LUOGO COMUNE
ROMANZO A PUNTATE
Geco (IX)



      

di Gualberto Alvino

 

 

Sono andata da Bianca. Incredibile come un papa possa sgombrare le strade: tutti dentro a farsi un bagno di storia, io sola fuori. L’ho pensata così mentre mi allontanavo dal centro coi finestrini chiusi per non sentire il frastuono della ressa, gli annunci degli altoparlanti, i cori dei ragazzi, facce compunte da prescelti del Signore. I giovani che si alleano nella fede mi fanno paura: antichi, carne unta, pustolosa, fiati che ammorbano, non si baceranno mai, massimo sulla guancia, bocche chiuse. Chi giura sull’esistenza di uno spettro che gioca a rimpiattino pur potendo rivelarsi è capace di qualsiasi delitto. Móstrati, che ti costa? Glielo chiedete? glielo chiedete mai, invece di cantare con quei sorrisi sdilinquiti? Sì, comprate le icone, garantitevi la salvezza con un inno stonato e pochi spiccioli. Un santo? No certo: uno che fa il suo dovere. Da quel soglio, e col mondo ai piedi, il peggiore di voi otterrebbe altrettanto, se non di più. Ne avrei di cose da dire.

Passati gli archi ho guardato i pullman posteggiati a centinaia oltre il serpente del raccordo, e mi sono sentita fortunata, pronta a tutto. Forse perché ero l’unica ad aver capito l’inganno, quando scopro gl’inganni sono un’altra. Per la prima volta dopo tanto ho potuto godermi il paesaggio: non m’ero mai accorta che per arrivare da lei bisognasse tagliare sei fiumi e due regioni. Mi è venuta voglia di dipingere un grande rettangolo solcato da una diagonale scarlatta a separare due campi violentemente opposti: il dentro e il fuori, l’aldiquà e l’oltre, pensando a certi disegni di matti e di carcerati, gli unici veri pittori di questi tempi. Ho riempito polsi e braccia di schizzi volando sull’autostrada deserta, volume al massimo, bassi a manetta, come facevamo le domeniche pomeriggio a casa tua ballando attorcigliate a 15 e 9, mother shall I run for president, mentre tuo padre sfornava un racconto dietro l’altro e tua madre li divorava affondata tra i guanciali dell’ottomana, petto di piombo, una salma, finché non s’imbatteva in episodî vissuti, allora scattava in piedi, alzava un braccio e cacciava una specie di gemito: non è stato così, sempre il vizio di falsare le cose, perché poi?

Sei fiumi, due regioni. Varcare un confine, benché simbolico, fra quartieri paesi città era un’emozione quando scappavamo di casa: lanciavi un sasso pronunciando una parola magica che mutava secondo le stagioni. Ne ricordo una: pergere, proseguire la marcia; sbagliavo accento e tu dicevi sdrucciola, come anice cattedra lampada, l’accento è tutto; intanto t’ingozzavi di more, tuberi, bacche di biancospino, fragole selvatiche, e io imparavo a trasformare la fame in una sfida da vincere. Scippavi le uova alle chiocce, le bucavi con un chiodo e succhiavi a occhi chiusi mentre il contadino c’inseguiva col tridente in mano, chi nega il cibo a un affamato merita il patibolo, sbraitavi trainandomi in corse a perdifiato, giorno verrà, verrà giorno che il Gran Carro, e lui si fermava, ammutito dalla solennità dell’anatema; scalavamo i colli e ci sdraiavamo sull’erba a guardare le stelle, respirando piano per non increspare l’aria; ma quando il sole calava mi abbracciavi mostrando i denti rossi di fragola e pigolavi vedi? è buio, torniamo? scappiamo domani. T’avrei soffocata di baci tanto eri tenera, mia. Sulla strada di casa smaltivi il panico e progettavi la prossima fuga: una lanterna, ne ruberò una, papà ne ha tante che non serve filo, è bello rubargli le cose, mi corre dietro per farmi a pezzi, poi si calma vedendomi tremare, ce l’ho in pugno; e coperte, spesse, che non passa il freddo, la notte c’infiliamo sotto, stiamo calde; poi tonno biscotti marmellata di prugne fichi secchi per quando viene fame, la fame mi fa paura, e a te? non mi ascolti, a che pensi? Alla figlia che voglio avere, si chiamerà Bianca, nascerà un mattino di giugno senza farmi male.

L’ho vista di lontano, mentre coglieva fiori lungo il pendio. Anche lei deve avermi visto perché s’è fermata un attimo e ha girato la testa verso di me, riparandosi gli occhi dal sole. Li ha sùbito distolti. Per cancellarmi? Se mi odia tanto qualcosa devo averle fatto. Ma cosa? Lo capirò, troverò il rimedio e tutto tornerà come prima, quando non vedevamo l’ora che fosse giorno per cercarci: sceglievamo i vestiti e giù in piazza fingendoci sorelle: dice scopriti un seno, l’ho scoperto, s’è attaccato, poppava come un pupo tirandoli piano con le dita, momenti svenivo, ho fatto male? se ho fatto male la prossima è no, cascasse il mondo. Càpita anche a me: vogliono tornar dentro perché fuori è dura, e noi dobbiamo aprire, ci siamo apposta.

È cresciuta, non sembra lei. Sarà stato il cranio rasato a farmi questa impressione o quel caffettano scuro con le maniche a sbuffo che la slanciava e le dava un’aria matura? No: il suo modo di chinarsi, come fosse per la vita, simile a quello delle mondine di cui parlava nonna quando comprava riso al mercato: ogni riverenza due bocche sfamate, è Lui a volerlo, a che serve rivoltarsi?

Inutile puntare il gambo: non ha detto una parola. Nessuno di loro ha parlato. Forse era giorno di silenzio, non so, o forse è vietato parlare durante la raccolta dei fiori. Però ho fatto decine di scatti e sono tornata a casa contenta. Ho cercato di non riprendere l’edificio della comunità, o come si chiama: troppo tetro, troppo torvo e funereo, con le trifore smaltate di carminio, le feritoie cariche di mistero, i capelvenere nelle crepe dei muri, gli sfiatatoi dei sotterranei, le vetrate policrome che ricordano una chiesa medievale, o peggio.

Stavolta non era triste: viva, piena di fiducia, quasi fosse vicina a una meta. Ma ho avuto una fitta quando l’uomo che era con lei e non la lasciava un istante l’ha spinta nell’androne stringendole l’orlo della veste: vecchio, imponente, lercio, senza ciglia, una folta barba a ventaglio gl’incorniciava il viso austero, faceva spavento al solo guardarlo. Lei dice non ho paura di niente e di nessuno, nemmeno del demonio, dice che ha toccato tutti i gironi dell’inferno e adesso ha trovato una casa vera, la famiglia che ho sempre voluto, non me la lascio scappare.

Sarà così, sarà certamente così, perché non crederle? Del resto se è cresciuta senza padre è colpa mia, e stare con me non è uno spasso, benché mi sforzi d’accontentare chiunque, senza pretendere niente. Ma ci vuole altro, si sa, ci vuole ben altro per vivere in pace.

Poi c’è stato un grido, rauco, prolungato, e ho sperato non fosse per lei, perché quando Bianca sente gridare si ritrae come una lumaca: il respiro diventa affannoso, le pupille si stringono, le labbra vibrano, non riesce a fermarle, perciò ho dovuto imparare fin da sùbito a governare la voce; non solo la voce, anche lo sguardo: basta un’occhiata a ferirla. Ma era per lei, l’urlo era per lei, conosco quel singhiozzo: una risacca che cresce quando sembra finire.

Il sole era sceso da un pezzo e ormai non c’era molto da vedere: dopo il tramonto si rintanano fino all’alba, è la regola. Almeno questo l’ho capito, anche se mi sfugge il perché.

Ho sistemato gli arnesi nel portabagagli e stavo per andarmene quando sulla collina s’è accesa una luce intermittente che non avevo mai notato: una specie di locanda d’altri tempi, quelle del riposino dopo i pasti, ce n’erano tante una volta. È in linea con l’edificio, così m’è venuta un’idea e ci sono andata.





Ennio Di Vincenzo, Foresta e farfalla di cristallo, 1978, quadro-oggetto


Sembrava vicinissima, invece ho dovuto disegnare mille cerchi intorno ai querceti prima d’arrivarci. Ma non è stato faticoso: l’auto scorreva svelta nel verde freddo, intatto: avessi chiuso gli occhi, lasciato il volante, avrebbe proseguito da sola (la natura ha un modo tutto suo di blandirci, ci rifletto da parecchio, mi piacerebbe discuterne con te).

Una volpe con un cucciolo in bocca mi ha tagliato la strada. Ho premuto il freno a un centimetro da lei e ci siamo fissate a lungo. Agitava la coda guardandomi senza timore, come se qualcosa ci legasse, e ho capito cosa: anch’io vorrei stringere Bianca fra i denti e portarla via, mettendomi contro tutti.

Stavo per scendere, ma lei ha sentito lo scatto della sicura e ha alzato la testa, drizzato le orecchie; poi si è fiondata in una gola sfiorando il suolo e uno squarcio coperto di frasche l’ha inghiottita. Il cucciolo le è caduto di bocca; è tornata indietro, l’ha leccato in fronte, se l’è ripreso, e via.

Sono scesa lo stesso, mi sono seduta su un tronco e ho messo i piedi nel ruscello sperando che uscisse a bere, intanto canticchiavo la canzoncina del vecchio, il padre delle gemelle, per farle sentire che non c’era pericolo, proprio nessuno. Vieni, ho detto, vieni da me, non può succederti niente. Ho intravisto il musetto fra i rami, ed è sùbito sparito. Poco dopo è riapparsa e si è accucciata in una conca di zàgare come un cane in cerca di moine. Ho incrociato le braccia, mi sono perfino piegata sulle gambe per sembrarle piccola, innocua. È sparita di nuovo, ma l’ho sentita respirare, forte, mugolare, grattare il terreno, per salutarmi. Allora ho respirato anch’io. Più forte ancora. E ho smosso un po’ le foglie col tallone.

In macchina ho ripensato alle nostre battute di caccia nella pineta dietro i ruderi all’uscita di scuola: a me piaceva prendere i topi con la rete da pesca nella Grotta dei cento scalini, legarli per le code e starli a guardare mentre uno frenava la corsa dell’altro o la deviava facendolo ruzzolare nell’ortica, mandandolo a sbattere contro gli alberi, le siepi, le nostre scarpe a barriera; alla fine pagavo il biglietto regalandogli pane e burro che non avevo neanche scartato per obbedire al maestro. Niente, dicevo, è più bello di un topo che mangia: s’aggrappa alla vita senza sapere perché, vien voglia di abbracciare il cielo e dirgli grazie (ora non riesco a biasimare chi lo stramaledice). I tuoi gusti erano più raffinati: catturavi una lucertola gravida, incidevi la pancia col temperino, tiravi fuori le uova e le covavi per giorni in un guantino pieno di paglia, aspettando con fiducia la schiusa per segnarla sul diario di carta d’India che ti avevo regalato. Non t’ho mai chiesto se qualche piccolo è nato, ma ora capisco perché hai cinque figli, e un altro in arrivo.

Dentro non c’era quasi nessuno, come piace a noi. La cuoca si sventolava coll’orlo del grembiule davanti al forno acceso e ogni tanto metteva la pala nella brace con un gesto indolente, macchinale: la girava tre volte, poi la lanciava in un anello di ferro premiandosi con un dài catarroso e un sorso di spumante. Sentiva le voci, maschili, femminili, singolari, plurali, un’intera grammatica; confabulavano, rissavano, si parlavano una sull’altra, e lei teneva circolo con garbo misurando la cucina col suo passo trotterellante. Ma qualcuno deve averla minacciata di brutto e ha fatto i conti con la pala, vieni, fàtti ammazzare. La cornice del camino è andata in pezzi.

Una tossica dai capelli blu cercava di convincere un ragazzo a salire in camera tirandolo per la manica della tuta: ti troverai bene, nessuno se n’è mai pentito, parola, non dirmi ch’è la prima, e quand’anche? la mia non la ricordo, ma dev’esserci stata; sapessi che ti farei saresti tu a supplicarmi, in ginocchio. Non era male, malgrado la magrezza e i cerchi marroni intorno agli occhi: seni sodi, fianchi ben disegnati, sguardo brillante, una coda di cavallo lunga e lucida pendeva sulla schiena diritta (il tipo di donna che volevi essere). Ma lui taceva e sudava, assorto in una perplessità nervosa; si staccava quelle mani di dosso quasi fossero festuche, e non riusciva a decidersi, benché le brache stessero per esplodere. Avrei voluto tirarglielo fuori e giocarci davanti a tutti, con le labbra, l’avrei pagato, un desiderio acuto, urgente, d’essere io la sua prima volta perché mi stampasse in mente e me ne fosse grato in eterno; ci ho ricamato qualche fantasia, di quelle che ti raccontavo nel capanno sulla spiaggia, lingua secca cuore in tumulto, se lo sceicco viene e mi piglia ti faccio guardare; guardare? io m’intrufolo fra voi, metà metà, come sempre, se cambi idea non farti più vedere; no che non la cambio. (Su questi brusii m’addormento la sera, ma ho l’impressione di non distinguere memoria e fantasia, cose e desiderî.)

Due avventizî giocavano a briscola, i berretti di sguincio sugli occhi semichiusi, tamburellando le dita contro i boccali. Fra un punto e l’altro li riempivano fino al bordo e li scolavano d’un fiato, poi li sbattevano sull’incerata a rombi azzurri e tornavano di pietra. Ho pensato ai bevitori d’assenzio di certi quadri impressionisti, e mi sono sentita a casa, in pace.

Ho scelto il tavolo più piccolo vicino alla scalinata e ho cercato di orientarmi fingendo di scorrere la lista dei vini.

Le camere a nord, lato destro del motel, proprio sulla mia testa. Dovevo solo aspettare il momento propizio e muovermi senza dare nell’occhio. La cosa più facile del mondo, in quel mondo di fiaba.

Una coppia di sposi è entrata sùbito dopo di me, e la cameriera in età da marito s’è scossa dall’inerzia, è scattata in piedi come una marionetta e ha applaudito mandando grugniti dalla bocca minuscola, senza labbra, sotto narici invisibili. Si sarebbe tagliata un braccio per farli felici, noialtri non esistevamo. Meglio così, nessuno mi vedrà salire. Stavo per alzarmi ma la sposa ha aperto un sacchetto di tulle zeppo di confetti e me li ha versati in un piatto con un sorriso. Chissà perché proprio a me, avrà capito che sono sola, una specie d’augurio. Ne ho messo uno in bocca per farle piacere: sapeva di nocciole cotte e uva passa; ho visto la madre mentre li preparava in un’immensa cucina piena di fumo, frotte di birbe urlanti, il nonno carica la pipa, prosciutti appesi ai travi, un bastardo appena tosato cerca d’arrivarli, sciò.

Tanti auguri, ho detto, giorno importante, non si scorda, e una vampa m’ha bruciato: mi càpita quando m’accorgo d’essere banale, ossia dieci volte al minuto. Tanti tanti, ha fatto eco lei con un’accensione improvvisa: saltellava di gioia spandendo un lezzo di stalla e latte fresco, si spellava le mani, se le massacrava, ma si capiva benissimo che avrebbe voluto piangere. Ho temuto che le tremasse il mento: fosse accaduto, avrei mandato tutto all’aria.

Frattanto lo sposo pensava agli altri. I giocatori si sono tolti i berretti e succhiando bocca a cuore hanno assaggiato i confetti con aria da esperti, poi gli hanno offerto del sanguinaccio caldo e un bicchiere di frizzante pregandolo d’un franco giudizio: va giù come acqua, uva di queste parti? Gli hanno sorriso mostrando le mani callose e le unghie viola di mosto.

Il ragazzo ha approfittato della confusione per districarsi dalla puttana con mosse da commedia e defilarsi alla svelta. Ha acceso il motore, l’ha sùbito spento e si è seduto in cortile sotto un abete coperto di festoni pendolando il viso.

La cameriera piangeva a dirotto sul petto della sposa accarezzandole il vestito, ne avevo uno uguale, solo più lungo, cordone sfrangiato, qualche perlina, se n’è andato la sera prima delle nozze, un colpo, ho tenuto la cenere dell’ultima sigaretta, l’annuso e lo rivedo vivo, qua, vicino a me, nessun altro mi avrà, nessuno. E le dava il medaglione da baciare, come la balia porge il seno al neonato.

Le camere erano vuote. Sono entrata nell’ultima in cima alle scale e attraverso le gelosie ho intravisto il giardino dell’edificio illuminato da grosse fiaccole intorno a cui si svolgeva una danza lenta, disordinata. Il vecchio non c’era, neanche Bianca, almeno così m’è parso; ma c’erano parecchi ragazzi della sua età, e i caffettani erano dorati, a righe brune. Dovevano aver fumato molto, e bevuto: vacillavano e si abbracciavano continuamente pronunciando frasi simili a formule sacre, sotto lo sguardo di due anziani sobrî, attenti. Ho notato strani movimenti alle loro spalle, oltre un sipario di foglie di tabacco stese a seccare: come di operai che scavassero manovrando un argano a motore. Dunque la musica e il vociare scatenato erano una copertura.

Posizione buona, anche per il gambo, nessun intralcio, neppure un ramo; ma quella del fienile in cima al promontorio era perfetta: molto più vicino, alto al punto giusto. I miei gingilli avrebbero fatto miracoli, ogni puntata un bottino. Già immaginavo il rumore delle ventole al massimo dei giri, il profumo della plastica rovente, il tepore delle luci celesti, i bip avvisarmi dopo ogni acquisizione: una festa.





Gianfranco Foschino, Senza titolo, 2011 (Italia-Cile)


Apro la finestra, mi sporgo per veder meglio, quando sento un fruscio alle mie spalle. Mi giro di scatto e il naso della cuoca è a un palmo dal mio, quasi lo tocco, vedo le arterie, i grumi di grasso niveo striati d’arancio, le grinze sullo scollo involontario spaventosamente pallido. Tutte libere, il registro è giù, lo tiene mia figlia, bastava chiedere, dalle tue parti non si fa? qua sì, anche le bestie. Impugnava la pala con le sue mani da uomo, larghe, artigli lunghi e scuri: altro che fiaba, sono spacciata. Faccio un inchino e lodo il fienile per cambiare discorso: chissà la vista, quelle pietre, vorrei comprarlo. Da che è morta mia madre ragni e pipistrelli, non so se conviene. Purché non crolli, ma la voce mi tremava. Per crollare non crolla, e ha infilato il corridoio strascicando l’attrezzo: mi badava con la coda dell’occhio neanche fossi un’assassina da scortare in galera. Ho chiuso la finestra e l’ho seguita in punta di piedi per non far rumore: quel tipo di persona odia il rumore, perché deve riflettere; ne ho viste tante così, una razza.

Gli sposi ballavano senza musica, palpebre serrate, guancia a guancia; lui pensoso, lei stregata: un sorriso estatico le illuminava il viso assente. Si somigliavano da far paura: stessa bonarietà, stesso ventre pizzuto, identiche sopracciglia, spesse, unite come matasse di filo spinato; qualche minuto e si sarebbero sciolti uno nell’altra. Anche la cameriera li scrutava lisciandosi il medaglione e annegando ogni tanto le pupille nel bianco degli occhi. Mi è tornato in mente il maestro, Nelson, tu che dicevi la conosco, sul merci e via, grandi cose ci aspettano.

I bevitori d’assenzio se n’erano andati, e al loro posto c’era un quartetto di vecchie in ghingheri alle prese con tagli di montone schizzati di salsa verde. Una si è riempita i polmoni come chi sta per buttarsi da un treno in corsa e ha tessuto l’elogio della carne: a ogni verbo faceva la voce cavernosa e frustava il tavolo con le dita, mentre le altre annuivano deglutendo all’unisono, quasi seguendo un copione.

Il ragazzino era rientrato e se ne stava appiattito in un angolo, dietro una tenda lacera: fissava la tossica che ricambiava con aria di trionfo, le gote rigagnolate di rimmel per un pianto recente che neanche ricordava. Parlava tra sé per farsi forza, parlava e gesticolava, imbrogliandosi nei suoi stessi movimenti.

Cinque studenti hanno preso il tavolo accanto al mio e tutti gli sguardi si sono concentrati su di loro. Incluso quello della cuoca, che ha accennato un vago gesto d’accoglienza, ha tacitato le voci sferrando un pugno su un baule di faggio bullettato d’ottone e s’è data a ravvivare il fuoco. Poi ha stappato l’ennesima bottiglia di spumante.

La vita gira, ho pensato, fa il suo mestiere.

 

 

L’ho comprato. Ho acceso un mutuo e l’ho comprato. Il mio primo acquisto. Importante, voglio dire. Nemmeno i miei hanno mai comprato una casa: bastava bucare un tramezzo, spostare il bidè o un lampadario perché il padrone s’attaccasse al campanello coi suoi fogli in mano. Papà non voleva farlo entrare, se apri giuraddio gli sparo in bocca, e caricava lo schioppo. Mi tiravo le coperte sulla testa e alzavo il volume della radio per non sentire. Mamma metteva pace offrendo vinsanto e panpepato, favorisca, pancia piena bel parlare, ma era più rossa del ragù che le chiazzava il grembiule. Per un bidè e un buco nel muro. Peggio che schiavi.

Non è esattamente una casa, ma potrebbe diventarlo: in provincia la legge è più lasca di un colabrodo, magari il sindaco gestisce l’unica pompa di benzina e lo vedi ogni giorno, suo figlio gioca a palla sotto le tue finestre, ti chiede l’acqua, usa il tuo bagno. Insomma, rischia d’essere un affare.

Non so chi mi ha dato il coraggio. Mentre firmavo quella caterva di carte ho avuto paura di vomitare, di perdere il controllo davanti a loro, e più temevo di vomitare più il cuore batteva. Ho sperato che l’inchiostro si seccasse, che non ci fossero altre penne a portata di mano, che tutte le penne del mondo si trasformassero in selci, come nella farsa che scrivemmo per i bambini della colonia: non c’erano penne e Morte non poteva firmare la condanna, allora le strappavano il tabarro e lei arrossiva, coprendosi le vergogne con le ossa tintinnanti. Ma il notaio ne aveva un cassetto pieno, e ho fatto buon viso; anche quando ha schiacciato le lenti sul naso, s’è raspato a morte il cranio nudo con le unghie e mi ha sparato un’occhiata strabica: dovrà cambiare foto, sembrate due persone diverse. Ho finto di non sentire: potevo dirgli che l’avevo appena fatta? Mi sono sentita a un passo dalla tomba, la carne a tocchi, i capelli di stoppa. È stato il pensiero di Bianca a sciogliermi il polso, e ho provato un gran sollievo, quasi un moto d’orgoglio, quando qualcuno si è rivolto a me chiamandomi proprietaria. Proprietaria. D’ora in poi potrò bucare tutti i muri che voglio senza guardare chi bussa.

Finalmente ho visto ridere la cuoca: era allegra, quasi si fosse tolto un macigno dallo stomaco. Buon per lei. Sembrava più magra, perfino più giovane; le ho fatto i complimenti per il vestito e ha creduto volessi tirare sul prezzo: posso tenermelo sul groppone tutta la vita, non mi piace mercanteggiare. Poi ha capito che non volevo problemi e ha sorriso ancora serrandomi le mani sulle spalle, come fa con le giumente mentre sgravano. Dato il buonumore l’ho pregata di non mettere manifesti, nessuno dovrà accorgersi di me; ho voluto dirglielo, anche se so che da quelle parti tenere un segreto è difficile, quasi impossibile: l’arrivo di un forestiero è un evento, un caso talmente raro che non può passare inosservato; in fondo è giusto, si contentano di così poco: basta il compleanno di un morto a riempire le vie di luminarie; tornando ne ho vista una dietro il muraglione del cimitero: tutti a sfoggiare l’orologio a catena, le scarpe appena risuolate, odorose di crema. Là il tempo s’è fermato davvero, a mia madre piacerebbe, ci verrebbe ogni settimana, già la sento gorgheggiare mentre chiude le valigie e si spruzza di lavanda le ascelle canticchiando romanze.





Giuliana Laportella, Triangolo, 2006


Non sarà un affare, ma è più grande di quanto credessi, e solido, costruzione anteguerra, pietre di fiume a secco, nemmeno le bombe; tanto alto che potrei ricavarne tre piani, e anche più. Ovviamente non ci penso affatto, se riesco a riprendere Bianca vendo tutto: come potrei vivere accanto al carcere in cui l’hanno tenuta rinchiusa per anni? Però d’un solaio ho bisogno, e soprattutto di un tetto, per fare quel che devo fare (se ci penso ho le vertigini; ma passerà, deve passare, perché questa storia grida vendetta, e tocca a me guadagnarmela, non posso e non voglio chiedere aiuto a nessuno). Se n’è incaricato il marito della cuoca, capomastro in città. Un tipo taciturno, scontroso, sempre a fronte china, ma fidato, dicono, di quelli a regola d’arte. Gli ho chiesto di raschiare l’intonaco e mettere a nudo le pietre, senza stuccarle, per carità, solo del lucido, contro la polvere; niente piastrelle: assi di rovere stagionato, per richiamare il tono dell’insieme; tante finestre e prese elettriche, specie in cima: questione di luce, la luce è importante per i pittori, piuttosto rinuncio al pane.

Devo aver fatto colpo: ha alzato la fronte con un movimento da vampiro e mi ha misurata da capo a piedi. Voleva comprarmi un quadro: fari, scogliere, vortici spumosi, transatlantici alla fonda, un pescatore alla lenza in primo piano con accanto una corba di melograni e fichidindia, la testa del figlio piccolo poggiata alla spalla, quasi avessero appena smesso di parlare; la donna al balcone che guarda il lungomare pieno di vita è sua madre, fine settembre, quando la bella stagione sta per andarsene e l’aria incupisce sugli amori dei ragazzi; un metro per due, non un centimetro di meno, cornice oro trame argento, l’appenderò in ditta, dietro la scrivania di ciliegio, perché sappiano con chi hanno da fare, i vaccari. D’un fiato.

Gli ho detto che dei miei quadri si capisce poco, devo aspettare il momento buono, il moscerino all’orecchio, che non lavoro su commissione, altrimenti non c’è modo, e se pure il momento arriva non so mai dove vado a parare, fatico giorni e giorni, credo di esserci, dico ecco, hai fatto esattamente quel che volevi, un portento d’equilibrio; mi siedo, lo guardo per ore, poi mi prende una specie di noia, come se un velo coprisse gli uomini, le cose, e lo butto, squarcio la tela, spezzo il telaio e butto tutto senza capire perché; ossia, lo capisco coi nervi, con lo stomaco, ma ormai la decisione è presa, a che serve cavillare? allora sotto un altro e buonanotte. L’arte non ammette falsità, basta un dubbio a rodere le fondamenta, ma è questa la sua forza; sono in pochi ad averlo intuito, ma i migliori non hanno voce in capitolo.

Mi ha fissato a lungo senza respirare, quasi intristito dal mio rifiuto; e l’ho consolato dicendo che dipingo per necessità, come uno beve se ha sete o bestemmia quando si arrabbia: tutto istinto, niente scuola, la mia passione è la scrittura, trasformo le larve in dinosauri, siringo pathos dai sassi; è questa la sfida: penetrare il minimo, farsi largo tra le pieghe, cantare l’insulso, perché in letteratura pontificare è un crimine; abbassare la lingua nutrendola di poesia; ma badi, la poesia si annida nei frastagli, nel non detto, tra rigo e rigo; il minimo non esiste, non esiste insulso, tutto è insulso, cielo, mare, vento, pianeti, perfino l’infinito è insulso senza il fiato dell’espressione; ma ce ne vuole, sapesse, per arrivare alla fine: centinaia di fogli da riempire, migliaia di parole una diversa dall’altra, un universo da fondare, con gli abitanti, le leggi, ogni cosa deve funzionare a perfezione, un meccanismo, e io non ho pazienza: la narrativa corre nel tempo, mentre la pittura è spazio gesto impulso: puoi fare un quadro in tre minuti, abbracciarlo in uno sguardo e distruggerlo in mezzo secondo; perciò sono pittrice, e scrivo romanzi di sei righe.

Ha allargato un paio di volte le narici e chinato la fronte. Non m’è parso offeso, solo un po’ deluso. La moglie invece sorrideva guardandomi strano, come a dire ben fatto. Ma forse rispondeva alle voci.




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