peraltro, amaramente infelice, giacché con essa è il romanzo stesso che muore. Ed è un morire dei personaggi stessi che in esso erano tanto vitalmente vissuti e convissuti.

Se ne ha, infatti, un riscontro, traumatico e immediato, proprio nei due protagonisti principali: i due promessi, i quali, una volta diventati sposi compiuti (a matrimonio rato e consumato), perdono di colpo, e del tutto, l’aura trasfigurante del loro essere stati personaggi da vera letteratura. Cosicché da questo stesso momento, una volta decaduti a umanità comune (a umanità da banalità: perché è proprio ciò che la riduzione alla condizione da “famiglità” comporta), non possono esserlo più.

Vediamo, infatti, che Renzo (il già magnifico Renzo), una volta sposato, una volta affamigliato, diventa astioso e petulante; e al tempo stesso Lucia (la Lucia proverbializzata come tale dalla sua stessa ritrosia) si fa donnetta acidula e indispettita.

Ed è evidente che qui si tratta di un’uccisione “poetica”, che lo stesso autore sta mettendo in atto contro questi suoi personaggi, per lui diventati colpevoli della colpa di essersi sposati.

Di conseguenza li punisce privandoli della “natura” della quale erano stati sostanziati, fino allora. E li punisce al punto da far sì che la gente del nuovo posto, quello del loro nuovo vivere da “accasati” (quindi non il loro vero vivere, quello di quando erano dei “promessi”, e finché tali restarono), possa dar loro la baia: “Dalle alla baggiana! Così come, nel corso del romanzo persecutore e punitore, si era stati più che proclivi a sguinzagliare, contro Renzo, la canea del “Dagli all’untore!”

La gente, si sa, come direbbe Freud, è gentaglia (concetto che peraltro l’autore in questione ha ben radicato in sé e nel suo romanzo), ma ciò non basta a spiegare l’accanimento che il suddetto autore, valendosi della gente-gentaglia, riserva, in altre parti e nell’insieme di tutto il suo romanzo, contro la valorialità e l’esistenzialità di questi personaggi così essenziali per la sua stessa storia. E la sua sostanziale malanimità, soprattutto finale, che egli riserva loro è tutta quanta sua.

Sì, il finale: è soprattutto il finale del romanzo che è altamente rivelativo di tutto ciò. Si pensi: i due sposi promessi, diventando sposi sposati, lo sono diventati al prezzo d’essere stati cacciati dalle loro povere case, dal loro povero paese, dal loro splendido lago, dai loro splendidi monti, dalla patria minore, il territorio di Lecco e, infine, perfino, dalla patria maggiore, il ducato di Milano. Perciò definitivamente privati ed estromessi da tutto ciò che era stato vitalmente e caramente, anche se sofferentemente e angustialmente, ma pur sempre passionalmente loro.

Non ci vuole molto a capire che questa loro estromissione, data la specifica propensione dell’autore a far convergere tutto verso significati da conferma della sua ben nota concezione (peraltro costantemente e insistentemente sempre dichiarata, e conclamata), non può non voler essere, e intenzionalmente, una parafrasi della biblica cacciata dal paradiso terrestre: in questo caso, dal romanzo stesso.

Ora, però, dopo aver capito questo primo perché, d’ordine letterario, che spiega una ragione per cui questo romanzo si pone come il romanzo del matrimonio che “non s’ha da fare”, resta da rendersi conto di un secondo perché, più profondo, in ragione del quale, l’ingiunzione di quel suo “non s’ha da fare” s’impone addirittura come asserzione di un principio d’ordine valoriale: un vero criterio di giudizio, ovviamente negativo, sullo stato di condizione qualificato come matrimoniale.

Si tratta, infatti, di un principio su cui si fonda tutta la struttura concettuale del romanzo, per il quale il matrimonio, in sé e per sé, “non s’ha da fare”, di per sé.

Ragion per cui, in base di tutto ciò, si può asserire che questo romanzo si può considerare come una specie di trattato (sia pure argomentato in forma di “narrato”), che propugna, come suo fine interno, la ripulsa del matrimonio. Pertanto in piena contraddizione con il suo assunto d’apparenza, che invece, sembra voler essere un’epitome esortativa per il suo conseguimento.

Un’epitome, certo, però di una profonda concezione teologica, che fa dell’opzione di vita “senza matrimonio” un punto di salienza della dottrina che l’autore professa nella sua originarietà: da datazione lontana.

Certo, la storia, di cui l’autore, con questo suo romanzo, dice di fare il resoconto, si trova a essere situata, per quanto riguarda l’epoca, nel XVII secolo, e per quanto riguarda i luoghi, in Lombardia e dintorni. Perciò con epicentro Milano, però Milano, per un simile autore, è anche l’epicentro ideale della sua visione delle cose, in coincidenza, fatidicamente provvidenziale, d’essere stata (e dell’esserlo tuttora) la città di sant’Ambrogio e di sant’Agostino: i due maggiori (i due massimi) sistematizzatori della prassi e del pensiero della teodicea professata e vissuta dall’autore, un agostiniano fondamentale.

“Pensandoci su”, come l’autore stesso direbbe, su questo dato di fondamento, che in realtà fa risalire il romanzo, per la sua quiddità teologale, all’ancestralità di una tale imperativa e indiscutibile nomenclatura, se ne può conseguire che, se la datazione, come storia particolare, del romanzo è quella del XVII secolo, la sua datazione, come impostazione dottrinaria, va fatta risalire al grandioso e terribile IV secolo: il secolo che ha fissato l’ordine dei principi entro i quali la religio dell’autore si è autodefinita in forma definitiva.

Perciò, per quanto riguarda l’allocazione spirituale dell’autore, si potrebbe dire che egli, diversamente da come i manuali da storiografia letteraria annotano, è tutt’altro che un appartenente all’irenismo del romanticismo, così tipico dell’epoca nella quale egli è biograficamente vissuto.

Se poi la sua letteratura appare come se a quella tipicità vi aderisse, ciò va considerato come un’adeguazione dovuta agli stilemi, alla mentalità, alla “mondanità” d’appartenenza a quella stessa epoca, quindi a un obbligo d’obbedienza allo spirito stesso dell’epoca, per l’appunto: spirito dell’epoca, che, peraltro, ogni valente autore (quale che sia quella della sua biografia) è tenuto a saper introiettare e trasfondere nella propria opera. 





Busto di Alessandro Manzoni


Nella propria opera, l’autore del romanzo, non solo ha saputo trasfondere mirabilmente l’allure della letteratura romantica nella propria letteratura escatologica (dicasi pure parenetica), ma ha saputo trasfondervi, altrettanto mirabilmente, in forma allegorica, tutta una sua teorematica, ispirata alla teleologia da fine della sostanzialità delle cose, che fa da fondamento alla specificità di quei due grandi dottori-creatori della sua particolare teodicea.

Ed è, sostanzialmente, una teodicea di negatività, della quale, anche se l’autore v'inserisce la razionalità di un disegno da provvidenzialità, questo disegno non annulla in essa la destinazione d’esito nell’infaustità. Semmai ve lo conferma.

Si tratta dell’infaustità da credulità e da illusorietà che investe tutto ciò che si propone e si espone, sia nella natura delle cose di natura e sia nella natura delle cose umane, come volontà da pulsione che intenderebbe spingere il mondo ad affermarsi come mondo.

Questa credulità da illusorietà, che in ambito umano prende la forma della credenza nella possibilità della felicità nell’ambito dell’esistenza stessa, per lo più si esplica attraverso quella sistematica azione da procreazione perpetuativa della propria specie: la specie umana, s’intende.

Ma tale azione da procreazione perpetuativa, per essere realizzata, impone, a questa stessa specie, esclusivamente umana, l’obbligatorietà di configurarsi nella strutturazione specifica (specifica cioè di questa stessa specie) della famiglia: forma dell’umana realtà che, invece, il romanzo, erroneamente interpretato come il romanzo pro familia per antonomasia, sostanzialmente avversa nella sua struttura interna.

Pertanto, stando così le cose (perché è così che stanno) nel romanzo, il suo autore è da considerarsi tutt’altro che quel defensor familiae, che, invece, universalmente si asserisce che sia.

Infatti, è la dottrina interna del romanzo a rivelarci come l’autore si riveli un fautore della ricusazione della famiglia. Dottrina che, per quanto non sia esplicitamente argomentata, è tuttavia ben manifestata dal fatto di essere narrata con maestria d’artista, pertanto presentata sotto una forma occultata: per l’appunto espressa come dottrina interna.

Ne fa prova il vero dato di fatto dovuto soprattutto alla circostanza che quasi tutti i suoi personaggi sono dei “senza famiglia”: dei privi di essa, estranei a essa o esclusi da essa, se non altro come impediti di farsela o di averla. Renzo per primo.

Costui, noi lo cogliamo, infatti, in flagranza, mentre si avvia a infrangere l’avviso di dissuasione dal matrimonio (criterio guida del romanzo in cui egli si trova), andando, invece, vestito da “gran gala”, “con penne di vario colore al cappello” (indizio evidente, questo, della sua propensione e vocazione agli atti della procreazione) e con addosso, in aggiunta, “la lieta furia di un uomo di vent’anni”, a incorrere proprio nel matrimonio.

Il temerario non sa ciò che lo aspetta!

Un avventato così, va fermato subito. L’autore, infatti, provvede subito a infliggergli la frustrazione punitiva immediata: il matrimonio che sarebbe dovuto essere fatto in quel giorno stesso non si farà.

A mo’ di penitenza di questo suo proposito da deplorare seguirà, per tutto il romanzo, una sequela di vicende castigatorie, che non riusciranno a dissuaderlo, perché Renzo è un ribellista testardo, ma che, per lo meno, lo manterranno ancora, fino alla fine del romanzo, appunto, nella condizione di celibatario, di “senza famiglia”, che è lo stato d’essere umano che l’autore privilegia e al quale egli sostanzialmente esorta. Giacché è con questo intento che gli ha scritto questo suo romanzo.

Renzo, il suo uomo, che tuttavia gli si contrappone, conta proprio perché si contrappone, sul quale, proprio per questa ragione, egli è costretto a contrapporsi a sua volta per far valere la sua tesi capitale: la sua dottrina da dissuasione e da svalutazione del matrimonio come fine, per quanto da doversi tollerare e consentire come mezzo, per via dell’essere esso il dispositivo del succedersi e dell’avvicendarsi dell’umanità nell’ambito del mondo. Ciò che comunemente costituisce l’impresa che va sotto il nome del metter su famiglia.

Renzo, che intenderebbe mettere su famiglia, quando noi lo incontriamo è in tutto e per tutto uno “senza famiglia”. Di lui il romanzo dice che “era fin dall’adolescenza rimasto privo de’ parenti”.

Quel poco che si sa della famiglia dalla quale egli proviene (quando quella c’era) è che da essa egli ha avuto in eredità, assieme alla “professione di filatore di seta”, una casetta con annesso un campicello con vigna e un piccolo orto.

Tutto qui, per quello che egli è, e per quello che egli ha. Tuttavia, ed è questo che riveste un significato non da poco, dei suoi genitori, del padre e della madre (mai nominati per altro) non sappiamo niente e per tutto il corso del romanzo, salvo un quasi sprazzo da rammento da pentimento per aver immaginato di prendere a schioppettate don Rodrigo, non verremmo a sapere nient’altro.

Nemmeno quando, in fuga da Milano come rivoltoso pericoloso, sfuggito fortunosamente alla forca, Renzo, giunto al confine dell’Adda, sul far della notte, avverte l’impulso, per auto-conforto, di recitare le rituali preghiere per i morti.

I morti in genere. Non propriamente i suoi morti. Eppure, quelle preghiere, quando lui era ancora bambino, gliele avevano insegnate proprio quei genitori, che ora sono diventati i suoi morti.

Ma il romanzo ne tace: evidentemente perché è lo stesso autore che glieli fa tacere, cioè facendoli tacere proprio a Renzo, mettendolo così in stato di rimozione. Operazione certamente calcolata e voluta, da parte sua, perché così introduce surrettiziamente e subdolamente un altro indizio subliminale della sua teorizzazione di fondamento contra familiam.

Contra familiam et sine familia è il suo motto. Se Renzo è un “senza famiglia” del tutto, Lucia, dal canto suo, in quanto figlia unica di madre vedova, essendole morto il padre, è una “senza famiglia” per lo meno a metà.

Ed è cosa degna di nota, in questo senso, dover constatare che in tutto il corso del romanzo, che altro non fa descrivere la via tribolata (qualche volta rasserenamente confortata) di queste due donne, la madre e la figlia, l’estroversa Agnese e l’introversa Lucia, mai e poi mai, nel corso di tutto ciò che a loro, e intorno a loro, succede, c'è dato di cogliere in loro un solo cenno, un solo momento, un solo frammento verbale che valga come nominazione da presenza affettiva e ideale di chi è stato loro, rispettivamente marito e padre.

Evidentemente l’autore anche per loro ha pensato bene di dover mettere in atto, come per Renzo, il processo occulto e occultativo della rimozione, coerente in ciò con se stesso. E sulla base ciò, coerenti con se stesse, per come l’autore le ha pensate, le due donne sole potrebbero non essere troppo dispiaciute del doversi trovare a essere ancora sole, dopo che il matrimonio progettato, a causa delle note vicissitudini, è andato a monte.

Più in particolare, si è portati ad arguire, per quanto riguarda direttamente Lucia, figlia sola, in quanto unica, e con propensione genetica a rimanere sola, che essa, nel suo solipsismo, la prospettiva di dovere restare sola, cioè non maritata, essendole congeniale, non le sarebbe sgradita, pronta com’è a conformarsi al “non farsi” del matrimonio.

Infatti.

Infatti, non appena sottoposta a sequestro nel maniero dell’Innominato, a Lucia si presenta l’occasione, coattiva e ultimativa, di scegliere la rinuncia (in grazia di un evento giustificativo da “ragion religiosa”, pertanto provvidenziale), lei vi si appiglia subito: addirittura spasmodica e risolve fulmineamente (lei così lenta in tutto) la propria “situazione” con il ricorso al voto sull’intangibilità della propria verginità. E decide per questa.

È il parce familiae definitivo del romanzo che, a questo punto, viene così a essere pronunciato. Ed è una decisione pensata anche per colpire Renzo direttamente “al cuore”: il personaggio contro cui l’autore ritiene suo dovere primario di dover lottare e su cui, pertanto, di dover prevalere in quanto a prova di messa in prova tra due opposte volontà, quella di Renzo, che aspira al matrimonio, e quella dell’autore, che proprio in ciò gli si contrappone e, di conseguenza, lo avversa.

E lo fa, anzi, perfidamente, facendo generare e derivare l’annullamento alla realizzabilità del matrimonio, non bastando a ciò il divieto da sopruso messo in atto da don Rodrigo con tutto ciò che ne è seguito, dal grembo stesso di Lucia, la quale, sublimatasi in creatura da santificetur, prende la decisione di decidere anche per il destino di Renzo: se ne faccia o non se ne faccia costui una ragione.

Compressiva e concessiva, lei, tuttavia, essendo pia, non mancherà di rivolgere le sue preghiere alla Madonna perché, a questo stesso Renzo, sia data la forza di rassegnarsi a ciò: e che perciò “si metta il cuore in pace”. D’ora in poi, lei, a compenso di tutto ciò, quale atto d’affettuosa pietà verso di lui, dovendo di tanto in tanto, nei suoi pensieri, ormai tutti pensieri edificati dalla devozione, ricordarsi anche di lui, lo chiamerà tra sé e sé: “Il poverino, il poverino, il poverino…”

Ma già, ormai si sa, questo è il romanzo del “Dagli a Renzo” addosso, a più non posso, da parte di tutti. Glieli si mette contro proprio tutti: non soltanto i cattivi, ma anche i buoni, i ricchi come i poveri, le grandi potenze politiche e gli accattoni, le gerarchie religiose al gran completo, dai più alti ai più bassi, nelle varie specialità di preti, di frati e di donne più o meno monacate, o più o meno maritate.

E vi si aggiungano i bravi, i legulei, i birri, i capitani di giustizia, i tavernieri, le “vecchie streghe” che si accompagnano alla peste di Milano, e infine i monatti: insomma il tutto ciò del resto dell’umanità, contro cui Renzo non ha che se stesso e la sua “innocenza”. L’autore vorrebbe ascrivere queste “qualità” di Renzo allo sguardo tenuto fisso su di lui da parte della Provvidenza, da considerarsi comunque non solo beneficente, ma altresì anche sempre benevola, ma in questo caso si sente che egli forza la penna: infatti, la fa stridere.

Però al nostro sguardo sul romanzo non è proprio questo l’aspetto che più conta: conta piuttosto osservare (e annotare) come in tutto il campionario d’umanità che il romanzo contiene ed enumera, si dia prevalenza valoriale e numerica alla condizione celibataria, perché considerata da preferirsi e d’anteporsi a quella affamigliata. E ciò non solo per gli uomini, ma anche per le donne; come a dire, sia per i personaggi al maschile e sia per i personaggi al femminile.

Gli uomini, per lo più, o sono non affamigliati o sono non affamigliabili. Questi ultimi perché in prevalenza appartenenti alla vasta congerie dei religiosi di vari ordini o gradi: preti, frati, prelati svariati e così via.

Gli affamigliati, i cosiddetti padri di famiglia, sono peraltro così pochi che si possono contare con il solo ricorso di una sola mano a cinque dita. E sono quelli che contano di meno. Si può anche dire che sono quelli che non contano niente: i paria del romanzo insomma.

Le donne, dovendole distinguere tra affamigliate e non affamigliate, sono le non affamigliate a prevalere in rilevanza e in numero, anche se il numero delle donne del romanzo, in complessivo, affamigliate o non affamigliate che siano, è piuttosto esiguo.

E si noti, tra le non affamigliate, l’unica affamigliabile che s’incontra è Lucia, finché il romanzo durerà, quando costei affamigliata sarà. La “trama” del romanzo è tutta qua.

Mentre le altre donne dello stesso, se sono affamigliate, per lo più lo sono oramai come vedove, ad esempio Agnese; oppure, se non sono affamigliate, è perché non lo saranno mai, ad esempio Perpetua. Le vedovate e le “perpetuate”, peraltro, proprio come per Perpetua, si trovano tutte in quell’età che l’autore considera sinodale: non procreative e perciò non fornicative, a detta della sua autorità in una materia del genere.





Competenza, questa, che gli consente di valutare come “sinodali” anche le madri di famiglia che sono già madri, perciò senza opportunità, sempre secondo lui, di poter esserlo ancora. Pertanto a queste condizioni, di collocabili già di là dell’“estrosità naturale”, anche le affamigliate possono essere nominate senza incorrere nell’alea di suscitare allusioni attinenti l’area della sessualità.

Sicché nell’area della sessualità, cioè della possibilità della stessa, in tutto il romanzo, peraltro tra le non affamigliate (a parte lo stuolo delle monache giovani, che per definizione di convenzione si trovano a essere collocate, ovviamente, di là di questo genere di sospetto), se ne annoverano soltanto due: Lucia e Gertrude.

La singolarità della situazione vuole che la prima sia ancora vergine e la seconda no, già da tempo, pur essendo monaca, a conferma che l’eccezione alla regola, finché l’età della neutralità non ha ancora fatto la sua comparsa, è la regola. E giustamente, dato questo dato d’effettualità, giustamente Gertrude-suor Virginia (ironia nel nome) è chiamata signora.

Per inciso vien fatto, inoltre, da osservare come sia singolare che entrambe, Lucia e Gertrude, la contadina e la signora, siano accomunate dalla circostanza che a entrambe sia impedito di diventare delle affamigliate. E vi si aggiunga, essendo inoltre entrambe concupite da due celibatari paritetici in quanto a propensione alla lubricità e alla comune “degenerità”: il fatuo don Rodrigo e il funesto Egidio.

Se è vero, come generalmente vien detto, che in questo romanzo “nessuno fa l’amore”, farebbero eccezione suor Virginia e il suo drudo, il nefasto Egisto: i due fornicatori unici. Ma si capisce anche che l’hanno fatto prima o lo farebbero dopo l’azione del romanzo e non durante.

La loro azione concordata, entro il romanzo, è una tresca addirittura ascetica, che austeramente si limita alla possibile elusione della castità di Lucia: castità che, però, come si sa sarà trionfalmente preservata.

Niente di più di quest’azione da congiura condotta in forma del tutto pura, fine a stessa, avviene tra questi due personaggi, per i quali la pratica criminosa è cosa da doversi compiere aristocraticamente cioè anche asceticamente (in stato di astinenza), fa intendere l’autore.

Il quale fa capire ciò che fa capire, con impeccabile maestria da narratore superiore, capace di ottenere perfettamente ciò che intende ottenere: se niente sessualità, neanche virtuosa, durante il suo romanzo, tanto meno se questa fosse, per di più, peccaminosa.

Nemmeno se virtuosa c’è indizio di sessualità, non solo agita, ma nemmeno pensata, se si passa in rassegna la processione delle donne “minori” del romanzo. Agnese è vedova e Perpetua è data per “sinodata”. Di affamigliate ci sono la moglie di Tonio e la fattoressa del convento della monaca di Monza. Ma la prima c'è data come immagine da madre di famiglia derelitta e la seconda come già madre di una figlia (la sola del romanzo, dopo Lucia e la monaca del nome, a essere in età da fecondità), la quale, figlia della fattoressa, proprio per questa sua qualità da disponibilità alla fecondità, oltre che per dar modo che Lucia possa essere ricoverata in convento al suo posto, è estromessa subito dal romanzo.

Di affamigliate, rigorosamente ormai asessuate, ce ne sono altre tre: la vecchia donna del castello dell’Innominato, la moglie gonza del gonzo sarto del villaggio e, infine, donna Prassede, la madre matrona di ben cinque figlie, delle quali tre monache e due maritate, e tutte sotto l’incubo di una genitrice, che lo sbadato don Ferrante, chissà perché e come (ma forse si capisce, un intellettuale di “tal sorte”), ha fatto sì che lo fosse.

Un don Ferrante posto a campione d’esaltazione del “padre di famiglia”? Se è così, allora è del tutto evidente il fine sarcastico al quale l’autore ha inteso far ricorso, a indizio del suo giudizio di valore, cioè di disvalore evidente, riguardo all’istituto della famiglia come tale.

Con padri e madri di famiglia come don Ferrante e donna Prassede, il sarto gonzo del villaggio e sua moglie gonza, il miserando Tonio e la sua altrettanto miseranda Tecla, si può essere certi che il mondo non potrebbe avere avvenire. Ed è ciò che l’autore vuol dire e vuol significare in nome del “chiliastismo” del suo teologismo particolare, rivolto costantemente alla visione ultimativa delle cose.

Da Apocalisse, quindi, come ben si evince dallo scenario della peste: nel cui bel mezzo, a rendere anche più icastico il suo pensiero generale, l’autore dà luogo all’episodio più simbolico del romanzo, quello della madre di Cecilia, che vediamo scendere “dalla soglia di uno di quegli usci” con la figlia biancovestita morta tre le sue braccia.

Ebbene, la madre di Cecilia è “madre di famiglia”, ancora in età e in bellezza di poter esserlo ancora, tuttavia già vedova pur nell’età di non esserlo ancora, che indicherà ai monatti (costoro, la mano d’opera dell’Apocalisse all’opera) l’ora in cui anche lei, assieme a un’altra figlia più piccola, sarà tributaria della stessa morte.

Con questo “ritratto” da scena degli ultimi giorni del mondo, configurata come immagine dell’estinzione dell’idea della famiglia, l’autore ha saputo erigere la più convincente e la più probante allegoria della fine delle cose che costituisce il telos della sua teodicea.

Già: “L’autore! Chi è veramente costui?”

Nell’intento di capirlo e di dirlo, cerchiamo di saperlo passando in rassegna i suoi personaggi maschili, a conferma di ciò che ci hanno già espresso i personaggi femminili: i non affamigliati, i celibatari, prevalgono. In effetti, il romanzo, si può dire, è interamente loro.

Celibatario, prima di tutto, è Renzo, sia pure per costrizione. Celibatario è don Rodrigo, per propensione: e addirittura il celibatario mandatario del divieto al matrimonio con cui tutto il romanzo viene ad avere il proprio compimento. Celibatari sono i bravi, per loro professione. Celibatario è don Abbondio, per sua elezione: si è fatto prete per iscansare i pericoli del mondo, tra i quali quello dell’aver famiglia. Celibatario è fra Cristoforo, per vocazione. E infine, tra i personaggi portanti e importanti, celibatario è l’Innominato: celibatario assoluto, non potendo essere altrimenti, assieme al cardinale Federigo Borromeo, per forza di cose.

Tuttavia, motore delle cose, è don Rodrigo: non un vero grande signore, come l’Innominato, bensì soltanto un signorotto di campagna, il quale, come tale, in vista dei suoi obblighi naturali verso il proprio casato, una volta illustre, di cui dovrebbe provvedere per la continuità, pur essendo ancora giovane, si troverebbe in quell’età, in cui, chi fosse condizionato a dover farsi una famiglia, dovrebbe avervi già provveduto affamigliandosi come si deve.

Ma lui, don Rodrigo, ancora, non l’ha fatto. La sua “caratterialità” lo designerebbe come un “senza famiglia” costitutivo: qualità che, a detta di una certa interpretazione diffusa e insistita della critica letteraria corrente, lo accosterebbe, per similitudine (molto forzata, a dir il vero), alla tipologia del don Giovanni, anche se denigrandolo con la dicitura che lo qualifica “da strapazzo”.

E in questo ci si sbaglia. Ci si sbaglia di grosso, anche considerandolo “da strapazzo”. Entrando nel suo palazzotto non solo non vi è impianto da vita possibile di famiglia, ma non vi si ravvisa per niente quell’”odor di femmina” che costituirebbe il contrassegno inconfondibile della presenza del dongiovannismo di natura.

L’interesse spasmodico di don Rodrigo per la ragazza già in fiore, che sarebbe Lucia, che tuttavia è pur sempre soltanto una contadina, è più una questione di puntiglio che una faccenda d’appassionamento: forse non è nemmeno una questione di libido.

Quando il vero don Giovanni rivolge le sue attenzioni du coté de chez peuple e circuisce Zerlina, Zerlina è Zerlina. Don Rodrigo, invece, circuisce Lucia, ma Lucia è Lucia Mondella. Evidentemente in fatto di donne, don Rodrigo non ha capito niente. Vien da pensare, di conseguenza, che egli sia un celibatario, proprio in ragione di questo suo non intendersene: precisamente per il contrario di ciò per cui il dongiovannismo è tale.

Il vero don Giovanni, che peraltro rappresenta il prototipo dell’uomo celibatario in sé, non impedirebbe affatto a Zerlina di non dar compimento al già divisato proposito di farsi una famiglia con il suo Masetto. Mentre il maldestro don Rodrigo pateticamente smania e si arrovella al solo pensiero che Lucia possa diventare moglie di uno che si chiama Renzo, che a lui, don Rodrigo, se fosse un vero don Giovanni, non dovrebbe importare di meno.

Don Rodrigo, per di più, come sua propensione che volge al meno, non ha nemmeno quella dei signorotti di campagna, tradizionalmente suoi pari, in fatto di costumanza da sessualità da praticarsi con disinvolta corrività con le contadinotte dei territori di loro giurisdizione: soprattutto se affamigliate, in base al principio d’uso secondo cui, a contadinotte affamigliate a bizzeffe, figli naturali propri a bizzeffe. E proprio in ragione della prosperità e dell’“orgogliosità” del casato.

No, don Rodrigo no: non è di questo stampo e di questa tempra. Don Rodrigo non è nemmeno un signorotto prepotente normale. È soltanto un prepotente distorto, perché è un individuo distorto.

Infatti, che cosa si può dire di uno che va a risolvere il proprio problema d’uomo in un lupanare? Tutt’al più che non è nient’altro che un borghese, anche se, nel suo caso si deve parlare di un pre-borghese, quindi per di più un incompleto anche su questo.

Un eventuale scrittore dei tempi presenti, se mai dovesse in qualche modo scriverne odiernamente, prima di tutto lo considererebbe come un soggetto “disturbato”, e in quanto tale ne narrerebbe facendone un paziente da dover assegnare a un training da psicoanalisi.

Il che vorrebbe dire: fine di ogni possibilità da eroicità praticabile, e perciò narrabile. Che è come dichiarare: fine del decorso e pertanto fine del discorso.

Per farsi ancora più convinti riguardo alla natura da celibatario per manco di vera virilità in don Rodrigo, si dia uno sguardo conoscitivo ai commensali del pranzo nel suo palazzotto e vi si scoprirà un raduno di misogini: un’accolita di “vedrani” per quell’essere tutti dei celibatari evidenti, compreso il tronfio e ciarliero podestà, che una famiglia, lui solo, però, forse potrebbe averla, ma noi non lo sappiamo. Quindi, per noi non ce l’ha. 

Un “senza famiglia” dichiarato, intanto, è il conte Attilio, il cugino, “collega di libertinaggio e di soverchieria” di don Rodrigo. Un “senza famiglia”, per noi, è il dottor Azzecca-garbugli. Quando ci capitò d’entrare in casa sua al seguito di Renzo e dei suoi capponi, passati fulmineamente dalle mani fidenti e confidenti di costui a quelle rapaci della serva di casa, abbiamo visto con i nostri occhi che in quella casa, con studio pomposamente adorno dei ritratti dei dodici Cesare, non c’era impianto da casa per famiglia con moglie e figli di sorta.

E sempre tornando al pranzo dei “vedrani”, i più “vedrani” di tutti sono proprio quei due convitati, “de’ quali la storia dice soltanto che non facevano altro che mangiare, chinare il capo, sorridere e approvare ogni cosa che dicesse un commensale, e a cui un altro non contraddicesse”.

Ma sì, ma certo: celibatari quanto mai esemplari! Ci vuol poco a capire che essi assolvono il compito del tutto neutrale d’essere lì per servire alla funzionalità della “commensalità” come tale: gli zanni della Commedia dell’Arte, sempre celibatari perché neutrali in fatto d’azione, cioè di non azione, in quanto a prestazioni alludenti la sessualità, vale a dire eunucoidi, per loro definizione.

A rendere completo, in senso celibatario, l’episodio del pranzo, dove si parla di politica, di duelli, di vini, ma non di donne, ecco, a un certo punto apparire, convitato non invitato, colui che è, perché soprattutto lo deve, il più celibatario di tutti: padre Cristoforo del convento dei cappuccini di Pescarenico.





Un'illustrazione dello scontro tra Fra Cristoforo e Don Rodrigo


La singolarità della cosa sta anche nel fatto che in questo pranzo, dove non si parla mai di donne, è proprio lui il frate che viene a porre, come questione d’onore, da vero onore, il caso da contenzioso che ha per oggetto l’onore di una donna in quanto donna. Un malizioso direbbe: cavallerescamente galante questo frate, che a suo tempo ha saputo essere anche un valente duellante.

Ed è su una questione di duelli, infatti, che in questo pranzo lo s’interpella. E non del tutto fuori posto. Tra questi commensali, per metà di cappa e per metà di spada, quello di cappa e di spada in senso completo, è proprio lui, avendo per cappa il saio, che è una cappa vera; e questo proprio in virtù d’aver egli saputo tirare bene di spada, e fino in fondo.

E fu anche quella di allora, già trent’anni prima, una questione tra celibatari: tra lui, allora con il nome di Lodovico, e l’“arrogante e soverchiatore di professione”, che lui, per noi, ha fatto “bene benissimo”, a mandare a fil di spada, senz’altro all’inferno, come ben meritava, essendo, difatti, tra le altre soperchierie da lui perpetrate, anche un assassino.

Sappiamo che Lodovico, in quanto diventato padre Cristoforo, dissente del tutto da questo tipo d’approvazione e d’encomio, ma così stanno le cose. Ed è da come si sono svolte le cose che noi possiamo rilevare come il duello mortale tra l’“arrogante soverchiatore di professione” e Lodovico (il primo nobile di nome, ma ignobile di fatto e il secondo non nobile di nome, ma nobile nell’animo), pur tuttavia con questa rimarchevole differenza, si è svolto tra due individui sostanzialmente alla pari. Almeno per un aspetto: quello di essere entrambi dei renitenti all’idea di farsi una famiglia loro.

I due, oltre che essere dei “temperamenti” forti, alla pari, essi sono parificati anche per essere entrambi dei celibatari costitutivi: entrambi sarebbero (guarda il caso della coincidenza del caso, come per don Rodrigo trent’anni dopo), entrambi sarebbero nell’età di chi, essendo socialmente avviato sulla via del dover farsi una famiglia, dovrebbe avervi già provveduto. Invece no.

La singolarità di questi tre destini è tale che ci costringe a rifletterci su in modo particolare. Tutti tre, questi uomini, sono inesorabilmente celibatari: due signori prepotenti e un uomo che da essi è offeso e affrontato prepotentemente. E sono due che costui affronta frontalmente e coraggiosamente. Il primo, come colui che viene vinto da lui perché infilzato da lui quando si chiamava ancora Lodovico; e il secondo come colui che viene vinto sempre da lui, perché da lui convertito in punto di morte (sempre in punto di morte siamo, nel primo come nel secondo caso), quando si chiamerà padre Cristoforo.

Ma è sul punto della “celibalità” come condizione generalizzata e privilegiata che il romanzo insiste, in ogni modo e in ogni dove, con ostentazione insistita. Nel caso del prepotente, finito infilzato, quando si entra in ciò che dovrebbe costituire la cerchia di famiglia dello stesso infilzato (il cosiddetto parentado), non si può far a meno di rilevare che tale cerchia non ha per niente le caratteristiche che si ascrivono a ciò che in genere costituisce famiglia: padri, madri e figli conseguenti.

Il romanzo si limita a parlare dei congiunti del morto come i parenti del morto, rappresentati da un fratello, da due cugini e da un vecchio zio: quest'ultimo non dato per affamigliato, così come risulta che non lo siano nemmeno gli altri. 

Tutti, però, solennemente riuniti in un assembramento da congiunti vari e da ospiti testimoni, durante l’edificante cerimonia del perdono, scopertamente ben lieti, peraltro, che qualcuno abbia provveduto a sbarazzare il loro casato da un tale loro indisponente e imbarazzante congiunto.

Evidentemente costui era uno di quelli di cui si dice che, morendo, non lascia, dietro di sé, eredità d’affetti, anche perché egli stesso, vivendo, per di più in stile da celibatario al completo, di affetti suoi, proprio non ne aveva.

Ne aveva, invece, Lodovico, verso quel suo fedele e affezionato servitore, che, per difenderlo, muore di spada maneggiata dal signore arrogante e prepotente. E fu ciò che costrinse Lodovico a pareggiare a fil di spada il computo dei morti.

Si chiamava Cristoforo quel servitore fedele e affezionato, del quale, Lodovico, diventando frate, ha voluto assumere il nome, a propria espiazione, dopo aver provveduto per la sua numerosa famiglia, giacché lui, la famiglia l’aveva: era un uomo affamigliato. Ma si sa che in questo romanzo, chi si affamiglia, in ogni modo è punito.

A redenzione di tale punizione, accaduta, peraltro, per colpa diretta propria (propria di Lodovico, come Lodovico pensa), dice il romanzo, Lodovico sceglie di dover farsi frate.

Il conte Attilio, da par suo qual è, ignobilmente, andrà dicendo che quel frate intrigante si è fatto frate “per iscansar la forca”. Ciò che non è vero per niente. È più giusto supporre, invece, che Lodovico si sia fatto frate col diventare padre Cristoforo “per iscansar la famiglia”. E questo perché, essere lui individuo da esenzione dalla propensione dell’aver famiglia, era la sua condizione naturale.

Tanto naturale che, una volta diventato col nome di fra Cristoforo, membro dell’ordine cappuccinesco, mai niente si saprà, più di quel poco che già se ne sa, della famiglia dalla quale egli proviene come figlio di padre e di madre.

Anzi, se poco si sa del padre, per quel tanto che basta a far capire la sua condizione sociale ed esistenziale, niente del tutto si sa della madre terrena che gli ha dato i natali.

Rimozione questa, quanto mai indicativa, se si pensa che invece, egli non manca mai, in ogni circostanza, funesta o lieta che sia, di affidarsi e di far affidare altri alla madre celeste, la Madonna.

Il molto umanitario padre Cristoforo ci tiene a non apparire troppo umano: e lo si vede, perfino a discapito di se stesso. Sempre tutto sul sacro e possibilmente mai sul profano, quindi no alla famiglia mondana, perfino quella dalla quale la sua stessa vita deriva.

Niente ascendenti e niente discendenti per chi è celibatario perfetto.

Il darsi tanto da fare perché Renzo e Lucia possano farsi una loro famiglia sembra essere un impegno d’elargizione a chi è di condizione e cognizione “inferiore”, ai quali è affidato il compito “inferiore” del far famiglia.

Condizione da “situazione”, peraltro, da sobbarcare come faticosa e dolorosa: cosa per gente del popolo, “avvezza” alla penitenza forzosa; e unica via d’occasione, tuttavia, per attingere in qualche modo anch’essa alla santità.

Con la mallevadoria di padre Cristoforo, per esempio, secondo il romanzo, Lucia ci sarebbe riuscita, quasi. Anzi, probabilmente molto più del quasi: non tanto per via della santità sua, quanto per quella conseguita, mediante la presenza sua, dall’Innominato, il quale, la santità che alla fine lo coinvolge sarà un derivato della santità già istituita del cardinale Federigo Borromeo, il “convertitore”. E si noti: entrambi grandi celibatari, i quali, proprio in quanto tali, sono collocati dal romanzo ai vertici del valore: l’Innominato, quale santificato perché miracolato; e il cardinale, quale santificato per nascita perché è un Borromeo.

Una cosa è certa: i migliori personaggi, in campo e in pagina, del romanzo sono i “senza famiglia” e i più trattati male sono gli affamigliati (comunque sempre personaggi minori): Tonio, che pur essendo sveglio (“Birba chi manca”) è destinato a diventare scemo (“A chi la tocca, la tocca”) come il fratello scemo; il sarto del villaggio (gonzo), cui l’autore fa fare proprio la figura del gonzo, anche se ha letto il Leggendario de’ Santi, il Guerrin meschino e i Reali di Francia, facendogli pronunciare quel deludente “Si figuri!” al cospetto del cardinale Borromeo, il quale, invece, in fatto di libri, “ha letto tutti quelli che ci sono”.

Un esempio in più, denigrativo, della condizione dell’uomo affamigliato, lo si riscontra in quel mercante, “padre di famiglia”, di passaggio, con tanto di cavallo, all’osteria di Gorgonzola, venendo dalla Milano dei tumulti, a raccontare cose di fuoco e delle imprese delittuose di Renzo, Renzo presente, che può ascoltare pertanto la leggenda tremenda di se stesso, diventata tale in tempo reale.

La perfida, ma in questo caso più che opportuna, abilità dell’autore consiste tutta nel saper delineare con il ritratto, a sfaglio, di questo “padre di famiglia”, il ritratto perfetto del filisteo perfetto. Si tratta, infatti, di un affamigliato.

Quanto ai ritratti da “gruppo di famiglia”, se non bastasse quello della famiglia di Tonio intorno al paiolo con la polenta scarna, l’autore ce ne presenta un altro. Sono quel padre, quella madre e quel figlio che Renzo incontra, appena entrato in Milano, carichi di ceste di pani e sacchi di farina, che vanno sparpagliando a immagine della loro sconcezza derelitta.

Non bastandogli ciò, l’autore, subito dopo, rincarerà la dose del suo giudizio in fatto di affamigliati, che in quel frangente è un saccheggiatore di forni: “‘Largo, largo, signori, in cortesia; lascin passare un povero padre di famiglia, che porta da mangiare a cinque figliuoli.’ Così diceva uno che veniva barcollando sotto un gran sacco di farina.”

A dire il vero tra i bistrattati, in quanto affamigliati, perché considerati per lo meno gonzi, uno ce n’è che non è affatto gonzo: si tratta di quell’Ambrogio Fusella, di professione spadaio, “con moglie e quattro figli a carico, tutti in età da mangiar pane, si badi”, che fa da guida gentile e soccorrevole a Renzo all’osteria della luna piena. Si tratta, però, di uno sbirro travestito che agisce, pertanto, anche sotto falso nome, e che avendo mentito su tutto ciò ha senz’altro mentito anche sul suo stato di affamigliato.

Pertanto, non avendo importanza che egli lo sia o non lo sia, un affamigliato, costui, vien da dedurre, è troppo acuto e accorto, per esserlo, quindi, stando alla logica dell’autore, per noi non lo è.

Già, ma tra gli affamigliati, si dirà, ci sono gli osti, i quali notoriamente non sono mai dei gonzi. Però non appare che tutti, quelli di loro che incontriamo, siano affamigliati: e poi, per quelli che lo sono, per quel che ne sappiamo, come risulta che lo sia, per esempio l’oste dell’osteria della luna piena, lo è sì, ma colei che gli sarebbe moglie non è chiamata moglie e madre (la “pargolanza” c’è), bensì (finezza molto significante dell’autore!) ostessa.





Mario Feliciani (Cardinale Federigo Borromeo) e Tino Carraro (Don Abbondio) nei Promessi sposi televisivi (1967), diretti da Sandro Bolchi


 La quale ostessa si mostra subito pronta a fornire dell’“ostità”, che le è connaturata, una prova della sua qualità come tale, per cui, proprio con costei si ha la riprova di verità di ciò che l’oste del paese di Renzo aveva avuto modo di asserire: “Perfino le nostre donne non sono curiose.”

Sono donne sì, configurate anche per essere mogli e madri, ma loro hanno qualcosa di diverso che risiede in sé: sono ostesse. Umanità in franchigia, perché tale è la genia degli osti: neutrali in tutto, anche in fatto di famiglia. È loro costume quello di assecondare tutti. Ne danno piena dimostrazione proprio in questo romanzo, assecondando, a modo loro, l’autore, con il loro saper “chiamarsi fuori” e apparire dei celibatari usuali, anche se non lo sono.

Va fatto notare, però, di conseguenza a quest’atteggiamento che privilegia lo stato di non affamigliato su quello affamigliato, che il ricorso a saper prendere le opportune distanze dalla condizione d’inferiorità che la “famiglità” conferisce a chi è tenuto (o obbligato) a doverne far parte, fa spicco l’abilità messa in atto dalle grandi famiglie, per le quali la nozione ristretta di famiglia è superata del tutto dall’adozione del termine di casato.

Lo stato di casato conferisce, a chi vi fa parte, una specie di celibato da virtualità: una forma di superiorità che procura una condizione d’immunità dal contagio negativo che promana sempre dalla condizione di “famiglità”, dalla quale sono inevitabilmente negativamente investiti i comuni mortali, gli affamigliati usuali.

I nobili che dispongono di un casato, anche quando sono affamigliati, non lo sono come affamigliati usuali: lo sono come se fossero sempre dei celibatari. È il privilegio del rango.

È lo stesso romanzo che ci rende convinti di tutto ciò, giacché basta a dimostrazione di ciò il prender atto dello stile di vita da immunità dalla normalità, che è dato di riscontrare entro i casati “illustrati” dal romanzo stesso: il casato di don Rodrigo (ma sarebbe più appropriato dire il casato del conte zio); il casato, sia pure non pienamente conseguito, del padre di Lodovico; il casato del principe padre di Gertrude; il casato dell’Innominato e il casato del cardinale Borromeo.

Tutti casati, peraltro, costituiti in prevalenza da celibatari effettuali, nient’affatto virtuali, a riprova che la celibalità costituisce una forma da nobiltà aggiuntiva a quella che è ereditata con il sangue. 

Ciò non toglie che, nei ranghi bassi della società, il romanzo, pur tuttavia incline alla benevolenza verso i non affamigliati, scorga negli infimi di essi, i segni di una semplicità, che se possono suscitare una certa benevolenza da carità cristiana, non possono esimere anche i più caritatevoli, a dover constatare che la troppa semplicità costituisce un troppo che va a discapito, se non a demerito, della qualificabilità in termini di un’associabilità alla stessa umanità.

E allora abbiamo, prima un fra Galdino, poi un Gervaso, e poi Ambrogio il sacrestano (quello che nella notte “degli imbrogli e de’ sotterfugi” balza spaventato dal suo bugigattolo per dar di piglio alle campane ancora con le brache sotto il braccio), e inoltre il vecchio servitore di don Rodrigo (un residente stanziale del palazzotto, di cui conosce tutte le faccende e le “cose di fuoco”, che in esse vi si tramano: il quale buon vecchio, essendo giunto all’età del dover dare precedenza alla salvezza dell’anima, quelle cose le fa sapere a chi non avrebbe dovuto saperle).

Tutti celibatari sì, ma derelitti: celibatari, si direbbe, non per eroicità della stessa, ma per impotentia existendi. Tali da sentirsi noi spinti ad andare loro in soccorso con la nostra pietà. Primo fra tutti don Abbondio, il denigrato senza misericordia alcuna (solo perché non è come il principe di Condé) da parte del suo autore, il quale, neanche per un momento, vuol vedere in lui il solo che sia veramente solo e sul quale tutti possono vantarsi di poter esibire la propria “prepotentità” e imporgliela.

Ma lasciamo andare. Non è di queste moralità da immoralità del romanzo (cioè delle sue tipiche ingiustizie giustizialistiche) che qui si è tenuti a parlare, ma della sua contraddittorietà in materia di “famiglità”, da esso oggettivamente intesa come negatività e non come positività, come, invece, sembra voler proporsi in termini di racconto, considerato nella sua sola superficie.

Sta di fatto che, per questo romanzo, il mondo, valle di lacrime o di speranza che le lacrime non ci siano, che esso sia, è popolato, in prevalenza, da un’umanità di preferenza tutta celibataria. Tanto nei personaggi maggiori, quanto nei personaggi minori.

E a proposito di personaggi minori: mancia competente a chi sa dire se il cugino Bortolo, che nel romanzo compare come ex machina providentiae, abbia una sua famiglia o no. Non essendo dato di saperlo, nella logica del romanzo, questo non essere dato di saperlo, significa pertanto un no.

Diciamo, allora, che il cugino Bortolo va collocato nella schiera dei celibatari buoni, potendolo pertanto annoverare tra le schiere di coloro che sono tenuti ad essere buoni per loro stessa elezione (fatte, si sa, le dovute eccezioni): quali i preti, i frati, le monache e tutti i religiosi in genere, ben distinguibili e separabili del tutto dai celibatari cattivi per definizione, primi fra tutti i bravi: dei “senza famiglia” tutti. 

Infatti, sia nel palazzotto di don Rodrigo e sia nel castello dell’Innominato, dove  s’incontrano soprattutto i bravi, li si constata sempre nella loro condizione sociale naturale: quella di non pensabili quale genia da affamigliati o da affamigliabili.

È del tutto impensabile, infatti, per ognuno dei venticinque lettori del romanzo (elevati a potenza esponenzialmente indefinita) poter supporre che, putacaso, il Griso o il Nibbio, possano essere dei padri di famiglia.

Celibatari, per definizione, inoltre, sono pertanto, oltre che i bravi, anche tutti i soldati, che assieme agli sbirri, affollano il romanzo a schiere sparse e intere. L’autore, qui, non si risparmia nell’elencarne la portata anche nei numeri, passandone in rassegna, e con puntualità, i contingenti vari e variegati: dai soldati stanziali di guarnigione (quelli “che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre, eccetera”) alle soldataglie formate da sbandati e da saccheggiatori di professione.

E dopo questi, e assieme a questi, ecco gli sbirri, sia quelli palesi e sia quelli occulti, cui fanno seguito, nelle varie specialità, gli alabardieri che presidiano i forni, i micheletti a piedi e i cappelletti a cavallo. Infine, a completamento del tutto, e in successione, le ondate in successione dei peggiori di tutti: i lanzichenecchi.

Pur provenendo essi da ogni nazione, sono dei “senza nazione”; pur essendo motivati alla guerra a nome di questioni da religione, sono dei “senza Dio”. Ed è consequenziale, per la vita che vivono, che siano del tutto “senza famiglia”.

Quindi, in quanto celibatari, senz’altro i peggiori.

“Passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode, passano i cavalli di Anhalt, passano i fanti di Brandeburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari; passa Altringher, passa Furstenberg, passa Colloredo; passano i Croati, passa Torquato Conti, passano altri e altri; quando piacque al cielo, passò anche Galasso, che fu l’ultimo.”

Al seguito di costoro, il dilagare della peste: spopolatrice del mondo. “A peste, fame et bello, libera nos Domine!”, dice l’implorazione universale. L’autore, nel suo romanzo, le fa agire tutte, queste tre stragi apocalittiche (basti pensare all’infernalizzazione del mondo rappresentata dai monatti: i celibatari restanti per il completamento ultimativo dell’opera).

Questo per quanto riguarda la teodicea dell’autore, esaminato nella sua dottrina interna, d’ordine superiore. Per quanto riguarda la sua natura d’uomo, interna o esterna che sia, ma di ordine comunque moralmente inferiore, diciamo che alla domanda che ci si è posta: “L’autore! Chi è veramente costui?”, non c’è alcun dubbio, in quanto principale avversatore del matrimonio, il vero don Rodrigo è lui.

 

 

 

  

   




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