LUOGO COMUNE
ANTOLOGIE POETICHE
La crisi vista, attraversata, rimasticata
dagli autori
del nord-est


      
Una interessante pubblicazione collettiva – “Notturni di_versi” – perlustra ad ampio raggio il tema del forte disagio sociale ed economico odierno, variamente affrontato e descritto. Una farandola di testi di poeti sia in lingua che in dialetto da Maurizio Cucchi a Carlo Marcello Conti, da Fabio Franzin a Matteo Fantuzzi, da Giacomo Sandron a Roberto Cescon, da Giacomo Vit a Raimondo Iemma, da Piero Simon Ostan a Enzo Comin fino al cantautore Vasco Brondi e al giovanissimo ventenne Marco Codolo.
      



      

di Domenico Donatone

 

 

Poesia e crisi. Un connubio importante ma da sempre ordinario. Ordinario perché “crisi” in letteratura è un concetto prima ancora di essere una condizione. Un concetto che si protrae da secoli e nel tempo fino al Novecento (nostro contemporaneo da poco defunto) che permette, con le Avanguardie storiche, che la parola “crisi” si possa scrivere anche con il cappa: “krisi”, anzi “krrriisi!”. La situazione storica attuale consente che si verifichi, però, qualcosa di nuovo nel binomio “poesia-crisi”, qualcosa che non solo è legato a doppio filo alla realtà economica che è la realtà che sostiene tutte le altre, ma qualcosa di “nuovo” legato ad una ricerca che impone una riformulazione del ruolo della letteratura “dentro e fuori” il concetto di crisi. Un ruolo in cui si specifica un rapporto tra “realtà e verità”, tra “realtà e menzogna”, tra “realtà e ideologia”, tra “realtà e politica”, tra “realtà e post-ideologia”. Sistemi di relazione che in qualche modo consentono legittimi interrogativi più che soluzioni, sistemi che aprono frontiere sconosciute pronte a iniettare nel corpo della poesia richieste che stanno “dentro e oltre” lo scrivere, oltre la formulazione di rapporti meramente dialettici. Quella che i media si accalorano a definire e a chiamare “crisi”, di fatto, è solo una parte del discorso, ed è qualcosa che interessa a latere la letteratura. Quello che scrivono i giornali difficilmente centra le questioni inerenti gli interrogativi culturali. I giornali spesso sviano dalle questioni vere e mostrano unicamente una “cultura da prima pagina”, mentre tutto il resto non conta, per cui i poeti, a volte, sono gli unici detentori della verità come legittimo dubbio e come legittima analisi della storia. Certamente la poesia dev’essere fatta da chi opportunamente conosce le trame che circondano l’individuo e che lo rendono “nudo attore” dinanzi alla storia, dinanzi a quella porzione di dialettica che opportunamente svela e non rivela la “verità”.

In maniera inaspettata, nuova, la lettura di un testo, anzi di un’antologia poetica, dal titolo Notturni di_versi (nuova dimensione, Ediciclo Editore, Portogruaro [Ve], 2010, pp. 107, € 9,00) propone il tema della crisi quale relazione sia economica che antropologica. Non è importante la condizione di crisi, come si diceva in apertura, ma il concetto, ovvero favorire nuovi e accresciuti punti di vista su un tema che in letteratura è straordinariamente familiare, consono alla dimensione stessa di letteratura. Come interagisce la poesia con la crisi è interessante per capire di essa forma e contenuto. Questa antologia, benché del 2010, è di sicuro poco conosciuta ma consente di connettere plurime richieste di riflessione per le quali il poeta si spinge a sondare il mutamento storico che sta avvenendo, definito dai media banalmente “crisi”. I poeti conoscono la crisi molto di più dei tecnici, perché i tecnici conoscono la fama, mentre i poeti conoscono la fame. Il testo Notturni di_versi consente di focalizzare il significato di un mutamento storico. Consente, inoltre, di fare anche una puntualizzazione geografica dei poeti. Poeti tutti del nord, anzi del nord-est, il famoso motore dell’economia italiana, che oggi è un diesel che fa tanto fumo e brucia a stento il carburante che un tempo lo rendeva efficiente. Questa antologia è dunque un resoconto di quelle zone d’Italia, illuminate dallo sguardo di poeti conosciuti, anzi ormai “classici” (come Maurizio Cucchi) e da poeti inediti, alcuni dei quali dialettali. È interessante, infatti, scorgere i “tentacoli linguistici” che la poesia in vernacolo mostra dinanzi ai tentacoli della crisi, facendo del linguaggio poetico una rete in movimento in cui si accolgono richieste che altrove non vengono ascoltate. Potremmo dire che questa antologia ci offre una riflessione secondo la quale il tema centrale della contemporaneità è ancora una volta il linguaggio. Il linguaggio rappresenta la “crisi” dentro la letteratura, il tramite con cui la poesia, ad esempio, è in grado di recepire nuove spinte esterne, così come fu questione centrale e non dirimente agli inizi del Novecento con le avanguardie storiche. La poesia dialettale è un esempio, a torto ritenuto anacronistico, di una innata avanguardia che individua, sia pur nella nicchia della sua circolazione, il tema della resistenza: resistenza al declino culturale e all’omologazione del linguaggio. Dire “crisi” in letteratura, di fatto, vuol dire tutto e non vuol dire niente, perché è in discussione oltre la condizione storica dell’uomo, di cui la poesia è sicuramente testimone, soprattutto il continuo mutamento del linguaggio poetico.

Faccio, onestamente, i nomi di coloro che in questa antologia, tirata su con indubbia forza e spaesamento, credono ancora nel germe fecondo della poesia dialettale: Piero Simon Ostan (classe 1979), Giacomo Vit (classe 1952), Giacomo Sandron (classe 1979), Fabio Franzin (classe 1963). Giovani e meno giovani in possesso di una forza che li ospita dentro le trame intricate della letteratura. Porgendo attenzione ai migliori scrittori presenti nell’antologia, si definiscono di seguito passi e temi che entrano in contatto con il concetto di crisi, così policromo e polifonico, rispetto a l’omologazione informativa dei giornali e dalla televisione. I media offrono indistintamente una serie infinita di notizie che in fondo è una: la crisi, la disoccupazione che aumenta, lo spread, Monti, la Merkel, Berlusconi! Un bombardamento mediatico a cui è giusto sottrarsi finche si ha capacità di resistenza, anche perché al di là della letteratura l’andamento delle informazioni sarà, anzi, è già storia, mentre la poesia rimane fuori dalla storia in qualità di antidoto e di anticorpo.





Il primo poeta ad inquadrare il rapporto tra poesia e crisi è Maurizio Cucchi. Un “poeta laureato”, che ha ricevuto l’incoronazione da parte della critica, un poeta che ha alle spalle un cammino che lo rende “maestro” di poesia. Cucchi riflette sul tema indicato attraverso l’esposizione della sostanza-materia degli oggetti, ovvero il sistema di produzione, tutto ciò che ha retto il capitalismo e che è franato perché l’eccesso di beni (Pasolini avrebbe specificato di beni “superflui”) ha fatto sì che la domanda e l’offerta trovassero un luogo per vivere non più nel mercato ma nella speculazione. Troppi beni, troppa offerta; troppo poca domanda da scatenare l’arresto del sistema produttivo. Il mercato non è più il luogo in cui s’incontrano domanda e offerta, ma il luogo in cui s’incontra la creazione di “danaro” dal debito, la speculazione che uccide il Pil. I poeti hanno sempre fatto a botte con la realtà del sistema che impedisce loro di partecipare con maggior serenità alla produzione: la poesia non produce ricchezza, ergo, il poeta è inutile al sistema, sia pur nell’utilità di se stesso e delle cose che racconta. Scrive Cucchi:

Gli oggetti sono cambiati, sono cambiato io.

Erano fatti per resistere, durare anche oltre noi;

costavano fatica, sangue, soldi,

erano carta assorbente opaca

che tramandava affetti e memorie.

Oggi sono lisci, lucenti, spettacolari

mucchi immensi di opulenza iniqua,

impermeabili, scivolano via

di mano, viscidi, io stesso

nel processo del tempo destinato

a questo oceano sgargiante di immondizia.

 

(da Vite pulviscolari, Mondadori, 2009)

 

*

 

Carlo Marcello Conti (nato a Belluno nel 1941) individua il tema “crisi” mettendolo a confronto con quanto di più essenziale c’è nella vita: il lavoro, gli affetti, l’amore. Tre elementi del vivere ormai inconciliabili («E come potrebbe essere questo amore | tra sindacati e governi anemici | come se non violento ||)». Ogni individuo è ricattato (vedi caso Ilva a Taranto) a scegliere tra il lavoro e morire di cancro, oppure la salute e morire di fame. Questo è il nostro Medioevo! Non c’è più spazio per la cultura e la preferenza. Non è più come una volta che chi non aveva studiato era condannato a fare i lavori più umili, no! Adesso anche i laureati sono costretti a vivere di quello che trovano. Personalmente ho pensato tante volte che questa crisi storica è così profonda da proiettarci nel nostro Medioevo. Mi compiaccio che qualcuno lo abbia detto con la poesia, facendo risaltare finalmente le banalità che si leggono sui giornali scritte da professori emeriti pluristipendiati.

 

Pur che tutti ridano

dirò che le premesse di un nuovo Medio Evo sono buone

e dirò che il mondo ha un’anima bellissima

ed erano tutti al mondo d’accordo

nel rompere le braccia dei lavoratori

ed i lavoratori            No

nel rompere la testa ai padroni

 

(da Piò Piò fa il galop, 1973)

 

*

 

Mirabile è l’intuizione poetica di Fabio Franzin (nato a Milano nel 1963) di conciliare sapere antico, proprio di un mondo contadino che vive immerso nella forza dei suoi proverbi e delle sue certezze, con l’attuale situazione storica di così radicale cambiamento. Una situazione storica che cancella ogni aspetto di riflessione e di prudenza. Il dialetto diventa lo strumento per far leva su tutta una serie di temi antropologici e culturali, da una parte invisi ai mercati finanziari che non ascoltano altro “verbo” che il loro, e dall’altra liberati nella necessità di tornare al loro linguaggio, alla loro verità, perché, saltati gli schemi e saltate le relazioni, l’uomo tenta almeno di riappropriarsi del suo sapere e della sua individualità.

 

Dèss che del miràcoeo l’è restà

sol l’eco zhigà papiazhe e bar,

e ‘l nord-est l’è ‘tornà a èsser

un grun de paesi persi tel caìvo

fra stradhe e capanóni stuàdhi

 

e ‘l sant l’è passà via ciamàndo

un brut nùvoeo nero da tespesta

co’l vècio pastràn da Pantaeón,

se ‘spèta i grani tea testa sperando

che Dio èpie remissión dee nostre

 

vite senza casco, senza paracadute

intànt che se casca drento ‘sto burón

scuro, fra boéte che sóea come fòjie

de un ‘utùno da luto: ‘e man come

forche butàdhe de nòt drento ‘l pozh.[1]

 

*

 

I testi di Matteo Fantuzzi (nato a Castel San Pietro Terme [Bo] nel 1979) centrano la questione del precariato. Il giovane che è senza futuro, questione più che mai poetica oltre che letteraria di per sé, argomento inserito dentro la storia millenaria dell’uomo. Una questione che oggi si pone come dramma sociale in quanto la disoccupazione è un problema dell’età moderna. In passato la stessa condizione sarebbe stata definita “ozio”, “atarassia”, oggi è precariato, disoccupazione. Oggi è impiego nel “fare nulla”, qualcosa che non riempie il mondo di significato, ma lo svuota. Così il poeta ci lascia una testimonianza di quella che è per tutti gli individui la nuova formula esistenziale, aggrappata disperatamente ad un passato che non torna e che ha tuonato per un trentennio preparando il diluvio.

 

per Natale

(giorno del “non rinnovo”)

 

sono qui ora come chi non crede

che le cose siano state e che

non possano più essere.

Come quando perdi tutto, come quando

ti ritrovi dentro un lutto e giri le vetrine,

giri i viali e fuori è festa, è già Natale

e tu non riesci a fare i conti con le cose

e non sai più che fare,

rifiuti pure i soldi di tuo padre che intanto

a tavola ti guarda come un morto

 

firma un assegno in bianco, dice

“ma non è mica una cambiale”

è per pagare gli arretrati, la commercialista,

mangiare un po’ di pasta e carne

che ti fa bene, che ti fa stare vivo.

E dopo tutto Santo Cristo sei mio

figlio, figlio: sei il mio sangue.

 

(da AA.VV Natala Natale, Giulio Perrone Editore, Roma, 2009)

 

*

 

Seguono i versi in vernacolo di Giacomo Sandron (classe 1979, nato a Portogruaro [Ve]) in cui si restituisce il senso della crisi quale smarrimento, dispersione di forza e di energia. Abile è la traccia poetica dominata dal concetto di “silenzio”: una profonda riflessione sul mondo che si mostra per mezzo di una subdola strategia che consiste nel “non dire”, nel “non far capire”. Il mondo si disgrega un po’ alla volta, un pezzo per volta, così, lentamente, con silenziosa complicità del circostante. L’immagine del poeta perso nella nebbia incapace di distinguere le cose come quando ci si perde nel cimitero, è il sunto della disperata condizione di chi ormai agisce nel mondo per inerzia più che per convinzione.

 

xe che le robe le me sbrissia indosso

 

Xe che le robe le me sbrissia indosso

un fià massa lisse che no capisso

 

Quando un mondo ‘l va a ramengo

no vol dir che se ga da sentir per forsa

lampi e toni, s-copetoni e spussa de brusà

 

Xe che me sa che me son desmentegà

de come che go fato a rivar fin qua

 

No vol dir negar ta un mar de fogo

o la terra che te magna che la se ga verto in meso,

quando un mondo ‘l va a ramengo

xena roba lenta, un tochetin par volta

na lagrimuta picia che la se ciava

de quel che ghe sta intorno

che le vien se sensa far bordel

in ta le sfese del respiro e la fa mucio, la pesa

in scarsela o soto le onge o te macia i denti

 

Te ga presente star tal caigo

in simitero quando tuto xe compagno

La tomba de me nono la se disfa.

 

El someia che i xe drio russarte i ossi.

 

Me vien voja de corer anca mi

trovarla na roba, na robuta quaunque

tiugnarla streta, no molarla

                      no molarla

                      no molarla[2]

 

*

 

La poesia di Roberto Cescon (classe 1978, nato a Pordenone) s’interroga sulla mancanza di reazione della gente, del popolo che forse non sa neanche protestare per quanto si è fatto cullare dal benessere e dal profumo borghese («La gente che legge solo risposte | Ha smesso di farsi domande, ||»). L’immagine che egli ci dà della crisi è subitanea, immediata, un’immagine sia morale che amorale, fatta di gesti meccanici, di svolte a destra e a sinistra dei carrelli della spesa dentro i centri commerciali, luoghi in cui si addensa gente per non capire una volta di più cosa sta facendo, dove sta andando ma soprattutto cosa le sta succedendo.

 

[…]

III

Mette le offerte nel carrello veloce

che dice la gente della sua Gucci

col Pfanner la mortadella la Guizza

Del resto i glutei sullo step non sono

per quello che passa gli alimenti

e sulla sua gamba le linee

sono Adidas, non c’è dubbio

lei non sente la crisi, basta solo

cambiare abitudini e priorità

 

IV

Curva a gomito il carrello veloce

ingabbia le offerte nella corsia

e i suoi movimenti sotto le luci

duri come la fretta del viso.

Le confezioni increspano affanno

schiavando fiati e ombre, come a casa,

non toccarmi, sei sporco, di qualcosa

che nemmeno col tempo si lava,

così sotto il piumone può chiudere

gli occhi e tenersi in piedi come può,

perché lo sa, basta che ami uno solo.

 

*

 

Ulteriore affondamento nel tema della crisi ci viene dato da Giacomo Vit (nato a Cordovado [Pn] nel 1952), ancora una volta con l’uso meritorio del dialetto. Versi semplici, di impianto descrittivo, mirano a fare dell’esistenza dell’uomo un puro racconto, dentro cui gli avvenimenti diventano emblema di un inevitabile rapporto di frequentazione col mondo. Levarsi al mattino, evitare coinvolgimenti, stare allerta, avere i vestiti pronti, sono il risultato di un continuo e perdurante conflitto con la realtà. Non bisogna mai farsi trovare impreparati, perché la realtà vince sempre grazie a quell’attimo di distrazione, un po’ come accade con la morte che vuole solo l’occasione per arrivare. «Nico al viazava sempri | cu li’ valis ta la machina, | sempri in uàita | tal schivà | li’ palùs dai còurs, i clàus | da la delusiòn, | sempri cui vistìs prons | par ‘sciampà | a chè bruta condission, | che par talian a si clama | “precarietà”, | ghitarra stonada | de la nustra etàt … ||[3]». (da Sanmartin, Lietocolle, 2008)





I testi di Francesco Tomada (nato a Udine nel 1966) mettono in luce il mutamento della condizione borghese, quello status sociale che prima era evidente sfoggio di una ricchezza, mentre ora non è altro che impotenza, impoverimento, costante proletarizzazione del ceto medio.

 

Istinto di protezione

 

In questi giorni con i bambini sono più bravo che mai

non gli racconto dell’incidente di tua sorella

di tua madre e della sua disperazione

di noi che dobbiamo andare avanti nonostante tutto

 

io per loro apparecchio la mia faccia migliore

ma tra il dentro delle guance

e il grumo di parole che trattengo nella bocca

sento che si allarga un’aria-terra di nessuno

cari figli miei, oggi il mio amore per voi

ha la forma di questo vuoto

a vederlo da fuori è un sorriso

da dentro un dolore

 

*

 

Interessante l’approccio di Raimondo Iemma (nato a Torino, classe 1982) nel gettare una luce fiabesca sugli attori della crisi che sono le banche. Una fiaba moderna che si regge sul simulacro del mondo che vorrebbe tornare ad essere com’era un tempo, un “c’era una volta” che inquadra lo sconvolgimento esistenziale e politico dell’attuale contemporaneità.

 

In banca

 

Durante l’estate pare che la bruma

si trasferisca in una della filiali

della cassa di risparmio cittadina.

“I soldi sono tutti scoloriti!”

ha esclamato il direttore prima

di barricarsi nell’ufficio. “Niente più rate

da ora in poi, niente più rate!”. Molti

tra quelli in coda hanno sorriso, composti.

Dopo aver catalogato le lettere d’amore

il cassiere si è addormentato

come un bambino sugli estratti conto.

Al riparo da sguardi indiscreti

la signora della cassa numero due

ha soffiato sulla mano per mandarmi un bacio.

 

*

 

I versi di Piero Simon Ostan (nato a  Portogruaro nel 1979) intendono incidere su una questione che si lega alla capacità culturale dell’uomo di saper vedere le cose. Il soggetto della sua poesia sono gli occhi. Occhi che non vedono, occhi che hanno perso la loro funzione. Dentro questa cecità si realizza lo stato di crisi quale stato di assoluto buio. Una condizione data non più dal non saper vedere ma soprattutto dal non poter vedere: la crisi intesa come nebbia che si frappone tra l’uomo e le cose, densa e fitta come quella che cade al nord. «[…] Riverrà un giorno il buio pesto | e non sapremo | riadattare la pupilla, | distinguere l’albero mosso dal maltempo | dal legno fatto mobilia a poco prezzo | varda fìsso dentro, varda | il calìgo | el xe tai oci, xe tai oci | che no i dise | xe dentro tai oci che no i | brusa che i se stua | i perde el mar fondo che | i ga dentro | i diventa | acqua tùrbia ||[4]».

Importante è anche la testimonianza poetica di Enzo Comin (nato a Pordenone nel 1979). Il suo resoconto della crisi è piuttosto un racconto viscerale, estremo, intessuto di passaggi legati tutti alle istanze materialistiche del vivere quotidiano, da cui appunto anche l’affetto profondo per i figli viene mortificato. Il profondo sentimento di distacco rende concreta la condizione di crisi nella quale si trova a vivere l’individuo, ma ancor di più l’operaio, soggetto in qualche vessillo di diritti e di libertà che oggi è diventato oggetto tra le cose.

 

Io odio, con tutte le forze, i miei figli.

Perché se mi logoro così tanto

in fabbrica è per loro. “Cos’avete

fatto a nascere?”, li urlo, però troppo

piccoli per capire, e non li posso

spiegare nulla: non hanno bisogno

di me, ma del mio denaro. Dovrebbe

essere solo il frutto dell’amore,

ma siamo uniti per il materiale.

La poesia serve a stare lontani.

[…]

 

*

 

Tra i poeti meritevoli di nota, Giovanni Fierro (nato a Gorizia nel 1968) è colui che chiude la fila degli scrittori. I suoi versi molti esigui sono al contempo precisi, aprono grazie all’ironia, genere che a quanto pare sembra aver nuovamente contagiato il mondo dell’arte in generale come unico capace di descrivere la crisi, ci mostrano la lontananza tra l’uomo e la religione. Tema trattato con una serenità che non scade nell’apologia, anzi, i versi di Fierro riproducono un leitmotiv che consiste nella caduta di dio dal cielo, il vuoto che si registra nel credere che esista un dio capace di dare conforto, riparo e giustizia.

 

La mia distanza da dio sarebbe perfetta

se non fosse una frattura

 

perché non a lui

ma solo alla poiana

 

posso chiedere se in cielo

c’è una tana.

 

*





Vasco Brondi


Intense e suggestive sono le pagine di Vasco Brondi e di Marco Codolo. Pagine per musica, come recita il titolo della seconda sezione dei testi dell’antologia. Vasco Brondi, nato a Ferrara nel 1984, mostra il volto più aggressivo della crisi, quello che umilia una specifica generazione, fatta dagli attuali trentenni che si trovano nel bel mezzo del caos, senza le opportune difese sia culturali che politiche, gettati nel vortice del cambiamento così all’improvviso dopo essere stati figli cresciuti con tutto l’amore e l’affetto possibile, mutatisi anche loro in vizio e imbarbarimento da non consentire di cogliere le strade migliori per il futuro. Figli cresciuti e pasciuti pronti per questa crisi che un po’ corrisponde alla loro Pasqua: figli da sacrificare sull’altare dello sviluppo e del capitalismo più nefasto.

 

La lotta armata al bar.

 

[…]

mi ripetevi che gli sbagli sono stati nell’asfaltare i prati e non i preti guardando i muratori che camminano sui tetti fare ancora i nostri imbarazzanti progetti coi pianeti che ci precipitano in cucina e ci disfano i letti i letti matrimoniali in cui dormiamo da soli come i cani investiti come i bambini mangiati dai democristiani […] cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero delle nostre giornate che sono state ristrutturate di tutti gli altri libertini che sono stati biodegradati di quando sono arrivati gli artificieri e ci hanno disinnescati e si fermavano i tram per deridermi e si fermavano i tram per deridermi i cassonetti in fiamme fanno un odore strano i nostri discorsi seri di ieri intercettati dai finanzieri gli spacciatori tunisini affittano camere di alberghi vicini alle stazioni noi siamo egocentrici come i gatti scappati dai condomini.

 

(dal disco Canzoni da spiaggia deturpata, La Tempesta, 2008)

 

*

 

Battente e incessante è invece la pioggia-crisi che cade nel testo di Marco Codolo, nato a Portogruaro nel 1991. Giovane, giovanissimo poeta che mescola musica e versi, anzi musica alla prosa, sicuramente dovrà perseverare nella scrittura per maturare. Qui fa piacere leggere il suo prosimetro avvolto in un’atmosfera decadente ma al contempo serena, quasi pacifica, che la “pioggia” produce nel suo cadere. Un’atmosfera decisamente inversa alla pioggia dannunziana, fenomeno naturale che guarda quasi al rap di Jovanotti in cui “piove, madoma come piove, senti come viene giù”. Un testo in cui cinque ragazzi sono gli eroi contemporanei che si riparano dalla pioggia che unisce lacrime e acqua, dentro un Bronx sia fisico che dell’anima.

 

Piove sul Bronx, piove sulle case popolari dal tetto piatto, piove sul copertone di bicicletta rubata abbandonato accanto ai bidoni dell’immondizia, piove sulla chiesa di sant’Antonio, piove sulle macchine delle famiglie che stanno al caldo in casa davanti alla tele, piove sui marciapiedi disseminati di mozziconi, piove sul cane mangiato dalle pulci del barbone del quartiere, piove … semplicemente piove, su deboli e potenti, su oppressi e oppressori, su cani e gatti, padri e figli, mariti e mogli, mariti e amanti. […] La pioggia accompagna le lacrime come una madre accompagna la figlia a scuola, con premura l’abbraccia trascinandola con sé nella sua caduta, lacrima e pioggia unite in un abbraccio meraviglioso e impercettibile all’occhio umano… questa nuova goccia formata da lacrime e pioggia si lascia dietro tutto nella sua folle corsa, si lascia dietro tutto e si spappola al suolo con dolcezza dimenticata dai cinque ragazzi ormai molti metri più avanti. […]

 

*

 

 

 

 

 

 

 



[1] «Ora che del miracolo è rimasto / solo l’eco urlato per piazze e osterie, / e il nord-est è tornato ad essere / un reticolo di paesi persi nella nebbia / fra strade e capannoni spenti // e il santo è passato via annunciando / una brutta nuvolaglia nera da tempesta / col suo vecchio tabarro da Pantalone, / attendiamo la grandine sulla testa sperando / che Dio abbia remissione delle nostre // vite senza casco, senza paracadute / mentre precipitiamo in questo burrone / buio, fra bollette che svolazzano come foglie / di un autunno da lutto: le mani come / forche gettate di notte dentro il pozzo». (Notturni di_versi, p. 10; nuova dimensione, 2010)

[2] è che le cose mi scivolano addosso: «è che le cose mi scivolano addosso / un po’ troppo in fretta che non capisco // Quando un mondo finisce / non si devono sentire per forza / lampi e tuoni, scoppi e puzza di bruciato // È che mi sa che mi son dimenticato / di come ho fatto ad arrivarci, fino a qua // Non si deve per forza annegare in un mare di fuoco / o venire inghiottiti dalla terra, //  quando un mondo finisce / è un cammino lento, un pezzettino alla volta / una lacrima piccola che non gl’importa / di ciò che la circonda / che scende senza rumore, piano / tra le fessure del respiro e va ad ammucchiarsi pesa / in tasca o sotto le unghie, ti macchia i denti // Hai presente perdersi in mezzo alla nebbia / in cimitero quando tutto si assomiglia // la tomba di mio nonno si disfa. // Sembra che stiano lì a gettarti le ossa. // Mi viene voglia di correre anche a me / trovare qualcosa, una cosa qualunque / stringerla forte, non mollarla / non mollarla / non mollarla». (Notturni di_versi, p. 30; nuova dimensione, 2010)

[3] L’uomo che fuggiva dai traslochi. Domenico viaggiava sempre / con le valigie in macchina, / sempre in guardia / nell’evitare / le paludi dei cuori, i chiodi / della delusione, / sempre coi vestiti pronti / per fuggire / da quella brutta condizione, / che in italiano si chiama / “precarietà”, / chitarra stonata / della nostra epoca …

[4] Guarda bene dentro, guarda / la nebbia / è negli occhi è negli occhi / che non dicono / è dentro negli occhi che non / bruciano che si spengono / perdono il mare profondo che / hanno dentro / diventano / acqua torbida.




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