LUOGO COMUNE
RIFLESSIONI
È sempre
una questione
di stile


      
Considerazioni d’autore assai critiche sulla narrativa contemporanea dove la scrittura si pone ad un livello elementare di espressività. Storie facili, trame essenziali, personaggi semplici, linguaggio scarno, tono impersonale. Sembra questa la ricetta che soddisfa l’editoria di mercato. Non soltanto la sperimentazione del moderno letterario (da Gadda a Calvino), ma anche la torsione postmoderna (vedi Umberto Eco), coi suoi aspetti di metanarratività, dialogismo, doppio codice, ironia intertestuale sono stati completamente dimenticati.
      



      

di Alessandra Fagioli

  

 

In fondo è sempre una questione di stile. Qualsiasi cosa si esprima, qualsiasi cosa si rappresenti. Ogni opera d’arte è sempre una trasfigurazione della realtà o una proiezione dell’immaginario, comunque la si produca deve acquisire una forma compiuta, con proprie peculiarità, ove lo stile rappresenta l’impronta, la cifra di un pensiero, di una poetica autoriale.

In genere lo stile si caratterizza in base ai mezzi che si usano per dare forma all’opera. Lo stile poetico è diverso da quello musicale o da quello pittorico, l’uno si serve di versi, l’altro di note, l’altro ancora di colori, obbediscono a composizioni differenti, quella della metrica piuttosto che quelle della partitura o del cromatismo. Fanno inoltre riferimento a universi semantici e sensoriali molto distanti tra loro, se non addirittura complementari, come la musica e la pittura, mentre per la poesia è diverso perché la si può leggere e ascoltare, dunque fruire anche su un duplice piano.

Ma se la musica e la pittura, ad esempio, usano mezzi espressivi che si rifanno ad altri codici, come appunto quello musicale e quello figurativo, la letteratura, sia essa prosa o poesia, ricorre al codice verbale usato in tante altre forme di scrittura, come la saggistica, il giornalismo o la comunicazione, che non assumono propriamente forme artistiche, ma si articolano su un piano più argomentativo o informativo. Non che questi ambiti non debbano avere un proprio stile, ci sono studiosi e saggisti che sono dei veri e propri autori, come anche critici e giornalisti che hanno una specifica impronta, eppure questi non trasfigurano o rappresentano, piuttosto interpretano o riferiscono una dimensione dell’esistenza, sia essa reale o immaginaria.





Lillo Giuliana, Senza titolo, 2009


Nella narrativa invece, dove la scrittura non è lirica ma assai più vicina ad altre forme prosastiche, i confini espressivi si fanno più incerti e sfumati, vi sono infatti riflessioni che possono avere un carattere narrativo, come anche romanzi che possono presentare una dimensione riflessiva, creando un terreno di commistione in cui interagiscono più componenti espressive. Ciò che però distingue una scrittura dall’altra, un articolo da un racconto, un saggio da un romanzo, una comunicazione da un’invenzione è appunto il linguaggio, ovvero lo stile con cui ci si esprime per dare forma a ciò che si vuole dire. Se la parola rappresenta il codice dominante dei nostri processi espressivi non può certo avere lo stesso valore nella pluralità dei testi che usiamo.

  

In molti scrittori contemporanei sembra invece che la scrittura sia tornata a un livello elementare di espressività. Le trame sono essenziali, i personaggi semplici, il linguaggio scarno, lo stile impersonale. Si leggono sempre più storie facili, da capire al volo, prive di articolazioni strutturali, per non dire di soluzioni stilistiche. Non solo si è infinitamente distanti dalle sperimentazioni narrative di Gadda, Bufalino, Sciascia, Calvino (tanto per citare alcuni tra i più grandi), ma non si tiene conto neanche della grande innovazione apportata dalla letteratura postmoderna, con tutti i suoi aspetti di metanarratività, dialogismo, doppio codice, ironia intertestuale, come ben argomenta Umberto Eco nei suoi saggi Sei passeggiate nei boschi narrativi (1994) e Sulla letteratura (2002).

Oggi è sempre più difficile trovare testi narrativi che sappiano passare dal concreto al simbolico, dal particolare all’universale, dotati di una dimensione immaginifica e una capacità trasfigurante, ricchi di ironia e inclini alla metafora, che non solo possano emozionare ma anche far riflettere, nell’intento di creare una complicità con il lettore, fatta di intesa e di sfida.

È sempre più difficile trovare scrittori che investano nella lingua, la valorizzino come potenziale non solo stilistico ma anche semantico, facendola diventare protagonista della narrazione, permeando la storia delle sue infinite risorse, dove ciò che si dice acquista valore per il modo in cui lo si esprime, facendo della forma una concreta sostanza e dello stile l’anima del racconto.

Personalmente sono un’autrice cui piace molto sperimentare sul piano della lingua, tanto da tentare operazioni anche destrutturanti e virtuosistiche, come quella ad esempio di raccontare una storia senza trama, senza ambientazione, con soli personaggi che a seconda delle loro personalità determinano la narrazione, fanno accadere le cose, si influenzano a vicenda, prendono possesso dell’azione persino a dispetto di chi la scrive, creando una dimensione metanarrativa di continui rimandi interni, secondo modelli ispirati ad altre arti, come ad esempio l’andamento rapsodico e la pittura astratta.





Lamberto Pignotti, "Ad arte", manifesto-collage


Mi ha sempre affascinato l’interazione tra linguaggi diversi, la contaminazione di generi e stili, la pluralità di effetti che ne derivano, al punto da costruire storie animate più dalla scrittura che non dagli eventi, mosse più da urgenze formali che non da logiche interne, in contrasto con un diffuso andamento espressivo che invece tende a ridurre, esemplificare, evadere ogni articolazione più elaborata e sofisticata. Per non parlare poi delle scritture al femminile, ancora più legate a dinamiche intimistiche, psicologistiche, autobiografiche, tutte tese a fare bilanci disastrosi in cerca di riscatti consolatori, senza alcuna levità trasfigurante o immaginifica ironia.

Di contro occorrerebbe liberare tanta scrittura da tutti gli orpelli della retorica, da esercizi di stile fine a se stessi, da soluzioni formali di facile effetto, per permetterle di esprimersi in tutte le sue potenzialità, soprattutto attraverso la ricchezza della lingua, unico codice così evocativo da provocare immagini mentali ed emozioni fisiche, come in un gioco di specchi, in un continuo riflesso tra illusione e realtà, inganno e rivelazione, tanto da riappropriarsi della dimensione mitopoietica che la letteratura ha sempre esercitato nell’immaginario di ognuno.

 

 

 

 

*  Alessandra Fagioli, saggista e scrittrice, ha pubblicato saggi e articoli di critica letteraria, teatrale e cinematografica, nonché romanzi, racconti e monologhi tra cui: L’ultimo orizzonte, Trame di follia, L’utopia di Moebius.

 




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