LETTURE
GIOVANNI CRISTIANINI
      

Tempo di cicale

                                                                 

Florence Art Edizioni, 2011, pp. 120, € 12.00

    

      


di Ernestina Pellegrini

 

 

Giovanni Cristianini è goriziano, è un medico, ed è approdato con Tempo di cicale alla sua seconda raccolta di versi. La prima, Versi ritrovati, uscita per lo stesso editore nel 2007, può essere considerato un avantesto, rispetto al libro del 2011, tante sono le corrispondenze, i ricorsi tematici, i tic stilistici rintracciabili nelle due raccolte. Alessandro Ramberti, recensendo Versi ritrovati, poneva l’accento sul substrato carsico, sulle radici “apre e viscerali” che emergono dal profondo,  cariche di memoria per protendersi poi verso il cielo. Si evidenziava, con acutezza, la carica metafisica di una poesia sul punto di coincidere con la preghiera. Siamo di fronte a un dittico poetico, dunque, inseparabile – Versi ritrovati e Tempo di cicale – da leggersi a specchio o di seguito, o in entrambi i modi. In modo sincronico o diacronico.  Due libri che devono essere visti come le prime tappe di un percorso iniziatico verso il mistero, verso lo sconfinamento nell’oltre; un percorso ancora in fieri quasi il medico poeta si spogliasse dei suoi strumenti di scienza per abbandonarsi a una dimensione totalizzante, cercasse l’anima mundi, conquistandola sul campo,  attraverso la parole poetiche, su cui non viene esercitato nessun controllo, sentite come le ungarettiane monadi magiche di cui parlò, a suo tempo, il grande Gianfranco Contini. Voglio dire che le parole vengono lasciate affiorare da Cristianini sull’onda dei ricordi. Poesia della memoria, declinata su un lirismo innocente, primigenio.  Il reale è cristallizzato in un’eleganza malinconica e pur parnassiana. Versi brevissimi, per lo più quinari e settenari. Una fantasmagoria cromatica: l’azzurro, il rosa, il turchino, il rosso, l’argento: realismo di colore, realismo di fantasia, realismo musicale. Eppure il realismo di partenza vira subito al piano della meditazione, di una conquistata – come dire? – animicità. Realismo d’anima, se mi è permessa una definizione quasi ossimorica. Anima e esattezza, suonava così un bellissimo titolo di Angelo Maria Ripellino.

Nella mia prefazione a Tempo di cicale avevo sentito subito l’urgenza di catalogare, di inserire l’autore nella schiera dei medici-scrittori: Mario Tobino, Giuseppe Bonaviri, Cesare Ruffato, Lorenzo Calogero, Marco Venturini, a cui aggiungerei oggi anche Bernardo Baratti, Pietro Bernabei, Giorgio Weber, e accennavo pure agli illustri colleghi stranieri, da Archibald  Joseph Cronin a William Carlos William. Non è una categoria di comodo, perché in ognuno di loro è possibile rinvenire una piega mentale, certe particolarità stilistiche, che li situano facilmente in una genealogia forte, con leggi proprie e in qualche modo alternative al canone ossificato dello scrittore-letterato. Esistono ormai  vere e proprie associazioni [penso, in area italiana, all’AMSI (Associazione dei medici scrittori), e in un ambito internazionale all’UMEM (Union Mondial des Ecrivans Medecins)].  La via critica più facile, per riconoscere questa famiglia di scrittori,  è quella linguistica, che indica la presenza o meno di termini scientifici. Per esempio, in Cristianini, in una struggente lirica sulla vecchiaia: “l’età mi grava sugli omeri” (p.109). Il suo “cuore”, che è uno dei protagonisti cardine di questa poesia vertiginosamente e coraggiosamente sentimentale, non è solo la metafora delle emozioni più potenti, ma è anche organo che batte e perde colpi. La fenomenologia della vecchiaia, al centro delle poesie più riuscite, non è solo la celebrazione della senectus ciceroniana ma processo biogico di degenerazione: “l’età ha messo la scorza / e imbigia ormai le chiome” (p.104). Eppure, sul lessico tecnico-scientifico si accampa e si afferma, in Tempo di cicale, una lingua che tende al vago, all’indeterminato, quasi a creare un effetto di vaporizzazione del reale, della materia. Tutto tende all’astrazione, tutto si sfarina nei chiaroscuri di un mondo della mente e della memoria. Da tutto emana un foscoliano “calore di fiamma lontana”. Nostalgia, malinconia, delusione: sono, queste, le tre corde attorno alle quali girano le 74 liriche (più l’epigrafe finale, Le dolci mani).

Il titolo è enigmatico. Perché le cicale? Perché questo insetto ha la gloria del  frontespizio? – mi sono chiesta. Penso che la memoria classica dell’autore abbia influito sulla scelta del simbolo. La cicala, nell’antichità, era considerata l’insetto sacro ad Apollo, dio della musica, e il poeta Callimaco la elesse a emblema della poesia più elevata. I trovatori del XIII secolo portavano come segno di corporazione una cicala essiccata sul proprio copricapo. Gli indiani Hopi, in Arizona, definiscono “Kachine”, cioè cicala, le potenze sovrannaturali. Nella Cina antica si metteva in bocca ai morti una cicala di giada, in quanto questo insetto era simbolo di immortalità. Credo che tutte queste valenze siano volontariamente o involontariamente implicite nel simbolo prescelto da Cristianini. Non credo, invece, che si sia voluto fare un rimando alla favolistica classica (si veda La Fontaine), dove la cicala è vista come simbolo di pigrizia contemplativa in contrapposizione alla laboriosità della formica. Anche se forse qualche grammo simbolico di quella dea della gioia di vivere, di quella figura specchio della vitalità spensierata, sia caduto sulla pagina del poeta.

Nella prefazione, ho studiato i modi di quello che chiamato “l’artificio della regressione”, mostrando come il medico, l’insegnante universitario, torni indietro attraverso i binari del ricordo, si faccia bambino e piccolo uomo per riscoprire la meraviglia del mondo. Poesia dello stupore, della pausa contemplativa e meditativa, poesia creaturale della meraviglia, perché il verso è sempre per Cristianini “un ritorno”, una specie di sonda evocativa che permette il miracolo del “riessere” (secondo la bella immagine di Gesualdo Bufalino, nel suo Museo d’ombre). Ogni cosa, ogni persona, ogni oggetto, viene recuperato sul doppio piano delle mirabilia naturali ma anche delle stringhe dell’ultraterreno, del divino o, per servirci del lessico platonico, dell’iperuranio. Stupore, ingenuità riconquistata, amplificazione sentimentale. Un percorso reso più evidente nel dialogo con le figure degli scomparsi – il padre, la madre, la donna amata – e che verso la fine della raccolta diventa, agostinianamente, itinerarium ad Deum : “se anche / stormiscono in cielo / i primi voli / e pigola in terra / il ramo della macchia / è sempre / volontà del Signore” (p.98). Non è un caso che le poesie  della sezione finale, Versi in briciole, non abbiano titolo, ma siano indicate col solo numero (dalla 1 alla 23), quasi a significare le stazioni di un unico grande poema. Torna in mente, di fronte al tentativo di andare oltre il muro del linguaggio, verso una lingua dell’origine, in cui il cerchio ispirativo si salda con quello espressivo (a rischio perfino di una retorica innocente – come nelle poesie dedicate alla madre), torna in mente, dicevo, una certa verve contemplativa, una intonazione patetica, che si inscrive in un’aura di tipo neoclassico, in un mescolarsi di decadenza e di arcadia. Un nome? Sandro Parronchi. Il Parronchi di una piccola poesia, L’uccellino degli addii: “L’uccellino degli addii, il felice abitante / della tetra stazione, che sa tutto”.

Credo che si debba suggerire al lettore di fare attenzione alla maniera figurativa di questa poesia, che dipinge luoghi, cieli, fiori, case, figure, con pochi tratti precisi, concreti. Eppure, bisogna aggiungere che questi disegni, questi quadri, questi idilli non fanno paesaggio. Studiatamente non vogliono fare paesaggio. Perché? È come se un alone si muovesse dentro l’occhio del poeta e passasse sopra le cose della natura, nascondendole per un momento e, un momento dopo, le rivelasse alla vista in maniera prepotente, come se fossero illuminate  – e cito qui ciò che già Sinisgalli diceva della poesia di Calogero –  “da un cono di luce fortissima e quasi innaturale che le sbalza e le avvicina, in un teatro che sembra chiuso nello spazio di un vetrino di microscopio”.

Nella prefazione notavo una cosa che mi preme qui riprendere:

 

Vi si scorge, direi, una marcata tendenza diaristica (novembre, la notte dei falò, vigilia di Natale, quando ti cercai, il tempo ora mette cotenna, i giorni fanno a rotoli, l’eternità ci minaccia), di poesia del giorno per giorno: una poesia che può sorgere da ogni occasione, perché anche l’irrilevante acquista dignità poetica e con essa una forza inattesa. Fiori, animali, oggetti, l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, vengono celebrati in un’aura di purezza e sacralità, senza sacrificare, anzi potenziando in una sorta di coincidentia oppositorum,  il mondo caldo dei sensi. La forza dello spirito, l’energia delle fede, si affiancano in un dialogo potente a questo registro naturalistico, “basso”, preso coi tralci prensili dei sensi e dell’eros, per celebrare il proprio magnificat, il proprio goriziano e tascabile cantico dei cantici, per risalire verso le sfere superiori, incontrando la dantesca “rufa del cielo”, fino alla poesia Gloria in excelsis, che chiude su toni alti la sezione Quando ti cercai. I riferimenti letterari, ora impliciti ora espliciti a Dante, a Palazzeschi, a Gozzano, non devono far pensare a un’arroganza, a un sentirsi parte della schiera dei “poeti laureati” (come si confessa ironicamente in una poesia centrale). L’umiltà di partenza non mette la sordina alla tentata scalata.

 

Tendenza, dunque, alla poesia d’occasione, a un diario senza le date; contrapposizione fra la celebrazione di tutta la sensualità della vita e una spasmodica, a tratti dolorosa,  tensione spirituale e religiosa. Si sente l’eco della poesia dell’ultimo Luzi, e in particolare si sentono le tracce della sua Dottrina dell’estremo principiante (2004), in cui il poeta insegue il suo “canto salutare” e prega; il poeta prega che il passare del tempo non sia distruzione, ma consumazione evangelica. Che sia liberazione e non vanificazione. Che sia passaggio e non fine. È molto interessante vedere, durante la lettura, come si organizzino, in questi versi di Tempo di cicale, i vuoti e i pieni, gli interni e gli esterni, come brillino di luce particolare i punti dove la meditazione si intreccia con la preghiera: “Signore / fa che entri nel luogo del tuo riposo // a Te sia gloria in excelsis / chi ha visto Te ha visto il Padre / nel cuore lasci un fiore di grazia / […] /”.

Il titolo, oltre al simbolo della cicala, indica al lettore un altro tema forte, quello del tempo. Ci si chiede: in quale dimensione viene colto il tempo e come viene celebrato da Cristianini? Che cosa è per lui il tempo? È Realtà o è dimensione dell’anima? Sono ancora le domande fondamentali che continuano a riproporsi da secoli e secoli, sin dalle Confessioni di S. Agostino (“Quid est ergo tempus?”), al di là delle aporie che intrecciano permanenza e effimero. Per Einstein della teoria della relatività, il tempo è la quarta dimensione dello spazio. Per Eraclito il tempo è un fiume in cui non ci si bagna due volte nella stessa acqua. È il tempo fatto acqua nella poesia di Luzi: “lo sgocciolio e il rimbalzo / dei secoli nei secoli”. È il “tempo vorace” di Rebora. È, per citare Montale: “ Fummo felici un giorno, un’ora, un attimo / e questo potrà esser distrutto?”.   Credo che sia possibile trovare tutte queste accezioni nelle tante liriche che in questa raccolta di Cristianini si interrogano sulla fenomenologia della finitudine e della trascendenza. C’è la nobilitazione del quotidiano, la sublimazione del dettaglio realistico, la mitizzazione dell’oggi, del “qui e ora”, e un richiamo dolcissimo  al “carpe diem”, ma c’è pure l’inevitabile rintocco del memento mori, le note cupe del vanitas vanitatum (“il tempo ora mette cotenna”, dice sconsolato il poeta, a p. 87). C’è il canto della Vita passata: “stamane / eri tu che tornavi / mia vita passata / tu che giocavi / a blandire coi tuoi / occhi di fata morgana / il mio cuore bambino” (p.33). Ma c’è anche il canto dell’Ancora un po’ : “io sognerò stanotte / con la bocca / sulle tue bugie // e ancora un po’ / t’amerò così / ovvero quanto basta / a ingannare il cuore” (p. 24). Poetica della memoria, canto della nostalgia infinita. In un brulicare di fuochi fatui, di lemuri, di falò, in “un valzer di falene a consolarti” (p. 71). Si vede scorrere, fotogramma su fotogramma, il cinema sfocato degli anni, le  magiche parvenze (p. 54), la città bianca (p. 55), i paesaggi dell’anima (p. 69). Tutto questo si risolve, nella tecnica poetica, in una serrata dialettica fra basso e alto, fra ciò che sta sulla terra (zolle, vigne, case, pannocchie, formiche, ramarri, giuncaie, i Magi del Presepe sul marmo del comò) e ciò che sta in cielo (nuvole, luna, stelle, santi, farfalle, angeli). Un movimento a spirale: si sale, si ascende, per poi affidarsi alla caduta, al mistero dell’incarnazione, alla polvere, alla dignità dell’humus, in cui tutto, con grande pietas, viene riscattato e salvato nella poesia, nel ritorno a madre natura, quando potranno crescere “radici nelle ossa” (questo, l’ultimo verso). Alla fine della prefazione, scrivevo:

 

Fra ieri e oggi, fra mitico e quotidiano la contrapposizione non appare netta. Direi che Cristianini non abbia nulla di crepuscolare, non pianga una volta per tutte un paradiso perduto, ma cerchi soltanto di farlo suo, di farlo affiorare. E l’affiorare, quel colorarsi della paginata vuota dello schermo, quel bisogno di fissare in parole coincide esattamente con l’atto della scrittura, al quale sono dedicati non pochi componimenti, a cominciare dalla poesia-manifesto dell’inizio, come un folletto, sulla scia dell’amato Palazzeschi del Chi sono? Il poeta è qui declinato, con ironia, sulla tastiera ilarotragica del folletto, della piovra, dell’aedo, e di un ultramoderno “orbato writer” che ha perduto l’anima.




Scarica in formato pdf  


      

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006