LETTURE
FILIPPO D’ANGELO
      

La fine dell’altro mondo

 

Minimum Fax, Roma 2012, pp. 329, € 15,00

    

      


di Rossella Grasso

 

 

Un mondo diverso è possibile? Secondo Filippo D’Angelo, autore di La fine dell’altro mondo, no, in nessun modo. Lo scrittore, classe 1973, genovese di nascita e parigino di adozione, esprime il suo pessimismo cosmico nel romanzo e lo manifesta delineando i tratti del suo protagonista, Ludovico Roncalli.

Ventinove anni, bell’aspetto, primogenito di una famiglia molto nota della Genova bene, Ludovico trascina la sua esistenza in studi di scarso prestigio, svolgendo un dottorato nella facoltà di Lettere e Filosofia di Genova. È uno studioso del ’600, alcolizzato, tabagista ed erotomane: un erudito libertino, forse una macchietta di intellettuale stereotipato. Attraverso il suo alterego letterario, D’Angelo compone un romanzo di deformazione: già dalle prime righe del romanzo è infatti chiaro che Ludovico è un giovane già vecchio e disilluso, che non può fare a meno di osservare la pochezza di se stesso e di tutti i suoi coetanei, di avere ribrezzo e orrore di tutto ciò che lo circonda. Pagina dopo pagina la situazione non sembra migliorare. D’Angelo ingabbia il suo protagonista in un’asfissiante trama che non ha sbocchi, se non minimi, come a voler rimarcare la piattezza della vita della sua generazione: la denuncia di un disagio che non è altro che un dichiarato nichilismo estremo. Persino gli eccessi della quotidianità di Ludovico e le sue avventure fuori dalla portata di chiunque (viaggi in Russia, folli nottate con escort...) sembrano non coinvolgere il personaggio, che, invece, osserva tutto dal di fuori con sdegno e forse con un po’ di curiosità. Ludovico non vive, si lascia vivere nel nulla. L’unico gesto che compie per riscattarsi da questa piattezza si tramuta subito in un’ossessione: è infatti convinto di aver trovato il finale perduto di un romanzo di Cyrano de Bergerac dal titolo L’altro mondo. È affascinato da questo libro e dalla sua ideologia. Subito si getta a capofitto in spasmodiche ricerche, tra Parigi e la Russia, di altri esemplari del testo a conferma della sua tesi. Una ricerca, un’interesse, che riscatterebbe l’essere umano dalla nullità che però viene abbandonata. È subito chiaro che incaponirsi sulla ricerca del Cyrano è solo un diversivo, per non arrendersi subito al suo fallimento, che poi è quello di tutta la sua generazione che aspetta passivamente “La fine dell’altro mondo”, appunto. Ludovico vive nella convinzione che in questo mondo sbagliato tutti lo vogliano fregare in qualche modo, ma a questo non reagisce mai con risolutezza: è tutto sbagliato ma non fa nulla per migliorare la situazione. È un vero e proprio antieroe della cultura contemporanea.

Attraverso Ludovico, Filippo D’Angelo un giudizio molto pesante alla sua generazione e ne tutta la colpa ai padri. L’unica consolazione a tutto questo malessere è pensare a un’immaginaria strage dei nati tra il 1945 e il 1955, “il decennio in cui aveva avuto luogo la ricostruzione repubblicana del paese, e durante il quale erano venute al mondo le personalità italiane più distruttive: politicanti incapaci, imprenditori parassiti, intellettuali cialtroni. Luca di Montezemolo e Antonio Di Pietro, Massimo D’Alema e Giuliano Ferrara, Nanni Moretti e Roberto Benigni. A un certo punto cominciò a nutrire dubbi sull’anagrafe di alcuni personaggi. Verificò su internet e costatò che erano immancabilmente nati fra il 1945 e il 1955: Vittorio Sgarbi, Walter Veltroni, Claudio Scajola... Trovò una sola eccezione: Bruno Vespa, 1944. Gli concesse una deroga di un anno e perseverò nell’eccidio”. Così Ludovico/D’Angelo denuncia una classe dirigente che non ha fatto proprio nulla, nel bene nel male: peggio di così non poteva andare.

Verso i tre quarti del romanzo, un evento scuote l’inerme vita di Ludovico e dei suoi coetanei: il G8 di Genova del 2001. Per Filippo D’Angelo l’evento sembra essere uno spartiacque tra un’età passata, piena di ideali e speranze, e un età futura di rinunce e conformismo. “La scuola Diaz trasformata in un mattatoio” non fa altro che confermare che l’Italia è arrivata al capolinea dell’utopia, che pure in passato in qualche modo aveva avuto, per cedere il passo alla mera amministrazione sterile fatta solo di giochi di potere.

Il finale del romanzo arriva scontato: non c’è nulla da fare. L’autore non auspica speranze di “un mondo diverso possibile”, come dicevano gli slogan del G8, non c’è l’avvento dell’elemento positivo, ‘topos’ tanto caro alla letteratura degli ultimi anni di crisi. Ludovico infatti si arrende all’evidenza del nulla e cinicamente perde ogni speranza.

La fine dell’altro mondo è un romanzo iper-riflessivo e poco narrativo. Una critica morale alla nostra italietta fatta da chi la guarda da lontano (e in effetti Filippo D’Angelo vive e lavora a Parigi). La critica di chi si è arreso e ha preferito scappare dal nulla, piuttosto che reagire in qualche modo.

L’autore sceglie per il suo romanzo d’esordio uno stile complesso e pieno di dialoghi in francese, come se la sua priorità non fosse proprio quella di farsi capire al volo e soprattutto non da tutti. Non solo nei temi affrontati, che sono anche troppi e non sempre ben sviluppati, ma anche nello stile ostenta la scelta dell’innovazione: non vuole piegarsi ai soliti clichés letterari, ma finisce con il riesumarli tutti, a partire dall’irruenza dell’erotismo fino all’uso di volgarità, in linea con le recenti tendenze della scrittura.

Di positivo c’è che il libro di Filippo D’Angelo testimonia che, nonostante tutto il nichilismo che persiste in Italia, lo stesso, paradossalmente, è ancora in grado di stimolare qualcuno a scrivere e rappresentare un’epoca così contraddittoria e di crisi, come quella che stiamo vivendo. Di negativo c’è che l’autore in questo modo si contraddice da solo, salvo peccare di presunzione.




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